Una Vita di Poesia: Charles Baudelaire

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                                    “Quando si ha un figlio come me non ci si risposa

Da una lettera di Charles alla madre

Charles Baudelaire è tra gli artisti più enigmatici e controversi, noto per i suoi vizi, le sue poesie e la fama d’essere maledetto. Ma cosa si nasconde dietro la sua figura? Cosa ha reso l’uomo Baudelaire il poeta che ora tutti conosciamo?

Dal carattere poliedrico ed acuto, Baudelaire scrive una poesia ricca di spunti di riflessione su numerosi interrogativi riguardanti la sua vita. Tra questi, uno che sta alla base della sua figura è la relazione tra il poeta ed il sesso femminile. Leggendo “Le Fleurs du Mal”, infatti un aspetto che subito viene colto è il rapporto contraddittorio che Baudelaire sviluppa con le donne. Queste infatti hanno accompagnato lo scrittore durante tutte le sue fasi, da quella giovanile fino al periodo bohémien e del dissesto economico, giocando così un ruolo fondamentale nella sua vita sentimentale ed artistica. Dalle poesie che Baudelaire dedica alle sue numerose amanti, si nota che di loro non prediligeva un particolare carattere (infatti ebbe relazioni con donne molto diverse, passando sia dalle braccia della donna angelo e sia da quelle più carnali) ma tutte condividevano un elemento non indifferente agli occhi del poeta, un mistero che le rendeva oscure ed incomprese, e che contribuiva alla loro bellezza. Questo stesso mistero infatti, se da un lato avvicinava il poeta alle donne, lasciandolo invaghito di chi lo possedeva, dall’altro lo spaventava, costringendolo in ultimo a ripudiarle e maledirle poiché non le comprendeva fino in fondo. Per questo motivo, il poeta è rimasto ossessionato da ciò per il resto della sua vita, cercando di risolvere quel mistero attraverso nuove relazioni che però lo lasciavano insoddisfatto.

La soluzione di questo mistero è sicuramente da ricercare all’interno del complesso rapporto tra Baudelaire e sua madre. Infatti il carattere già sensibile e ribelle del poeta in giovinezza viene ulteriormente scosso quando lei decide di sposare in seconde nozze un altro uomo in seguito alla morte del primo marito, gesto che l’artista considererà come essere abbandonato e lasciato da parte dalla stessa persona che lo aveva messo al mondo, creando così una frattura nel suo animo che tenterà costantemente di risanare colmandola con le attenzioni di altre donne senza però riuscirci. Quello che Baudelaire infatti mancava di raggiungere era l’amore originale, ottenuto senza riserve, che poteva essere donato solo ed esclusivamente da una madre verso il proprio figlio, un amore che continuasse duraturo nonostante i suoi vizi e le sue ossessioni, e che lo accettasse per quello che realmente era. Ed è qui che si nasconde il mistero che il poeta ha cercato di risolvere, ovvero la capacità che ha una donna di amare ed abbandonare, accettare e rifiutare, giurare e poi tradire, come se ciò non compromettesse nulla nel suo animo. Tutto ciò indusse in Baudelaire un complesso di Edipo, alterando la sua concezione di donna tanto che chi non lo ha compreso lo appellò come misogino. Proprio la prima sensazione di abbandono provata dalla madre, a mio avviso, convertì Baudelaire da semplice uomo a complesso artista, concedendoci ai giorni nostri di gustare immensa poesia ottenuta però in cambio di una vita tormentata in perenne ricerca di qualcosa che troverà solo negli ultimi anni, quando si riavvicinerà alla madre, dopo la morte del patrigno. Proprio quest’ultima dirà di Baudelaire “Se Charles si fosse lasciato guidare dal suo patrigno, la sua carriera sarebbe stata ben diversa. Non avrebbe lasciato un nome nella letteratura, è vero, ma saremmo stati tutti e tre felici”.

Anche in questo caso, come per Agosta Kristof nell’espisodio precedente, se la vita non avesse agito con le sue difficoltà non avremmo avuto la poesia.

Una Vita di Poesia: Agota Kristof

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Vivere

Nascere
Piangere succhiare bere mangiare dormire aver paura
Amare
Giocare camminare parlare andare avanti ridere
Amare
Imparare scrivere leggere contare
Battersi mentire rubare uccidere
Amare
Pentirsi odiare fuggire ritornare
Danzare cantare sperare
Amare
Alzarsi andare a letto lavorare produrre
Innaffiare piantare mietere cucinare lavare
Stirare pulire partorire
Amare
Allevare educare curare punire baciare
Perdonare guarire angosciarsi aspettare
Amare
Lasciarsi soffrire viaggiare dimenticare
Raggrinzirsi svuotarsi affaticarsi
Morire.

Agota Kristof

Agota Kristof è stata tra le voci che maggiormente hanno rappresentato le controversie del ‘900, ricco sia di enormi aspettative per il futuro, con la modernità che pian piano si faceva sempre più presente nel mondo, e sia dei drammi della guerra, dovuta al desiderio di potere a cui l’uomo aspira. Dall’incontro tra l’animo sensibile di Agota e la durezza della vita, nasce la sua poesia, appuntita come “Chiodi”.

Spesso ci si stupisce di quanto l’arte possa affiancarsi ad opere disumane, che lasciano in chi le medita un senso di vuoto e sgomento; basti bensare a Goya, Munch, a Caravaggio, capaci di sovvertire quel dogma secondo cui l’arte innalza l’animo dell’uomo avvicinandolo ad una condizione di estasi. Agota si inserisce in questa speciale classe di artisti, in quanto con la sua poesia non eleva l’uomo ma lo rivela per ciò che realmente è, portandolo al piano più essenziale dell’esistenza. E di fatto, recitando i suoi versi, si respira la vita reale in componimenti come “In fabbrica”, “Il condannato” o “Chiodi”, da cui prende nome la sua raccolta di poesie. Il suo modo di scrivere è corrotto dall’esperienza di aver vissuto lontana dalla sua terra natia, l’Ungheria, a causa dell’intervento dell’Armata Rossa per reprimere le rivolte contro la Russia, costringendola ad emigrare appena ventenne in Svizzera con la figlia e a lavorare in fabbrica per sostenersi. Questa improvvisa rottura tra ciò che era, l’idillio del suo paese natale, e ciò che sarà, il trasloco in una terra sconosciuta e lontana dai suoi affetti, le lacererà l’animo tanto da affermare che “due anni di galera in Urss erano probabilmente meglio di cinque anni di fabbrica in Svizzera”. Da quella fuga, leggendo le sue pagine, si può scorgere una costante malinconia per il tempo passato nel villaggio dove era nata ma questa sensazione non è accompagnata dalla dolcezza dei ricordi di quei momenti ma dal risentimento e dalla tristezza di aver perso per sempre quella sua piccola ma ideale realtà. Per queste ragioni Agota nelle sue poesie tratta costantemente tematiche come l’abbandono, l’isolamento, la morte senza lasciare al lettore nessuno spiraglio di speranza, reclusa ormai al passato che non potrà più tornare.

Ancora una volta, il dramma della vita ha cambiato l’animo di un uomo rendendolo più grande e complesso di quello che sarebbe stato se non fosse mai stato toccato dalle difficoltà a dalle tragedie. Tutto questo ci ha consegnato a noi lettori una poetessa che ha dedicato la sua vita alla ricerca di una umanità perduta, di una realtà che va oltre la carne a cui costantemente aneliamo quando ci chiediamo”Chi sono io?”. Ma qual’è stato il prezzo dell’artista per questa scoperta?

Con quanto detto, inauguro un ciclo di articoli in cui verrà analizzato in che modo la vita ha cambiato l’uomo rendendo quest’ultimo un poeta.

#pilloleinfernali:ep.8 – ARGENTI VIVE

flegiasConoscere il passato per aggiustare il presente e vivere il futuro. L’inferno di Dante raccontato a “pillole” ha questo obiettivo: una presa di coscienza di ciò che si è. Ci immergiamo passo dopo passo nella cantica forse più dinamica e accattivante di tutta la Divina Commedia. E lo facciamo a modo nostro. Con ironia, passione e…vignette!  

NEGLI EPISODI PRECEDENTI: Dante e Virgilio entrano all’inferno e incontrano gli ignavi, coloro che in vita non seppero e non vollero prendere alcuna decisione. Questi sono i primi a subire la legge del contrappasso, costretti a inseguire perennemente una sorta di bandiera e ad essere punti da vespe e mosconi; successivamente i due arrivano alla riva del fiume Acheronte, dove una schiera di anime dannate aspetta impazientemente Caronte, il traghettatore ufficiale. Arrivato sull’altra sponda del fiume, il poeta fiorentino si accorge di essere nel limbo, luogo di spiriti magni che sperano eternamente, ma invano, di conoscere Dio: tra queste anime è ubicato anche Virgilio. Dopo qualche chiacchiera con i grandi oratori e poeti del passato, i due proseguono il viaggio scendendo nel secondo cerchio, dove incontrano i primi veri peccatori: i lussuriosi che, travolti continuamente da un’incessante bufera, subiscono il contrappasso per analogia. Dante si concentra su Paolo e Francesca, due giovani vittime di un amore illegittimo e al centro dei fatti di cronaca del Duecento. Successivamente si arriva nel terzo cerchio custodito dal cane a tre teste Cerbero: qui vi sono i golosi immersi in un fango puzzolente che viene alimentato da grandine e neve sporca. Sono costretti ad ingerire continuamente ciò che scende dal cielo infernale senza mai sentirsi sazi. Dante incontra il concittadino Ciacco che gli predice l’esilio spiegando i motivi profondi del dissidi tra fiorentini. Superato il quarto cerchio si passa nel quinto, quello custodito dal demone Plutone e dove son puniti avari e prodighi, costretti a spingere macigni che rappresentano il denaro: un peso e un ostacolo sul cammino che non porterà mai a una soddisfazione definitiva. Dopo un breve ma intenso dibattito sulla Fortuna destinata agli uomini, Dante e Virgilio arrivano ai piedi di una torre ubicata nelle acque stagnanti dello Stige, la palude che inghiotte gli iracondi.

In realtà, prima di arrivarci, Dante scorge in cima una fiaccola che manda segnali a un’altra più lontana. Incuriosito, domanda al maestro: “Chi ha fatto tutto ciò? Che vuol dire, c’è qualcuno che manda segnali? Ci sono pericoli?? Aiutami mio pozzo di sapienza!”, e a noi piace immaginarlo che tira i vestiti di Virgilio mentre palesa tutte le sue perplessità. “Figlio mio, e che pazienza ci vuole con te! Aspetta un attimo che adesso lo capirai da solo, basta che guardi le acque putride che hai davanti agli occhi!” Nemmeno il tempo di discutere che, come la freccia più veloce che scocca dall’arco, arriva la barchetta guidata da Flegiàs, personaggio mitologico ed eretico (aveva bruciato il tempio di Apollo per vendicare sua figlia Coronide, sedotta dallo stesso Dio). Il ruolo che Dante autore attribuisce a Flegiàs non è ben chiaro: c’è chi ipotizza sia un traghettatore, chi un custode, chi un semplice dannato; tuttavia, essendo già nel cuore dell’inferno e quindi oltre il giudizio di Minosse, viene più facile pensare che a lui è affidato il compito di gettare gli iracondi nella melma paludosa, come si capirà più avanti. “Ti ho preso finalmente, anima infame!”, urla il cocchiere. E Virgilio…dai che lo sapete cosa fa Virgilio, ma è sempre meglio ricordarlo: “Flegiàs, ma che te strilli? Fai il bravo e portaci all’altra sponda della palude.” Allora il traghettatore, capendo che il viaggio è voluto dalla divina provvidenza, si chiude in un “muto rancore”. Dante e Virgilio salgono così sulla barchetta e iniziano a navigare le acque dello Stige.

Io dico, seguitando, ch’assai prima
che noi fossimo al piè de l’alta torre,
li occhi nostri n’andar suso a la cima 3

per due fiammette che i vedemmo porre,
e un’altra da lungi render cenno,
tanto ch’a pena il potea l’occhio tòrre. 6

E io mi volsi al mar di tutto ’l senno;
dissi: “Questo che dice? e che risponde
quell’altro foco? e chi son quei che ’l fenno?”. 9

Ed elli a me: “Su per le sucide onde
già scorgere puoi quello che s’aspetta,
se ’l fummo del pantan nol ti nasconde”. 12

Corda non pinse mai da sé saetta
che sì corresse via per l’aere snella,
com’io vidi una nave piccioletta 15

venir per l’acqua verso noi in quella,
sotto ’l governo d’un sol galeoto,
che gridava: “Or se’ giunta, anima fella!”. 18

“Flegïàs, Flegïàs, tu gridi a vòto”,
disse lo mio segnore, “a questa volta:
più non ci avrai che sol passando il loto”. 21

Qual è colui che grande inganno ascolta
che li sia fatto, e poi se ne rammarca,
fecesi Flegïàs ne l’ira accolta. 24

Lo duca mio discese ne la barca,
e poi mi fece intrare appresso lui;
e sol quand’io fui dentro parve carca. 27

Tosto che ’l duca e io nel legno fui,
segando se ne va l’antica prora
de l’acqua più che non suol con altrui. 30

Mentre proseguono, una delle anime dannate viene fuori dal pantano e nuota in direzione della barchetta; tutto infangata e adirata urla: “E tu chi sei? Cosa ci fai in questo luogo prima del tempo?”, rivolgendosi naturalmente a Dante. Che replica immediatamente: “Sono solo di passaggio, ma chi sei tu piuttosto, così brutto e tutto infangato?” Ci costa dirlo, ma qui il nostro poeta un po’ se l’è cercata e ci ha fatto la figura del “capitan ovvio”. “Sono un dannato, cos’altro sennò?!?” Il dannato in questione è Filippo Argenti, membro di una famiglia fiorentina rivale a quella dell’Alighieri. Si narra che una volta prese a schiaffi Dante, suo vicino di casa, poiché non aveva messo una buona parola al fine di risollevarlo da certi problemi giudiziari. E’ evidente che il Dante autore lo colloca all’inferno, tra gli iracondi, per una rivincita personale. Infatti esclama: “Resta qui a piangere e soffrire, spirito maledetto: ti ho riconosciuto sai, anche se sei tutto sporco e infangato!” A questo punto l’Argenti che badate bene, è pur sempre uno bello incazzato e che sarebbe meglio non provocare, si attacca con entrambe le mani alla barchetta per farlo cadere ma Virigilio subito lo respinge con un bel calcio sulle gengive. Successivamente prende Dante tra le braccia, come un padre prende un figlio, ed esclama: “Finalmente fai l’uomo! Bello mio! Così ti voglio!”

Come ci spiega Nembrini, Virgilio riconosce nel suo allievo un cambiamento, una crescita, e gioisce per quello; tuttavia occorre necessario riportare anche l’interpretazione dello stesso docente bergamasco sulla differenza tra un’ira e l’altra, e cioè tra quella di Filippo Argenti e di Dante. La prima, quella per cui si va all’inferno e si patisce una simile pena, è un cedimento alla violenza che finisce col logorarti, perché il desiderio di vendetta è perenne e domina la tua esistenza; la seconda invece è nella posizione opposta, vale a dire quella dell’umile che rifiuta la prepotenza. Il disprezzo e la rabbia di Dante verso l’Argenti sono giusti perché esprimono un distacco da quel tipo di condizione. Quindi, anche se apparentemente lo scontro tra i due è dominato dall’ira, bisogna riconoscere la natura dell’una e dell’altra. “Maestro” – riprende Dante – “prima di lasciare questo posto mi piacerebbe vederlo sprofondare definitivamente nella melma”. E così accade: Filippo Argenti, aggredito dagli altri iracondi che urlano il suo nome, sprofonda subendo uno strazio per il quale Dante (parole sue) […]che Dio ancor ne lodo e ne ringrazio.

Mentre noi corravam la morta gora,
dinanzi mi si fece un pien di fango,
e disse: “Chi se’ tu che vieni anzi ora?”. 33

E io a lui: “S’i’ vegno, non rimango;
ma tu chi se’, che sì se’ fatto brutto?”.
Rispuose: “Vedi che son un che piango”. 36

E io a lui: “Con piangere e con lutto,
spirito maladetto, ti rimani;
ch’i’ ti conosco, ancor sie lordo tutto”. 39

Allor distese al legno ambo le mani;
per che ’l maestro accorto lo sospinse,
dicendo: “Via costà con li altri cani!”. 42

Lo collo poi con le braccia mi cinse;
basciommi ’l volto e disse: “Alma sdegnosa,
benedetta colei che ’n te s’incinse! 45

Quei fu al mondo persona orgogliosa;
bontà non è che sua memoria fregi:
così s’è l’ombra sua qui furïosa. 48

Quanti si tegnon or là sù gran regi
che qui staranno come porci in brago,
di sé lasciando orribili dispregi!”. 51

E io: “Maestro, molto sarei vago
di vederlo attuffare in questa broda
prima che noi uscissimo del lago”. 54

Ed elli a me: “Avante che la proda
ti si lasci veder, tu sarai sazio:
di tal disïo convien che tu goda”. 57

Dopo ciò poco vid’io quello strazio
far di costui a le fangose genti,
che Dio ancor ne lodo e ne ringrazio. 60

Tutti gridavano: “A Filippo Argenti!”;
e ’l fiorentino spirito bizzarro
in sé medesmo si volvea co’ denti. 63

Quivi il lasciammo, che più non ne narro;
ma ne l’orecchie mi percosse un duolo,
per ch’io avante l’occhio intento sbarro. 66

Arrivati in prossimità dell’altra parte della palude, Virgilio riprende la parola: “Figlio mio, siamo ormai vicini alla città di Dite, con i suoi cittadini arrabbiati e sofferenti, presidiata da molti demoni.” E Dante: “Sinceramente qualcosa avevo capito, perché è da qualche minuto che noto quelle torri e quelle mura imponenti verso le quali ci avviciniamo sempre di più.” Questa città, così misteriosa e tenebrosa, è di fatto l’ostacolo da superare per passare nel cerchio successivo, il sesto. Dopo aver congedato Flegiàs, i due poeti arrivano al cospetto delle porte dove più diavoli urlano rabbiosamente: “Chi siete? E chi è soprattutto quell’anima viva che attraversa questo regno senza esser morto?” Virgilio, per la prima volta, non agisce “like a boss” ma ha un approccio diplomatico scegliendo, col dito alzato a mò di cliente che richiama l’attenzione del cameriere, di poter parlare con loro in disparte e con calma. Del resto, come biasimarlo: non è cosa di tutti i giorni andare a colloquio con una schiera di demoni infuocati. “Va bene, vieni con noi in disparte, ma quello che ti porti appresso se ne vada pure e non osi entrare nel nostro regno! Anzi, che se ne ritorni indietro da solo, se ne è capace, visto che è arrivato qui solo grazie a te!” Qui parafrasiamo letteralmente ciò che Dante scrive, proprio per dare l’idea dello sconforto che gli viene dopo aver ascoltato quelle parole: “Pensa, o mio lettore, che sconforto mi prese ascoltando quelle parole maledette, perché pensai che non sarei più ritornato a casa”.

