I Promessi sposi una lingua unitaria in un’opera da ri-leggere

I Promessi sposi è il primo romanzo italiano di grande impianto e, pertanto, di grande respiro. Se seguiamo la linea dei classici, nel Settecento l’Italia non allinea nessun romanzo significativo; dobbiamo andare in Francia per trovare un Candido di Voltaire o una Nuova Eloisa di Rousseau (romanzi peraltro rispondenti a fini educativi o analitici molto precisi) o in Inghilterra per trovare un Robinson Crusoe di Defoe (anche questo romanzo a tesi). Nel Settecento in Italia l’opera grande, di impianto solenne, corale, e di portata universale per il contenuto, la dà Parini col Giorno. Ma il Giorno è un poema; un poema che risulta moderno per il suo contenuto di critica sociale, ma antico per la struttura e la lingua ancora classica.

La ferma convinzione dell’impegno morale e civile, implica per Manzoni la necessità di rivolgersi effettivamente ed oggettivamente, al popolo. In questa direzione, Manzoni è spinto anche dal cattolicesimo, infatti, secondo la religione, la buona novella si rivolge principalmente agli umili, con un linguaggio semplice e accessibile adatto anche ai meno colti.

La prima pagina del manoscritto, reca la data 24 aprile 1821, e i primi tre capitoli vengono composti di getto, dopo una breve prefazione. Il Fermo e Lucia, viene concluso dopo due anni, nel 1823. Manzoni sottopone subito l’opera ad una netta revisione, eliminando le digressioni più ampie, l’ordine dei capitoli muta, e la storia de La Monaca viene abbreviata.  Ciò che interessa principalmente a Manzoni è il problema della lingua, e l’assenza in Italia di una idioma letterario che fosse usato anche in ambito letterario. L’autore dunque, rifiuta ogni teorizzazione, ogni norma astratta, affermando che l’unità linguistica può nascere solo dall’unità del popolo che in essa può riconoscersi.

Le vicende di Renzo e Lucia sono quelle di tutti gli oppressi, degli umili che fanno la storia senza saperlo e senza che essa se ne curi, e i due personaggi sono la concretizzazione di quel vero poetico che è l’unico spazio in cui la letteratura si possa efficacemente impegnare senza entrare in concorrenza con la storia, ma sfruttando tutto ciò che della storia è parte integrante e viva.

Dal punto di vista linguistico, Il Fermo e Lucia, si basava su una lingua definita “europeizzante”, modellata sul milanese, sul toscano e sul latino, poi trasformato in toscano libresco.

L’edizione del 1840-42 (la quarantana) si rifà al modello greco, con una narrazione omogenea ed unitaria; due giovani innamorati ma ostacolati nel loro amore a causa di una serie di avversità.  Quindi, tale edizione, segue il modello antico, colorandosi di riferimenti fortemente improntati sui valori antichi. La nuova stesura del romanzo, suddiviso in 38 capitoli, è un completo rifacimento del Fermo e Lucia (la ventisettana). La narrazione, nella stesura definitiva, è più omogenea, intesa come la normale esistenza dei due giovani innamorati, aiutati e sostenuti contro una serie di “norme” opprimenti e ingiuste.

Mentre, nella prima edizione del romanzo, ossia il Fermo e Lucia, la lingua, come affermato precedentemente, è “europeizzante”, quindi caratterizzata da una molteplicità di modelli linguistici differenti, nell’edizione definitiva de I Promessi sposi, appare quasi una lingua “nazionale”, viva e aperta al pubblico medio. Tale scelta linguistica, definisce la lingua come un vero e proprio “istrumento sociale”, ossia, un mezzo di comunicazione per tutti.

Proprio in riferimento alla lingua quale strumento sociale, intervenne più volte Umberto Eco; il noto autore, sottolineò, la grandezza dell’opera manzoniana, ma anche le difficoltà a donare giusta attenzione alla lettura dell’opera, soprattutto in età scolastica.

