#pilloleinfernali: Ep. 4 – ANIME SOSPESE

anime sospese

Conoscere il passato per aggiustare il presente e vivere il futuro. L’inferno di Dante raccontato a “pillole” ha questo obiettivo: una presa di coscienza di ciò che si è. Ci immergiamo passo dopo passo nella cantica forse più dinamica e accattivante di tutta la Divina Commedia. E lo facciamo a modo nostro. Con ironia, passione e…vignette!  

NEGLI EPISODI PRECEDENTI: Dante si perde, a trentacinque anni, in un bosco oscuro e tenebroso dal quale cerca immediatamente una via di fuga; mentre si incammina tre bestie (un ghepardo, un leone e una lupa) gli sbarrano la strada. In soccorso arriva Virgilio, poeta latino, che predice a quello fiorentino il compimento di un viaggio verso la salvezza che dovrà necessariamente passare attraverso i tre regni dell’aldilà; dopo un breve tentennamento, Dante acconsente e si dirige con Virgilio verso la “città dolente”: una volta superato l’ingresso, caratterizzato dalla scritta “lasciate ogni speranza voi ch’intrate”, i due si trovano in un una zona intermedia che precede l’inferno vero e proprio e in cui vi sono gli ignavi, coloro che in vita non seppero e non vollero prendere alcuna decisione. Questi sono i primi a subire la legge del contrappasso, costretti a inseguire perennemente una sorta di bandiera e ad essere punti da vespe e mosconi; successivamente Dante e Virgilio arrivano alla riva del fiume Acheronte, dove una schiera di anime dannate aspetta impazientemente Caronte, il traghettatore ufficiale dalla barba bianca e dagli occhi infuocati. Il vecchio, accortosi che Dante è un’anima viva, si oppone immediatamente alla sua presenza in quel luogo ma Virgilio, deciso, lo invita a non ribellarsi al volere divino. Subito dopo c’è una forte scossa di terremoto che provoca in Dante una sorta di svenimento.

In realtà Dante sta riposando così beato che se anche qualcuno provasse a svegliarlo per dirgli che questo viaggio è appena iniziato e non ci si può addormentare proprio ora, farebbe sicuramente finta di non sentire. Un po’ come noi quando le nostre mamme, di domenica mattina a mezzogiorno, ci dicono che dobbiamo alzarci dal letto perché non è dignitoso continuare a ronfare all’infinito. Tuttavia un tuono molto forte fa tremare l’intera atmosfera infernale e allora il nostro protagonista non può fare altro che risvegliarsi: si alza in piedi, si guarda intorno e si accorge fin da subito che si trova dall’altra parte dell’Acheronte. Poi arriva Virgilio: “Buongiornissimo! Caffè???” Attimo di pausa. “Ora ti porto con me nel mondo cieco” – continua, cambiando tono – “io andrò davanti per primo e tu mi seguirai per secondo”. Dante, che probabilmente vorrebbe veramente un caffè, rimane turbato dal cambio repentino di umore del suo maestro e gli dice: “Certo che ti seguo ma…tu di solito mi dai conforto, invece adesso ti vedo abbattuto: se le cose stanno così, come faccio a non avere paura?”  Non ha tutti i torti, effettivamente. E Viriglio non può far a meno di confermare: “Hai ragione, sono angosciato perché la sorte di questi dannati, che è anche la mia, mi fa veramente recriminare; quella che vedi però non è paura ma pietà. Adesso andiamo ed entriamo nel primo dei nove cerchi infernali”. Ecco qua, attraverso queste parole della “nostra” guida noi abbiamo subito un’informazione fondamentale sulla struttura dell’inferno dantesco: ci sono nove cerchi (o gironi) che vanno dal più largo al più stretto. Immaginate una montagna rovesciata verso il basso, al cui apice vi è l’ingresso (che abbiamo già incontrato) e alla cui profondità vi è nientepopodimeno che il diavolo in persona, il signor Lucifero, conficcato a testa in giù in mezzo a quintali di ghiaccio. Forse abbiamo “spoilerato” qualcosa sull’ultimo episodio: consideratelo un “flashfoward”. Anzi no, riformuliamo. Forse abbiamo “rivelato” qualcosa sull’ultimo episodio: consideratela una “prolessi”. E adesso ripetiamo insieme come se fossimo in chiesa, per tre volte: è cosa buona e giusta imparare prima in italiano e poi in un’altra lingua. Ritornando alla struttura infernale, la foto seguente renderà senza ombra di dubbio il concetto più semplice:

schema inferno

 Dante e Virgilio entrano così nel girone numero uno, il limbo, luogo degli spiriti magni che sperano eternamente, invano, di conoscere Dio. Essi infatti non furono veri e propri peccatori ma, essendo vissuti prima della nascita di Cristo e quindi senza battesimo, non poterono conoscere la salvezza. Sono di fatto anime sospese: persone buone, anche di valore umano e culturale, consapevoli però di vivere un desiderio senza speranza. Tra queste anime è ubicato anche Virgilio, e molti si chiedono come mai Dante abbia “scelto” per il suo maestro una sorte del genere. La risposta è come sempre più semplice di quello che si possa pensare: Dante non fa sconti a nessuno, nemmeno alla persona che ritiene intellettualmente più grande. In questo luogo non c’è sofferenza fisica e quindi nessun contrappasso. Semmai soltanto un perenne e profondo senso di nostalgia. “Dimmi, o mio maestro” – esordisce Dante – “qualcuno di questi qui è mai riuscito, per merito suo o di altri, ad essere salvato e a conoscere Dio?” E Virgilio: “In realtà si: ricordo che ero qui da poco quando vidi arrivare Gesù in carne ed ossa in segno di vittoria sul male. Venne per portare con sé Adamo, suo figlio Abele, Noè, Mosè e tanti altri, rendendoli beati. Questi sono stati gli unici, purtroppo per noi e per me!”