Anche in questo caso Nembrini ci dà la sua fondamentale chiave di lettura. Dante è già cresciuto molto in questo percorso, in questi otto episodi. E’ passato dall’indietreggiare dinanzi alle porte infernali all’offendere un’anima dannata che lo aggredisce. Insomma, ha acquisito e sta acquisendo una certa autorità. Ma tutto questo non va confuso con la presunzione, con la convinzione di cavarsela da solo: appena Virgilio si allontana da lui, appena si manifesta la possibilità di doversi distaccare dalla sua guida, Dante va in panico e ristabilisce, consapevolmente da autore e inconsapevolmente da protagonista, la gerarchia tra allievo e maestro. Che si traduce inevitabilmente come necessità di seguire una retta via, un bene superiore.

“Oh mio maestro, tu che mi hai messo al sicuro infinite volte, ti prego non mi abbandonare! Sono molto impaurito, e se non ci lasciano proseguire non fa nulla, torniamo indietro insieme!” Così Dante, come un marinaio che teme di perdere la rotta, implora il suo maestro di non lasciarlo lì da solo. E Virgilio: “Non avere paura: nessuno può impedirci di passare, ricorda sempre chi ha voluto questo viaggio! Fatti coraggio e aspettami qui, non ti abbandonerò.” Una bel bacetto ci sarebbe stato, in tutta onestà, ma nel medioevo queste cose non le capivano e soprattutto non le avrebbero capite. Verso la fine dell’episodio Virgilio va a discutere con quei demoni rabbiosi che, arroganti, decidono di impedirgli il passo rispendendolo a testa bassa dal suo allievo. Quest’ultimo, trovandosi in imbarazzo, cerca di confortarlo. Ma il nostro Virgilio è sempre il numero uno, è sempre colui che ha zittito Caronte, e Minosse, e poi Cerbero e poi Argenti. Non può arrendersi così. E infatti: “Sono arrabbiato come non mai figlio mio, guarda un po’ con chi devo avere a che fare! Ma stai tranquillo perché io questa sfida la vincerò, chiunque protegga quelle dannate mura. Del resto dovevo aspettarmelo, anche quando arrivò Cristo risorto opposero resistenza.” Dante, interdetto, risponde: “E come faremo, dunque?”

Immaginate una musica ansiogena e un primo piano su Virgilio che, lentamente, si volta e sentenzia: “Qualcuno sta già arrivando per noi.” Fine.

O meglio, fine episodio.

Lo buon maestro disse: “Omai, figliuolo,
s’appressa la città c’ ha nome Dite,
coi gravi cittadin, col grande stuolo”. 69

E io: “Maestro, già le sue meschite
là entro certe ne la valle cerno,
vermiglie come se di foco uscite 72

fossero”. Ed ei mi disse: “Il foco etterno
ch’entro l’affoca le dimostra rosse,
come tu vedi in questo basso inferno”. 75

Noi pur giugnemmo dentro a l’alte fosse
che vallan quella terra sconsolata:
le mura mi parean che ferro fosse. 78

Non sanza prima far grande aggirata,
venimmo in parte dove il nocchier forte
“Usciteci”, gridò: “qui è l’intrata”. 81

Io vidi più di mille in su le porte
da ciel piovuti, che stizzosamente
dicean: “Chi è costui che sanza morte 84

va per lo regno de la morta gente?”.
E ’l savio mio maestro fece segno
di voler lor parlar segretamente. 87

Allor chiusero un poco il gran disdegno
e disser: “Vien tu solo, e quei sen vada
che sì ardito intrò per questo regno. 90

Sol si ritorni per la folle strada:
pruovi, se sa; ché tu qui rimarrai,
che li ha’ iscorta sì buia contrada”. 93

Pensa, lettor, se io mi sconfortai
nel suon de le parole maladette,
ché non credetti ritornarci mai. 96

“O caro duca mio, che più di sette
volte m’ hai sicurtà renduta e tratto
d’alto periglio che ’ncontra mi stette, 99

non mi lasciar”, diss’io, “così disfatto;
e se ’l passar più oltre ci è negato,
ritroviam l’orme nostre insieme ratto”. 102

E quel segnor che lì m’avea menato,
mi disse: “Non temer; ché ’l nostro passo
non ci può tòrre alcun: da tal n’è dato. 105

Ma qui m’attendi, e lo spirito lasso
conforta e ciba di speranza buona,
ch’i’ non ti lascerò nel mondo basso”. 108

Così sen va, e quivi m’abbandona
lo dolce padre, e io rimagno in forse,
che sì e no nel capo mi tenciona. 111

Udir non potti quello ch’a lor porse;
ma ei non stette là con essi guari,
che ciascun dentro a pruova si ricorse. 114

Chiuser le porte que’ nostri avversari
nel petto al mio segnor, che fuor rimase
e rivolsesi a me con passi rari. 117

Li occhi a la terra e le ciglia avea rase
d’ogne baldanza, e dicea ne’ sospiri:
“Chi m’ ha negate le dolenti case!”. 120

E a me disse: “Tu, perch’io m’adiri,
non sbigottir, ch’io vincerò la prova,
qual ch’a la difension dentro s’aggiri. 123

Questa lor tracotanza non è nova;
ché già l’usaro a men segreta porta,
la qual sanza serrame ancor si trova. 126

Sovr’essa vedestù la scritta morta:
e già di qua da lei discende l’erta,
passando per li cerchi sanza scorta, 129

tal che per lui ne fia la terra aperta”.

Ci vediamo lunedì 6 maggio con l’episodio numero 9: “Ereticamente”.

Si ringrazia Carmen Ammendola per le illustrazioni.

 

#pilloleinfernali: Ep. 5 – VENTO DI PASSIONE

paolo e francesca

Conoscere il passato per aggiustare il presente e vivere il futuro. L’inferno di Dante raccontato a “pillole” ha questo obiettivo: una presa di coscienza di ciò che si è. Ci immergiamo passo dopo passo nella cantica forse più dinamica e accattivante di tutta la Divina Commedia. E lo facciamo a modo nostro. Con ironia, passione e…vignette!  

NEGLI EPISODI PRECEDENTI: Dante e Virgilio si dirigono verso la “città dolente” e, una volta superato l’ingresso caratterizzato dalla scritta “lasciate ogni speranza voi ch’intrate, si trovano in un una zona intermedia che precede l’inferno vero e proprio e in cui vi sono gli ignavi, coloro che in vita non seppero e non vollero prendere alcuna decisione. Questi sono i primi a subire la legge del contrappasso, costretti a inseguire perennemente una sorta di bandiera e ad essere punti da vespe e mosconi; successivamente i due arrivano alla riva del fiume Acheronte, dove una schiera di anime dannate aspetta impazientemente Caronte, il traghettatore ufficiale dalla barba bianca e dagli occhi infuocati. Il vecchio, accortosi che Dante è un’anima viva, si oppone immediatamente alla sua presenza in quel luogo ma Virgilio, deciso, lo invita a non ribellarsi al volere divino. Subito dopo c’è una forte scossa di terremoto che provoca in Dante una sorta di svenimento. Risvegliatosi sull’altra sponda del fiume, il poeta fiorentino si accorge di essere arrivato nel limbo, luogo di spiriti magni che sperano eternamente, ma invano, di conoscere Dio. Sono di fatto anime sospese: persone buone, anche di valore umano e culturale, consapevoli però di vivere un desiderio senza speranza. Tra queste anime è ubicato anche Virgilio. Dopo qualche chiacchiera con i grandi oratori e poeti del passato, i due proseguono il viaggio scendendo nel secondo cerchio.

Oplà, un piccolo salto verso il basso ed ecco che siamo nel secondo cerchio infernale. Qui ci sono i lussuriosi, vale a dire quelli che in vita non seppero resistere al richiamo incessante delle passioni amorose. Tutti i Rocco Siffredi e le Cicciolina di una volta, insomma. Appena arrivati Dante e Virgilio si imbattono nella figura di Minosse, giudice infernale che indica a tutti i dannati il numero del girone cui sono destinati attorcigliando la coda intorno al proprio corpo per quante volte vuole che cadano in basso. Più semplicemente: arriva il dannato, buongiorno Minosse – buongiorno caro, che hai fatto di male? Niente ho mangiato un barattolo di Nutella al giorno. Ok, attorciglio la coda una sola volta attorno al mio corpo quindi vuol dire che devi andare nel girone di sotto. Vai! Ahhhhh! Arrivederci!

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Così come ha fatto Caronte, anche Minosse quando vede Dante anima viva camminare negli inferi gli chiede irritato: “E tu che ci fai qua? Stai attento che non c’è bella gente! Ti conviene andare via!” Ma a questo punto, e avrete già capito perché ormai sapete che quando il gioco si fa duro entra in scena lui “like a boss”, Virgilio interviene con le stesse parole con cui ha silenziato il vecchio traghettatore: “risparmia il fiato per cortesia! il viaggio del mio amico è voluto dalla volontà di colui che tutto può, quindi fatti da parte e non domandare più nulla! E Minosse muto. D’ora in poi si inizia a sentire chiaramente il ruggito del vento, incessante e mastodontico. Una bufera infernale, appunto, che trascina gli spiriti con la sua violenza facendoli girare continuamente. Stavolta il contrappasso non è per contrasto ma per analogia: come in vita questi dannati si sono lasciati dominare dalla bufera della passione amorosa, allo stesso modo vengono trascinati perennemente da un vento inarrestabile. Dante, incuriosito (ma va?!?) chiede al suo maestro: “Chi sono tutte quelle anime?”

Così discesi del cerchio primaio
giù nel secondo, che men loco cinghia
e tanto più dolor, che punge a guaio. 3

Stavvi Minòs orribilmente, e ringhia:
essamina le colpe ne l’intrata;
giudica e manda secondo ch’avvinghia. 6

Dico che quando l’anima mal nata
li vien dinanzi, tutta si confessa;
e quel conoscitor de le peccata 9

vede qual loco d’inferno è da essa;
cignesi con la coda tante volte
quantunque gradi vuol che giù sia messa. 12

Sempre dinanzi a lui ne stanno molte:
vanno a vicenda ciascuna al giudizio,
dicono e odono e poi son giù volte. 15

“O tu che vieni al doloroso ospizio”,
disse Minòs a me quando mi vide,
lasciando l’atto di cotanto offizio, 18

“guarda com’entri e di cui tu ti fide;
non t’inganni l’ampiezza de l’intrare!”.
E ’l duca mio a lui: “Perché pur gride? 21

Non impedir lo suo fatale andare:
vuolsi così colà dove si puote
ciò che si vuole, e più non dimandare”. 24

Or incomincian le dolenti note
a farmisi sentire; or son venuto
là dove molto pianto mi percuote. 27

Io venni in loco d’ogne luce muto,
che mugghia come fa mar per tempesta,
se da contrari venti è combattuto. 30

La bufera infernal, che mai non resta,
mena li spirti con la sua rapina;
voltando e percotendo li molesta. 33

Quando giungon davanti a la ruina,
quivi le strida, il compianto, il lamento;
bestemmian quivi la virtù divina. 36

Intesi ch’a così fatto tormento
enno dannati i peccator carnali,
che la ragion sommettono al talento. 39

E come li stornei ne portan l’ali
nel freddo tempo, a schiera larga e piena,
così quel fiato li spiriti mali 42

di qua, di là, di giù, di sù li mena;
nulla speranza li conforta mai,
non che di posa, ma di minor pena. 45

E come i gru van cantando lor lai,
faccendo in aere di sé lunga riga,
così vid’io venir, traendo guai, 48

ombre portate da la detta briga;
per ch’i’ dissi: “Maestro, chi son quelle
genti che l’aura nera sì gastiga?”. 51

“Eh, caro Dante, oggi le anime abbondano! Allora, la prima che vedi è quella zozza imperatrice di Semiramide che, per giustificare le sue perversioni e gli eccessi di foga, rese lecito l’incesto e altre cose simili; poi abbiamo l’onestissima Didone, la quale giurò sul cadavere del marito Sicheo che non avrebbe mai avuto più nessuna relazione e poi…e poi tre giorni dopo stava con Enea! E ancora Elena, la Troia…uhm, scusa, volevo dire di Troia, quella che scatenò una delle più grandi guerre della storia a causa della sua passione. Ovviamente c’è anche il suo amante Paride, Achille e Tristano, e…” un ‘altra serie di personaggi simili. Dante, impietosito, si concentra però su due anime in particolare che continuano a stare abbracciate e a essere trascinate insieme: “Maestro, avrei onore e piacere di poter parlare con quei due ragazzotti che non si staccano nemmeno con questa bufera. Si può?” E Viriglio: “E secondo te io non ti posso far parlare con chi vuoi? Andiamo, seguimi nasone!”

La prima di color di cui novelle
tu vuo’ saper”, mi disse quelli allotta,
“fu imperadrice di molte favelle. 54

A vizio di lussuria fu sì rotta,
che libito fé licito in sua legge,
per tòrre il biasmo in che era condotta. 57

Ell’è Semiramìs, di cui si legge
che succedette a Nino e fu sua sposa:
tenne la terra che ’l Soldan corregge. 60

L’altra è colei che s’ancise amorosa,
e ruppe fede al cener di Sicheo;
poi è Cleopatràs lussurïosa. 63

Elena vedi, per cui tanto reo
tempo si volse, e vedi ’l grande Achille,
che con amore al fine combatteo. 66

Vedi Parìs, Tristano”; e più di mille
ombre mostrommi e nominommi a dito,
ch’amor di nostra vita dipartille. 69

Poscia ch’io ebbi ’l mio dottore udito
nomar le donne antiche e ’ cavalieri,
pietà mi giunse, e fui quasi smarrito. 72

I’ cominciai: “Poeta, volontieri
parlerei a quei due che ’nsieme vanno,
e paion sì al vento esser leggeri”. 75

Ed elli a me: “Vedrai quando saranno
più presso a noi; e tu allor li priega
per quello amor che i mena, ed ei verranno”. 78

Sì tosto come il vento a noi li piega,
mossi la voce: “O anime affannate,
venite a noi parlar, s’altri nol niega!”. 81

Quali colombe dal disio chiamate
con l’ali alzate e ferme al dolce nido
vegnon per l’aere, dal voler portate; 84

cotali uscir de la schiera ov’è Dido,
a noi venendo per l’aere maligno,
sì forte fu l’affettüoso grido. 87

Avvicinandosi a quelle anime Dante le riconosce immediatamente: si tratta di Paolo e Francesca da Polenta, figlia di un duca di Ravenna, uccisa dal marito Gianciotto Malatesta a causa della relazione di lei con il fratello di lui (Paolo, appunto). Questo fu un episodio molto chiacchierato verso la fine del Ducento, un fatto di cronaca vero e proprio. Francesca, commossa per l’attenzione che i due poeti le riservano, inizia a raccontare la sua storia con Paolo pronunciando dei luoghi comuni sull’amore, che in questo caso diventano una sorta di demoni incontrollabili capaci di superare ogni tipo di razionalità: “L’amore si insinua facilmente nel cuore di chi lo sa accogliere; quando uno è amato deve necessariamente ricambiare; è l’amore che ci ha portati a morire e a essere dannati, ma una dannazione maggiore spetterà a chi ci tolse la vita.”

Franco Nembrini scrive in merito: “E’ proprio vero che l’amore ci attira e ci lega in modo inevitabile a tal punto da annullare completamente la nostra libertà? Come tanti amici che a una certa età, magari con tre figli, mi dicono che si sono innamorati della segretaria sostenendo di non poterci fare nulla. Ma come, dico io, usate la testa! Nella vita non ci sono solo le emozioni, le attrattive, ci sono anche i fatti che costruiscono una storia, a cui si deve rimanere fedeli se non si vuole distruggere tutto.” Questo passo, tratto dall’introduzione al canto del docente bergamasco, ci fa capire precisamente per quale motivo Dante colloca queste anime nell’inferno: bisogna sempre tener conto della propria ragione e non lasciarsi vincere indistintamente, come Francesca, dalla passione amorosa.

Dopo aver ascoltato i luoghi comuni sull’amore, Dante è diretto come mai lo è stato sin ora: “Credo di aver capito cara Francesca ma…se posso permettermi, mi spieghi quando è avvenuto il fattaccio? Quale è l’episodio specifico che vi ha portati alla morte?” E lei: “Non c’è peggior cosa che ricordarsi del tempo felice quando si è infelici. Ma se hai questo desiderio, ti accontento: io e Paolo, un giorno, stavamo leggendo quatti quatti della storia d’amore di Lancillotto e Ginevra, la conosci no? Bene, che ti devo dire, quella lettura ci prese talmente tanto che finimmo col baciarci nel momento in cui Lancillotto bacia Ginevra. Quel libro è stato per noi ciò che Galeotto è stato per i due protagonisti, un intermediario che ha favorito l’incidente amoroso. Subito dopo mio marito ci ha scoperti e…ed ecco che siamo qui!”

Mentre Francesca pronuncia queste parole, Paolo piange a dirotto. E Dante, terribilmente turbato, sviene come “un corpo senza vita”.

