Vedere oltre: Con gli occhi chiusi di Federigo Tozzi

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Il capolavoro di Tozzi va assolutamente letto per comprendere al meglio il passaggio definitivo dal romanzo ottocentesco a quello moderno – psicologico.

Mi perdoneranno i lettori se, per introdurre questo approfondimento su uno dei romanzi più belli (e sicuramente meno conosciuti) di inizio Novecento, farò riferimento ad un episodio molto personale. L’operazione però si configura come necessaria, se non altro per sottolineare come le scoperte più belle passino attraverso l’intervento di persone colte, sensibili, professionali e molto attente alla psicologia individuale. Nell’inverno del 2015 sostenni l’esame di letteratura italiana contemporanea, il cui programma prevedeva lo studio di autori molto importanti quali Pirandello, Svevo, Montale, Saba, Ungaretti. Ho sempre amato lo studio della letteratura e, forte di una preparazione quantomeno sufficiente (dal mio personalissimo punto di vista), mi presentai all’appello senza alcun timore. La professoressa, di cui non farò il nome per ovvi motivi, mi fece esordire con la lettura di uno dei classici più conosciuti del Novecento: La coscienza di Zeno. In particolare mi chiese di analizzare, allegoricamente, l’episodio dello schiaffo paterno. A giudicare dalla sua espressione, tutto andò per il meglio. Successivamente, con l’aria serena e compiaciuta di chi si attende una risposta giusta, mi chiese di parlare della figura di Pietro Rosi e, in generale, del romanzo di Federigo Tozzi Con gli occhi chiusi, facendo possibilmente un paragone con l’inetto di Svevo. Buio totale. Non sapevo di chi stesse parlando, e me ne dispiacqui immediatamente; avrei voluto inventare qualcosa, riuscire a cavarmela, ma quando mi resi conto che l’unico Tozzi che conoscevo era il cantante di Gloria, capii che non avrei avuto scampo. Confessai senza remore il mio peccato: non sapevo niente. Per distrazione, per negligenza, questo non lo so; fatto sta che non avevo letto nulla sul mio bel manuale circa tale romanzo. In tutta onestà pensai anche “poco male, può capitare di non ricordare qualcosa, recupererò con la prossima domanda”. La domanda successiva non ci fu perché mi bocciò. E anche con una certa eleganza, nel senso che fui invitato molto gentilmente a recuperare Tozzi perché “fondamentale e propedeutico”. Inutile soffermarsi su quello che mi passò per la testa in quell’attimo: avrei voluto sbraitare. Giornate intere a studiare le poesie del Canzoniere di Saba; nottate “buttato” sui versi di Ungaretti; attimi di magica empatia con Zeno Cosini e la sua zoppia spazzati via da un Tozzi qualunque, che mi rispediva a casa. Rifeci nuovamente l’esame qualche mese dopo superandolo brillantemente. Tozzi non mi fu chiesto, quella volta, ma io l’avevo studiato benissimo; e quasi pregai che ne potessi parlare. Avevo comprato il romanzo in una di quelle piccole librerie di Port’Alba, a Napoli, tra decine di copertine ammuffite e ingiallite. Lo lessi in meno di una settimana intuendo, pagina dopo pagina, perché la mia bravissima professoressa di letteratura italiana contemporanea lo definì fondamentale.

IL ROMANZO. Con gli occhi chiusi fu pubblicato nel 1919, anche se composto già nel 1913. Viene raccontato un amore, quello del giovane Pietro Rosi nei confronti della contadina Ghisola, inscenato tra il podere di Poggio a Meli (gestito dagli “assalariati”) e la trattoria “Il Pesce azzurro”. Pietro è il figlio infelice ed inetto di Domenico Rosi, proprietario sia del podere che della trattoria, uomo rozzo e insensibile che mortifica continuamente il figlio. Troviamo anche la figura della mamma, Anna, una donna debole e remissiva dedita principalmente alle faccende domestiche. Pietro conosce Ghisola sin da bambino, in uno dei tanti viaggi fatti al podere con il carretto. Si tratta di una contadina analfabeta ma furba, insoddisfatta della sua condizione di miseria, disillusa e insofferente verso quel mondo che la circonda. Tra i due adolescenti nasce un’attrazione ricambiata ma discontinua, fatta principalmente di sguardi, impulsività, e di dialoghi poco loquaci; il rapporto tormentato è manifestato ulteriormente dall’uso alternato del registro linguistico tra i due, principalmente di Ghisola verso Pietro, al quale si rivolge talvolta con il “lei” (tipico di chi è subordinato al padrone) talvolta con il “tu”. Dopo qualche anno i due ragazzi crescono e, per una serie di eventi, si ritrovano a stare distanti, anche se non smettono mai di sentirsi e di vedersi: Ghisola è diventata una donna bellissima che sfrutta le proprie qualità fisiche per tentare a tutti i costi una scalata sociale; Pietro continua ad essere un inetto e a comportarsi da ingenuo, volendo sposare a tutti i costi Ghisola. Scrive Alberto Puri in una bellissima introduzione al romanzo:

