Nietzsche poeta: il Lamento di Arianna

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Friedrich Nietzsche è conosciuto dalla massa come filosofo stravagante ed autoritario, in grado di denunciare la reale debolezza sociale per poi esaltare l’individualità dell’uomo. Ma pochi sono a conoscenza della sua vita poetica…

Il filosofo tedesco viene elogiato per scritti come “Così parlò Zarathustra”, “L’Anticristo”, “La gaia scienza”. La teoria della morte di Dio, l’idea di superuomo e il curioso odio per il musicista Richard Wagner: tutte nozioni che, grazie all’istruzione liceale, la maggior parte degli studenti conosce bene.

C’è un aspetto però che le scuole spesso non approfondiscono: gli scritti lirici dell’autore. Sì, il folle Nietzsche si dedicò molto alla stesura di poesie, spesso ispirandosi ai canoni della letteratura greca che tanto amava (ma questo lo sapete già, giusto?). Perché soffermarsi su una produzione così oscurata dalla cultura generalizzante che ormai impera sul sistema educativo odierno? Semplicemente, perché la poesia di Nietzsche non è fine a sé stessa: rappresenta piuttosto un continuo riferimento all’opera speculativa.

“Ditirambi di Dioniso e poesie postume” è una raccolta di componimenti poetici che risale allo stesso periodo di stesura del già citato “Così parlò Zarathustra“. L’opera subì un lungo lavoro di revisione e correzione nel 1889 che terminò qualche giorno prima del famoso crollo psichico del filosofo. All’interno del testo definito si trovano ben 9 ditirambi e molti altri frammenti poetici. Preciso: il ditirambo non è altro che un’antica forma di lirica corale appartenente ai riti dionisiaci di origine greca. Chi conosce le tesi di Nietzsche riconoscerà immediatamente il rimando alla lotta morale tra spirito apollineo spirito dionisiaco.

Chi mi riscalda, chi mi ama ancora?
Date mani ardenti,
date bracieri per il cuore!
Giù prostrata, inorridita,
quasi una moribonda cui si scaldano i piedi,
sconvolta da febbri ignote,
tremante per gelidi dardi pungenti, glaciali,
incalzata da te, pensiero!
Innominabile! Velato! Orrendo!
Tu cacciatore dietro le nubi!
Fulminata a terra da te,
occhio beffardo che dall’oscuro mi guardi!
Eccomi distesa,
mi piego, mi dibatto tormentata
da tutte le torture,
colpita

da te crudelissimo cacciatore,
sconosciuto – dio

[…]

Friedrich Nietzsche, Lamento di Arianna, vv 1-18

Lamento di Arianna è uno dei ditirambi più struggenti, motivo per cui ho deciso di analizzarlo in questo breve articolo. Il poema si apre nella maniera più disperata, con l’invocazione della protagonista, desiderosa di affetto e calore. Elementi che non potranno più tornare ma che erano presenti in un periodo passato (la presenza di ancora nel verso 1 ne è prova). Come accade a chiunque, la sofferenza porta la vittima ad attaccare un possibile colpevole, in questo caso definito in più modi: il cacciatore dietro le nubi (v. 10) o, dissolvendo ogni dubbio, la divinità stessa (sconosciuto – dio… al verso 18).

Colpisci più in fondo!
Colpisci una volta ancora!
Trafiggi, infrangi questo cuore!
A che questa tortura
con frecce spuntate?
Perché guardi di nuovo
insoddisfatto da questo tormento,
con divini occhi lampeggianti?
Non vuoi uccidere,
torturare solo torturare?
A che – torturarmi,
tu malvagio dio sconosciuto?

[…]

Friedrich Nietzsche, Lamento di Arianna, vv 19-30

La teoria del dio torturatore (a che – torturarmi, al verso 29) viene confermata da questi versi successivi. Il carnefice divino viene descritto ferocemente quasi come uno psicopatico, “insoddisfatto da questo tormento” (v. 25) perché dedito all’infliggere dolore e non alla semplice uccisione. Torna l’elemento che più valorizza l’intero componimento, la disperazione nella sofferenza, espressa magistralmente dall’epanalessi al verso 28 (torturare solo torturare?) e dalla breve anafora dei  versi 19-20 (Colpisci… colpisci) che si tramuta, al terzo rintocco, in un più devastante e violento trafiggi (v. 21). Ma dietro l’apparenza, il rapporto macellaio-vittima si rivela diverso…

E’ andato!
Ecco anche lui fuggì,
il mio unico compagno,
il mio grande nemico,
il mio sconosciuto,
il mio dio carnefice!
No!
torna indietro!
Con tutte le tue torture!
Tutte le lacrime mie
corrono a te
e l’ultima fiamma del mio cuore
s’accende per te.
Oh, torna indietro,
mio dio sconosciuto! dolore mio!
felicità mia ultima…