“O animal grazïoso e benigno
che visitando vai per l’aere perso
noi che tignemmo il mondo di sanguigno, 90

se fosse amico il re de l’universo,
noi pregheremmo lui de la tua pace,
poi c’ hai pietà del nostro mal perverso. 93

Di quel che udire e che parlar vi piace,
noi udiremo e parleremo a voi,
mentre che ’l vento, come fa, ci tace. 96

Siede la terra dove nata fui
su la marina dove ’l Po discende
per aver pace co’ seguaci sui. 99

Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende,
prese costui de la bella persona
che mi fu tolta; e ‘l modo ancor m’offende. 102

Amor, ch’a nullo amato amar perdona,
mi prese del costui piacer sì forte,
che, come vedi, ancor non m’abbandona. 105

Amor condusse noi ad una morte.
Caina attende chi a vita ci spense”.
Queste parole da lor ci fuor porte. 108

Quand’io intesi quell’anime offense,
china’ il viso, e tanto il tenni basso,
fin che ’l poeta mi disse: “Che pense?”. 111

Quando rispuosi, cominciai: “Oh lasso,
quanti dolci pensier, quanto disio
menò costoro al doloroso passo!”. 114

Poi mi rivolsi a loro e parla’ io,
e cominciai: “Francesca, i tuoi martìri
a lagrimar mi fanno tristo e pio. 117

Ma dimmi: al tempo d’i dolci sospiri,
a che e come concedette amore
che conosceste i dubbiosi disiri?”. 120

E quella a me: “Nessun maggior dolore
che ricordarsi del tempo felice
ne la miseria; e ciò sa ‘l tuo dottore. 123

Ma s’a conoscer la prima radice
del nostro amor tu hai cotanto affetto,
dirò come colui che piange e dice. 126

Noi leggiavamo un giorno per diletto
di Lancialotto come amor lo strinse;
soli eravamo e sanza alcun sospetto. 129

Per più fïate li occhi ci sospinse
quella lettura, e scolorocci il viso;
ma solo un punto fu quel che ci vinse. 132

Quando leggemmo il disïato riso
esser basciato da cotanto amante,
questi, che mai da me non fia diviso, 135

la bocca mi basciò tutto tremante.
Galeotto fu ’l libro e chi lo scrisse:
quel giorno più non vi leggemmo avante”. 138

Mentre che l’uno spirto questo disse,
l’altro piangëa; sì che di pietade
io venni men così com’io morisse. 141

E caddi come corpo morto cade.

 

Ci vediamo lunedì 15 aprile con l’episodio numero 6: “Attenti al cane”.

Si ringrazia Carmen Ammendola per le illustrazioni.

 

 

 

Pascoli e l’ingiustizia – La cavalla storna

cavallina storna

Una lirica dedicata al padre, ucciso brutalmente: l’espressione del dolore mista alla compassione per un animale che, in quanto tale, non poté rendere giustizia al suo fidato padrone.

Il 10 agosto 1867 Ruggero Pascoli fu assassinato nel suo carro, sulla strada di ritorno verso casa. La cavalla che lo trainava, spaventata dal rumore degli spari, raggiunse la residenza portando con sé il corpo senza vita dell’uomo. L’evento traumatizzò il giovane Pascoli e lo portò a scrivere “La cavalla storna”, testo poetico in endecasillabi costituito da distici: chi conosce lo stile dell’autore è a conoscenza dell’attaccamento di quest’ultimo al nucleo familiare, del suo timore di un’eventuale rottura definitiva del nido. Osservando la poesia, si noti l’esordio in pieno stile pascoliano:

Nella Torre il silenzio era già alto.
Sussurravano i pioppi del Rio Salto.

I cavalli normanni alle lor poste
frangean la biada con rumor di croste.

Là in fondo la cavalla era, selvaggia,
nata tra i pini su la salsa spiaggia;

che nelle froge avea del mar gli spruzzi
ancora, e gli urli negli orecchi aguzzi.

Con su la greppia un gomito, da essa
era mia madre; e le dicea sommessa:

“O cavallina, cavallina storna,
che portavi colui che non ritorna;

tu capivi il suo cenno ed il suo detto!
Egli ha lasciato un figlio giovinetto;

il primo d’otto tra miei figli e figlie;
e la sua mano non toccò mai briglie.

[…]

La presentazione dell’ambiente come sipario del racconto è, come appena detto, di gusto squisitamente pascoliano: lo stile dell’autore e la sua abilità nel gestire ogni singolo suono del testo, quasi come se fosse musicato, illumina la presenza di semplici rime baciate (AA BB etc.) che, in un altro contesto, sarebbero state terribilmente banali

È la madre, disperata, a prendere la parola: l’apostrofe alla cavallina è rivolta come se non si trattasse di un animale ma di un essere umano vero e proprio, in grado dunque di essere convinto a rivelare ciò che ha visto durante il tragico accaduto. Sull’emotività del dialogo madre-cavallina torneremo in seguito; prima di proseguire sarebbe opportuno dare un ultimo sguardo all’apertura della lirica. Il paesaggio, immerso nel buio della sera, sottolinea l’atmosfera pregna di inquietudine insicurezza, come se la natura stessa avesse scelto di rispettare questo drammatico lutto.

Tu che ti senti ai fianchi l’uragano,
tu dài retta alla sua piccola mano.

Tu ch’hai nel cuore la marina brulla,
tu dài retta alla sua voce fanciulla”.

La cavalla volgea la scarna testa
verso mia madre, che dicea più mesta:

“O cavallina, cavallina storna,
che portavi colui che non ritorna;

lo so, lo so, che tu l’amavi forte!
Con lui c’eri tu sola e la sua morte.

O nata in selve tra l’ondate e il vento,
tu tenesti nel cuore il tuo spavento;

sentendo lasso nella bocca il morso,
nel cuor veloce tu premesti il corso:

adagio seguitasti la tua via,
perché facesse in pace l’agonia…”

[…]

lo so, lo so, che tu l’amavi forte! / Con lui c’eri tu sola e la sua morte.”: le parole della moglie sono più cariche di pathos  di quanto possa sembrare. Nonostante fosse lei ad essere la donna destinata ad accompagnarlo finché morte non ci separi, è la semplice cavallina a portare Ruggero mano nella mano verso la fine dei suoi giorni. Questo dettaglio, a prima vista di poco conto, dilania la coscienza della donna, ferita dall’ingiustizia: perché morire in quel modo, abbandonando il nido familiare, senza l’addio dei suoi amati parenti? È in questo frangente, nel rispetto, che Pascoli mostra il valore della Natura: “adagio seguitasti la tua via,/
perché facesse in pace l’agonia…“, quasi come se la cavallina, conscia dell’inevitabile morte del padrone, avesse scelto di non raggiungere troppo velocemente la residenza. L’uomo sarebbe morto nascosto dagli occhi dei suoi poveri figli, evitando loro una visione più drammatica del dovuto.

La scarna lunga testa era daccanto
al dolce viso di mia madre in pianto.

“O cavallina, cavallina storna,
che portavi colui che non ritorna;

oh! due parole egli dové pur dire!
E tu capisci, ma non sai ridire.

Tu con le briglie sciolte tra le zampe,
con dentro gli occhi il fuoco delle vampe,

con negli orecchi l’eco degli scoppi,
seguitasti la via tra gli alti pioppi:

lo riportavi tra il morir del sole,
perché udissimo noi le sue parole”.

Stava attenta la lunga testa fiera.
Mia madre l’abbracciò su la criniera

“O cavallina, cavallina storna,
portavi a casa sua chi non ritorna!

A me, chi non ritornerà più mai!
Tu fosti buona… Ma parlar non sai!

[…]

In questa parte del componimento continua la ripresa del ritornello che, a mo’ di cantilena, esprime quella sensazione nata dal rifiuto che porta chi soffre a cercare una soluzione, una via d’uscita, tornando (purtroppo, senza mai successo) al punto di partenza. Importanti gli elementi che rendono la cavallina l’unica testimone della vicenda: il testo, per l’appunto, denuncia anche tutti gli atteggiamenti omertosi del periodo. L’assassinio non era dovuto ad un banale atto di brigantaggio: in qualità di agente ed amministratore, Ruggero aveva sicuramente infastidito alcuni malavitosi della zona… Dopo ben tre processi, il delitto rimase impunito, archiviato perché “commesso da ignoti“.  Giustificabile allora la rabbia del poeta, costretto ad accettare ciò che moralmente era ingiusto sotto ogni punto di vista. Rabbia che si presenta nella parole della madre, la quale sottolinea più volte quanto sia negativo il fatto che alla cavalla manchi il dono della parola: “E tu capisci, ma non sai ridire.”; “Tu fosti buona… Ma parlar non sai!

Tu non sai, poverina; altri non osa.
Oh! ma tu devi dirmi una, una cosa!

Tu l’hai veduto l’uomo che l’uccise:
esso t’è qui nelle pupille fise.

Chi fu? Chi è? Ti voglio dire un nome.
E tu fa cenno. Dio t’insegni, come”.

Ora, i cavalli non frangean la biada:
dormian sognando il bianco della strada.

La paglia non battean con l’unghie vuote:
dormian sognando il rullo delle ruote.

Mia madre alzò nel gran silenzio un dito:
disse un nome… Sonò alto un nitrito.

Il dubbio sulla possibile testimonianza dell’amata cavallina si scioglie: lei conosce l’identità dell’assassino ed è persino in grado di riconoscerlo: così descrivono alcune delle parole a mio avviso più toccanti del repertorio pascoliano: “Mia madre alzò nel gran silenzio un dito: / disse un nome… Sonò alto un nitrito.” Di matrice quasi cinematografica, la scena descritta da questo piccolo distico fa venire la pelle d’oca: due semplici gesti attuati nel gran silenzio che rende da ottimo sfondo per un avvenimento così solenne. E così, col nitrito giustiziero, termina il componimento, senza la necessità di dire altro (ci ricorda un po’ la chiusura di Inferno XVI, vero?). Perché se la verità potesse sempre essere dalla parte dei giusti, non servirebbero altre parole.

#pilloleinfernali: Ep.3 – LASCIATE OGNI SPERANZA VOI CH’INTRATE

lasciate ogni speranza

Conoscere il passato per aggiustare il presente e vivere il futuro. L’inferno di Dante raccontato a “pillole” ha questo obiettivo: una presa di coscienza di ciò che si è. Ci immergiamo passo dopo passo nella cantica forse più dinamica e accattivante di tutta la Divina Commedia. E lo facciamo a modo nostro. Con ironia, passione e…vignette!  

NEGLI EPISODI PRECEDENTI: Dante si perde, a trentacinque anni, in un bosco oscuro e tenebroso dal quale cerca immediatamente una via di fuga; mentre si incammina tre bestie (un ghepardo, un leone e una lupa) gli sbarrano la strada. In soccorso arriva Virgilio, poeta latino, che predice a quello fiorentino il compimento di un viaggio verso la salvezza che dovrà necessariamente passare attraverso i tre regni dell’aldilà; Dante acconsente ma in realtà è timoroso e dubbioso: chi è lui per poter attraversare, da vivo, il mondo ultraterreno? Allora Virgilio, con maestria e rimprovero, lo tranquillizza dicendogli che il viaggio è voluto da Dio. E che è stata Beatrice, la donna da lui amata, a scendere giù nel limbo per comunicare ufficialmente la missione. Preso coraggio, Dante accetta senza timore di visitare i tre regni in compagnia della sua guida e si dirige verso la prima meta: la città “dolente”.

 Davanti ad ogni porta, o ingresso, c’è quasi sempre un cartello o un avviso identificativo. Se andiamo in ospedale troviamo scritto: Pronto soccorso; se abbiamo fame e vogliamo mettere sotto i denti qualcosa di commestibile troviamo: Pub, o Pizzeria o Ristorante, prima o dopo il nome specifico del locale; se abbiamo voglia di intervistare Al Bano e capire per quale motivo il governo ucraino lo ritiene una minaccia per il paese, dobbiamo citofonare alla porta con su scritto Carrisi. Anche Dante e Viriglio, arrivati finalmente al cospetto dell’Inferno, trovano un cartello identificativo. Non c’è scritto “Welcome to Inferno” oppure “The Hell: fuoco e fiamme”, e nemmeno il nome di Lucifero. Stiamo parlando di un poeta (e che poeta!) e quindi la sua immaginazione e le sue capacità partoriscono una frase che recita più o meno così: “Attraverso questa porta si va nella citta che soffre, nel dolore eterno, nella casa dei dannati. Sono stato creato da Dio onnipotente e non esistono cose generate prima di me se non quelle eterne. Voi che oltrepassate questa porta, abbandonate ogni speranza.” Mamma mia. Quando Dante legge questa incisione ha, per un attimo, un nuovo sussulto: sembra ritornare ai ripensamenti dell’episodio precedente. Ma Virgilio, esperto e autoritario, subito esclama: “Caro mio, adesso ci siamo davvero e bisogna lasciare alle spalle qualsiasi paura; siamo finalmente arrivati nel posto di cui ti avevo parlato, tra quelle anime dannate prive di qualsiasi forma di bene.” Dopo di che, da vera guida, tende la mano verso il nostro protagonista che, accoltala, varca la porta infernale in preda allo sgomento: si sentono anime piangere e urlare, parolacce, suoni di schiaffi che creano un eco insopportabile. Per chiarire subito qualsiasi equivoco, ripoteremo di seguito la semplice ma fondamentale osservazione dell’ormai noto Nembrini a proposito dell’Inferno e del suo motivo d’esistere. Il professore spiega: Spesso i miei studenti mi chiedono per quale motivo Dio, che è così buono e misericordioso, abbia creato l’inferno e le sue pene. La risposta è una sola: se non ci fosse l’inferno noi non saremmo uomini liberi. Creandolo, Dio ci ha concesso la possibilità di dirgli di no, e quindi la possibilità di scegliere, rendendoci di fatto diversi da un gatto o un cane. Ne consegue il fatto che l’inferno non è un luogo di vendetta di Dio ma è semplicemente la conseguenza delle scelte che ogni uomo fa, liberamente.

’Per me si va ne la città dolente,
per me si va ne l’etterno dolore,
per me si va tra la perduta gente. 3

Giustizia mosse il mio alto fattore;
fecemi la divina podestate,
la somma sapïenza e ’l primo amore. 6

Dinanzi a me non fuor cose create
se non etterne, e io etterna duro.
Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate’. 9

Queste parole di colore oscuro
vid’ïo scritte al sommo d’una porta;
per ch’io: “Maestro, il senso lor m’è duro”. 12

Ed elli a me, come persona accorta:
“Qui si convien lasciare ogne sospetto;
ogne viltà convien che qui sia morta. 15

Noi siam venuti al loco ov’i’ t’ ho detto
che tu vedrai le genti dolorose
c’ hanno perduto il ben de l’intelletto”. 18

E poi che la sua mano a la mia puose
con lieto volto, ond’io mi confortai,
mi mise dentro a le segrete cose. 21

Quivi sospiri, pianti e alti guai
risonavan per l’aere sanza stelle,
per ch’io al cominciar ne lagrimai. 24

 I pianti e i lamenti che Dante ascolta sono quelli dei cosiddetti ignavi, ovvero coloro che vissero “senza infamia e senza lode”. Le loro anime sono mescolate a gruppi di angeli che, quando Lucifero si ribellò a Dio, non scelsero di stare né con l’uno né con l’altro. Insomma gli ignavi sono quelli che in vita non presero mai posizione, e che adesso sono collocati in una zona che anticipa l’inferno vero e proprio (e che per questo motivo alcuni studiosi chiamano “Antinferno”), segno di una ripugnanza vera e propria anche da parte del luogo stesso in cui si trovano. Essi sono costretti a inseguire continuamente una sorta di bandiera errante incapace di fermarsi, nudi e punti continuamente da mosconi e vespe che li assalgono. Il sangue che scende dai loro volti, mischiato alle lacrime, funge da nutrimento per i vermi che gli camminano sotto i piedi. Una scena, come potete immaginare, abominevole. Qui incontriamo per la prima volta la legge più importante che vige nell’Inferno dantesco: quella del contrappasso, una correlazione tra la colpa e la pena da scontare. Tale correlazione può evidenziarsi o per analogia – i dannati subiscono continuamente e per sempre un destino simile o pari a quelli che hanno scelto in vita – o per contrasto –i dannati sono costretti in eterno a compiere o subire ciò che in vita hanno evitato. Una legge del taglione rivisitata (Hammurabi chi?!?). Nel caso dei “nostri” ignavi, la relazione è chiaramente quella del contrasto, in quanto quest’ultimi vengono costretti a inseguire qualcosa (la bandiera) e quindi a prendere parte, tormentati continuamente da vespe e mosconi che gli fanno versare sangue e lacrime che non avevano mai voluto spendere da vivi; infine, questo destino inutile e questo sangue vano alimentano inutili insetti. Tutto ciò non ha senso ma è proprio questo il punto: una pena insensata e inutile per chi è stato, di fatto, inutile nel nostro mondo. Gli ignavi sono i peggiori di tutti, secondo Virgilio: “Dante bello, ora che ti ho detto chi sono questi esseri, ti sarei molto grato se gli fossi del tutto indifferente e continuassi a seguirmi senza troppe domande. Nessuno si ricorderà di loro e nessuno li vuole, né l’inferno né la salvezza. Anzi, sciagurato io che sto perdendo troppo tempo con questi qui! Non pensarli più, guarda e passa!”. Ascoltate queste parole, Dante si convince a lasciar perdere ma, prima di andare definitivamente oltre, scorge la sagoma di un’anima nota: si tratta di Celestino V, di quello tanto codardo da rinunciare alla nomina di papa, e che per la stessa spianò la strada a uno dei più acerrimi nemici del nostro protagonista, ovvero papa Bonifacio VIII. Celestino V, per scherzare e dare una vaga idea, potremmo considerarlo una sorta di avo di papa Ratzinger: lo ricordate no? quello antecedente all’attuale Bergoglio; diede nel 2013 le dimissioni quasi come fosse un allenatore di calcio (“visto e considerato che i vescovi non riescono ad esprimere una messa soddisfacente, per il bene della società Chiesa FC lascio l’incarico sperando di riascoltare il prima possibile un’Ave Maria degno di nota”). Ritornando seri (?) e al nostro episodio, ritroviamo a questo punto un Dante ansioso e curioso di sapere a cosa si andrà in contro: “Mio caro maestro, mi pare di vedere da qui alcune anime sulla riva di quel fiume che abbiamo davanti: chi sono? E perché sono cosi agitate?” Purtroppo il nostro protagonista non ha ancora imparato il galateo. Virgilio, infatti, gli risponde: “Quel fiume che abbiamo davanti si chiama Acheronte. Ti prego, però, di non avere fretta: quando arriveremo capirai”. E allora, come un cagnolino bastonato, lo segue in religioso silenzio.

