Pascoli e l’ingiustizia – La cavalla storna

cavallina storna

Una lirica dedicata al padre, ucciso brutalmente: l’espressione del dolore mista alla compassione per un animale che, in quanto tale, non poté rendere giustizia al suo fidato padrone.

Il 10 agosto 1867 Ruggero Pascoli fu assassinato nel suo carro, sulla strada di ritorno verso casa. La cavalla che lo trainava, spaventata dal rumore degli spari, raggiunse la residenza portando con sé il corpo senza vita dell’uomo. L’evento traumatizzò il giovane Pascoli e lo portò a scrivere “La cavalla storna”, testo poetico in endecasillabi costituito da distici: chi conosce lo stile dell’autore è a conoscenza dell’attaccamento di quest’ultimo al nucleo familiare, del suo timore di un’eventuale rottura definitiva del nido. Osservando la poesia, si noti l’esordio in pieno stile pascoliano:

Nella Torre il silenzio era già alto.
Sussurravano i pioppi del Rio Salto.

I cavalli normanni alle lor poste
frangean la biada con rumor di croste.

Là in fondo la cavalla era, selvaggia,
nata tra i pini su la salsa spiaggia;

che nelle froge avea del mar gli spruzzi
ancora, e gli urli negli orecchi aguzzi.

Con su la greppia un gomito, da essa
era mia madre; e le dicea sommessa:

“O cavallina, cavallina storna,
che portavi colui che non ritorna;

tu capivi il suo cenno ed il suo detto!
Egli ha lasciato un figlio giovinetto;

il primo d’otto tra miei figli e figlie;
e la sua mano non toccò mai briglie.

[…]

La presentazione dell’ambiente come sipario del racconto è, come appena detto, di gusto squisitamente pascoliano: lo stile dell’autore e la sua abilità nel gestire ogni singolo suono del testo, quasi come se fosse musicato, illumina la presenza di semplici rime baciate (AA BB etc.) che, in un altro contesto, sarebbero state terribilmente banali

È la madre, disperata, a prendere la parola: l’apostrofe alla cavallina è rivolta come se non si trattasse di un animale ma di un essere umano vero e proprio, in grado dunque di essere convinto a rivelare ciò che ha visto durante il tragico accaduto. Sull’emotività del dialogo madre-cavallina torneremo in seguito; prima di proseguire sarebbe opportuno dare un ultimo sguardo all’apertura della lirica. Il paesaggio, immerso nel buio della sera, sottolinea l’atmosfera pregna di inquietudine insicurezza, come se la natura stessa avesse scelto di rispettare questo drammatico lutto.

Tu che ti senti ai fianchi l’uragano,
tu dài retta alla sua piccola mano.

Tu ch’hai nel cuore la marina brulla,
tu dài retta alla sua voce fanciulla”.

La cavalla volgea la scarna testa
verso mia madre, che dicea più mesta:

“O cavallina, cavallina storna,
che portavi colui che non ritorna;

lo so, lo so, che tu l’amavi forte!
Con lui c’eri tu sola e la sua morte.

O nata in selve tra l’ondate e il vento,
tu tenesti nel cuore il tuo spavento;

sentendo lasso nella bocca il morso,
nel cuor veloce tu premesti il corso:

adagio seguitasti la tua via,
perché facesse in pace l’agonia…”

[…]

lo so, lo so, che tu l’amavi forte! / Con lui c’eri tu sola e la sua morte.”: le parole della moglie sono più cariche di pathos  di quanto possa sembrare. Nonostante fosse lei ad essere la donna destinata ad accompagnarlo finché morte non ci separi, è la semplice cavallina a portare Ruggero mano nella mano verso la fine dei suoi giorni. Questo dettaglio, a prima vista di poco conto, dilania la coscienza della donna, ferita dall’ingiustizia: perché morire in quel modo, abbandonando il nido familiare, senza l’addio dei suoi amati parenti? È in questo frangente, nel rispetto, che Pascoli mostra il valore della Natura: “adagio seguitasti la tua via,/
perché facesse in pace l’agonia…“, quasi come se la cavallina, conscia dell’inevitabile morte del padrone, avesse scelto di non raggiungere troppo velocemente la residenza. L’uomo sarebbe morto nascosto dagli occhi dei suoi poveri figli, evitando loro una visione più drammatica del dovuto.

La scarna lunga testa era daccanto
al dolce viso di mia madre in pianto.

“O cavallina, cavallina storna,
che portavi colui che non ritorna;

oh! due parole egli dové pur dire!
E tu capisci, ma non sai ridire.

Tu con le briglie sciolte tra le zampe,
con dentro gli occhi il fuoco delle vampe,

con negli orecchi l’eco degli scoppi,
seguitasti la via tra gli alti pioppi:

lo riportavi tra il morir del sole,
perché udissimo noi le sue parole”.

Stava attenta la lunga testa fiera.
Mia madre l’abbracciò su la criniera

“O cavallina, cavallina storna,
portavi a casa sua chi non ritorna!