Ruppemi l’alto sonno ne la testa
un greve truono, sì ch’io mi riscossi
come persona ch’è per forza desta; 3

e l’occhio riposato intorno mossi,
dritto levato, e fiso riguardai
per conoscer lo loco dov’io fossi. 6

Vero è che ’n su la proda mi trovai
de la valle d’abisso dolorosa
che ’ntrono accoglie d’infiniti guai. 9

Oscura e profonda era e nebulosa
tanto che, per ficcar lo viso a fondo,
io non vi discernea alcuna cosa. 12

“Or discendiam qua giù nel cieco mondo”,
cominciò il poeta tutto smorto.
“Io sarò primo, e tu sarai secondo”. 15

E io, che del color mi fui accorto,
dissi: “Come verrò, se tu paventi
che suoli al mio dubbiare esser conforto?”. 18

Ed elli a me: “L’angoscia de le genti
che son qua giù, nel viso mi dipigne
quella pietà che tu per tema senti. 21

Andiam, ché la via lunga ne sospigne”.
Così si mise e così mi fé intrare
nel primo cerchio che l’abisso cigne. 24

Quivi, secondo che per ascoltare,
non avea pianto mai che di sospiri
che l’aura etterna facevan tremare; 27

ciò avvenia di duol sanza martìri,
ch’avean le turbe, ch’eran molte e grandi,
d’infanti e di femmine e di viri. 30

Lo buon maestro a me: “Tu non dimandi
che spiriti son questi che tu vedi?
Or vo’ che sappi, innanzi che più andi, 33

ch’ei non peccaro; e s’elli hanno mercedi,
non basta, perché non ebber battesmo,
ch’è porta de la fede che tu credi; 36

e s’e’ furon dinanzi al cristianesmo,
non adorar debitamente a Dio:
e di questi cotai son io medesmo. 39

Per tai difetti, non per altro rio,
semo perduti, e sol di tanto offesi
che sanza speme vivemo in disio”. 42

Gran duol mi prese al cor quando lo ’ntesi,
però che gente di molto valore
conobbi che ’n quel limbo eran sospesi. 45

“Dimmi, maestro mio, dimmi, segnore”,
comincia’ io per volere esser certo
di quella fede che vince ogne errore: 48

“uscicci mai alcuno, o per suo merto
o per altrui, che poi fosse beato?”.
E quei che ’ntese il mio parlar coverto, 51

rispuose: “Io era nuovo in questo stato,
quando ci vidi venire un possente,
con segno di vittoria coronato. 54

Trasseci l’ombra del primo parente,
d’Abèl suo figlio e quella di Noè,
di Moïsè legista e ubidente; 57

Abraàm patrïarca e Davìd re,
Israèl con lo padre e co’ suoi nati
e con Rachele, per cui tanto fé, 60

e altri molti, e feceli beati.
E vo’ che sappi che, dinanzi ad essi,
spiriti umani non eran salvati”. 63

A questo punto i due passano attraverso la folla di questi spiriti fino a giungere in un posto dove sono riunite quattro anime che parlottano tra di loro. “Maestro ma quelli li chi sono? E perché confabulano in modo così articolato?” Dante è così, ormai vi state abituando, e pure Virgilio si è abituato: è impaziente, chiede sempre qualcosa prima che il suo maestro possa spiegarglielo spontaneamente. “E meno male che non voleva venire”, verrebbe da dire. “Hehe, chi sono quelli…quelli sono i miei amici poeti: Omero, Orazio, Ovidio e Lucano.” Probabilmente Dante, che è ancora un poco frastornato e insonnolito, al nome di Lucano avrà pensato subito all’amaro; poi, rinsavito, ha capito immediatamente che si tratta del famoso poeta latino e autore della Pharsalia.  Virgilio faceva e fa parte di questo gruppetto di intellettuali del limbo, con cui dà vita a dibattiti, riflessioni e perché no – pensiamo noi – anche a qualche partita di scopone. I quattro poeti, non appena si accorgono del ritorno di Virgilio (si era allontanato per andare nella selva oscura: chiaro, no?) fanno un casino esagerato non solo perché contenti ma anche perché si accorgono che è in compagnia di un loro simile. Così invitano Dante a discutere con loro, e a noi ci piace immaginarli tutti insieme radunati attorno a un fuocherello, come si fa al più classico dei falò, con una birra in mano mentre cantano La canzone del sole di Lucio Battisti.

Non lasciavam l’andar perch’ei dicessi,
ma passavam la selva tuttavia,
la selva, dico, di spiriti spessi. 66

Non era lunga ancor la nostra via
di qua dal sonno, quand’io vidi un foco
ch’emisperio di tenebre vincia. 69

Di lungi n’eravamo ancora un poco,
ma non sì ch’io non discernessi in parte
ch’orrevol gente possedea quel loco. 72

“O tu ch’onori scïenzïa e arte,
questi chi son c’ hanno cotanta onranza,
che dal modo de li altri li diparte?”. 75

E quelli a me: “L’onrata nominanza
che di lor suona sù ne la tua vita,
grazïa acquista in ciel che sì li avanza”. 78

Intanto voce fu per me udita:
“Onorate l’altissimo poeta;
l’ombra sua torna, ch’era dipartita”. 81

Poi che la voce fu restata e queta,
vidi quattro grand’ombre a noi venire:
sembianz’avevan né trista né lieta. 84

Lo buon maestro cominciò a dire:
“Mira colui con quella spada in mano,
che vien dinanzi ai tre sì come sire: 87

quelli è Omero poeta sovrano;
l’altro è
Orazio satiro che vene;
Ovidio è ’l terzo, e l’ultimo Lucano. 90

Però che ciascun meco si convene
nel nome che sonò la voce sola,
fannomi onore, e di ciò fanno bene”. 93

Così vid’i’ adunar la bella scola
di quel segnor de l’altissimo canto
che sovra li altri com’aquila vola. 96

Da ch’ebber ragionato insieme alquanto,
volsersi a me con salutevol cenno,
e ’l mio maestro sorrise di tanto; 99

e più d’onore ancora assai mi fenno,
ch’e’ sì mi fecer de la loro schiera,
sì ch’io fui sesto tra cotanto senno. 102