 Diverse lingue, orribili favelle,

parole di dolore, accenti d’ira,
voci alte e fioche, e suon di man con elle 27

facevano un tumulto, il qual s’aggira
sempre in quell’aura sanza tempo tinta,
come la rena quando turbo spira. 30

E io ch’avea d’error la testa cinta,
dissi: “Maestro, che è quel ch’i’ odo?
e che gent’è che par nel duol sì vinta?”. 33

Ed elli a me: “Questo misero modo
tegnon l’anime triste di coloro
che visser sanza ’nfamia e sanza lodo. 36

Mischiate sono a quel cattivo coro
de li angeli che non furon ribelli
né fur fedeli a Dio, ma per sé fuoro. 39

Caccianli i ciel per non esser men belli,
né lo profondo inferno li riceve,
ch’alcuna gloria i rei avrebber d’elli”. 42

E io: “Maestro, che è tanto greve
a lor che lamentar li fa sì forte?”.
Rispuose: “Dicerolti molto breve. 45

Questi non hanno speranza di morte,
e la lor cieca vita è tanto bassa,
che ’nvidïosi son d’ogne altra sorte. 48

Fama di loro il mondo esser non lassa;
misericordia e giustizia li sdegna:
non ragioniam di lor, ma guarda e passa”. 51

E io, che riguardai, vidi una ’nsegna
che girando correva tanto ratta,
che d’ogne posa mi parea indegna; 54

e dietro le venìa sì lunga tratta
di gente, ch’i’ non averei creduto
che morte tanta n’avesse disfatta. 57

Poscia ch’io v’ebbi alcun riconosciuto,
vidi e conobbi l’ombra di colui
che fece per viltade il gran rifiuto. 60

Incontanente intesi e certo fui
che questa era la setta d’i cattivi,
a Dio spiacenti e a’ nemici sui. 63

Questi sciaurati, che mai non fur vivi,
erano ignudi e stimolati molto
da mosconi e da vespe ch’eran ivi. 66

Elle rigavan lor di sangue il volto,
che, mischiato di lagrime, a’ lor piedi
da fastidiosi vermi era ricolto. 69

E poi ch’a riguardar oltre mi diedi,
vidi genti a la riva d’un gran fiume;
per ch’io dissi: “Maestro, or mi concedi 72

ch’i’ sappia quali sono, e qual costume
le fa di trapassar parer sì pronte,
com’i’ discerno per lo fioco lume”. 75

Ed elli a me: “Le cose ti fier conte
quando noi fermerem li nostri passi
su la trista riviera d’Acheronte”. 78

Allor con li occhi vergognosi e bassi,
temendo no ’l mio dir li fosse grave,
infino al fiume del parlar mi trassi. 81

Giunti alla riva dell’Acheronte, Dante e Viriglio si imbattono immediatamente in un vecchio dalla barba e dai capelli bianchi e dagli occhi rossastri che grida: “Guai a voi, anime malvagie! Non abbiate la minima speranza di raggiungere la pace eterna: io vi porto all’altra riva nell’oscurità eterna, tra il fuoco e il gelo!” Si tratta di Caronte, personaggio della mitologia greca che ha il compito di traghettare le anime dannate oltre il fiume. Egli, non appena si accorge che Dante è un’anima viva, subito esclama: “E tu dove credi di andare? Separati immediatamente da questi qui! Tu non sei destinato a viaggiare sulla mia barca!”

Qui c’è tutta la capacità narrativa e stilistica del nostro autore. Bisogna necessariamente ricordare, infatti, che Dante è allo stesso tempo protagonista della storia ma anche narratore, e che quindi svolge allo stesso tempo il ruolo di colui che non sa e colui che sa. Tramite queste parole, messe in bocca a Caronte, egli ci fa già capire che la sua non è un’anima dannata e che è destinato alla salvezza eterna (Per altra via, per altri porti verrai a piaggia, non qui, per passare: più lieve legno convien che ti porti).  

Al rifiuto del vecchio ci pensa “like a boss” (come al solito) Virgilio: “Caronte risparmia il fiato per cortesia: il viaggio del mio amico è voluto dalla volontà di colui che tutto può, quindi fatti da parte e non domandare più nulla!” Immaginate questo frammento con una musica che calza a pennello: I’ve got the power degli Snap. E Virgilio che incrocia braccia e gambe per ballarla. Così, il timoniere barbuto dagli occhi infuocati ammutolisce e si concentra sulle anime dei dannati da trasportare, che nel frattempo piangono, urlano, bestemmiano maledicendo Dio e la specie umana. Sono numerosissime davanti alla “fermata” del fiume: sembra di essere nella metropolitana di Napoli. Caronte le raccoglie col suo lungo remo come fossero molluschi e picchia con lo stesso chi cerca di lanciarsi prima del tempo sulla barca. I dannati, infatti, sono ansiosi di andare dall’altra parte proprio perché ormai incapaci di distinguere il bene dal male, finendo col desiderare ciò che li condannerà per sempre (metafora di ciò che hanno fatto in vita). “Come le foglie d’autunno cadono una dopo l’altra, allo stesso modo i discendenti malvagi di Adamo cadono su quella barca ad uno ad uno, seguendo i segnali di Caronte come un uccello segue il suo richiamo”, scrive Dante dal verso 113 al verso 120.

caronte

Alla fine dell’episodio si manifesta un terremoto fortissimo nell’Antinferno: dalle viscere della terra fuoriescono lampi rossi e correnti incessanti. Dante, scosso, perde i sensi e cade a terra privo di conoscenza. Sonno o svenimento che sia, non ci è dato sapere.

Ed ecco verso noi venir per nave
un vecchio, bianco per antico pelo,
gridando: “Guai a voi, anime prave! 84

Non isperate mai veder lo cielo:
i’ vegno per menarvi a l’altra riva
ne le tenebre etterne, in caldo e ’n gelo. 87

E tu che se’ costì, anima viva,
pàrtiti da cotesti che son morti”.
Ma poi che vide ch’io non mi partiva, 90

disse: “Per altra via, per altri porti
verrai a piaggia, non qui, per passare:
più lieve legno convien che ti porti”. 93

E ’l duca lui: “Caron, non ti crucciare:
vuolsi così colà dove si puote
ciò che si vuole, e più non dimandare”. 96

Quinci fuor quete le lanose gote
al nocchier de la livida palude,
che ’ntorno a li occhi avea di fiamme rote. 99

Ma quell’anime, ch’eran lasse e nude,
cangiar colore e dibattero i denti,
ratto che ’nteser le parole crude. 102

Bestemmiavano Dio e lor parenti,
l’umana spezie e ’l loco e ’l tempo e ’l seme
di lor semenza e di lor nascimenti. 105

Poi si ritrasser tutte quante insieme,
forte piangendo, a la riva malvagia
ch’attende ciascun uom che Dio non teme. 108

Caron dimonio, con occhi di bragia
loro accennando, tutte le raccoglie;
batte col remo qualunque s’adagia. 111

Come d’autunno si levan le foglie
l’una appresso de l’altra, fin che ’l ramo
vede a la terra tutte le sue spoglie, 114

similemente il mal seme d’Adamo
gittansi di quel lito ad una ad una,
per cenni come augel per suo richiamo. 117

Così sen vanno su per l’onda bruna,
e avanti che sien di là discese,
anche di qua nuova schiera s’auna. 120

“Figliuol mio”, disse ‘l maestro cortese,
“quelli che muoion ne l’ira di Dio
tutti convegnon qui d’ogne paese; 123

e pronti sono a trapassar lo rio,
ché la divina giustizia li sprona,
sì che la tema si volve in disio. 126

Quinci non passa mai anima buona;
e però, se Caron di te si lagna,
ben puoi sapere omai che ’l suo dir suona”. 129

Finito questo, la buia campagna
tremò sì forte, che de lo spavento
la mente di sudore ancor mi bagna. 132

La terra lagrimosa diede vento,
che balenò una luce vermiglia
la qual mi vinse ciascun sentimento; 135

e caddi come l’uom cui sonno piglia.

 

Ci vediamo lunedì 25 marzo con l’episodio numero 4: “Anime sospese”.

Si ringrazia Carmen Ammendola per le illustrazioni.

 

 

 

 

 

 

#pilloleinfernali: Ep.2 – DAMMI SOLO UN MINUTO

dammi solo un minuto

Conoscere il passato per aggiustare il presente e vivere il futuro. L’inferno di Dante raccontato a “pillole” ha questo obiettivo: una presa di coscienza di ciò che si è. Ci immergiamo passo dopo passo nella cantica forse più dinamica e accattivante di tutta la Divina Commedia. E lo facciamo a modo nostro. Con ironia, passione e…vignette!  

NELL’EPISODIO PRECEDENTE: Dante si perde, a trentacinque anni, in un bosco oscuro e tenebroso da cui cerca immediatamente una via di fuga; dopo qualche passo traballante vede un piccolo colle illuminato dai raggi solari, verso il quale si dirige speranzoso. Tuttavia il cammino viene barrato dalla presenza di tre bestie (un ghepardo, un leone e una lupa) che respingono il poeta fiorentino nelle tenebre. Dante però scorge una sagoma, alla quale chiede disperatamente aiuto: si tratta del poeta latino Virgilio. Quest’ultimo gli predice il compimento di un viaggio verso la salvezza che dovrà necessariamente passare attraverso i tre regni dell’aldilà; aggiunge inoltre che lo accompagnerà sia all’inferno che al purgatorio, mentre per il paradiso lo attenderà una guida “più degna”. I due si incamminano.  

Allor si mosse, e io li tenni dietro. Li avevamo lasciati così. Il maestro che fa strada e l’allievo che lo segue, in silenzio. Tutto fa presagire che da qui a poco saranno al cospetto della porta infernale, pronti ad intraprendere il viaggio preannunciato. Ma c’è un attimo di esitazione. Questo episodio, il canto secondo, è l’episodio del dubbio. Immaginate Dante camminare dietro Virgilio con passo lento ed insicuro, tipico di chi pensa “cioè, ma sta capitando proprio a me?” Probabilmente, se avesse avuto con se uno smartphone, un abbonamento a Spotify e un paio di cuffiette il nostro poeta dal naso pronunciato avrebbe sicuramente riprodotto, per sentirsi compreso delle sue paure, la canzone dei Gemelli Diversi “Un attimo ancora”, soffermandosi nello specifico sul ritornello Dammi solo un minuto, un sorso di fiato, un attimo ancora! Infatti, dopo essersi rivolto alle Muse affinché lo aiutino a narrare per bene gli avvenimenti (qui Dante fa un po’ il copione: l’invocazione alla Musa era tipica del mondo classico) richiama l’attenzione di Virgilio dicendogli: “Maestro scusami un attimo, avrei delle riflessioni da fare prima di proseguire; non vorrei sembrare scocciante o blasfemo, però mi chiedevo…ma io chi sono per venire, da vivo, nel regno dell’aldilà? Chi è colui che mi vuole lì? Perché ti ricordo, semmai lo avessi dimenticato, che soltanto due uomini prima di me hanno visitato, in vita, il mondo ultraterreno: Enea e San Paolo. Il primo fu sicuramente scelto in quanto fondatore dell’eterna città di Roma; il secondo venne designato da Dio per ricevere sostegno e conferma di quella fede che avrebbe poi diffuso attraverso la sua parola. Per questo motivo, con tutto il rispetto eh… sto seriamente pensando che seguirti sarebbe una follia. Ma tu mi capisci, sicuramente mi capisci! Con quel capoccione che ti ritrovi, senza offesa, avrai per certo compreso le mie perplessità!” A questo punto Virgilio, negativamente sorpreso e – perché no – anche un po’ incazzato, si volta verso Dante pronto a replicare.

Lo giorno se n’andava, e l’aere bruno
toglieva li animai che sono in terra
da le fatiche loro; e io sol uno 3

m’apparecchiava a sostener la guerra
sì del cammino e sì de la pietate,
che ritrarrà la mente che non erra. 6

O muse, o alto ingegno, or m’aiutate;
o mente che scrivesti ciò ch’io vidi,
qui si parrà la tua nobilitate. 9

Io cominciai: “Poeta che mi guidi,
guarda la mia virtù s’ell’è possente,
prima ch’a l’alto passo tu mi fidi. 12

Tu dici che di Silvïo il parente,
corruttibile ancora, ad immortale
secolo andò, e fu sensibilmente. 15

Però, se l’avversario d’ogne male
cortese i fu, pensando l’alto effetto
ch’uscir dovea di lui, e ’l chi e ’l quale 18

non pare indegno ad omo d’intelletto;
ch’e’ fu de l’alma Roma e di suo impero
ne l’empireo ciel per padre eletto: 21

la quale e ’l quale, a voler dir lo vero,
fu stabilita per lo loco santo
u’ siede il successor del maggior Piero. 24

Per quest’andata onde li dai tu vanto,
intese cose che furon cagione
di sua vittoria e del papale ammanto. 27

Andovvi poi lo Vas d’elezïone,
per recarne conforto a quella fede
ch’è principio a la via di salvazione. 30

Ma io, perché venirvi? o chi ’l concede?
Io non Enëa, io non Paulo sono;
me degno a ciò né io né altri ’l crede. 33

Per che, se del venire io m’abbandono,
temo che la venuta non sia folle.
Se’ savio; intendi me’ ch’i’ non ragiono”. 36

E qual è quei che disvuol ciò che volle
e per novi pensier cangia proposta,
sì che dal cominciar tutto si tolle, 39

tal mi fec’ïo ’n quella oscura costa,
perché, pensando, consumai la ’mpresa
che fu nel cominciar cotanto tosta. 42

“Se ho ben capito quello che hai detto” – replica Virgilio – “ti stai comportando come un vigliacco, a tal punto da pensare di rinunciare a una simile impresa. Ma, affinché tu possa tranquillizzarti, ti spiegherò tutto per filo e per segno”. Come abbiamo già detto in precedenza, il poeta latino resta alquanto interdetto davanti all’atteggiamento di Dante. Non è da lui, infatti, sminuire in questo modo l’intelletto umano. Franco Nembrini, nostro principale punto di riferimento nella lettura e interpretazione dell’Opera (e che quindi sentirete richiamato spesso), ci parla nella fattispecie di un “Dante presuntuoso e falso umile”. Ci va giù pesante, ma non è un’accusa fine a se stessa. Piuttosto si tratta di riconoscere in colui che si è elevato sopra tutti gli uomini, grazie alla sua scoperta, dei limiti imprescindibili e identificanti la natura di tutti noi. Egli infatti scrive: Quante volte noi, presuntuosi come Dante, quando davvero la scelta si fa difficile, quando davvero dobbiamo rischiare, ci nascondiamo dietro a un “non sono capace” oppure “non fa per me”. Anche davanti all’attrattiva che la vita offre si può avere paura; perché il nuovo, l’altro viaggio, incutono timore. Ma questa non è umiltà, è viltà. La vera umiltà non significa denigrarsi ma avere stima di sé per ciò che Dio compie attraverso noi. Capirete che riportare queste parole è fondamentale, perché racchiudono il pensiero di Virgilio stesso, il quale non si lascia ingannare da chi, vilmente e quindi con scuse che rasentano il ridicolo, cerca di scampare al proprio destino. “Stavo tutto tranquillo nel mio limbo tra le anime sospese” – riprende Virgilio – quando mi sono sentito chiamare da una donna bellissima, talmente bella e dolce nei modi che subito mi sono messo al suo servizio; questa donna porta il nome di Beatrice ed è preoccupata per te, per la condizione in cui sei sprofondato. Ti ama e perciò mi ha raccomandato di giungere in soccorso nel bosco tenebroso e di aiutarti. Sinceramente caro Dante, quando ho visto quella figura così angelica in un posto brutto e sporco come quello in cui mi trovavo, non ho potuto fare a meno di chiederle come avesse fatto a non temere di arrivarci, dato che proveniva dalla beatitudine del paradiso. La sua risposta è stata decisa: si teme solo ciò che può fare del male. Essendo creatura ed espressione di Dio e della sua grazia, la miseria e le fiamme infernali non la toccavano minimamente. Ma ti dirò di più. Mi ha detto anche che è stata la Madonna in persona a volere il tuo viaggio, tanto che la stessa ha chiesto a santa Lucia di dire a Beatrice ciò che Beatrice ha detto a me! Questa è la verità, questo è ciò che è accaduto ed è per questo che sono venuto a salvarti nel bosco. Io sono soltanto l’ultimo anello di un ingranaggio perfetto che ti vuole testimone della salvezza umana. E ora che sai tutto questo, perché ancora resti fermo? Perché non realizzi consapevolmente che simili donne hanno chiesto di te…e che le mie parole promettono soltanto del bene?”