Quella di stare con gli occhi chiusi è una volontà del giovane Pietro, una cecità che diventa inettitudine spirituale a vedere, a cogliere il senso dei rapporti, dei sentimenti, e che lo porta a vivere in una continua dimensione psicologica di disagio, di incertezza. Ghisola è prima di tutto un sogno, e solo poi una ragazza reale; nel sogno essa è pura, e come tale deve essere portata all’altare; e come tale ad essa Pietro tributa una devozione incompatibile nel modo più assoluto con la condizione reale delle cose. Quegli occhi chiusi si apriranno lentamente, ma definitivamente, soltanto nel momento in cui riceverà una lettera…

E’ proprio così. Pietro si sveglierà nel momento in cui le cose sono troppo chiare per non essere percepite così come sono. Ne uscirà devastato, sconvolto, turbato, e cadrà ai piedi di Ghisola in uno svenimento che ricorda vagamente quello “strategico” di Dante nelle situazioni più intricate della Commedia. La volontà di stare “con gli occhi chiusi” è rappresentata benissimo nell’omonima pellicola cinematografica del 1994, scritta e diretta da Francesca Archibugi, in cui ci si imbatte spesso in delle soggettive di Pietro mostranti un’immagine sfocata, poco nitida; soltanto alla fine, quando l’inetto è costretto ad uscire dal suo mondo interiore, la soggettiva diviene limpida.

L’ANELLO MANCANTE. Per capire bene i motivi del romanzo dobbiamo, necessariamente, conoscere la biografia dell’autore. Il padre di Tozzi era un certo Federigo Tozzi, detto Ghigo, uomo dal carattere forte ed autoritario, proprietario della trattoria “Il Sasso” e possessore di alcuni terreni della campagna toscana; la madre, Annunziata Automi, era una donna senza dote (adottata, e quindi di bassa condizione sociale), dedita alle faccende domestiche e di salute cagionevole per le numerose gravidanze. Sollecitò il figlio sul piano degli studi, volendolo lontano da quel mondo contadino e rozzo di suo padre, che invece vorrebbe farne una copia di se stesso. Annunziata morì quando il giovane Federigo era ancora adolescente: la perdita dell’unica persona che lo faceva sentire compreso e meno solo contribuì definitivamente ad acuire le sue incertezze e il suo disagio verso il mondo, oltre che a vivere un rapporto di totale incomunicabilità con il padre. Proprio nel podere paterno conobbe Isola, una giovane contadina di cui si invaghì per qualche tempo. Queste rapide ma fondamentali informazioni sulla vita dell’autore danno già l’idea di quanto il romanzo sia autobiografico, e di quanto i personaggi siano la riproduzione (o, in certi casi, l’esasperazione) delle persone conosciute realmente dal giovane Federigo. Tozzi rappresenta probabilmente, in un’immaginaria teoria evoluzionistica del romanzo moderno e psicologico, il classico anello mancante (o tardivamente riconosciuto) che giustifica i suoi predecessori e anticipa i suoi successori. Domenico Rosi, così grezzo e insensibile ma soprattutto così materialmente attaccato alle sua “roba”, ha tutti gli aspetti di un personaggio di Verga, da sembrare simile al Padron ‘Ntoni de I Malavoglia; Pietro, nella sua illusione ma soprattutto nella voglia di alienarsi dal contesto familiare ricorda senza ombra di dubbio il Mattia Pascal di Pirandello. Sempre Pietro, allo stesso tempo, si avvicina con l’essere inetto alla figura di Zeno Cosini anche se, a onor del vero, bisogna riconoscere che Svevo dimostra una maggiore consapevolezza delle dinamiche psicologiche dei suoi personaggi, mentre quella di Tozzi ci appare più come un’indagine sperimentale, volta a cercare di capire cosa si nasconde dietro le semplici apparenze. E’ importante a riguardo leggere un passo dello stesso autore, tratto dal saggio Come leggo io, il quale spiega cosa si aspetta di trovare all’interno di un romanzo:

[…] Ai più interessa un omicidio o un suicidio; ma è ugualmente interessante, se non di più, anche l’intuizione e quindi il racconto di un qualsiasi atto nostro; come potrebbe essere quello, per esempio, di un uomo che a un certo punto della sua strada si sofferma per raccogliere un sasso che vede, e poi prosegue la sua passeggiata. […] Io dichiaro di ignorare le trame di qualsiasi romanzo; perché, a conoscerle, avrei perso tempo e basta. La mia soddisfazione è di poter trovare qualche pezzo dove sul serio lo scrittore sia riuscito a indicarmi una qualunque parvenza della nostra fuggitiva realtà.