Come tutti i divertimenti anche questo finisce, e i due sono riprendono il cammino allontanandosi dal falò. Arrivano ai piedi di un castello signorile, circondato a sua volta da sette cerchi di mura altissime e difeso tutto intorno da un fuoco che brucia costantemente. Senza timore lo attraversano ritrovandosi, immediatamente, tra migliaia di anime di sapienti stanziate in un prato di un color verde intenso, come se fossero in un giardino regale. Si spostano un po’ più in disparte, in un luogo luminoso e alto, in modo tale che si possono vedere bene tutti quelli che ne fanno parte. A questo punto, verso la fine dell’episodio, Dante elenca una serie di nomi di cui si dice “orgoglioso di aver visto dal vivo”. Tra i più importanti troviamo gli eroi della guerra di Troia, Enea ed Ettore; il primo vero imperatore romano Giulio Cesare; i filosofi Seneca ed Aristotele; e anche il Saladino, famoso sultano d’Egitto. Poi Dante e Virgilio prendono una nuova strada, uscendo dall’aria tranquilla e avvicinandosi a “quella che trema”. Il ruggito del vento, quello della passione, sta già iniziando a palesarsi.

Così andammo infino a la lumera,
parlando cose che ’l tacere è bello,
sì com’era ’l parlar colà dov’era. 105

Venimmo al piè d’un nobile castello,
sette volte cerchiato d’alte mura,
difeso intorno d’un bel fiumicello. 108

Questo passammo come terra dura;
per sette porte intrai con questi savi:
giugnemmo in prato di fresca verdura. 111

Genti v’eran con occhi tardi e gravi,
di grande autorità ne’ lor sembianti:
parlavan rado, con voci soavi. 114

Traemmoci così da l’un de’ canti,
in loco aperto, luminoso e alto,
sì che veder si potien tutti quanti. 117

Colà diritto, sovra ’l verde smalto,
mi fuor mostrati li spiriti magni,
che del vedere in me stesso m’essalto. 120

I’ vidi Eletra con molti compagni,
tra ’ quai conobbi Ettòr ed Enea,
Cesare armato con li occhi grifagni. 123

Vidi Cammilla e la Pantasilea;
da l’altra parte vidi ’l re Latino
che con Lavina sua figlia sedea. 126

Vidi quel Bruto che cacciò Tarquino,
Lucrezia, Iulia, Marzïa e Corniglia;
e solo, in parte, vidi ’l Saladino. 129

Poi ch’innalzai un poco più le ciglia,
vidi ’l maestro di color che sanno
seder tra filosofica famiglia. 132

Tutti lo miran, tutti onor li fanno:
quivi vid’ïo
Socrate e Platone,
che ’nnanzi a li altri più presso li stanno; 135

Democrito che ’l mondo a caso pone,
Dïogenès, Anassagora e Tale,
Empedoclès, Eraclito e Zenone; 138

e vidi il buono accoglitor del quale,
Dïascoride dico; e vidi Orfeo,
Tulïo e Lino e Seneca morale; 141

Euclide geomètra e Tolomeo,
Ipocràte, Avicenna e Galïeno,
Averoìs che ’l gran comento feo. 144

Io non posso ritrar di tutti a pieno,
però che sì mi caccia il lungo tema,
che molte volte al fatto il dir vien meno. 147

La sesta compagnia in due si scema:
per altra via mi mena il savio duca,
fuor de la queta, ne l’aura che trema. 150

E vegno in parte ove non è che luca.

 

Ci vediamo lunedì 1 aprile con l’episodio numero 5: “Vento di passione”.

Si ringrazia Carmen Ammendola per le illustrazioni.

#pilloleinfernali: Ep.3 – LASCIATE OGNI SPERANZA VOI CH’INTRATE

lasciate ogni speranza

Conoscere il passato per aggiustare il presente e vivere il futuro. L’inferno di Dante raccontato a “pillole” ha questo obiettivo: una presa di coscienza di ciò che si è. Ci immergiamo passo dopo passo nella cantica forse più dinamica e accattivante di tutta la Divina Commedia. E lo facciamo a modo nostro. Con ironia, passione e…vignette!  

NEGLI EPISODI PRECEDENTI: Dante si perde, a trentacinque anni, in un bosco oscuro e tenebroso dal quale cerca immediatamente una via di fuga; mentre si incammina tre bestie (un ghepardo, un leone e una lupa) gli sbarrano la strada. In soccorso arriva Virgilio, poeta latino, che predice a quello fiorentino il compimento di un viaggio verso la salvezza che dovrà necessariamente passare attraverso i tre regni dell’aldilà; Dante acconsente ma in realtà è timoroso e dubbioso: chi è lui per poter attraversare, da vivo, il mondo ultraterreno? Allora Virgilio, con maestria e rimprovero, lo tranquillizza dicendogli che il viaggio è voluto da Dio. E che è stata Beatrice, la donna da lui amata, a scendere giù nel limbo per comunicare ufficialmente la missione. Preso coraggio, Dante accetta senza timore di visitare i tre regni in compagnia della sua guida e si dirige verso la prima meta: la città “dolente”.