S’i’ ho ben la parola tua intesa”,
rispuose del magnanimo quell’ombra,
“l’anima tua è da viltade offesa; 45

la qual molte fïate l’omo ingombra
sì che d’onrata impresa lo rivolve,
come falso veder bestia quand’ombra. 48

Da questa tema acciò che tu ti solve,
dirotti perch’io venni e quel ch’io ’ntesi
nel primo punto che di te mi dolve. 51

Io era tra color che son sospesi,
e donna mi chiamò beata e bella,
tal che di comandare io la richiesi. 54

Lucevan li occhi suoi più che la stella;
e cominciommi a dir soave e piana,
con angelica voce, in sua favella: 57

“O anima cortese mantoana,
di cui la fama ancor nel mondo dura,
e durerà quanto ’l mondo lontana, 60

l’amico mio, e non de la ventura,
ne la diserta piaggia è impedito
sì nel cammin, che vòlt’è per paura; 63

e temo che non sia già sì smarrito,
ch’io mi sia tardi al soccorso levata,
per quel ch’i’ ho di lui nel cielo udito. 66

Or movi, e con la tua parola ornata
e con ciò c’ ha mestieri al suo campare,
l’aiuta sì ch’i’ ne sia consolata. 69

I’ son Beatrice che ti faccio andare;
vegno del loco ove tornar disio;
amor mi mosse, che mi fa parlare. 72

Quando sarò dinanzi al segnor mio,
di te mi loderò sovente a lui”.
Tacette allora, e poi comincia’ io: 75

“O donna di virtù sola per cui
l’umana spezie eccede ogne contento
di quel ciel c’ ha minor li cerchi sui, 78

tanto m’aggrada il tuo comandamento,
che l’ubidir, se già fosse, m’è tardi;
più non t’è uo’ ch’aprirmi il tuo talento. 81

Ma dimmi la cagion che non ti guardi
de lo scender qua giuso in questo centro
de l’ampio loco ove tornar tu ardi”. 84

“Da che tu vuo’ saver cotanto a dentro,
dirotti brievemente”, mi rispuose,
“perch’i’ non temo di venir qua entro. 87

Temer si dee di sole quelle cose
c’ hanno potenza di fare altrui male;
de l’altre no, ché non son paurose. 90

I’ son fatta da Dio, sua mercé, tale,
che la vostra miseria non mi tange,
né fiamma d’esto ’ncendio non m’assale. 93

Donna è gentil nel ciel che si compiange
di questo ‘mpedimento ov’io ti mando,
sì che duro giudicio là sù frange. 96

Questa chiese Lucia in suo dimando
e disse: – Or ha bisogno il tuo fedele
di te, e io a te lo raccomando -. 99

Lucia, nimica di ciascun crudele,
si mosse, e venne al loco dov’i’ era,
che mi sedea con l’antica Rachele. 102

Disse: – Beatrice, loda di Dio vera,
ché non soccorri quei che t’amò tanto,
ch’uscì per te de la volgare schiera? 105

Non odi tu la pieta del suo pianto,
non vedi tu la morte che ’l combatte
su la fiumana ove ’l mar non ha vanto? -. 108

Al mondo non fur mai persone ratte
a far lor pro o a fuggir lor danno,
com’io, dopo cotai parole fatte, 111

venni qua giù del mio beato scanno,
fidandomi del tuo parlare onesto,
ch’onora te e quei ch’udito l’ hanno”. 114

Poscia che m’ebbe ragionato questo,
li occhi lucenti lagrimando volse,
per che mi fece del venir più presto. 117

E venni a te così com’ella volse:
d’inanzi a quella fiera ti levai
che del bel monte il corto andar ti tolse. 120

Dunque: che è perché, perché restai,
perché tanta viltà nel core allette,
perché ardire e franchezza non hai, 123

poscia che tai tre donne benedette
curan di te ne la corte del cielo,
e ’l mio parlar tanto ben ti promette?”. 126

Adesso non ci sono più dubbi: la missione di Dante è voluta dalla volontà divina. Così il nostro protagonista, che per l’occasione utilizza un’altra metafora bellissima, si schiude e mostra coraggio. Il dubbio è solo un lontano ricordo che fa spazio a un irrefrenabile desiderio di scoprire l’ignoto. I due si rimettono in cammino e, stavolta, il viaggio inizia sul serio.

Quali fioretti dal notturno gelo
chinati e chiusi, poi che ’l sol li ’mbianca,
si drizzan tutti aperti in loro stelo, 129

tal mi fec’io di mia virtude stanca,
e tanto buono ardire al cor mi corse,
ch’i’ cominciai come persona franca: 132

“Oh pietosa colei che mi soccorse!
e te cortese ch’ubidisti tosto
a le vere parole che ti porse! 135

Tu m’ hai con disiderio il cor disposto
sì al venir con le parole tue,
ch’i’ son tornato nel primo proposto. 138

Or va, ch’un sol volere è d’ambedue:
tu duca, tu segnore e tu maestro”.
Così li dissi; e poi che mosso fue, 141

intrai per lo cammino alto e silvestro.

 

 

Ci vediamo lunedì 18 marzo con l’episodio numero 3: “Lasciate ogni speranza voi ch’intrate”.

Si ringrazia Carmen Ammendola per le illustrazioni.

 

#pilloleinfernali: Ep.1 – LA SELVA E LE BESTIE

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Conoscere il passato per aggiustare il presente e vivere il futuro. L’inferno di Dante raccontato a “pillole” ha questo obiettivo: una presa di coscienza di ciò che si è. Ci immergiamo passo dopo passo nella cantica forse più dinamica e accattivante di tutta la Divina Commedia. E lo facciamo a modo nostro. Con ironia, passione e…vignette!  

Eccoci qua amici lettori: oggi inauguriamo le #pilloleinfernali, una rubrica che mira a spiegare canto dopo canto tutto l’Inferno dantesco e i suoi personaggi con un tono leggero e accessibile a chiunque voglia conoscere le nozioni minime di quella che è la più grande opera della letteratura italiana.  Per farlo, però, occorre una piccolissima introduzione all’introduzione stessa, dato che il primo canto (che chiameremo “episodio”, giusto per stare al passo con i tempi) si configura come un proemio di un viaggio che inizierà di fatto dal canto successivo.

A chi non è mai capitato un momento buio nella vita? Tutti noi abbiamo fatto i conti con una realtà che non ci piace o non ci piaceva. Questo è successo anche a Dante, altroché. Quando nel 1314, infatti, egli si appresta a comporre la sua prima cantica sta attraversando un periodo di profonda crisi: la donna che ama alla follia, Beatrice, è morta da più di vent’anni ma il dolore è ancora vivo; la sua casa di Firenze costituisce ormai soltanto un dolce ricordo, dato che non ci ha più messo piede dal 1302 in quanto condannato a morte; la società del suo tempo è irrimediabilmente corrotta e anarchica, imperatori e papi alterano sempre di più i rispettivi ruoli istituzionali creando conflitti non privi di sangue e terrore. Insomma, come direbbero a Roma, una vera “caciara”. Per tutti questi motivi il Sommo Poeta (che a quel tempo era solo poeta, e in pochi se lo filavano veramente) decide, attraverso la poesia e l’allegoria, di compiere un viaggio immaginario nel mondo ultraterreno. Si badi bene però: lo scopo di Dante non è quello di capire il mistero della morte, semmai quello della vita. Perché siamo sulla terra, desideriamo, ci innamoriamo al punto da sentirci così vicini a qualcosa di infinito e poi…finiamo? Il senso dello stare al mondo, qual è? Egli si interroga per anni, continuamente e in modo compulsivo, cercando una risposta convincente per se stesso e per gli altri.  Proprio questo senso di altruismo lo porta a credere, una volta riconosciuta la retta via, di essere stato investito da Dio della missione di indicare a tutta l’umanità il percorso della salvezza. Per farlo bisogna per forza passare nei tre regni dell’aldilà: inferno, purgatorio e paradiso. Tutto quello che verrà appreso durante il cammino dovrà essere riportato agli uomini mediante la scrittura, affinché quest’ultimi imbocchino la via della rigenerazione e della redenzione. Una redenzione che non vuol dire soltanto “ok, Dante mi ha confermato che se mi comporto male vado all’inferno e se mi comporto da buon cristiano vado in paradiso, quindi so che dopo la vita c’è qualcosa” ma soprattutto “caspita, attraverso gli errori o gli esempi degli altri posso capire finalmente come trascorrere al meglio il tempo che passo su questa terra”.  Fatta questa superficiale ma fondamentale premessa, andiamo a vedere cosa succede nel primo canto – episodio.

Siamo nella notte tra il 7 e l’8 aprile del 1300, anno del primo giubileo (momento di conversione, remissione dei peccati). Dante, che ha più o meno trentacinque anni, si ritrova all’improvviso in una sorta di bosco oscuro silenzioso e tenebroso, che soltanto a guardarlo gli viene una paura che nemmeno la protagonista del video Thriller di Michael Jackson potrebbe capire. Barcolla, è confuso, non ricorda come ha fatto a finire in quel luogo. Se ne rammarica, cerca una via d’uscita. Crede di averla trovata quando scorge un piccolo colle illuminato dai raggi solari: la sensazione d’angoscia che l’ha paralizzato sembra scomparire piano piano. Scrive una metafora bellissima con cui dimostra, fin da subito, tutte le sue capacità di poeta. Ci dice infatti “così mi sono sentito quando ho visto quel colle della speranza, allo stesso modo di un naufrago giunto alla riva e sopravvissuto al mare in tempesta”.

Nel mezzo del cammin di nostra vita
mi ritrovai per una selva oscura,
ché la diritta via era smarrita. 3

Ahi quanto a dir qual era è cosa dura
esta selva selvaggia e aspra e forte
che nel pensier rinova la paura! 6

Tant’è amara che poco è più morte;
ma per trattar del ben ch’i’ vi trovai,
dirò de l’altre cose ch’i’ v’ ho scorte. 9

Io non so ben ridir com’i’ v’intrai,
tant’era pien di sonno a quel punto
che la verace via abbandonai. 12

Ma poi ch’i’ fui al piè d’un colle giunto,
là dove terminava quella valle
che m’avea di paura il cor compunto, 15

guardai in alto e vidi le sue spalle
vestite già de’ raggi del pianeta
che mena dritto altrui per ogne calle. 18

Allor fu la paura un poco queta,
che nel lago del cor m’era durata
la notte ch’i’ passai con tanta pieta. 21

E come quei che con lena affannata,
uscito fuor del pelago a la riva,
si volge a l’acqua perigliosa e guata, 24

così l’animo mio, ch’ancor fuggiva,
si volse a retro a rimirar lo passo
che non lasciò già mai persona viva. 27

Poi ch’èi posato un poco il corpo lasso,
ripresi via per la piaggia diserta,
sì che ’l piè fermo sempre era ’l più basso. 30

Tutto bene dunque, il pericolo sembra scampato. Macché, gli piacerebbe. Proprio quando sta per salire sul colle illuminato si ritrova davanti una sorta di ghepardo che ostacola il proseguo: Dante ha un sussulto e ripiega all’indietro. Tuttavia si sente ancora ottimista perché vede nel cielo la costellazione dell’Ariete, collegata alla stagione primaverile e quindi al concetto di rinascita. Quest’ottimismo viene letteralmente spazzato via quando, di fianco al ghepardo, compare anche un leone: ha la testa alta e una fame rabbiosa, a tal punto che l’atmosfera intorno sembra tremare al pari di un terremoto. E non è finita qui. Subito dietro si palesa una lupa magra che col suo sguardo terrificante fa perdere a Dante l’ultima briciola di speranza rimasta: sta per ricadere nel buio del bosco tenebroso. Avete presente la scena di Tre uomini e una gamba quando Aldo, uno dei tre protagonisti del film, resta bloccato su una piccola roccia da scalare? Ecco, parafrasandolo, possiamo dire che Dante pensa la stessa cosa: “Adesso non posso né scendere né salire, né scendere né salire!”

Mentre, piangente, precipita in basso scorge da lontano una sagoma che ancora non sa se uomo o fantasma. In ogni caso, come il più disperato dei disperati, gli urla contro: Miserere di me!, cioè “abbi pietà di me, chiunque tu sia: salvami!”

Ed ecco, quasi al cominciar de l’erta,
una lonza leggera e presta molto,
che di pel macolato era coverta; 33

e non mi si partia dinanzi al volto,
anzi ’mpediva tanto il mio cammino,
ch’i’ fui per ritornar più volte vòlto. 36

Temp’era dal principio del mattino,
e ’l sol montava ’n sù con quelle stelle
ch’eran con lui quando l’amor divino 39

mosse di prima quelle cose belle;
sì ch’a bene sperar m’era cagione
di quella fiera a la gaetta pelle 42

l’ora del tempo e la dolce stagione;
ma non sì che paura non mi desse
la vista che m’apparve d’un leone. 45

Questi parea che contra me venisse
con la test’alta e con rabbiosa fame,
sì che parea che l’aere ne tremesse. 48

Ed una lupa, che di tutte brame
sembiava carca ne la sua magrezza,
e molte genti fé già viver grame, 51

questa mi porse tanto di gravezza
con la paura ch’uscia di sua vista,
ch’io perdei la speranza de l’altezza. 54

E qual è quei che volontieri acquista,
e giugne ’l tempo che perder lo face,
che ’n tutti suoi pensier piange e s’attrista; 57

tal mi fece la bestia sanza pace,
che, venendomi ’ncontro, a poco a poco
mi ripigneva là dove ’l sol tace. 60

Mentre ch’i’ rovinava in basso loco,
dinanzi a li occhi mi si fu offerto
chi per lungo silenzio parea fioco. 63

Quando vidi costui nel gran diserto,
“Miserere di me”, gridai a lui,
“qual che tu sii, od ombra od omo certo!”. 66

Dante dunque chiede aiuto a quella sagoma. E quella sagoma, che corrisponde al poeta latino Virgilio, rivela subito la sua identità: “Ahimè non sono più un uomo adesso, ma lo sono stato. I miei genitori furono lombardi e io nacqui e vissi sotto la Roma dell’imperatore Augusto, quando ancora credevamo che gli dei fossero tanti e uguali a noi uomini. Penso che mi conosci però perché, come te, sono stato poeta: ho raccontato di Enea, ti ricordi? L’ultimo troiano sopravvissuto alla città bruciata dai greci. Ma tu perché stai così impalato? Che aspetti a salire quel bel colle illuminato che è simbolo di gioia e di salvezza?” Probabilmente Dante, se si fosse trattato di un altro, gli avrebbe detto “razza di idiota che non sei altro, non vedi che ci sono queste tre bestie che vogliono azzannarmi? Come faccio a salire?!?”, ma siccome si ritrova davanti il suo più grande idolo (aveva letto avidamente l’Eneide in cui, non a caso, si racconta della discesa di un uomo negli inferi) ha soltanto parole di ammirazione per lui, scordandosi per qualche istante della cattiva situazione in cui si è cacciato: “O grande poeta, o mio maestro” – gli dice – “tu sei stato la mia guida, quello da cui ho imparato a poetare!” Poi ritorna, stoico, alla realtà circostante: “ti prego, dammi una mano contro queste bestie, indicami la via; ho talmente paura che sento tremare le vene e i polsi.” Virgilio, che tutto sa e tutto vede, ha fatto di proposito quella domanda pur conoscendo la risposta perché, come di racconta Franco Nembrini, “un vero maestro è colui che pur conoscendo la risposta non risparmia la domanda al suo allievo”.

“Caro Dante, stai tranquillo e smettila di piangere, adesso troviamo una soluzione. Innanzitutto se vuoi salvarti da questo posto devi fare una strada alternativa perché queste bestie, simboli dei peccati umani, non risparmiano nessuno. Forse, anzi sicuramente, un giorno arriverà un messia o qualcuno che ci libererà da loro e allora potremo percorrere quel colle senza alcun timore. Per adesso, ti conviene seguirmi: io ti farò da guida e ti porterò prima all’inferno, dove vedrai gli spiriti disperati e addolorati, e poi in purgatorio, dove ci sono quelli contenti di espiare le proprie colpe in quanto desiderosi di arrivare tra le anime beate; per quanto riguarda il paradiso…ehm, non ho il pass! Non ti posso accompagnare. Ma stai tranquillo, ci sarà un’altra guida più degna, e ti lascerò con lei quando sarà il momento. Il padrone del paradiso è un po’ risentito con me e non vuole che entri a casa sua…è sempre per quella questione di cui ti ho parlato prima, ti ricordi? Che nacqui al tempo in cui credevamo gli dei innumerevoli e umani. Ancora oggi mi mordo le mani, mannaggia a me! Chissà come deve essere bello stare lassù!

A questo punto l’episodio va verso la conclusione. Dante, ammirato e rincuorato, chiude con un’ultima battuta: “Mio maestro, ti chiedo in nome di quel Dio che non hai conosciuto di condurmi allora in quei posti che mi hai descritto, affinché io possa salvarmi dal male che circonda tutta la terra.” Virgilio annuisce e si incammina in un’altra direzione. Dante, umilmente, lo segue. E ci regala già un prezioso monito: nessuno si salva da solo.

Rispuosemi: “Non omo, omo già fui,
e li parenti miei furon lombardi,
mantoani per patrïa ambedui. 69

Nacqui sub Iulio, ancor che fosse tardi,
e vissi a Roma sotto ’l buono Augusto
nel tempo de li dèi falsi e bugiardi. 72

Poeta fui, e cantai di quel giusto
figliuol d’Anchise che venne di Troia,
poi che ’l superbo Ilïón fu combusto. 75

Ma tu perché ritorni a tanta noia?
perché non sali il dilettoso monte
ch’è principio e cagion di tutta gioia?”. 78

“Or se’ tu quel Virgilio e quella fonte
che spandi di parlar sì largo fiume?”,
rispuos’io lui con vergognosa fronte. 81

“O de li altri poeti onore e lume,
vagliami ’l lungo studio e ’l grande amore
che m’ ha fatto cercar lo tuo volume. 84

Tu se’ lo mio maestro e ’l mio autore,
tu se’ solo colui da cu’ io tolsi
lo bello stilo che m’ ha fatto onore. 87

Vedi la bestia per cu’ io mi volsi;
aiutami da lei, famoso saggio,
ch’ella mi fa tremar le vene e i polsi”. 90

“A te convien tenere altro vïaggio”,
rispuose, poi che lagrimar mi vide,
“se vuo’ campar d’esto loco selvaggio; 93

ché questa bestia, per la qual tu gride,
non lascia altrui passar per la sua via,
ma tanto lo ’mpedisce che l’uccide; 96

e ha natura sì malvagia e ria,
che mai non empie la bramosa voglia,
e dopo ’l pasto ha più fame che pria. 99

Molti son li animali a cui s’ammoglia,
e più saranno ancora, infin che ’l veltro
verrà, che la farà morir con doglia. 102

Questi non ciberà terra né peltro,
ma sapïenza, amore e virtute,
e sua nazion sarà tra feltro e feltro. 105

Di quella umile Italia fia salute
per cui morì la vergine Cammilla,
Eurialo e Turno e Niso di ferute. 108

Questi la caccerà per ogne villa,
fin che l’avrà rimessa ne lo ’nferno,
là onde ’nvidia prima dipartilla. 111

Ond’io per lo tuo me’ penso e discerno
che tu mi segui, e io sarò tua guida,
e trarrotti di qui per loco etterno; 114

ove udirai le disperate strida,
vedrai li antichi spiriti dolenti,
ch’a la seconda morte ciascun grida; 117

e vederai color che son contenti
nel foco, perché speran di venire
quando che sia a le beate genti. 120

A le quai poi se tu vorrai salire,
anima fia a ciò più di me degna:
con lei ti lascerò nel mio partire; 123

ché quello imperador che là sù regna,
perch’i’ fu’ ribellante a la sua legge,
non vuol che ’n sua città per me si vegna. 126

In tutte parti impera e quivi regge;
quivi è la sua città e l’alto seggio:
oh felice colui cu’ ivi elegge!”. 129

E io a lui: “Poeta, io ti richeggio
per quello Dio che tu non conoscesti,
acciò ch’io fugga questo male e peggio, 132

che tu mi meni là dov’or dicesti,
sì ch’io veggia la porta di san Pietro
e color cui tu fai cotanto mesti”. 135

Allor si mosse, e io li tenni dietro.