A me, chi non ritornerà più mai!
Tu fosti buona… Ma parlar non sai!

[…]

In questa parte del componimento continua la ripresa del ritornello che, a mo’ di cantilena, esprime quella sensazione nata dal rifiuto che porta chi soffre a cercare una soluzione, una via d’uscita, tornando (purtroppo, senza mai successo) al punto di partenza. Importanti gli elementi che rendono la cavallina l’unica testimone della vicenda: il testo, per l’appunto, denuncia anche tutti gli atteggiamenti omertosi del periodo. L’assassinio non era dovuto ad un banale atto di brigantaggio: in qualità di agente ed amministratore, Ruggero aveva sicuramente infastidito alcuni malavitosi della zona… Dopo ben tre processi, il delitto rimase impunito, archiviato perché “commesso da ignoti“.  Giustificabile allora la rabbia del poeta, costretto ad accettare ciò che moralmente era ingiusto sotto ogni punto di vista. Rabbia che si presenta nella parole della madre, la quale sottolinea più volte quanto sia negativo il fatto che alla cavalla manchi il dono della parola: “E tu capisci, ma non sai ridire.”; “Tu fosti buona… Ma parlar non sai!

Tu non sai, poverina; altri non osa.
Oh! ma tu devi dirmi una, una cosa!

Tu l’hai veduto l’uomo che l’uccise:
esso t’è qui nelle pupille fise.

Chi fu? Chi è? Ti voglio dire un nome.
E tu fa cenno. Dio t’insegni, come”.

Ora, i cavalli non frangean la biada:
dormian sognando il bianco della strada.

La paglia non battean con l’unghie vuote:
dormian sognando il rullo delle ruote.

Mia madre alzò nel gran silenzio un dito:
disse un nome… Sonò alto un nitrito.

Il dubbio sulla possibile testimonianza dell’amata cavallina si scioglie: lei conosce l’identità dell’assassino ed è persino in grado di riconoscerlo: così descrivono alcune delle parole a mio avviso più toccanti del repertorio pascoliano: “Mia madre alzò nel gran silenzio un dito: / disse un nome… Sonò alto un nitrito.” Di matrice quasi cinematografica, la scena descritta da questo piccolo distico fa venire la pelle d’oca: due semplici gesti attuati nel gran silenzio che rende da ottimo sfondo per un avvenimento così solenne. E così, col nitrito giustiziero, termina il componimento, senza la necessità di dire altro (ci ricorda un po’ la chiusura di Inferno XVI, vero?). Perché se la verità potesse sempre essere dalla parte dei giusti, non servirebbero altre parole.

Don Abbondio e il piacere della codardia

don abbondio

Codardo, ironico ed eccentrico: è impossibile non amare il caro Don Abbondio. Ma perché lo si apprezza così tanto, pur essendo un personaggio negativo? Cos’ha in comune con ognuno di noi?

Iniziato il viaggio tra le pagine de I Promessi Sposi, Don Abbondio è il primo personaggio presentato da Manzoni. Omaccione di circa sessant’anni con “due folti sopraccigli, due folti baffi, un folto pizzo”, una “faccia bruna e rugosa”, accetta le imposizioni di Don Rodrigo e dà il via alle numerose peripezie del romanzo.

“Cioè…” rispose, con voce tremolante, don Abbondio: “cioè. Lor signori son uomini di mondo, e sanno benissimo come vanno queste faccende. Il povero curato non c’entra: fanno i loro pasticci tra loro, e poi… e poi, vengon da noi, come s’anderebbe a un banco a riscotere; e noi… noi siamo i servitori del comune.”

[…]

“Ma, signori miei,” replicò don Abbondio, con la voce mansueta e gentile di chi vuol persuadere un impaziente, “ma, signori miei, si degnino di mettersi ne’ miei panni. Se la cosa dipendesse da me,… vedon bene che a me non me ne vien nulla in tasca…”

I Promessi Sposi, I

Così l’autore dipinge magistralmente il curato: un uomo spaventato, come dimostrano le frequenti ripetizioni (“cioè, e poi…”) e le pause discorsive, oltre al più evidente “tremolante“. Impossibile prendere la via del contrattacco, conviene passare alla difesa più estrema: l’uso della lingua in modo da rendersi il più patetico e innocente possibile (“povero curato”, “servitore del comune”). L’abilità oratoria dell’uomo di chiesa è così elevata da ingannare persino il lettore: a primo sguardo anche voi vi siete fatti intenerire da questa vittima dei prepotenti, non è così? Siete caduti nella trappola retorica di Don Abbondio e (ahivoi) non sarà né la prima né l’ultima volta che vi succederà una cosa simile. La maschera del curato manzoniano è presente anche ai giorni nostri.

È facile evitare i problemi: basta non affrontarli. In modo ancora più facile è possibile fare in modo che siano gli stessi problemi a non affrontare il diretto interessato. Per raggiungere questo obiettivo è necessario ricorrere alla codardia. Sorella di quest’ultima è la giustificazione, imprescindibile elemento per la buona riuscita del piano: una mediocre bugia può diventare un’ottima bugia se riuscirete ad ingannare, prima di tutto, voi stessi.