 Davanti ad ogni porta, o ingresso, c’è quasi sempre un cartello o un avviso identificativo. Se andiamo in ospedale troviamo scritto: Pronto soccorso; se abbiamo fame e vogliamo mettere sotto i denti qualcosa di commestibile troviamo: Pub, o Pizzeria o Ristorante, prima o dopo il nome specifico del locale; se abbiamo voglia di intervistare Al Bano e capire per quale motivo il governo ucraino lo ritiene una minaccia per il paese, dobbiamo citofonare alla porta con su scritto Carrisi. Anche Dante e Viriglio, arrivati finalmente al cospetto dell’Inferno, trovano un cartello identificativo. Non c’è scritto “Welcome to Inferno” oppure “The Hell: fuoco e fiamme”, e nemmeno il nome di Lucifero. Stiamo parlando di un poeta (e che poeta!) e quindi la sua immaginazione e le sue capacità partoriscono una frase che recita più o meno così: “Attraverso questa porta si va nella citta che soffre, nel dolore eterno, nella casa dei dannati. Sono stato creato da Dio onnipotente e non esistono cose generate prima di me se non quelle eterne. Voi che oltrepassate questa porta, abbandonate ogni speranza.” Mamma mia. Quando Dante legge questa incisione ha, per un attimo, un nuovo sussulto: sembra ritornare ai ripensamenti dell’episodio precedente. Ma Virgilio, esperto e autoritario, subito esclama: “Caro mio, adesso ci siamo davvero e bisogna lasciare alle spalle qualsiasi paura; siamo finalmente arrivati nel posto di cui ti avevo parlato, tra quelle anime dannate prive di qualsiasi forma di bene.” Dopo di che, da vera guida, tende la mano verso il nostro protagonista che, accoltala, varca la porta infernale in preda allo sgomento: si sentono anime piangere e urlare, parolacce, suoni di schiaffi che creano un eco insopportabile. Per chiarire subito qualsiasi equivoco, ripoteremo di seguito la semplice ma fondamentale osservazione dell’ormai noto Nembrini a proposito dell’Inferno e del suo motivo d’esistere. Il professore spiega: Spesso i miei studenti mi chiedono per quale motivo Dio, che è così buono e misericordioso, abbia creato l’inferno e le sue pene. La risposta è una sola: se non ci fosse l’inferno noi non saremmo uomini liberi. Creandolo, Dio ci ha concesso la possibilità di dirgli di no, e quindi la possibilità di scegliere, rendendoci di fatto diversi da un gatto o un cane. Ne consegue il fatto che l’inferno non è un luogo di vendetta di Dio ma è semplicemente la conseguenza delle scelte che ogni uomo fa, liberamente.

’Per me si va ne la città dolente,
per me si va ne l’etterno dolore,
per me si va tra la perduta gente. 3

Giustizia mosse il mio alto fattore;
fecemi la divina podestate,
la somma sapïenza e ’l primo amore. 6

Dinanzi a me non fuor cose create
se non etterne, e io etterna duro.
Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate’. 9

Queste parole di colore oscuro
vid’ïo scritte al sommo d’una porta;
per ch’io: “Maestro, il senso lor m’è duro”. 12

Ed elli a me, come persona accorta:
“Qui si convien lasciare ogne sospetto;
ogne viltà convien che qui sia morta. 15

Noi siam venuti al loco ov’i’ t’ ho detto
che tu vedrai le genti dolorose
c’ hanno perduto il ben de l’intelletto”. 18

E poi che la sua mano a la mia puose
con lieto volto, ond’io mi confortai,
mi mise dentro a le segrete cose. 21

Quivi sospiri, pianti e alti guai
risonavan per l’aere sanza stelle,
per ch’io al cominciar ne lagrimai. 24

 I pianti e i lamenti che Dante ascolta sono quelli dei cosiddetti ignavi, ovvero coloro che vissero “senza infamia e senza lode”. Le loro anime sono mescolate a gruppi di angeli che, quando Lucifero si ribellò a Dio, non scelsero di stare né con l’uno né con l’altro. Insomma gli ignavi sono quelli che in vita non presero mai posizione, e che adesso sono collocati in una zona che anticipa l’inferno vero e proprio (e che per questo motivo alcuni studiosi chiamano “Antinferno”), segno di una ripugnanza vera e propria anche da parte del luogo stesso in cui si trovano. Essi sono costretti a inseguire continuamente una sorta di bandiera errante incapace di fermarsi, nudi e punti continuamente da mosconi e vespe che li assalgono. Il sangue che scende dai loro volti, mischiato alle lacrime, funge da nutrimento per i vermi che gli camminano sotto i piedi. Una scena, come potete immaginare, abominevole. Qui incontriamo per la prima volta la legge più importante che vige nell’Inferno dantesco: quella del contrappasso, una correlazione tra la colpa e la pena da scontare. Tale correlazione può evidenziarsi o per analogia – i dannati subiscono continuamente e per sempre un destino simile o pari a quelli che hanno scelto in vita – o per contrasto –i dannati sono costretti in eterno a compiere o subire ciò che in vita hanno evitato. Una legge del taglione rivisitata (Hammurabi chi?!?). Nel caso dei “nostri” ignavi, la relazione è chiaramente quella del contrasto, in quanto quest’ultimi vengono costretti a inseguire qualcosa (la bandiera) e quindi a prendere parte, tormentati continuamente da vespe e mosconi che gli fanno versare sangue e lacrime che non avevano mai voluto spendere da vivi; infine, questo destino inutile e questo sangue vano alimentano inutili insetti. Tutto ciò non ha senso ma è proprio questo il punto: una pena insensata e inutile per chi è stato, di fatto, inutile nel nostro mondo. Gli ignavi sono i peggiori di tutti, secondo Virgilio: “Dante bello, ora che ti ho detto chi sono questi esseri, ti sarei molto grato se gli fossi del tutto indifferente e continuassi a seguirmi senza troppe domande. Nessuno si ricorderà di loro e nessuno li vuole, né l’inferno né la salvezza. Anzi, sciagurato io che sto perdendo troppo tempo con questi qui! Non pensarli più, guarda e passa!”. Ascoltate queste parole, Dante si convince a lasciar perdere ma, prima di andare definitivamente oltre, scorge la sagoma di un’anima nota: si tratta di Celestino V, di quello tanto codardo da rinunciare alla nomina di papa, e che per la stessa spianò la strada a uno dei più acerrimi nemici del nostro protagonista, ovvero papa Bonifacio VIII. Celestino V, per scherzare e dare una vaga idea, potremmo considerarlo una sorta di avo di papa Ratzinger: lo ricordate no? quello antecedente all’attuale Bergoglio; diede nel 2013 le dimissioni quasi come fosse un allenatore di calcio (“visto e considerato che i vescovi non riescono ad esprimere una messa soddisfacente, per il bene della società Chiesa FC lascio l’incarico sperando di riascoltare il prima possibile un’Ave Maria degno di nota”). Ritornando seri (?) e al nostro episodio, ritroviamo a questo punto un Dante ansioso e curioso di sapere a cosa si andrà in contro: “Mio caro maestro, mi pare di vedere da qui alcune anime sulla riva di quel fiume che abbiamo davanti: chi sono? E perché sono cosi agitate?” Purtroppo il nostro protagonista non ha ancora imparato il galateo. Virgilio, infatti, gli risponde: “Quel fiume che abbiamo davanti si chiama Acheronte. Ti prego, però, di non avere fretta: quando arriveremo capirai”. E allora, come un cagnolino bastonato, lo segue in religioso silenzio.