 

Ci vediamo lunedì 11 marzo con l’episodio numero 2: “Dammi solo un minuto”.

Si ringrazia Carmen Ammendola per le illustrazioni.

Nietzsche poeta: il Lamento di Arianna

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Friedrich Nietzsche è conosciuto dalla massa come filosofo stravagante ed autoritario, in grado di denunciare la reale debolezza sociale per poi esaltare l’individualità dell’uomo. Ma pochi sono a conoscenza della sua vita poetica…

Il filosofo tedesco viene elogiato per scritti come “Così parlò Zarathustra”, “L’Anticristo”, “La gaia scienza”. La teoria della morte di Dio, l’idea di superuomo e il curioso odio per il musicista Richard Wagner: tutte nozioni che, grazie all’istruzione liceale, la maggior parte degli studenti conosce bene.

C’è un aspetto però che le scuole spesso non approfondiscono: gli scritti lirici dell’autore. Sì, il folle Nietzsche si dedicò molto alla stesura di poesie, spesso ispirandosi ai canoni della letteratura greca che tanto amava (ma questo lo sapete già, giusto?). Perché soffermarsi su una produzione così oscurata dalla cultura generalizzante che ormai impera sul sistema educativo odierno? Semplicemente, perché la poesia di Nietzsche non è fine a sé stessa: rappresenta piuttosto un continuo riferimento all’opera speculativa.

“Ditirambi di Dioniso e poesie postume” è una raccolta di componimenti poetici che risale allo stesso periodo di stesura del già citato “Così parlò Zarathustra“. L’opera subì un lungo lavoro di revisione e correzione nel 1889 che terminò qualche giorno prima del famoso crollo psichico del filosofo. All’interno del testo definito si trovano ben 9 ditirambi e molti altri frammenti poetici. Preciso: il ditirambo non è altro che un’antica forma di lirica corale appartenente ai riti dionisiaci di origine greca. Chi conosce le tesi di Nietzsche riconoscerà immediatamente il rimando alla lotta morale tra spirito apollineo spirito dionisiaco.

Chi mi riscalda, chi mi ama ancora?
Date mani ardenti,
date bracieri per il cuore!
Giù prostrata, inorridita,
quasi una moribonda cui si scaldano i piedi,
sconvolta da febbri ignote,
tremante per gelidi dardi pungenti, glaciali,
incalzata da te, pensiero!
Innominabile! Velato! Orrendo!
Tu cacciatore dietro le nubi!
Fulminata a terra da te,
occhio beffardo che dall’oscuro mi guardi!
Eccomi distesa,
mi piego, mi dibatto tormentata
da tutte le torture,
colpita

da te crudelissimo cacciatore,
sconosciuto – dio

[…]

Friedrich Nietzsche, Lamento di Arianna, vv 1-18

Lamento di Arianna è uno dei ditirambi più struggenti, motivo per cui ho deciso di analizzarlo in questo breve articolo. Il poema si apre nella maniera più disperata, con l’invocazione della protagonista, desiderosa di affetto e calore. Elementi che non potranno più tornare ma che erano presenti in un periodo passato (la presenza di ancora nel verso 1 ne è prova). Come accade a chiunque, la sofferenza porta la vittima ad attaccare un possibile colpevole, in questo caso definito in più modi: il cacciatore dietro le nubi (v. 10) o, dissolvendo ogni dubbio, la divinità stessa (sconosciuto – dio… al verso 18).

Colpisci più in fondo!
Colpisci una volta ancora!
Trafiggi, infrangi questo cuore!
A che questa tortura
con frecce spuntate?
Perché guardi di nuovo
insoddisfatto da questo tormento,
con divini occhi lampeggianti?
Non vuoi uccidere,
torturare solo torturare?
A che – torturarmi,
tu malvagio dio sconosciuto?

[…]

Friedrich Nietzsche, Lamento di Arianna, vv 19-30

La teoria del dio torturatore (a che – torturarmi, al verso 29) viene confermata da questi versi successivi. Il carnefice divino viene descritto ferocemente quasi come uno psicopatico, “insoddisfatto da questo tormento” (v. 25) perché dedito all’infliggere dolore e non alla semplice uccisione. Torna l’elemento che più valorizza l’intero componimento, la disperazione nella sofferenza, espressa magistralmente dall’epanalessi al verso 28 (torturare solo torturare?) e dalla breve anafora dei  versi 19-20 (Colpisci… colpisci) che si tramuta, al terzo rintocco, in un più devastante e violento trafiggi (v. 21). Ma dietro l’apparenza, il rapporto macellaio-vittima si rivela diverso…

E’ andato!
Ecco anche lui fuggì,
il mio unico compagno,
il mio grande nemico,
il mio sconosciuto,
il mio dio carnefice!
No!
torna indietro!
Con tutte le tue torture!
Tutte le lacrime mie
corrono a te
e l’ultima fiamma del mio cuore
s’accende per te.
Oh, torna indietro,
mio dio sconosciuto! dolore mio!
felicità mia ultima…

[…]

Friedrich Nietzsche, Lamento di Arianna, vv. 90-105

Al verso 90 la divinità-boia sembra sparire. Le parole che esclamano questa fuga non sono, però, felici: Arianna continua a soffrire nel constatare ciò che è appena accaduto. Colui che la costringeva al dolore continuo, privandola del calore è ormai andato (v. 1). La donna, probabilmente divenuta succube di quel rapporto perverso, sente immediatamente la mancanza del suo carnefice: lo chiama in molti modi (unico compagno, grande nemico etc.), apparentemente contrastanti tra loro. Le lacrime del verso 99, nate inizialmente dal male, si confondono con quelle nate dal sentimento d’amore: tutto è ormai congiunto ed inscindibile. Il dolore, per quanto tale, era preferibile alla solitudine.

Con questi versi Nietzsche sottolinea ciò che ha sempre sostenuto nella sua dottrina filosofica: la divinità è una semplice e banale necessità dell’uomo debole. La figura del fantoccio creato per sopperire alla propria fragilità che prende il sopravvento e diviene giudicegiuria boia del proprio autore: concetto tanto reale quanto difficile da riconoscere.

Un lampo – Dioniso si manifesta con una bellezza smeraldina
Dioniso:
Sii saggia Arianna!
Hai piccole orecchie, hai le mie orecchie:
metti là dentro una saggia parola! –
Non ci si deve prima odiare, se ci si vuole amare?…
Io sono il tuo Labirinto…

Friedrich Nietzsche, Lamento di Arianna, vv. 106-112

Concludo la riflessione riportando la fine del componimento. Il maestro del sospetto lascia al lettore un enigmatico epifonema. Il dio brutale entra (o sarebbe meglio dire “torna“) in scena e pronuncia le seguenti parole: non ci si deve prima odiare, se ci si vuole amare? La spiegazione ha diverse interpretazioni, tutte plausibili: vita amorosa, fede religiosa o esistenza umana. In ogni caso, la debolezza rimane la protagonista.

L’Infinito di Giacomo Leopardi: duecento anni di tangibile immaginazione

Sono trascorsi duecento anni dalla stesura de L’Infinito, la celebre poesia di Giacomo Leopardi, composta nel 1819, a Recanati; è una delle liriche più conosciute, ispirata dalla “siepe che da tanta parte dell’ultimo orizzonte il guardo esclude. 

L’Infinito, fu pubblicato nel Nuovo ricoglitore nel dicembre 1825, come primo degli Idilli e inserita poi nei Canti, tra i «piccoli idilli» nella sistemazione definitiva del 1845. È una breve, intensa contemplazione, in cui gli elementi paesistici (l’ermo colle, la siepe) vengono assorbiti e trascesi in una profonda quanto ricca esperienza sentimentale ed ideologica dell’infinito spaziale e temporale. Quello spazio e quel tempo sono ancora oggi celebrati, grazie alle parole della lirica, una delle più studiate tra i banchi di scuola, che echeggiano nella mente di chi s’inebria leggendo quei versi. 

Sono trascorsi duecento anni, un lasso di tempo molto ampio, ma che, grazie alla vivacità, conferita da Giacomo Leopardi al testo, sembra quasi annullarsi. Così come il pensiero del poeta, mentre ammira l’infinito. 

La lirica rappresenta l’infinito nell’infinito, una concatenazione di immagini, scenari, pensieri e parole, che una dopo l’altro, si accostano, e si materializzano, accarezzando l’intelletto. 

Gli “interminabili spazi” che Giacomo Leopardi osserva, sono ancora oggi tali; non finiscono, non segnano un confine, ma portano alla mente lo spazio all’interno del quale la poesia si inserisce. Spazi interminabili che non hanno limiti, e che continuano ad essere celebrati a duecento anni di distanza, come se Giacomo Leopardi li stesse ancora componendo.

In questa visione così ampia, i limiti fra il vissuto personale e l’indifferente flusso dell’essere, si dissolvono, ed è lo stesso autore a far sì che ciò avvenga. Leopardi rompe gli schemi classici di scrittura, presentandosi al mondo come vero innovatore della struttura metrica sia del panorama nazionale, sia di quello internazionale. 

Dal punto di vista metrico, L’Infinito, è composto di quindici endecasillabi sciolti, ovvero, senza il rispetto di quelle rigide strutture metriche sino a quel periodo rigorosamente utilizzate dai poeti, pertanto non assume più particolare importanza lo schema metrico bensì ogni singola parola inserita nel testo, funge da vero e proprio contenitore di emozioni, pulsazioni, idee, pensieri. 

La siepe, rappresenta un percorso di estensione  e progressione, ma anche di crescita per la propria anima che vola, viaggia attraverso tutto ciò che potrebbe esserci al di là di quello che il poeta vede e che vive ogni giorno. 

Proprio in questo modo, grazie alle immagini che vanno oltre ogni limite, L’Infinito, a duecento anni, si configura come un prolungamento di ciò che Giacomo Leopardi provava al momento della stesura, e che attualmente appartiene un pò a tutti. Un rapporto di condivisione, oltre ogni siepe, oltre ogni barriera spazio-temporale. Le illusioni, forniscono speranza, grazie alla quale si può dare colore all’aridità che spesso contraddistingue l’esistenza. 

L’uomo può trovare godimento unicamente nelle Illusioni e nella Speranza, le quali, nella poesia L’Infinito, sono rappresentate dal viaggio immaginario che il poeta compie con la propria mente (e la propria anima) al di là della vuota (ovvero insoddisfacente) realtà che vive nel presente.

Vedere oltre: Con gli occhi chiusi di Federigo Tozzi

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Il capolavoro di Tozzi va assolutamente letto per comprendere al meglio il passaggio definitivo dal romanzo ottocentesco a quello moderno – psicologico.

Mi perdoneranno i lettori se, per introdurre questo approfondimento su uno dei romanzi più belli (e sicuramente meno conosciuti) di inizio Novecento, farò riferimento ad un episodio molto personale. L’operazione però si configura come necessaria, se non altro per sottolineare come le scoperte più belle passino attraverso l’intervento di persone colte, sensibili, professionali e molto attente alla psicologia individuale. Nell’inverno del 2015 sostenni l’esame di letteratura italiana contemporanea, il cui programma prevedeva lo studio di autori molto importanti quali Pirandello, Svevo, Montale, Saba, Ungaretti. Ho sempre amato lo studio della letteratura e, forte di una preparazione quantomeno sufficiente (dal mio personalissimo punto di vista), mi presentai all’appello senza alcun timore. La professoressa, di cui non farò il nome per ovvi motivi, mi fece esordire con la lettura di uno dei classici più conosciuti del Novecento: La coscienza di Zeno. In particolare mi chiese di analizzare, allegoricamente, l’episodio dello schiaffo paterno. A giudicare dalla sua espressione, tutto andò per il meglio. Successivamente, con l’aria serena e compiaciuta di chi si attende una risposta giusta, mi chiese di parlare della figura di Pietro Rosi e, in generale, del romanzo di Federigo Tozzi Con gli occhi chiusi, facendo possibilmente un paragone con l’inetto di Svevo. Buio totale. Non sapevo di chi stesse parlando, e me ne dispiacqui immediatamente; avrei voluto inventare qualcosa, riuscire a cavarmela, ma quando mi resi conto che l’unico Tozzi che conoscevo era il cantante di Gloria, capii che non avrei avuto scampo. Confessai senza remore il mio peccato: non sapevo niente. Per distrazione, per negligenza, questo non lo so; fatto sta che non avevo letto nulla sul mio bel manuale circa tale romanzo. In tutta onestà pensai anche “poco male, può capitare di non ricordare qualcosa, recupererò con la prossima domanda”. La domanda successiva non ci fu perché mi bocciò. E anche con una certa eleganza, nel senso che fui invitato molto gentilmente a recuperare Tozzi perché “fondamentale e propedeutico”. Inutile soffermarsi su quello che mi passò per la testa in quell’attimo: avrei voluto sbraitare. Giornate intere a studiare le poesie del Canzoniere di Saba; nottate “buttato” sui versi di Ungaretti; attimi di magica empatia con Zeno Cosini e la sua zoppia spazzati via da un Tozzi qualunque, che mi rispediva a casa. Rifeci nuovamente l’esame qualche mese dopo superandolo brillantemente. Tozzi non mi fu chiesto, quella volta, ma io l’avevo studiato benissimo; e quasi pregai che ne potessi parlare. Avevo comprato il romanzo in una di quelle piccole librerie di Port’Alba, a Napoli, tra decine di copertine ammuffite e ingiallite. Lo lessi in meno di una settimana intuendo, pagina dopo pagina, perché la mia bravissima professoressa di letteratura italiana contemporanea lo definì fondamentale.

IL ROMANZO. Con gli occhi chiusi fu pubblicato nel 1919, anche se composto già nel 1913. Viene raccontato un amore, quello del giovane Pietro Rosi nei confronti della contadina Ghisola, inscenato tra il podere di Poggio a Meli (gestito dagli “assalariati”) e la trattoria “Il Pesce azzurro”. Pietro è il figlio infelice ed inetto di Domenico Rosi, proprietario sia del podere che della trattoria, uomo rozzo e insensibile che mortifica continuamente il figlio. Troviamo anche la figura della mamma, Anna, una donna debole e remissiva dedita principalmente alle faccende domestiche. Pietro conosce Ghisola sin da bambino, in uno dei tanti viaggi fatti al podere con il carretto. Si tratta di una contadina analfabeta ma furba, insoddisfatta della sua condizione di miseria, disillusa e insofferente verso quel mondo che la circonda. Tra i due adolescenti nasce un’attrazione ricambiata ma discontinua, fatta principalmente di sguardi, impulsività, e di dialoghi poco loquaci; il rapporto tormentato è manifestato ulteriormente dall’uso alternato del registro linguistico tra i due, principalmente di Ghisola verso Pietro, al quale si rivolge talvolta con il “lei” (tipico di chi è subordinato al padrone) talvolta con il “tu”. Dopo qualche anno i due ragazzi crescono e, per una serie di eventi, si ritrovano a stare distanti, anche se non smettono mai di sentirsi e di vedersi: Ghisola è diventata una donna bellissima che sfrutta le proprie qualità fisiche per tentare a tutti i costi una scalata sociale; Pietro continua ad essere un inetto e a comportarsi da ingenuo, volendo sposare a tutti i costi Ghisola. Scrive Alberto Puri in una bellissima introduzione al romanzo:

Quella di stare con gli occhi chiusi è una volontà del giovane Pietro, una cecità che diventa inettitudine spirituale a vedere, a cogliere il senso dei rapporti, dei sentimenti, e che lo porta a vivere in una continua dimensione psicologica di disagio, di incertezza. Ghisola è prima di tutto un sogno, e solo poi una ragazza reale; nel sogno essa è pura, e come tale deve essere portata all’altare; e come tale ad essa Pietro tributa una devozione incompatibile nel modo più assoluto con la condizione reale delle cose. Quegli occhi chiusi si apriranno lentamente, ma definitivamente, soltanto nel momento in cui riceverà una lettera…

E’ proprio così. Pietro si sveglierà nel momento in cui le cose sono troppo chiare per non essere percepite così come sono. Ne uscirà devastato, sconvolto, turbato, e cadrà ai piedi di Ghisola in uno svenimento che ricorda vagamente quello “strategico” di Dante nelle situazioni più intricate della Commedia. La volontà di stare “con gli occhi chiusi” è rappresentata benissimo nell’omonima pellicola cinematografica del 1994, scritta e diretta da Francesca Archibugi, in cui ci si imbatte spesso in delle soggettive di Pietro mostranti un’immagine sfocata, poco nitida; soltanto alla fine, quando l’inetto è costretto ad uscire dal suo mondo interiore, la soggettiva diviene limpida.