“Il nostro Abbondio non nobile, non ricco, coraggioso ancor meno, s’era dunque accorto, prima quasi di toccar gli anni della discrezione, d’essere, in quella società, come un vaso di terra cotta, costretto a viaggiare in compagnia di molti vasi di ferro. Aveva quindi, assai di buon grado, ubbidito ai parenti, che lo vollero prete. Per dir la verità, non aveva gran fatto pensato agli obblighi e ai nobili fini del ministero al quale si dedicava: procacciarsi di che vivere con qualche agio, e mettersi in una classe riverita e forte, gli eran sembrate due ragioni più che sufficienti per una tale scelta.”

I Promessi Sposi, I

Il nostro curato è tutto fuorché un eroe, gli epiteti del Manzoni lo dimostrano chiaramente. È altrettanto vero però che Don Abbondio non ha mai provato a cambiare la situazione, limitandosi ad una servile accettazione della propria realtà. Il vaso di terracotta si mimetizza dunque tra quelli di ferro, pur sapendo che in caso di urto durante il trasporto, sarà comunque il primo a frantumarsi. Eliminando ogni possibile rimpianto/rimorso del cambiamento, l’uomo si rinchiude in una crisalide tanto sicura quanto mediocre. Situazione osservabile in tutti i mentitori cronici: inetti che, non potendo affrontare la dura realtà, cercano di addolcirsi la pillola modificandola, ricorrendo spesso a mezzi subdoli come l’instaurazione di pietà nel prossimo.

Ma evitiamo di estremizzare il pensiero. Don Abbondio non è del tutto colpevole:

“Don Abbondio stava a capo basso: il suo spirito si trovava tra quegli argomenti, come un pulcino negli artigli del falco, che lo tengono sollevato in una regione sconosciuta, in un’aria che non ha mai respirata. Vedendo che qualcosa bisognava rispondere, disse, con una certa sommissione forzata: “monsignore illustrissimo, avrò torto. Quando la vita non si deve contare, non so cosa mi dire. Ma quando s’ha che fare con certa gente, con gente che ha la forza, e che non vuol sentir ragioni, anche a voler fare il bravo, non saprei cosa ci si potesse guadagnare. È un signore quello, con cui non si può nè vincerla nè impattarla.”

[…]

“Torno a dire, monsignore,” rispose dunque, “che avrò torto io… Il coraggio, uno non se lo può dare.”

I Promessi Sposi, XXV

I freddi rimproveri del cardinal Borromeo colpiscono violentemente l’animo dello sventurato. La presenza costante dell’espressione “avrò torto” non è una semplice nota stilistica: sottolinea il forte senso di colpa. Don Abbondio sa, nel profondo del suo cuore, di aver sbagliato. Il meccanismo di difesa, dunque, si evolve: dalla bugia si passa alla rassegnazione. Attenzione, l’accettazione è ancora presente, così come la paura. È il modo in cui questa decisione viene vista, però, che ottiene importanza. “Il coraggio, uno non se lo può dare”: la citazione più famosa del personaggio (oltre al parodistico latinorum) racchiude l’intero nucleo del suo essere. Don Abbondio non ha tutti i torti nell’avere paura, nel sottomettersi al prepotente: Don Rodrigo è conosciuto per “non minacciare invano“. La giustizia, inoltre, è dalla sua parte (come dimostra l’Azzecca-garbugli). Le forti parole di Borromeo perdono in parte valore se si analizzano questi ultimi fattori: è facile combattere il male quando si indossa una veste da cardinale…

“Ah! è morto dunque! è proprio andato!” esclamò don Abbondio. “Vedete, figliuoli, se la Provvidenza arriva alla fine certa gente. Sapete che l’è una gran cosa! un gran respiro per questo povero paese! che non ci si poteva vivere con colui. E’ stata un gran flagello questa peste; ma è anche stata una scopa; ha spazzato via certi soggetti, che, figliuoli miei, non ce ne liberavamo più: verdi, freschi, prosperosi: bisognava dire che chi era destinato a far loro l’esequie, era ancora in seminario, a fare i latinucci.”

I Promessi Sposi, XXXVIII

Difficilmente troverete un esempio di sollievo maggiore in campo letterario: la notizia della morte di Don Rodrigo viene così commentata dal nostro analizzato. Il flusso di parole celebratrici mostra l’immensa gioia presente nel cuore del curato: dopo aver passato tutto quel tempo a mentire pur di sopravvivere, la scopa del destino lo ha graziato. C’è da dire che nonostante le innumerevoli sventure capitate al vecchio, biasimarlo del tutto è l’ultimo dei nostri pensieri. Siamo tutti consci (anche lui, fidatevi) del fatto che un briciolo di coraggio in più sarebbe stato più apprezzabile da parte di un servo di Dio. Ma in quel caso il romanzo sarebbe probabilmente terminato in poche righe, col funerale di uno sfortunato (o sciocco) pretucolo. Un finale deludente, non trovate?