 Diverse lingue, orribili favelle,

parole di dolore, accenti d’ira,
voci alte e fioche, e suon di man con elle 27

facevano un tumulto, il qual s’aggira
sempre in quell’aura sanza tempo tinta,
come la rena quando turbo spira. 30

E io ch’avea d’error la testa cinta,
dissi: “Maestro, che è quel ch’i’ odo?
e che gent’è che par nel duol sì vinta?”. 33

Ed elli a me: “Questo misero modo
tegnon l’anime triste di coloro
che visser sanza ’nfamia e sanza lodo. 36

Mischiate sono a quel cattivo coro
de li angeli che non furon ribelli
né fur fedeli a Dio, ma per sé fuoro. 39

Caccianli i ciel per non esser men belli,
né lo profondo inferno li riceve,
ch’alcuna gloria i rei avrebber d’elli”. 42

E io: “Maestro, che è tanto greve
a lor che lamentar li fa sì forte?”.
Rispuose: “Dicerolti molto breve. 45

Questi non hanno speranza di morte,
e la lor cieca vita è tanto bassa,
che ’nvidïosi son d’ogne altra sorte. 48

Fama di loro il mondo esser non lassa;
misericordia e giustizia li sdegna:
non ragioniam di lor, ma guarda e passa”. 51

E io, che riguardai, vidi una ’nsegna
che girando correva tanto ratta,
che d’ogne posa mi parea indegna; 54

e dietro le venìa sì lunga tratta
di gente, ch’i’ non averei creduto
che morte tanta n’avesse disfatta. 57

Poscia ch’io v’ebbi alcun riconosciuto,
vidi e conobbi l’ombra di colui
che fece per viltade il gran rifiuto. 60

Incontanente intesi e certo fui
che questa era la setta d’i cattivi,
a Dio spiacenti e a’ nemici sui. 63

Questi sciaurati, che mai non fur vivi,
erano ignudi e stimolati molto
da mosconi e da vespe ch’eran ivi. 66

Elle rigavan lor di sangue il volto,
che, mischiato di lagrime, a’ lor piedi
da fastidiosi vermi era ricolto. 69

E poi ch’a riguardar oltre mi diedi,
vidi genti a la riva d’un gran fiume;
per ch’io dissi: “Maestro, or mi concedi 72

ch’i’ sappia quali sono, e qual costume
le fa di trapassar parer sì pronte,
com’i’ discerno per lo fioco lume”. 75

Ed elli a me: “Le cose ti fier conte
quando noi fermerem li nostri passi
su la trista riviera d’Acheronte”. 78

Allor con li occhi vergognosi e bassi,
temendo no ’l mio dir li fosse grave,
infino al fiume del parlar mi trassi. 81

Giunti alla riva dell’Acheronte, Dante e Viriglio si imbattono immediatamente in un vecchio dalla barba e dai capelli bianchi e dagli occhi rossastri che grida: “Guai a voi, anime malvagie! Non abbiate la minima speranza di raggiungere la pace eterna: io vi porto all’altra riva nell’oscurità eterna, tra il fuoco e il gelo!” Si tratta di Caronte, personaggio della mitologia greca che ha il compito di traghettare le anime dannate oltre il fiume. Egli, non appena si accorge che Dante è un’anima viva, subito esclama: “E tu dove credi di andare? Separati immediatamente da questi qui! Tu non sei destinato a viaggiare sulla mia barca!”

Qui c’è tutta la capacità narrativa e stilistica del nostro autore. Bisogna necessariamente ricordare, infatti, che Dante è allo stesso tempo protagonista della storia ma anche narratore, e che quindi svolge allo stesso tempo il ruolo di colui che non sa e colui che sa. Tramite queste parole, messe in bocca a Caronte, egli ci fa già capire che la sua non è un’anima dannata e che è destinato alla salvezza eterna (Per altra via, per altri porti verrai a piaggia, non qui, per passare: più lieve legno convien che ti porti).  

Al rifiuto del vecchio ci pensa “like a boss” (come al solito) Virgilio: “Caronte risparmia il fiato per cortesia: il viaggio del mio amico è voluto dalla volontà di colui che tutto può, quindi fatti da parte e non domandare più nulla!” Immaginate questo frammento con una musica che calza a pennello: I’ve got the power degli Snap. E Virgilio che incrocia braccia e gambe per ballarla. Così, il timoniere barbuto dagli occhi infuocati ammutolisce e si concentra sulle anime dei dannati da trasportare, che nel frattempo piangono, urlano, bestemmiano maledicendo Dio e la specie umana. Sono numerosissime davanti alla “fermata” del fiume: sembra di essere nella metropolitana di Napoli. Caronte le raccoglie col suo lungo remo come fossero molluschi e picchia con lo stesso chi cerca di lanciarsi prima del tempo sulla barca. I dannati, infatti, sono ansiosi di andare dall’altra parte proprio perché ormai incapaci di distinguere il bene dal male, finendo col desiderare ciò che li condannerà per sempre (metafora di ciò che hanno fatto in vita). “Come le foglie d’autunno cadono una dopo l’altra, allo stesso modo i discendenti malvagi di Adamo cadono su quella barca ad uno ad uno, seguendo i segnali di Caronte come un uccello segue il suo richiamo”, scrive Dante dal verso 113 al verso 120.

caronte

Alla fine dell’episodio si manifesta un terremoto fortissimo nell’Antinferno: dalle viscere della terra fuoriescono lampi rossi e correnti incessanti. Dante, scosso, perde i sensi e cade a terra privo di conoscenza. Sonno o svenimento che sia, non ci è dato sapere.