L’ANELLO MANCANTE. Per capire bene i motivi del romanzo dobbiamo, necessariamente, conoscere la biografia dell’autore. Il padre di Tozzi era un certo Federigo Tozzi, detto Ghigo, uomo dal carattere forte ed autoritario, proprietario della trattoria “Il Sasso” e possessore di alcuni terreni della campagna toscana; la madre, Annunziata Automi, era una donna senza dote (adottata, e quindi di bassa condizione sociale), dedita alle faccende domestiche e di salute cagionevole per le numerose gravidanze. Sollecitò il figlio sul piano degli studi, volendolo lontano da quel mondo contadino e rozzo di suo padre, che invece vorrebbe farne una copia di se stesso. Annunziata morì quando il giovane Federigo era ancora adolescente: la perdita dell’unica persona che lo faceva sentire compreso e meno solo contribuì definitivamente ad acuire le sue incertezze e il suo disagio verso il mondo, oltre che a vivere un rapporto di totale incomunicabilità con il padre. Proprio nel podere paterno conobbe Isola, una giovane contadina di cui si invaghì per qualche tempo. Queste rapide ma fondamentali informazioni sulla vita dell’autore danno già l’idea di quanto il romanzo sia autobiografico, e di quanto i personaggi siano la riproduzione (o, in certi casi, l’esasperazione) delle persone conosciute realmente dal giovane Federigo. Tozzi rappresenta probabilmente, in un’immaginaria teoria evoluzionistica del romanzo moderno e psicologico, il classico anello mancante (o tardivamente riconosciuto) che giustifica i suoi predecessori e anticipa i suoi successori. Domenico Rosi, così grezzo e insensibile ma soprattutto così materialmente attaccato alle sua “roba”, ha tutti gli aspetti di un personaggio di Verga, da sembrare simile al Padron ‘Ntoni de I Malavoglia; Pietro, nella sua illusione ma soprattutto nella voglia di alienarsi dal contesto familiare ricorda senza ombra di dubbio il Mattia Pascal di Pirandello. Sempre Pietro, allo stesso tempo, si avvicina con l’essere inetto alla figura di Zeno Cosini anche se, a onor del vero, bisogna riconoscere che Svevo dimostra una maggiore consapevolezza delle dinamiche psicologiche dei suoi personaggi, mentre quella di Tozzi ci appare più come un’indagine sperimentale, volta a cercare di capire cosa si nasconde dietro le semplici apparenze. E’ importante a riguardo leggere un passo dello stesso autore, tratto dal saggio Come leggo io, il quale spiega cosa si aspetta di trovare all’interno di un romanzo:

[…] Ai più interessa un omicidio o un suicidio; ma è ugualmente interessante, se non di più, anche l’intuizione e quindi il racconto di un qualsiasi atto nostro; come potrebbe essere quello, per esempio, di un uomo che a un certo punto della sua strada si sofferma per raccogliere un sasso che vede, e poi prosegue la sua passeggiata. […] Io dichiaro di ignorare le trame di qualsiasi romanzo; perché, a conoscerle, avrei perso tempo e basta. La mia soddisfazione è di poter trovare qualche pezzo dove sul serio lo scrittore sia riuscito a indicarmi una qualunque parvenza della nostra fuggitiva realtà.

E’ tutta qui la consapevolezza di Tozzi, in queste poche ma chiarissime righe. Egli non ha mai conosciuto Freud ma riesce a coglierne i principi essenziali, essendo dotato di una grande sensibilità. Nel suo romanzo parole e inconscio si fondono continuamente, vanno a braccetto, fanno l’amore. Il flusso di coscienza non è più una sperimentazione ma diviene un artificio stilistico vincente e consapevole, tracciando una linea guida per autori più conosciuti come Svevo, Joyce, Kafka.

Se non avete letto questo romanzo, fatelo subito. Perché la letteratura, la conoscenza, l’arte, vanno divulgate come se fossero volantini di un esercizio commerciale. Se avessi preso quell’esame senza conoscere Tozzi, oggi sarei una persona meno ricca. Per questo ho sentito, quasi come un obbligo, il bisogno di aprire questo articolo raccontando il mio personalissimo episodio. Non sottovalutate mai le persone che vi aiutano a migliorare.

Don Abbondio e il piacere della codardia

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Codardo, ironico ed eccentrico: è impossibile non amare il caro Don Abbondio. Ma perché lo si apprezza così tanto, pur essendo un personaggio negativo? Cos’ha in comune con ognuno di noi?

Iniziato il viaggio tra le pagine de I Promessi Sposi, Don Abbondio è il primo personaggio presentato da Manzoni. Omaccione di circa sessant’anni con “due folti sopraccigli, due folti baffi, un folto pizzo”, una “faccia bruna e rugosa”, accetta le imposizioni di Don Rodrigo e dà il via alle numerose peripezie del romanzo.

“Cioè…” rispose, con voce tremolante, don Abbondio: “cioè. Lor signori son uomini di mondo, e sanno benissimo come vanno queste faccende. Il povero curato non c’entra: fanno i loro pasticci tra loro, e poi… e poi, vengon da noi, come s’anderebbe a un banco a riscotere; e noi… noi siamo i servitori del comune.”

[…]

“Ma, signori miei,” replicò don Abbondio, con la voce mansueta e gentile di chi vuol persuadere un impaziente, “ma, signori miei, si degnino di mettersi ne’ miei panni. Se la cosa dipendesse da me,… vedon bene che a me non me ne vien nulla in tasca…”

I Promessi Sposi, I

Così l’autore dipinge magistralmente il curato: un uomo spaventato, come dimostrano le frequenti ripetizioni (“cioè, e poi…”) e le pause discorsive, oltre al più evidente “tremolante“. Impossibile prendere la via del contrattacco, conviene passare alla difesa più estrema: l’uso della lingua in modo da rendersi il più patetico e innocente possibile (“povero curato”, “servitore del comune”). L’abilità oratoria dell’uomo di chiesa è così elevata da ingannare persino il lettore: a primo sguardo anche voi vi siete fatti intenerire da questa vittima dei prepotenti, non è così? Siete caduti nella trappola retorica di Don Abbondio e (ahivoi) non sarà né la prima né l’ultima volta che vi succederà una cosa simile. La maschera del curato manzoniano è presente anche ai giorni nostri.

È facile evitare i problemi: basta non affrontarli. In modo ancora più facile è possibile fare in modo che siano gli stessi problemi a non affrontare il diretto interessato. Per raggiungere questo obiettivo è necessario ricorrere alla codardia. Sorella di quest’ultima è la giustificazione, imprescindibile elemento per la buona riuscita del piano: una mediocre bugia può diventare un’ottima bugia se riuscirete ad ingannare, prima di tutto, voi stessi.

“Il nostro Abbondio non nobile, non ricco, coraggioso ancor meno, s’era dunque accorto, prima quasi di toccar gli anni della discrezione, d’essere, in quella società, come un vaso di terra cotta, costretto a viaggiare in compagnia di molti vasi di ferro. Aveva quindi, assai di buon grado, ubbidito ai parenti, che lo vollero prete. Per dir la verità, non aveva gran fatto pensato agli obblighi e ai nobili fini del ministero al quale si dedicava: procacciarsi di che vivere con qualche agio, e mettersi in una classe riverita e forte, gli eran sembrate due ragioni più che sufficienti per una tale scelta.”

I Promessi Sposi, I

Il nostro curato è tutto fuorché un eroe, gli epiteti del Manzoni lo dimostrano chiaramente. È altrettanto vero però che Don Abbondio non ha mai provato a cambiare la situazione, limitandosi ad una servile accettazione della propria realtà. Il vaso di terracotta si mimetizza dunque tra quelli di ferro, pur sapendo che in caso di urto durante il trasporto, sarà comunque il primo a frantumarsi. Eliminando ogni possibile rimpianto/rimorso del cambiamento, l’uomo si rinchiude in una crisalide tanto sicura quanto mediocre. Situazione osservabile in tutti i mentitori cronici: inetti che, non potendo affrontare la dura realtà, cercano di addolcirsi la pillola modificandola, ricorrendo spesso a mezzi subdoli come l’instaurazione di pietà nel prossimo.

Ma evitiamo di estremizzare il pensiero. Don Abbondio non è del tutto colpevole:

“Don Abbondio stava a capo basso: il suo spirito si trovava tra quegli argomenti, come un pulcino negli artigli del falco, che lo tengono sollevato in una regione sconosciuta, in un’aria che non ha mai respirata. Vedendo che qualcosa bisognava rispondere, disse, con una certa sommissione forzata: “monsignore illustrissimo, avrò torto. Quando la vita non si deve contare, non so cosa mi dire. Ma quando s’ha che fare con certa gente, con gente che ha la forza, e che non vuol sentir ragioni, anche a voler fare il bravo, non saprei cosa ci si potesse guadagnare. È un signore quello, con cui non si può nè vincerla nè impattarla.”

[…]

“Torno a dire, monsignore,” rispose dunque, “che avrò torto io… Il coraggio, uno non se lo può dare.”

I Promessi Sposi, XXV

I freddi rimproveri del cardinal Borromeo colpiscono violentemente l’animo dello sventurato. La presenza costante dell’espressione “avrò torto” non è una semplice nota stilistica: sottolinea il forte senso di colpa. Don Abbondio sa, nel profondo del suo cuore, di aver sbagliato. Il meccanismo di difesa, dunque, si evolve: dalla bugia si passa alla rassegnazione. Attenzione, l’accettazione è ancora presente, così come la paura. È il modo in cui questa decisione viene vista, però, che ottiene importanza. “Il coraggio, uno non se lo può dare”: la citazione più famosa del personaggio (oltre al parodistico latinorum) racchiude l’intero nucleo del suo essere. Don Abbondio non ha tutti i torti nell’avere paura, nel sottomettersi al prepotente: Don Rodrigo è conosciuto per “non minacciare invano“. La giustizia, inoltre, è dalla sua parte (come dimostra l’Azzecca-garbugli). Le forti parole di Borromeo perdono in parte valore se si analizzano questi ultimi fattori: è facile combattere il male quando si indossa una veste da cardinale…

“Ah! è morto dunque! è proprio andato!” esclamò don Abbondio. “Vedete, figliuoli, se la Provvidenza arriva alla fine certa gente. Sapete che l’è una gran cosa! un gran respiro per questo povero paese! che non ci si poteva vivere con colui. E’ stata un gran flagello questa peste; ma è anche stata una scopa; ha spazzato via certi soggetti, che, figliuoli miei, non ce ne liberavamo più: verdi, freschi, prosperosi: bisognava dire che chi era destinato a far loro l’esequie, era ancora in seminario, a fare i latinucci.”

I Promessi Sposi, XXXVIII

Difficilmente troverete un esempio di sollievo maggiore in campo letterario: la notizia della morte di Don Rodrigo viene così commentata dal nostro analizzato. Il flusso di parole celebratrici mostra l’immensa gioia presente nel cuore del curato: dopo aver passato tutto quel tempo a mentire pur di sopravvivere, la scopa del destino lo ha graziato. C’è da dire che nonostante le innumerevoli sventure capitate al vecchio, biasimarlo del tutto è l’ultimo dei nostri pensieri. Siamo tutti consci (anche lui, fidatevi) del fatto che un briciolo di coraggio in più sarebbe stato più apprezzabile da parte di un servo di Dio. Ma in quel caso il romanzo sarebbe probabilmente terminato in poche righe, col funerale di uno sfortunato (o sciocco) pretucolo. Un finale deludente, non trovate?

 

 

 

Leopardi e il valore dei ricordi

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La capacità di ricordare gli eventi passati appartiene da sempre all’essere umano. Ma in che modo il rapporto col passato può condizionare il proprio futuro?

La necessità di mantenere viva un’esperienza: elemento che può essere condanna o gioia per ognuno di noi. La memoria sa essere molto oggettiva nel preservare tanto gli avvenimenti felici quanto quelli dolorosi. Non entrerò nel campo della rimozione psicologica, pur tenendo atto della sua importanza. Il discorso prenderà una piega più letteraria concentrandosi sulla produzione del massimo poeta italiano Giacomo Leopardi.

Studiatissimo e citatissimo (spesso in modo improprio…), Leopardi viene solitamente accostato ai concetti di pessimismo e dolore. Nulla di più esatto: basta leggere alcuni dei suoi versi per comprendere l’ammontare di sofferenza albergata in quel cuore. I suoi enjambement spezzano (oltre al verso) il fiato del lettore, le metafore non sono sempre immediate, al contrario dei messaggi interni al testo, aspri e diretti. Una poesia che nonostante il carico di pathos è in grado di sorreggersi sul logos. In che momenti del pensiero lirico si esprime al meglio questa carica emotiva?

Silvia, rimembri ancora
Quel tempo della tua vita mortale,
Quando beltà splendea
Negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi,
E tu, lieta e pensosa, il limitare
Di gioventù salivi?

Sonavan le quiete
Stanze, e le vie dintorno,
Al tuo perpetuo canto,
Allor che all’opre femminili intenta
Sedevi, assai contenta
Di quel vago avvenir che in mente avevi.
Era il maggio odoroso: e tu solevi
Così menare il giorno.

[…]

A Silvia (vv 1-14) – Canti

Celeberrima canzone leopardiana, “A Silvia” demolisce la concezione di speranza giovanile. Gli endecasillabi e i settenari riproducono una sequenza di eventi: l’uso dell’imperfetto ha un’importanza notevole nel donare un senso di continuità nel passato. La dolce apostrofe (“Silvia“) anticipa l’elemento chiave: il tema del ricordo. È su questo che si basa l’intero scritto: il malessere nei confronti delle illusioni infantili, le quali riconducono al discorso filosofico sulla Natura che tratterò in separata sede. Ma tale riflessione non sarebbe possibile senza il riaffiorare dei ricordi. Che valore hanno dunque questi ultimi in rapporto al dolore?

“La memoria non è altro che assuefazione.”

Zibaldone di pensieri

Un’affermazione breve ma intensa, necessaria alla comprensione della tematica: i momenti infantili vengono spesso usati da ognuno di noi come panacea, non c’è nulla di male nel farlo. Ma la differenza tra uso ed abuso va oltre la presenza del morfema legato ab-: solitamente ce ne rendiamo conto quando ormai è troppo tardi (la deliziosa inutilità del senno di poi, come recita Zeno di Italo Svevo).

Vivere focalizzando la mente sugli eventi passati per non pensare al presente, uno scenario nefasto. La situazione si complica (ed è il caso del nostro poeta) se, oltre a respirare nostalgia a pieni polmoni, non ci si limita ad osannare il passato ma lo si rende illusorio. La giovinezza, i tempi felici sono in realtà una trappola della Natura Matrigna che nella sua totale indifferenza non si accorge di averci illuso brutalmente, avendoci dato la vita in un luogo che non permette alcun tipo di gioia.

Natura: Immaginavi tu forse che il mondo fosse fatto per causa vostra? Ora sappi che nelle fatture, negli ordini e nelle operazioni mie, trattone pochissime, sempre ebbi ed ho l’intenzione a tutt’altro che alla felicità degli uomini o all’infelicità. Quando io vi offendo in qualunque modo e con qual si sia mezzo, io non me n’avveggo, se non rarissime volte: come, ordinariamente, se io vi diletto o vi benefico, io non lo so; e non ho fatto, come credete voi, quelle tali cose, o non fo quelle tali azioni, per dilettarvi o giovarvi. E finalmente, se anche mi avvenisse di estinguere tutta la vostra specie, io non me ne avvedrei.

Dialogo della Natura e di un Islandese – Operette Morali

Ogni ricordo felice (solitamente vissuto durante la prima età) ottiene e perde valore allo stesso tempo. È ancora in grado di far stare meglio l’individuo ma viene privato del suo effetto illusorio: ciò che ci ha reso così allegri non si verificherà mai più. L’evento acquista dunque una pretiositas rara, data dalla sua unicità. La coscienza di questo nuovo stato fa nascere un forte desiderio di preservazione: il ricordo deve essere mantenuto in vita, in un modo o nell’altro. Da qui il fulcro della discussione, l’importanza della memoria nella vita di tutti i giorni. Ovviamente il tutto è analizzato in chiave leopardiana, non è necessario adottare un modus operandi così estremo e pessimista per affrontare la quotidianità. O meglio, siete liberi di farlo, la scelta è vostra (no, non come in Bandersnatch).

[…]

Viene il vento recando il suon dell’ora
Dalla torre del borgo. Era conforto
Questo suon, mi rimembra, alle mie notti,
Quando fanciullo, nella buia stanza,
Per assidui terrori io vigilava,
Sospirando il mattin. Qui non è cosa
Ch’io vegga o senta, onde un’immagin dentro
Non torni, e un dolce rimembrar non sorga.
Dolce per se; ma con dolor sottentra
Il pensier del presente, un van desio
Del passato, ancor tristo, e il dire: io fui.

[…]

Le ricordanze (vv 50-60) – Canti

Concludo la riflessione citando, in parte, una delle liriche più toccanti dell’autore. Vi è la presenza di memorie felici (la gioventù) e di ricordi negativi (dall’incomprensione delle gente zotica, vil al tentato suicidio del poeta). Un’altra parola chiave, il conforto, sboccia come un fiore in mezzo al deserto: grazioso ma destinato a morire molto presto. Lo scontro tra presente e passato ha luogo nella psiche umana, impossibile dire ormai chi tra i due sia fonte maggiore di dolore. La funzione di questi ultimi viene resa ovvia dai versi leopardiani: il dolce rimembrar lenisce la sofferenza dei momenti più bui e permette di avere la forza per guardare avanti, oltre quella siepe che sfida l’uomo a scorgere l’infinito, o chissà, il nulla.

Petrarca e Laura: la schiavitù dell’amore

petrarca

Una passione che rischiara e brucia allo stesso tempo, in grado di condizionare un’intera esistenza. È la forza dell’amor petrarchesco, ancora oggi tanto misterioso quanto intrigante.

Leggere il Canzoniere è come leggere l’anima stessa del Petrarca. Chi conosce l’autore non sarà sicuramente sorpreso da questa affermazione: d’altronde il Secretum (1347-1353) è un esempio lampante di quanto l’aspetto introspettivo sia importante per il poeta. Ma in che modo il Rerum vulgarium fragmenta (o Canzoniere) riesce a perfezionare e completare la storia della vita interiore petrarchesca già presentata dal testo latino di cui sopra? La risposta al quesito si trova nel testo stesso.

Voi ch’ascoltate in rime sparse il suono
di quei sospiri ond’io nudriva ’l core
in sul mio primo giovenile errore
quand’era in parte altr’uom da quel ch’i’ sono,

del vario stile in ch’io piango et ragiono
fra le vane speranze e ’l van dolore,
ove sia chi per prova intenda amore,
spero trovar pietà, nonché perdono.

Ma ben veggio or sì come al popol tutto
favola fui gran tempo, onde sovente
di me medesmo meco mi vergogno;

et del mio vaneggiar vergogna è ’l frutto,
e ’l pentersi, e ’l conoscer chiaramente
che quanto piace al mondo è breve sogno.