E’ tutta qui la consapevolezza di Tozzi, in queste poche ma chiarissime righe. Egli non ha mai conosciuto Freud ma riesce a coglierne i principi essenziali, essendo dotato di una grande sensibilità. Nel suo romanzo parole e inconscio si fondono continuamente, vanno a braccetto, fanno l’amore. Il flusso di coscienza non è più una sperimentazione ma diviene un artificio stilistico vincente e consapevole, tracciando una linea guida per autori più conosciuti come Svevo, Joyce, Kafka.

Se non avete letto questo romanzo, fatelo subito. Perché la letteratura, la conoscenza, l’arte, vanno divulgate come se fossero volantini di un esercizio commerciale. Se avessi preso quell’esame senza conoscere Tozzi, oggi sarei una persona meno ricca. Per questo ho sentito, quasi come un obbligo, il bisogno di aprire questo articolo raccontando il mio personalissimo episodio. Non sottovalutate mai le persone che vi aiutano a migliorare.

Don Abbondio e il piacere della codardia

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Codardo, ironico ed eccentrico: è impossibile non amare il caro Don Abbondio. Ma perché lo si apprezza così tanto, pur essendo un personaggio negativo? Cos’ha in comune con ognuno di noi?

Iniziato il viaggio tra le pagine de I Promessi Sposi, Don Abbondio è il primo personaggio presentato da Manzoni. Omaccione di circa sessant’anni con “due folti sopraccigli, due folti baffi, un folto pizzo”, una “faccia bruna e rugosa”, accetta le imposizioni di Don Rodrigo e dà il via alle numerose peripezie del romanzo.

“Cioè…” rispose, con voce tremolante, don Abbondio: “cioè. Lor signori son uomini di mondo, e sanno benissimo come vanno queste faccende. Il povero curato non c’entra: fanno i loro pasticci tra loro, e poi… e poi, vengon da noi, come s’anderebbe a un banco a riscotere; e noi… noi siamo i servitori del comune.”

[…]

“Ma, signori miei,” replicò don Abbondio, con la voce mansueta e gentile di chi vuol persuadere un impaziente, “ma, signori miei, si degnino di mettersi ne’ miei panni. Se la cosa dipendesse da me,… vedon bene che a me non me ne vien nulla in tasca…”

I Promessi Sposi, I

Così l’autore dipinge magistralmente il curato: un uomo spaventato, come dimostrano le frequenti ripetizioni (“cioè, e poi…”) e le pause discorsive, oltre al più evidente “tremolante“. Impossibile prendere la via del contrattacco, conviene passare alla difesa più estrema: l’uso della lingua in modo da rendersi il più patetico e innocente possibile (“povero curato”, “servitore del comune”). L’abilità oratoria dell’uomo di chiesa è così elevata da ingannare persino il lettore: a primo sguardo anche voi vi siete fatti intenerire da questa vittima dei prepotenti, non è così? Siete caduti nella trappola retorica di Don Abbondio e (ahivoi) non sarà né la prima né l’ultima volta che vi succederà una cosa simile. La maschera del curato manzoniano è presente anche ai giorni nostri.

È facile evitare i problemi: basta non affrontarli. In modo ancora più facile è possibile fare in modo che siano gli stessi problemi a non affrontare il diretto interessato. Per raggiungere questo obiettivo è necessario ricorrere alla codardia. Sorella di quest’ultima è la giustificazione, imprescindibile elemento per la buona riuscita del piano: una mediocre bugia può diventare un’ottima bugia se riuscirete ad ingannare, prima di tutto, voi stessi.

“Il nostro Abbondio non nobile, non ricco, coraggioso ancor meno, s’era dunque accorto, prima quasi di toccar gli anni della discrezione, d’essere, in quella società, come un vaso di terra cotta, costretto a viaggiare in compagnia di molti vasi di ferro. Aveva quindi, assai di buon grado, ubbidito ai parenti, che lo vollero prete. Per dir la verità, non aveva gran fatto pensato agli obblighi e ai nobili fini del ministero al quale si dedicava: procacciarsi di che vivere con qualche agio, e mettersi in una classe riverita e forte, gli eran sembrate due ragioni più che sufficienti per una tale scelta.”