Ed ecco verso noi venir per nave
un vecchio, bianco per antico pelo,
gridando: “Guai a voi, anime prave! 84

Non isperate mai veder lo cielo:
i’ vegno per menarvi a l’altra riva
ne le tenebre etterne, in caldo e ’n gelo. 87

E tu che se’ costì, anima viva,
pàrtiti da cotesti che son morti”.
Ma poi che vide ch’io non mi partiva, 90

disse: “Per altra via, per altri porti
verrai a piaggia, non qui, per passare:
più lieve legno convien che ti porti”. 93

E ’l duca lui: “Caron, non ti crucciare:
vuolsi così colà dove si puote
ciò che si vuole, e più non dimandare”. 96

Quinci fuor quete le lanose gote
al nocchier de la livida palude,
che ’ntorno a li occhi avea di fiamme rote. 99

Ma quell’anime, ch’eran lasse e nude,
cangiar colore e dibattero i denti,
ratto che ’nteser le parole crude. 102

Bestemmiavano Dio e lor parenti,
l’umana spezie e ’l loco e ’l tempo e ’l seme
di lor semenza e di lor nascimenti. 105

Poi si ritrasser tutte quante insieme,
forte piangendo, a la riva malvagia
ch’attende ciascun uom che Dio non teme. 108

Caron dimonio, con occhi di bragia
loro accennando, tutte le raccoglie;
batte col remo qualunque s’adagia. 111

Come d’autunno si levan le foglie
l’una appresso de l’altra, fin che ’l ramo
vede a la terra tutte le sue spoglie, 114

similemente il mal seme d’Adamo
gittansi di quel lito ad una ad una,
per cenni come augel per suo richiamo. 117

Così sen vanno su per l’onda bruna,
e avanti che sien di là discese,
anche di qua nuova schiera s’auna. 120

“Figliuol mio”, disse ‘l maestro cortese,
“quelli che muoion ne l’ira di Dio
tutti convegnon qui d’ogne paese; 123

e pronti sono a trapassar lo rio,
ché la divina giustizia li sprona,
sì che la tema si volve in disio. 126

Quinci non passa mai anima buona;
e però, se Caron di te si lagna,
ben puoi sapere omai che ’l suo dir suona”. 129

Finito questo, la buia campagna
tremò sì forte, che de lo spavento
la mente di sudore ancor mi bagna. 132

La terra lagrimosa diede vento,
che balenò una luce vermiglia
la qual mi vinse ciascun sentimento; 135

e caddi come l’uom cui sonno piglia.

 

Ci vediamo lunedì 25 marzo con l’episodio numero 4: “Anime sospese”.

Si ringrazia Carmen Ammendola per le illustrazioni.

 

 

 

 

 

 

#pilloleinfernali: Ep.1 – LA SELVA E LE BESTIE

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Conoscere il passato per aggiustare il presente e vivere il futuro. L’inferno di Dante raccontato a “pillole” ha questo obiettivo: una presa di coscienza di ciò che si è. Ci immergiamo passo dopo passo nella cantica forse più dinamica e accattivante di tutta la Divina Commedia. E lo facciamo a modo nostro. Con ironia, passione e…vignette!  

Eccoci qua amici lettori: oggi inauguriamo le #pilloleinfernali, una rubrica che mira a spiegare canto dopo canto tutto l’Inferno dantesco e i suoi personaggi con un tono leggero e accessibile a chiunque voglia conoscere le nozioni minime di quella che è la più grande opera della letteratura italiana.  Per farlo, però, occorre una piccolissima introduzione all’introduzione stessa, dato che il primo canto (che chiameremo “episodio”, giusto per stare al passo con i tempi) si configura come un proemio di un viaggio che inizierà di fatto dal canto successivo.

A chi non è mai capitato un momento buio nella vita? Tutti noi abbiamo fatto i conti con una realtà che non ci piace o non ci piaceva. Questo è successo anche a Dante, altroché. Quando nel 1314, infatti, egli si appresta a comporre la sua prima cantica sta attraversando un periodo di profonda crisi: la donna che ama alla follia, Beatrice, è morta da più di vent’anni ma il dolore è ancora vivo; la sua casa di Firenze costituisce ormai soltanto un dolce ricordo, dato che non ci ha più messo piede dal 1302 in quanto condannato a morte; la società del suo tempo è irrimediabilmente corrotta e anarchica, imperatori e papi alterano sempre di più i rispettivi ruoli istituzionali creando conflitti non privi di sangue e terrore. Insomma, come direbbero a Roma, una vera “caciara”. Per tutti questi motivi il Sommo Poeta (che a quel tempo era solo poeta, e in pochi se lo filavano veramente) decide, attraverso la poesia e l’allegoria, di compiere un viaggio immaginario nel mondo ultraterreno. Si badi bene però: lo scopo di Dante non è quello di capire il mistero della morte, semmai quello della vita. Perché siamo sulla terra, desideriamo, ci innamoriamo al punto da sentirci così vicini a qualcosa di infinito e poi…finiamo? Il senso dello stare al mondo, qual è? Egli si interroga per anni, continuamente e in modo compulsivo, cercando una risposta convincente per se stesso e per gli altri.  Proprio questo senso di altruismo lo porta a credere, una volta riconosciuta la retta via, di essere stato investito da Dio della missione di indicare a tutta l’umanità il percorso della salvezza. Per farlo bisogna per forza passare nei tre regni dell’aldilà: inferno, purgatorio e paradiso. Tutto quello che verrà appreso durante il cammino dovrà essere riportato agli uomini mediante la scrittura, affinché quest’ultimi imbocchino la via della rigenerazione e della redenzione. Una redenzione che non vuol dire soltanto “ok, Dante mi ha confermato che se mi comporto male vado all’inferno e se mi comporto da buon cristiano vado in paradiso, quindi so che dopo la vita c’è qualcosa” ma soprattutto “caspita, attraverso gli errori o gli esempi degli altri posso capire finalmente come trascorrere al meglio il tempo che passo su questa terra”.  Fatta questa superficiale ma fondamentale premessa, andiamo a vedere cosa succede nel primo canto – episodio.