Canzoniere, 1

Il primo sonetto della raccolta offre al lettore una visione totale dell’argomento, apre la raccolta ma potrebbe anche chiuderla: Petrarca è ormai conscio del tempo che ha trascorso amando la giovane Laura. È consapevole di quanto il suo esser schiavo l’abbia reso addirittura ridicolo in certi casi (“et del mio vaneggiar vergogna è ’l frutto”), rendendolo un essere diverso, cambiandolo totalmente (“quand’era in parte altr’uom da quel ch’i’ sono“). In questi versi vi è dunque un uomo stanco di amare a vuoto, intrappolato in una fossa che lui stesso ha scavato. Nell’oscurità della terra ha però, ironia della sorte, aperto gli occhi: ciò che rimane di tutto questo è il suono delle sue rime sparse, nate da un giovenile errore.

Comprendere i propri sbagli non è mai facile, soprattutto se si sfocia nell’argomento amoroso. Spesso il periodo di infatuazione è accompagnato da una terribile sorella: l’illusione. È lei che porta l’innamorato al sogno, alla speranza, alla irreale. L’unico rimedio a questa sirena omerica è il tempo: solo quest’ultimo è in grado di fornire al povero amante la visione della realtà. Da qui segue l’ultima attrice di questa drammatica rappresentazione: la sofferenza. Ed ognuno rimedia ad essa nel modo migliore che trova. Così è possibile comprendere come Petrarca abbia potuto dedicare un’intera raccolta di 366 componimenti ad una singola persona: la dolce causa del suo dolore.

Era il giorno ch’al sol si scoloraro
per la pietà del suo factore i rai,
quando i’ fui preso, et non me ne guardai,
ché i be’ vostr’occhi, donna, mi legaro.

Tempo non mi parea da far riparo
contra colpi d’Amor: però m’andai
secur, senza sospetto; onde i miei guai
nel commune dolor s’incominciaro.

Trovommi Amor del tutto disarmato
et aperta la via per gli occhi al core,
che di lagrime son fatti uscio et varco:

però, al mio parer, non li fu honore
ferir me de saetta in quello stato,
a voi armata non mostrar pur l’arco.

Canzoniere, 3

Il primo incontro con Laura avviene in chiesa (interessante l’analogia con la donna-schermo di Dante nella Vita Nova). Inoltre, il tutto accade in un Venerdì Santo, il 6 Aprile 1327. La data scelta è ovviamente simbolica: l’innamoramento per Petrarca gioca infatti sul duplice significato di passione. In primis vista in senso erotico-sentimentale, momento di vita affettiva persistente e turbolento, come testimonia la forza con cui i be’ vostr’occhi affascinano l’autore. Secondariamente, il sentimento viene visto anche in chiave spirituale, riferito al sacrificio cristiano (e dunque alla sofferenza vera e propria). Compresa la natura di ciò che prova il Petrarca, il delizioso artificio retorico finale riesce a rivelare un altro aspetto, proprio della delusione amorosa. L’uomo non era pronto a subire una tale punizione, Amore è stato disonorevole nel far innamorare il poeta di una tale bellezza, tanto innocua quanto letale.

Ancora una volta è facile ritrovarsi nei panni dell’autore: tutti noi abbiamo subito un’angheria simile da Cupido, costretti a provare sentimenti intensi per qualcuno che (ahinoi) non ricambia nemmeno lontanamente. E in questa tortura psicologica ci si trova senza alcun via d’uscita, impossibilitati a dimenticare. Condannati ad una pena che non abbiamo scelto di subire e che probabilmente non abbiamo nemmeno meritato, l’unica fonte di respiro è l’espressione artistica di qualunque genere. Se il pensiero è fisso su un qualcosa, perché non farne buon uso? Da qui tutta l’arte nata dalla passione più forte che non starò qui ad esemplificare (nell’era di Internet mi sembrerebbe piuttosto futile).

I’ vo piangendo i miei passati tempi
i quai posi in amar cosa mortale,
senza levarmi a volo, abbiend’io l’ale,
per dar forse di me non bassi exempi.

Tu che vedi i miei mali indegni et empi,
Re del cielo invisibile immortale,
soccorri a l’alma disvïata et frale,
e ’l suo defecto di tua gratia adempi:

sí che, s’io vissi in guerra et in tempesta,
mora in pace et in porto; et se la stanza
fu vana, almen sia la partita honesta.

A quel poco di viver che m’avanza
et al morir, degni esser Tua man presta:
Tu sai ben che ’n altrui non ò speranza.

Canzoniere, 365

Ultimo sonetto, penultimo componimento che precede la canzone finale (“Vergine bella, che di sol vestita”). Emerge l’ultimo lato dell’amante che soffre, il rancore nei confronti dell’oggetto. Prima di accusare l’autore di ipocrisia o altro, analizziamo la nostra persona. Davvero non vi è mai capitato di prendervela, anche solo per un istante, con chi vi ha costretto ad una tale condizione? Bene. Continuando l’analisi, la rabbia non è l’unica novità: vi è un altro elemento anch’esso funzionale alla propria stabilità emotiva. Si tratta del ripiego, unico strumento in grado di fungere da antidolorifico efficace. In questo caso Petrarca si rivolge alla religione, pregando la divinità di perdonarlo per tutto il tempo, l’inchiostro e il respiro che ha donato ad una cosa mortale, senza levarmi a volo, abbiend’io l’ale. Magnifico il riferimento a Dante in questo passaggio, mi permetto di citarlo velocemente:

O insensata cura de’ mortali,
quanto son difettivi silogismi
quei che ti fanno in basso batter l’ali!

Paradiso XI, 1-3

In conclusione a questa piccola analisi, dobbiamo dedurre che l’amore sia una trappola terribile, in grado di limitare la nostra volontà e i nostri pensieri? Non esattamente. Può rivelarsi un’esperienza simile, così come può felicemente concludersi con un lieto fine. Ciò che bisogna davvero comprendere leggendo il vissuto (lirico e non) del Petrarca è l’importanza di vivere l’amore in tutte le sue forme. Per quanto ingannevole, crudele e forte, è parte della vita. Una scrittura simile non nasce dalla presenza unica di sofferenza: chissà quante volte il giovane Petrarca avrà sorriso nel descrivere la bellezza della sua Laura. E a quel tipo di gioia, miei lettori, non si può rinunciare.

Tra inchiesta e poesia: Boccaccio e la ricostruzione della vita di Dante

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Il poeta di Certaldo, con il suo Trattatello in laude di Dante, è stato il primo biografo dell’Alighieri. E forse anche il primo giornalista d’inchiesta?

Dante Alighieri è da tempo stimato il padre della lingua italiana soprattutto per aver ideato e poi composto la Commedia, universalmente considerata la più grande opera italiana e una delle maggiori nel panorama mondiale. Già dal Cinquecento in poi gli studi monografici sono diventati sempre più frequenti, a tal punto che col tempo si è coniato il termine “dantista” per indicare colui che dedica la propria attività di studioso principalmente alla ricerca e all’approfondimento di tutto ciò che riguarda l’Alighieri. Nonostante l’elevato numero di dantisti nel mondo e molti studi meticolosi, ancora oggi non è certa la data di nascita del poeta fiorentino anche se possiamo indicare l’anno 1265 come quello più attendibile (grazie ad alcune notizie autobiografiche riportate nella Vita Nova). E’ noto ai più che il primo autore di una biografia dantesca (se si esclude Giovanni Villani che fece un lavoro simile ma ideologicamente differente) fu un suo “collega” e grande ammiratore: Giovanni Boccaccio. Il poeta di Certaldo pertanto raccolse informazioni sulla vita di Dante in un’operetta intitolata Trattatello in laude di Dante in cui vi è, oltre alla ricostruzione delle vicende biografiche, un tentativo di esaltare la poesia e chi la dispensa: lungo la sua carriera di letterato e studioso, infatti, Boccaccio ha assunto un ruolo determinante nell’interpretazione e nella celebrazione dell’Alighieri, considerato non solo come poeta e sapiente ma anche come uomo degno di lode. Tale biografia risulta quindi un progetto di diffusione della corretta figura ed opera di colui che per primo avrebbe riportato la poesia agli antichi splendori. Il Trattatello veniva quasi sempre anteposto a qualsiasi antologia poetica riguardante Dante con il compito di offrire ai lettori un ritratto di un poeta raffinato ma non celebrato a dovere dalla sua Firenze, rea di aver ignorato “un figlio illustre votato al sapere e alla virtù”. Fatta questa importante e fondamentale premessa possiamo subito mettere al centro la riflessione o lo spunto che quest’articolo ha l’ambizione di offrire: Boccaccio, oltre ad essere stato uno dei primi autori di biografie, è stato forse (in senso lato) anche il primo giornalista d’inchiesta? Probabilmente questa domanda appare inopportuna e anche stonata rispetto alla materia trattata, ma procediamo con ordine e vediamo perché è il caso di porsi tale interrogativo.

L’INTERESSE DI BOCCACCIO PER LA BIOGRAFIA.  Iniziamo subito col dire che l’operazione di lavorare ad una biografia di un autore e di anteporre la vita ai suoi scritti non è una pratica che nasce con Boccaccio o in età medioevale ma ha dei precedenti sia per i poeti classici che per quelli volgari (vale la pena citare la biografia del poeta latino Virgilio da parte del commentatore Servio Mario Onorato). Tuttavia la produzione del poeta di Certaldo si è caratterizzata fin da subito per l’interesse delle vite di personaggi illustri, fossero essi storici, uomini d’armi e dotti o letterari. La prima biografia elaborata da Boccaccio è il ricordo dell’incoronazione petrarchesca detto Notamentum che sembra essere un antecedente dell’operazione editoriale svolta poi per Dante; successivamente stilerà anche una Vita di Petrarca, nient’altro che uno sviluppo del Notamentum, in cui si tratta della nascita, delle origini familiari, dei viaggi e degli studi compiuti dal poeta aretino che consistono nelle arti liberali e nel diritto civile appreso a Bologna. Un’altra breve vita in latino elaborata da Boccaccio è quella del poeta latino Livio organizzata in una raccolta di poche informazioni allora già note alle quali viene aggiunta la notizia del ritrovamento della sua lapide. Infine, un ultimo indizio sull’interesse boccacciano per le vite è rappresentato anche dal manoscritto Parigino latino 5150 contenente biografie di papi e cardinali a lui attribuite.

L’INDAGINE CHE PORTA AL TRATTATELLO.  Qui iniziamo a creare i primi collegamenti con l’interrogativo che ci riguarda nello specifico. Come abbiamo già detto Boccaccio fu tra i primi studiosi ad occuparsi di Dante e alla ricostruzione degli eventi essenziali della sua vita, ambito che non fu oggetto d’interesse nemmeno per il figlio Pietro Alighieri, il quale nel suo Commento non diede particolare importanza alle notizie biografiche di suo padre pur conoscendole. Sebbene nel Trattello convivano ricostruzione del reale e intenzione laudativa – di conseguenza storia e mito si intrecciano tra loro creando un ibrido – ci focalizzeremo soltanto sulla prima delle due operazioni del Boccaccio, vale a dire quella delle fonti. Le informazioni raccolte, infatti, provengono non solo da riferimenti autobiografici presenti nelle opere e nelle epistole di Dante, ma soprattutto da alcune persone che erano state vicine a quest’ultimo e con le quali Boccaccio ebbe modo di interagire. Sappiamo, grazie all’accurato studio del filologo Michele Barbi, che il poeta di Certaldo ebbe modo di parlare con la “persona fededegna” riconosciuta in Lippa de’Mardoli, biscugina di Beatrice e rivelatrice dell’identità della donna amata dal Sommo Poeta. Sempre grazie a Barbi sappiamo che Boccaccio chiese informazioni sull’Alighieri per il suo Trattaello a Cino da Pistoia, Sennuccio del Bene, Piero Giardino, Andrea di Leone Poggi e Dino Perini; fu ospite a Ravenna da Ostasio da Polenta e di suo figlio Berardino tra il 1345 e il 1347, mentre nel 1348 si recò a Forlì presso Francesco Ordelaffi, nipote dello Scarpetta che aveva ospitato Dante. Andò nuovamente a Ravenna e a Forlì tra il 1350 e il 1353. Tutti questi soggiorni gli permisero di fatto di raccogliere testimonianze autentiche e ricordi sul biografato che avrebbero sicuramente migliorato nella qualità e nella veridicità il suo nuovo lavoro rispetto a quelli precedenti. Questo modus operandi non è così diverso da quello che di solito un giornalista d’inchiesta svolge: la pratica si basa su una ricerca di informazioni fondata su fonti primarie relative ad un dato fenomeno. Sta tutta qui, probabilmente, la vera intuizione vincente del Boccaccio che rende ancora oggi Il Trattatello un modello per lo studio della vita di Dante.  Come tra poco vedremo e come è stato già accennato l’opera non manca di allegorie, invenzioni o aneddoti poco veritieri, ma ciò è da ricondurre alla voglia del poeta di Certaldo di esaltare in maniera quasi estrema un altro poeta che non aveva ancora avuto il giusto riconoscimento. Tuttavia va sottolineata anche l’umiltà con cui Boccaccio presenta la sua biografia, ovvero con la consapevolezza di avere scritto un’opera secondo il proprio sapere e le proprie capacità senza per questo precludere a terzi la possibilità di migliorala o di renderla più attendibile in futuro, dando di fatto la possibilità di rimediare agli errori commessi involontariamente:

“Il mio avere scritto come io ho saputo, non toglie di potere dire ad un altro, che meglio ciò creda di scrivere che io non ho fatto; anzi, forse, se io in parte alcuna ho errato, darò materia altrui di scrivere, per dire il vero de’nostro Dante, ove infino a qui niuno truovo averlo fatto.”

 STRUTTURA E CONTENUTO DEL TRATTATELLO.  Redatta in tre edizioni in un periodo individuato tra il 1351 e il 1372, l’opera è composta in lingua volgare nonostante in quel periodo vigessero solo ed esclusivamente lavori in latino. La scelta viene giustificata dallo stesso Boccaccio nel primo capitolo come necessaria per conformità alla lingua dell’Alighieri

“… e scriverò in istilo assai umile e leggiero, però che più alto nol mi presta lo’ngegno, e nel nostro fiorentino idioma, accò che da quello, che egli usa nella maggior parte delle sue opere non discordi.”

Il Trattatello si apre con una sentenza attribuita a Solone secondo la quale una giusta repubblica deve fondarsi sul principio di ricompensare i meriti dei cittadini virtuosi e di punire le azioni disoneste. Prendendo come esempio il trattamento riservato al Sommo Poeta Boccaccio sostiene che tale principio non solo è stato abbandonato ma addirittura capovolto dai fiorentini: l’esilio ne è la dimostrazione. Secondo il resoconto dell’autore del Decameron Dante, la cui famiglia era originaria di Porta San Piero, nacque a Firenze nel 1265; si recò poi a Bologna e Parigi per motivi di studio in seguito all’esilio del 1301 dovuto all’appartenenza ai Guelfi bianchi, dominò ogni campo del sapere, compose “nobili opere” in stile eccellente e nella Commedia trattò “questioni morali, naturali, astrologhe, filosofiche e teologhe. Morì nel 1321 a Ravenna dopo un’ambasceria a Venezia diventando simbolo di “uomo presuntuoso e isdegnoso” (luogo comune che verrà ripetuto dai successivi biografi) ma anche di “virtudi e scienza di valore”. Nel Trattatello si intersecano differenti momenti, e biografici e di aneddoti: l’autore non solo raccoglie i fatti ma li arricchisce con artifici che sono espressione del nascente culto popolare per il poeta fiorentino, con sogni e visioni che aprono e chiudono il corso dell’esistenza di Dante sottolineando come la vocazione alla letteratura sia un dono donatogli dal cielo; tantomeno non mancano episodi in cui predomina la vena narrativa di Boccaccio, come l’incontro di Dante con una Beatrice fanciulla o tratti idealizzati della personalità dell’Alighieri (“parco nel cibo, uomo di poche parole”). Le tre edizioni presentano sostanzialmente delle differenze dal punto di vista contenutistico: la prima conta numerose invettive contro la città di Firenze mentre sia la seconda che la terza sono rielaborazioni più brevi che però si compongono di alcune riflessioni personali dell’autore.

IL MITO DEL PAVONE.  Sicuramente leggendaria e molto lontana dall’analisi in questione, ma non per questo meno interessante, è la vicenda che Boccaccio pone come conclusione del Trattatello intorno alla nascita di Dante: egli racconta che la madre dell’Alighieri, Bella, sognò di vedere se stessa sotto una pianta d’alloro e nei pressi di una sorgente partorire suo figlio che, mangiando dei frutti caduti da un albero e bevendo l’acqua della fonte, divenne un pastore. Desideroso dei rami d’alloro cercò di coglierli ma, prima di riuscirci, cadde: quando si rialzò si era trasformato in un pavone. Dopo l’esposizione dei fatti onirici Boccaccio ne coglie gli elementi allegorici e allusii alla futura grandezza poetica di Dante: il partorire sotto l’alloro significava che la volontà divina avrebbe determinato nel bambino una inclinazione naturale ad essere poeta; le bacche di cui si è nutrito rappresentavano la cultura che avrebbe assorbito per accrescere il proprio sapere, mentre l’acqua simboleggiava la filosofia che è alla base per comprendere tutte le altre discipline; il desiderio irrealizzato di raccogliere le fronde d’alloro stava ad indicare l’aspirazione alla laurea poetica, mentre la caduta era metafora di una morte che lo aveva agguantato proprio quando quell’aspirazione era sopraggiunta. Infine, la trasformazione in un pavone rappresentava l’eredità che Dante avrebbe lasciato ai posteri: le sue opere ma soprattutto la Commedia.

In conclusione, Il Trattatello si classifica come un vero e proprio lavoro d’indagine, di verifica sul posto e di accurato studio delle fonti dirette e indirette.

NB: La maggior parte delle informazioni presenti in questo articolo provengono dalla lettura della tesi di laurea in Filologia italiana intitolata “Una lunga fedeltà: Boccaccio interprete di Dante” di Marta Polesana con relatore il prof. Riccardo Drusi dell’Università Ca Foscari di Venezia, anno accademico 2012/2013. La tesi è liberamente consultabile sul web in formato pdf.