Rivolgendosi ad alcuni ragazzi intervenuti ad una sua lezione, Umberto Eco affermò: “Molti pensano che I promessi sposi sia noioso perché sono stati obbligati a leggerlo a scuola verso in quattordici anni, e tutte le cose che facciamo perché siamo obbligati sono delle gran rotture di scatole”. Un “obbligo” che però a distanza di tempo, diventa meraviglia e stupore, ma anche coinvolgimento in un’opera tanto grande, e così fortemente caratterizzante, in grado di arricchire con una tematica apparentemente semplice. I Promessi sposi è un’opera da ri-leggere, più e più volte, per fare in modo che ogni parola, ogni personaggio, ogni luogo, ogni sfaccettatura, anche minima e che sicuramente non è stata scritta a caso, entri nella mente del lettore.

Probabilmente era proprio questo l’intento di Alessandro Manzoni, far sì che chiunque potesse leggere un piccolo pezzo di quotidianità (seppur lontana e oramai passata) in un’opera così famosa, ricca di contenuti, nella quale la presenza dell’autore è costante.

Decameron: analogie e attualità

DecameronIl Decameron è una delle opere più famose di Giovanni Boccaccio, considerato, con la Divina Commedia, tra le più celebri della letteratura italiana; le due rinomate opere presentano numerose analogie, e temi fortemente attuali.

Il Decameron è l’opera principale di Giovanni Boccaccio (iniziato nel 1349 e portato a termine nel 1351), raccolta di cento novelle inserite in una cornice narrativa comune che nasce da un tragico fatto storico. Per sfuggire alla peste del 1348, che aveva ucciso il padre e numerosi amici dello scrittore, un gruppo di dieci amici si rifugia in una villa fuori Firenze. Sette donne e tre uomini trascorrono dieci giornate (da cui il titolo dell’opera) intrattenendosi vicendevolmente con una serie di racconti narrati a turno. Un personaggio alla volta è infatti eletto re della giornata, e ha il compito di proporre un argomento che gli altri narratori sono tenuti a rispettare. Fanno eccezione a questo schema obbligato la prima e la nona giornata, in cui l’argomento delle novelle è libero.

Il Decameron rappresenta una novità atipica della letteratura essendo esso privo di un vero e proprio spirito d’azione (a differenza dei romanzi cavallereschi tipici del secolo) ma porta alla luce una forte predominanza dell’io poetico, che si palesa e al contempo si mescola alla descrizione della cornice narrativa, intervenendo con ragionamenti vari.

L’opera può essere definita fortemente attuale, in quanto, oltre alla struttura tipica che si riscontra con una sommaria lettura dell’opera, possiede una vera e propria morale, perfettamente collegabile alla società e ai temi attuali. La peste alla quale i personaggi sfuggono, in realtà rappresenta la decadenza dell’uomo; è allegoria del degrado morale dell’uomo peccatore e insieme della crisi di un’intera civiltà, quella del tardo Medioevo e in particolare dell’Italia comunale.

Ciò che più colpisce leggendo il Decameron, è la posizione assunta da Giovanni Boccaccio, che si presenta come un letterato e non un linguista. Un vero e proprio letterato attento ai temi trattati e al modo in cui essi si susseguono all’interno della narrazione. Il Decameron rappresenta il primo e più grande capolavoro in prosa della tradizione letteraria italiana antica, e si distingue per la ricchezza e la varietà degli episodi (che alternano toni solenni e umorismo popolare), per la duttilità della lingua e la sapiente analisi dell’animo umano.

Per questa sua opera Boccaccio attinse a molteplici fonti: i classici greci e latini, la letteratura popolare compreso il patrimonio delle fiabe tradizionali, le raccolte di novelle italiane precedenti come il Novellino e le varie traduzioni contaminate delle Mille e una notte, come ad esempio accade nella novella intitolata “Fra Cipolla” (VI, 10). Il racconto può essere definito una predica-parodia dei racconti dei viaggi nell’oriente, da Marco Polo a Le mille e una notte, Alla base, però, c’è anzitutto l’acuta osservazione della realtà, che rende l’opera collimante con la realtà attuale e dunque ad essa vicina.