[…]

Friedrich Nietzsche, Lamento di Arianna, vv. 90-105

Al verso 90 la divinità-boia sembra sparire. Le parole che esclamano questa fuga non sono, però, felici: Arianna continua a soffrire nel constatare ciò che è appena accaduto. Colui che la costringeva al dolore continuo, privandola del calore è ormai andato (v. 1). La donna, probabilmente divenuta succube di quel rapporto perverso, sente immediatamente la mancanza del suo carnefice: lo chiama in molti modi (unico compagno, grande nemico etc.), apparentemente contrastanti tra loro. Le lacrime del verso 99, nate inizialmente dal male, si confondono con quelle nate dal sentimento d’amore: tutto è ormai congiunto ed inscindibile. Il dolore, per quanto tale, era preferibile alla solitudine.

Con questi versi Nietzsche sottolinea ciò che ha sempre sostenuto nella sua dottrina filosofica: la divinità è una semplice e banale necessità dell’uomo debole. La figura del fantoccio creato per sopperire alla propria fragilità che prende il sopravvento e diviene giudicegiuria boia del proprio autore: concetto tanto reale quanto difficile da riconoscere.

Un lampo – Dioniso si manifesta con una bellezza smeraldina
Dioniso:
Sii saggia Arianna!
Hai piccole orecchie, hai le mie orecchie:
metti là dentro una saggia parola! –
Non ci si deve prima odiare, se ci si vuole amare?…
Io sono il tuo Labirinto…

Friedrich Nietzsche, Lamento di Arianna, vv. 106-112

Concludo la riflessione riportando la fine del componimento. Il maestro del sospetto lascia al lettore un enigmatico epifonema. Il dio brutale entra (o sarebbe meglio dire “torna“) in scena e pronuncia le seguenti parole: non ci si deve prima odiare, se ci si vuole amare? La spiegazione ha diverse interpretazioni, tutte plausibili: vita amorosa, fede religiosa o esistenza umana. In ogni caso, la debolezza rimane la protagonista.

La banalità del male

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Primo Levi è tra i più importanti testimoni degli orrori dell’Olocausto. Ma qual è il più grande messaggio che ci ha lasciato?

La letteratura del Novecento, o almeno una buona parte di essa, offre oggettivamente un notevole vantaggio a coloro che devono assorbirla, rispetto a quella dei secoli scorsi: si rende disponibile e fruibile attraverso le testimonianze dirette e facilmente reperibili degli stessi autori. Basti pensare che è possibile sentire da Ungaretti in persona, navigando sul famoso sito Youtube, la spiegazione della poesia Il porto sepolto; oppure sentire scandire dalle labbra dello stesso Montale i versi soavi di Forse un mattino andando. E ancora vedere un’intervista (datata 1985) a Primo Levi sull’esperienza nel Lager. In quest’ultima, tra le tante domande, la giornalista chiede allo scrittore piemontese chi o che cosa lo abbia aiutato di più a ricostruirsi una vita dopo quell’anno atroce ed indimenticabile passato ad Auschwitz; la risposta di Levi, sorniona, arriva non prima di qualche secondo di pausa: il desiderio di raccontare. E’ cosa abbastanza nota, infatti, che il libro della Memoria per eccellenza Se questo è un uomo si apra al lettore (subito dopo una poesia riflessiva) con un’intenzione ben precisa dell’autore, quella di sottolineare il motivo per cui è stato scritto:

Per mia fortuna, sono stato deportato ad Auschwitz solo nel 1944 e cioè dopo che il governo tedesco, data la crescente scarsità di manodopera, aveva stabilito di allungare la vita media dei prigionieri da eliminarsi, concedendo sensibili miglioramenti nel tenor di vita e sospendendo temporaneamente le uccisioni ad arbitrio dei singoli. Perciò questo mio libro, in fatti di particolari atroci, non aggiunge nulla a quanto è ormai noto ai lettori di tutto il mondo sull’inquietante argomento dei campi di distruzione. Esso non è stato scritto allo scopo di formulare nuovi capi d’accusa; potrà piuttosto fornire documenti per uno studio pacato di alcuni aspetti dell’animo umano.

“Pacato” è un aggettivo che, rapportato al mondo di Levi, ha spesso creato un certo imbarazzo e stupore in chi lo ha studiato, non tanto perché non gli si addice in quanto a temperamento, anzi, ma perché stride con le atrocità della materia trattata. Eppure lui lo usa costantemente: come si può invitare a studiare pacatamente una storia di deportazione, razzismo, tortura e azzeramento di qualsiasi diritto umano? Lo scrittore piemontese ci ha insegnato proprio questo.