Siamo nella notte tra il 7 e l’8 aprile del 1300, anno del primo giubileo (momento di conversione, remissione dei peccati). Dante, che ha più o meno trentacinque anni, si ritrova all’improvviso in una sorta di bosco oscuro silenzioso e tenebroso, che soltanto a guardarlo gli viene una paura che nemmeno la protagonista del video Thriller di Michael Jackson potrebbe capire. Barcolla, è confuso, non ricorda come ha fatto a finire in quel luogo. Se ne rammarica, cerca una via d’uscita. Crede di averla trovata quando scorge un piccolo colle illuminato dai raggi solari: la sensazione d’angoscia che l’ha paralizzato sembra scomparire piano piano. Scrive una metafora bellissima con cui dimostra, fin da subito, tutte le sue capacità di poeta. Ci dice infatti “così mi sono sentito quando ho visto quel colle della speranza, allo stesso modo di un naufrago giunto alla riva e sopravvissuto al mare in tempesta”.

Nel mezzo del cammin di nostra vita
mi ritrovai per una selva oscura,
ché la diritta via era smarrita. 3

Ahi quanto a dir qual era è cosa dura
esta selva selvaggia e aspra e forte
che nel pensier rinova la paura! 6

Tant’è amara che poco è più morte;
ma per trattar del ben ch’i’ vi trovai,
dirò de l’altre cose ch’i’ v’ ho scorte. 9

Io non so ben ridir com’i’ v’intrai,
tant’era pien di sonno a quel punto
che la verace via abbandonai. 12

Ma poi ch’i’ fui al piè d’un colle giunto,
là dove terminava quella valle
che m’avea di paura il cor compunto, 15

guardai in alto e vidi le sue spalle
vestite già de’ raggi del pianeta
che mena dritto altrui per ogne calle. 18

Allor fu la paura un poco queta,
che nel lago del cor m’era durata
la notte ch’i’ passai con tanta pieta. 21

E come quei che con lena affannata,
uscito fuor del pelago a la riva,
si volge a l’acqua perigliosa e guata, 24

così l’animo mio, ch’ancor fuggiva,
si volse a retro a rimirar lo passo
che non lasciò già mai persona viva. 27

Poi ch’èi posato un poco il corpo lasso,
ripresi via per la piaggia diserta,
sì che ’l piè fermo sempre era ’l più basso. 30

Tutto bene dunque, il pericolo sembra scampato. Macché, gli piacerebbe. Proprio quando sta per salire sul colle illuminato si ritrova davanti una sorta di ghepardo che ostacola il proseguo: Dante ha un sussulto e ripiega all’indietro. Tuttavia si sente ancora ottimista perché vede nel cielo la costellazione dell’Ariete, collegata alla stagione primaverile e quindi al concetto di rinascita. Quest’ottimismo viene letteralmente spazzato via quando, di fianco al ghepardo, compare anche un leone: ha la testa alta e una fame rabbiosa, a tal punto che l’atmosfera intorno sembra tremare al pari di un terremoto. E non è finita qui. Subito dietro si palesa una lupa magra che col suo sguardo terrificante fa perdere a Dante l’ultima briciola di speranza rimasta: sta per ricadere nel buio del bosco tenebroso. Avete presente la scena di Tre uomini e una gamba quando Aldo, uno dei tre protagonisti del film, resta bloccato su una piccola roccia da scalare? Ecco, parafrasandolo, possiamo dire che Dante pensa la stessa cosa: “Adesso non posso né scendere né salire, né scendere né salire!”

Mentre, piangente, precipita in basso scorge da lontano una sagoma che ancora non sa se uomo o fantasma. In ogni caso, come il più disperato dei disperati, gli urla contro: Miserere di me!, cioè “abbi pietà di me, chiunque tu sia: salvami!”

Ed ecco, quasi al cominciar de l’erta,
una lonza leggera e presta molto,
che di pel macolato era coverta; 33

e non mi si partia dinanzi al volto,
anzi ’mpediva tanto il mio cammino,
ch’i’ fui per ritornar più volte vòlto. 36

Temp’era dal principio del mattino,
e ’l sol montava ’n sù con quelle stelle
ch’eran con lui quando l’amor divino 39

mosse di prima quelle cose belle;
sì ch’a bene sperar m’era cagione
di quella fiera a la gaetta pelle 42

l’ora del tempo e la dolce stagione;
ma non sì che paura non mi desse
la vista che m’apparve d’un leone. 45

Questi parea che contra me venisse
con la test’alta e con rabbiosa fame,
sì che parea che l’aere ne tremesse. 48

Ed una lupa, che di tutte brame
sembiava carca ne la sua magrezza,
e molte genti fé già viver grame, 51

questa mi porse tanto di gravezza
con la paura ch’uscia di sua vista,
ch’io perdei la speranza de l’altezza. 54

E qual è quei che volontieri acquista,
e giugne ’l tempo che perder lo face,
che ’n tutti suoi pensier piange e s’attrista; 57

tal mi fece la bestia sanza pace,
che, venendomi ’ncontro, a poco a poco
mi ripigneva là dove ’l sol tace. 60

Mentre ch’i’ rovinava in basso loco,
dinanzi a li occhi mi si fu offerto
chi per lungo silenzio parea fioco. 63

Quando vidi costui nel gran diserto,
“Miserere di me”, gridai a lui,
“qual che tu sii, od ombra od omo certo!”. 66

Dante dunque chiede aiuto a quella sagoma. E quella sagoma, che corrisponde al poeta latino Virgilio, rivela subito la sua identità: “Ahimè non sono più un uomo adesso, ma lo sono stato. I miei genitori furono lombardi e io nacqui e vissi sotto la Roma dell’imperatore Augusto, quando ancora credevamo che gli dei fossero tanti e uguali a noi uomini. Penso che mi conosci però perché, come te, sono stato poeta: ho raccontato di Enea, ti ricordi? L’ultimo troiano sopravvissuto alla città bruciata dai greci. Ma tu perché stai così impalato? Che aspetti a salire quel bel colle illuminato che è simbolo di gioia e di salvezza?” Probabilmente Dante, se si fosse trattato di un altro, gli avrebbe detto “razza di idiota che non sei altro, non vedi che ci sono queste tre bestie che vogliono azzannarmi? Come faccio a salire?!?”, ma siccome si ritrova davanti il suo più grande idolo (aveva letto avidamente l’Eneide in cui, non a caso, si racconta della discesa di un uomo negli inferi) ha soltanto parole di ammirazione per lui, scordandosi per qualche istante della cattiva situazione in cui si è cacciato: “O grande poeta, o mio maestro” – gli dice – “tu sei stato la mia guida, quello da cui ho imparato a poetare!” Poi ritorna, stoico, alla realtà circostante: “ti prego, dammi una mano contro queste bestie, indicami la via; ho talmente paura che sento tremare le vene e i polsi.” Virgilio, che tutto sa e tutto vede, ha fatto di proposito quella domanda pur conoscendo la risposta perché, come di racconta Franco Nembrini, “un vero maestro è colui che pur conoscendo la risposta non risparmia la domanda al suo allievo”.