I Promessi Sposi, I

Il nostro curato è tutto fuorché un eroe, gli epiteti del Manzoni lo dimostrano chiaramente. È altrettanto vero però che Don Abbondio non ha mai provato a cambiare la situazione, limitandosi ad una servile accettazione della propria realtà. Il vaso di terracotta si mimetizza dunque tra quelli di ferro, pur sapendo che in caso di urto durante il trasporto, sarà comunque il primo a frantumarsi. Eliminando ogni possibile rimpianto/rimorso del cambiamento, l’uomo si rinchiude in una crisalide tanto sicura quanto mediocre. Situazione osservabile in tutti i mentitori cronici: inetti che, non potendo affrontare la dura realtà, cercano di addolcirsi la pillola modificandola, ricorrendo spesso a mezzi subdoli come l’instaurazione di pietà nel prossimo.

Ma evitiamo di estremizzare il pensiero. Don Abbondio non è del tutto colpevole:

“Don Abbondio stava a capo basso: il suo spirito si trovava tra quegli argomenti, come un pulcino negli artigli del falco, che lo tengono sollevato in una regione sconosciuta, in un’aria che non ha mai respirata. Vedendo che qualcosa bisognava rispondere, disse, con una certa sommissione forzata: “monsignore illustrissimo, avrò torto. Quando la vita non si deve contare, non so cosa mi dire. Ma quando s’ha che fare con certa gente, con gente che ha la forza, e che non vuol sentir ragioni, anche a voler fare il bravo, non saprei cosa ci si potesse guadagnare. È un signore quello, con cui non si può nè vincerla nè impattarla.”

[…]

“Torno a dire, monsignore,” rispose dunque, “che avrò torto io… Il coraggio, uno non se lo può dare.”

I Promessi Sposi, XXV

I freddi rimproveri del cardinal Borromeo colpiscono violentemente l’animo dello sventurato. La presenza costante dell’espressione “avrò torto” non è una semplice nota stilistica: sottolinea il forte senso di colpa. Don Abbondio sa, nel profondo del suo cuore, di aver sbagliato. Il meccanismo di difesa, dunque, si evolve: dalla bugia si passa alla rassegnazione. Attenzione, l’accettazione è ancora presente, così come la paura. È il modo in cui questa decisione viene vista, però, che ottiene importanza. “Il coraggio, uno non se lo può dare”: la citazione più famosa del personaggio (oltre al parodistico latinorum) racchiude l’intero nucleo del suo essere. Don Abbondio non ha tutti i torti nell’avere paura, nel sottomettersi al prepotente: Don Rodrigo è conosciuto per “non minacciare invano“. La giustizia, inoltre, è dalla sua parte (come dimostra l’Azzecca-garbugli). Le forti parole di Borromeo perdono in parte valore se si analizzano questi ultimi fattori: è facile combattere il male quando si indossa una veste da cardinale…

“Ah! è morto dunque! è proprio andato!” esclamò don Abbondio. “Vedete, figliuoli, se la Provvidenza arriva alla fine certa gente. Sapete che l’è una gran cosa! un gran respiro per questo povero paese! che non ci si poteva vivere con colui. E’ stata un gran flagello questa peste; ma è anche stata una scopa; ha spazzato via certi soggetti, che, figliuoli miei, non ce ne liberavamo più: verdi, freschi, prosperosi: bisognava dire che chi era destinato a far loro l’esequie, era ancora in seminario, a fare i latinucci.”

I Promessi Sposi, XXXVIII

Difficilmente troverete un esempio di sollievo maggiore in campo letterario: la notizia della morte di Don Rodrigo viene così commentata dal nostro analizzato. Il flusso di parole celebratrici mostra l’immensa gioia presente nel cuore del curato: dopo aver passato tutto quel tempo a mentire pur di sopravvivere, la scopa del destino lo ha graziato. C’è da dire che nonostante le innumerevoli sventure capitate al vecchio, biasimarlo del tutto è l’ultimo dei nostri pensieri. Siamo tutti consci (anche lui, fidatevi) del fatto che un briciolo di coraggio in più sarebbe stato più apprezzabile da parte di un servo di Dio. Ma in quel caso il romanzo sarebbe probabilmente terminato in poche righe, col funerale di uno sfortunato (o sciocco) pretucolo. Un finale deludente, non trovate?