Innanzitutto, come è ben spiegato nel saggio Menage a quattro di Pierpaolo Antonello, Levi era prima un chimico e poi uno scrittore, capace dunque di obbedire a istanze plurime e di avere pertanto una spiccata capacità di analisi, tanto dell’essere umano quanto del mondo e della materia che lo circondano. In lui, sin da subito, si assiste ad un dialogo tra cultura tecnico-scientifica e cultura umanistica. La condizione del Lager è stata l’emblema di un ibrido tra l’umano e l’animale, tra il naturale e il culturale, rappresentando di fatto il “momento incestuoso” di queste unioni dove lo scrittore e il chimico si incontrano e si fondono definitivamente con un doppio obiettivo: raccontare i fatti (scrittore) e analizzarli scientificamente (chimico). E’ ciò che ha vissuto ad obbligarlo a testimoniare, a raccontare, a ricorrere all’uso della parola per costruire la fortezza della testimonianza. La conoscenza di ciò che è stato si configura come scudo ad una eventuale e successiva sofferenza umana: colui che ha visto e descrive impietosamente i fatti, senza farsi minimamente prendere dal risentimento o da un sentimento di vendetta, è secondo Levi lo scrittore più efficace e quello più credibile, perché non entra mai in considerazioni personali se non in particolari circostanze, che si distaccano tuttavia dalla centralità della narrazione.

Se si presta attenzione alle numerose conversazioni e interviste che lo scrittore ebreo ha concesso sul tema della Shoah, ci si renderà conto che molti giornalisti o intervistatori hanno sempre tentato, in un modo o in un altro, di cavargli di bocca giudizi o pareri discriminanti, capaci quindi di restituire al lettore o al telespettatore un concetto categorico della negatività, del male, dell’oltraggio. Ma Levi è sempre stato contrario a facili ed ovvie generalizzazioni, mettendo in guardia il suo interlocutore ed insistendo sulle innumerevoli e sottili sfumature che soltanto un animo nobile come il suo era capace di elaborare. In tutte le descrizioni che ci ha fornito egli ha giocato continuamente con il concetto di “doppio legame”, secondo il quale anche un oppresso può diventare un oppressore e una vittima può diventare carnefice; in particolare egli sosteneva che soltanto “i sommersi”, ovvero coloro che erano caduti nei campi di internamento, potevano definirsi innocenti, mentre i “salvati” (tra cui Levi stesso) si erano portati addosso involontariamente una sorta di senso di colpa che finiva per macchiare nuovamente l’intera società. Questo modo di ragionare, oltre ad avere una matrice concettuale importante e raffinatissima, ha in sé un grande motivo pedagogico: bisogna allontanare i giudizi assoluti e le classificazioni, le quali comporteranno sempre un’espulsione e una voglia di ricercare una perfezione assoluta. La quale è, secondo Levi, non solo impossibile ma addirittura inefficiente:

[…] perché la ruota giri, perché la vita viva, ci vogliono le impurezze, e le impurezze delle impurezze: anche nel terreno, come è noto, se ha da essere fertile.

Un elogio così chiaro e senza mezze misure dell’impurezza comporta, di conseguenza, l’assunzione del male dentro di sé. Vedere il male come “altro assoluto” o “diverso”, come qualcosa che non ci riguarda, sarebbe commettere un errore imperdonabile ricadendo nell’analoga logica che ha portato ai campi di sterminio. Nella discutibile – per usare un eufemismo – logica di Hitler, infatti, gli ebrei erano “altro”, erano il “diverso”, il “non umano” da eliminare ad ogni costo; Levi ci insegna che non ci si può tirare indietro dalla responsabilità di essere uomini, mettendoci in guardia: il male assoluto non è altro da noi, è parte di noi. Ecco che quindi diviene banale, meno importante. Ha la stessa nostra faccia, non è qualcosa di estraneo o imputabile a un Dio che ci vuole punire. Credere che qualcuno da lassù ci mandi delle sciagure significa scaricare insistentemente e continuamente le proprie responsabilità verso qualcosa di metafisico, di non tangibile. Antonello la definisce, in maniera impeccabile, “un’autoassoluzione a buon mercato”.

Per concludere, ciò che accaduto in quegli anni non solo non va dimenticato, ma deve essere ricordato continuamente attraverso la lettura e le parole di uomini come Primo Levi, capaci non soltanto di regalarci perle di stile e di contenuti linguistici, ma anche di darci degli insegnamenti etico-morali che sono alla base di ogni ambizione di società civile.