“Caro Dante, stai tranquillo e smettila di piangere, adesso troviamo una soluzione. Innanzitutto se vuoi salvarti da questo posto devi fare una strada alternativa perché queste bestie, simboli dei peccati umani, non risparmiano nessuno. Forse, anzi sicuramente, un giorno arriverà un messia o qualcuno che ci libererà da loro e allora potremo percorrere quel colle senza alcun timore. Per adesso, ti conviene seguirmi: io ti farò da guida e ti porterò prima all’inferno, dove vedrai gli spiriti disperati e addolorati, e poi in purgatorio, dove ci sono quelli contenti di espiare le proprie colpe in quanto desiderosi di arrivare tra le anime beate; per quanto riguarda il paradiso…ehm, non ho il pass! Non ti posso accompagnare. Ma stai tranquillo, ci sarà un’altra guida più degna, e ti lascerò con lei quando sarà il momento. Il padrone del paradiso è un po’ risentito con me e non vuole che entri a casa sua…è sempre per quella questione di cui ti ho parlato prima, ti ricordi? Che nacqui al tempo in cui credevamo gli dei innumerevoli e umani. Ancora oggi mi mordo le mani, mannaggia a me! Chissà come deve essere bello stare lassù!

A questo punto l’episodio va verso la conclusione. Dante, ammirato e rincuorato, chiude con un’ultima battuta: “Mio maestro, ti chiedo in nome di quel Dio che non hai conosciuto di condurmi allora in quei posti che mi hai descritto, affinché io possa salvarmi dal male che circonda tutta la terra.” Virgilio annuisce e si incammina in un’altra direzione. Dante, umilmente, lo segue. E ci regala già un prezioso monito: nessuno si salva da solo.

Rispuosemi: “Non omo, omo già fui,
e li parenti miei furon lombardi,
mantoani per patrïa ambedui. 69

Nacqui sub Iulio, ancor che fosse tardi,
e vissi a Roma sotto ’l buono Augusto
nel tempo de li dèi falsi e bugiardi. 72

Poeta fui, e cantai di quel giusto
figliuol d’Anchise che venne di Troia,
poi che ’l superbo Ilïón fu combusto. 75

Ma tu perché ritorni a tanta noia?
perché non sali il dilettoso monte
ch’è principio e cagion di tutta gioia?”. 78

“Or se’ tu quel Virgilio e quella fonte
che spandi di parlar sì largo fiume?”,
rispuos’io lui con vergognosa fronte. 81

“O de li altri poeti onore e lume,
vagliami ’l lungo studio e ’l grande amore
che m’ ha fatto cercar lo tuo volume. 84

Tu se’ lo mio maestro e ’l mio autore,
tu se’ solo colui da cu’ io tolsi
lo bello stilo che m’ ha fatto onore. 87

Vedi la bestia per cu’ io mi volsi;
aiutami da lei, famoso saggio,
ch’ella mi fa tremar le vene e i polsi”. 90

“A te convien tenere altro vïaggio”,
rispuose, poi che lagrimar mi vide,
“se vuo’ campar d’esto loco selvaggio; 93

ché questa bestia, per la qual tu gride,
non lascia altrui passar per la sua via,
ma tanto lo ’mpedisce che l’uccide; 96

e ha natura sì malvagia e ria,
che mai non empie la bramosa voglia,
e dopo ’l pasto ha più fame che pria. 99

Molti son li animali a cui s’ammoglia,
e più saranno ancora, infin che ’l veltro
verrà, che la farà morir con doglia. 102

Questi non ciberà terra né peltro,
ma sapïenza, amore e virtute,
e sua nazion sarà tra feltro e feltro. 105

Di quella umile Italia fia salute
per cui morì la vergine Cammilla,
Eurialo e Turno e Niso di ferute. 108

Questi la caccerà per ogne villa,
fin che l’avrà rimessa ne lo ’nferno,
là onde ’nvidia prima dipartilla. 111

Ond’io per lo tuo me’ penso e discerno
che tu mi segui, e io sarò tua guida,
e trarrotti di qui per loco etterno; 114

ove udirai le disperate strida,
vedrai li antichi spiriti dolenti,
ch’a la seconda morte ciascun grida; 117

e vederai color che son contenti
nel foco, perché speran di venire
quando che sia a le beate genti. 120

A le quai poi se tu vorrai salire,
anima fia a ciò più di me degna:
con lei ti lascerò nel mio partire; 123

ché quello imperador che là sù regna,
perch’i’ fu’ ribellante a la sua legge,
non vuol che ’n sua città per me si vegna. 126

In tutte parti impera e quivi regge;
quivi è la sua città e l’alto seggio:
oh felice colui cu’ ivi elegge!”. 129

E io a lui: “Poeta, io ti richeggio
per quello Dio che tu non conoscesti,
acciò ch’io fugga questo male e peggio, 132

che tu mi meni là dov’or dicesti,
sì ch’io veggia la porta di san Pietro
e color cui tu fai cotanto mesti”. 135

Allor si mosse, e io li tenni dietro.

 

Ci vediamo lunedì 11 marzo con l’episodio numero 2: “Dammi solo un minuto”.

Si ringrazia Carmen Ammendola per le illustrazioni.