Il Decameron presenta una nuova idea dell’uomo, non più indirizzato esclusivamente dalla grazia divina ma inteso come artefice del proprio destino, un’idea che anticipa la concezione antropocentrica (l’uomo considerato al centro dell’universo) che sarà elaborata dagli umanisti del Quattrocento. Anche per questo aspetto ideologico il libro segna un punto di svolta rispetto alle tradizioni letterarie consolidate nel Medioevo.

Boccaccio guida la narrazione, con le parole, i sentimenti, le passioni del narratore di turno. È risaputo che la Divina Commedia e il Decameron, rappresentino i due capolavori della letteratura italiana; in realtà, le due opere presentano numerose analogie, nonostante la celebre opera di Boccaccio, venga spesso definita l’anti-Commedia, in quanto presenta una visione della realtà, che si oppone a quella propinata da Dante nella Divina Commedia. Al centro dell’opera dantesca, vi è una forte visione teocentrica, basata sull’idea che al centro dell’universo ci sia esclusivamente Dio. Boccaccio invece, supera questa visione, proponendo una visione antropocentrica, e quindi l’agire umano alla base di tutto.

Una concezione particolarmente attuale, che ancora oggi fa riflettere e permette di analizzare l’opera secondo più prospettive e temi. L’attualità di Boccaccio colpisce, ancora oggi, nonostante l’opera sia uno dei capolavori della letteratura medievale, tra le più lette tra i banchi di scuola. Ad una prima analisi, potrebbe sembrare una narrazione piuttosto semplice, duttile, tuttavia, man mano che si procede nella lettura, si comprende quanto fitta sia la trama degli argomenti e dei temi che s’inseriscono tra i personaggi e gli episodi.

La ripartizione interna delle dieci giornate, nelle quali si dispongono le cento novelle, è uguale alla ripartizione delle Cantiche della Divina Commedia, ossia rigorosamente ternaria. Il parallelismo più evidente è quello tra la selva oscura decritta da Dante e la descrizione della terribile peste fiorentina del 1348, affresco della potente agonia di una città, che già Dante aveva visto come scintille malefiche della superbia, avidità e angoscia.

Nella “Divina Commedia” l’umanità viene punita (naturalmente dal punto di vista metaforico) con la morte, intesa come conseguenza dei peccati di cui si è macchiata. Nel “Decameron” le virtù degli uomini sono viste in modo positivo, anzi sono proprio esse a sconfiggere la fortuna, ad esempio nella novella di Chichibio la condizione del protagonista viene influenzata dalla sorte e grazie al suo ingegno riesce a non farsi punire dal padrone. Oppure in “Andreuccio da Perugia” il protagonista, grazie alla furbizia acquisita, riesce a superare alcune situazioni imposte dalla sorte.

Dante Alighieri invece, condanna gli uomini proprio a causa di queste  virtù: nel ventiseiesimo canto dell’ “Inferno”, infatti, si incontra Ulisse colpevole di aver usato la sua eloquenza per ingannare e sfuggire a nemici che la fortuna gli aveva proposto.

Dunque, due visioni completamente dicotomiche: da una parte c’è Dante, fortemente laico, dall’altra, nel Decameron, Boccaccio descrive le forze umane che guidano l’uomo consentendogli, con le proprie doti, di confrontarsi con le grandi forze del mondo.

Il Decameron non è una lettura da letterati di professione, anche se raffinato ed elegante. L’uomo, con le sue qualità e i suoi vizi, è il protagonista unico di vicende dove agiscono tre motivi o molle fondamentali: Fortuna, Amore e Intelligenza, presentate in tutta una ricca gamma di possibili sfumature. C’è da dire che Boccaccio impone nel Decameron una poetica realistica che comporta, oltre al citato pluristilismo, precisione di dettagli, descrizioni circostanziate, riferimenti “storici” a luoghi o persone reali. C’è assenza di questioni religiose, morali e politiche, e si individua nel naturalismo e nella rappresentazione realistica del mondo dei sensi il suo motivo ispiratore. L’amore, uno dei temi principali del Decameron, è visto come un istinto irrefrenabile, come legge naturale: la concezione laica presente è ben distante da quella della produzione boccacciana precedente. L’opera è destinata a fornire diletto e insieme consigli pratici di comportamento alle donne innamorate.