L’Infinito di Giacomo Leopardi: duecento anni di tangibile immaginazione

Sono trascorsi duecento anni dalla stesura de L’Infinito, la celebre poesia di Giacomo Leopardi, composta nel 1819, a Recanati; è una delle liriche più conosciute, ispirata dalla “siepe che da tanta parte dell’ultimo orizzonte il guardo esclude. 

L’Infinito, fu pubblicato nel Nuovo ricoglitore nel dicembre 1825, come primo degli Idilli e inserita poi nei Canti, tra i «piccoli idilli» nella sistemazione definitiva del 1845. È una breve, intensa contemplazione, in cui gli elementi paesistici (l’ermo colle, la siepe) vengono assorbiti e trascesi in una profonda quanto ricca esperienza sentimentale ed ideologica dell’infinito spaziale e temporale. Quello spazio e quel tempo sono ancora oggi celebrati, grazie alle parole della lirica, una delle più studiate tra i banchi di scuola, che echeggiano nella mente di chi s’inebria leggendo quei versi. 

Sono trascorsi duecento anni, un lasso di tempo molto ampio, ma che, grazie alla vivacità, conferita da Giacomo Leopardi al testo, sembra quasi annullarsi. Così come il pensiero del poeta, mentre ammira l’infinito. 

La lirica rappresenta l’infinito nell’infinito, una concatenazione di immagini, scenari, pensieri e parole, che una dopo l’altro, si accostano, e si materializzano, accarezzando l’intelletto. 

Gli “interminabili spazi” che Giacomo Leopardi osserva, sono ancora oggi tali; non finiscono, non segnano un confine, ma portano alla mente lo spazio all’interno del quale la poesia si inserisce. Spazi interminabili che non hanno limiti, e che continuano ad essere celebrati a duecento anni di distanza, come se Giacomo Leopardi li stesse ancora componendo.

In questa visione così ampia, i limiti fra il vissuto personale e l’indifferente flusso dell’essere, si dissolvono, ed è lo stesso autore a far sì che ciò avvenga. Leopardi rompe gli schemi classici di scrittura, presentandosi al mondo come vero innovatore della struttura metrica sia del panorama nazionale, sia di quello internazionale. 

Dal punto di vista metrico, L’Infinito, è composto di quindici endecasillabi sciolti, ovvero, senza il rispetto di quelle rigide strutture metriche sino a quel periodo rigorosamente utilizzate dai poeti, pertanto non assume più particolare importanza lo schema metrico bensì ogni singola parola inserita nel testo, funge da vero e proprio contenitore di emozioni, pulsazioni, idee, pensieri. 

La siepe, rappresenta un percorso di estensione  e progressione, ma anche di crescita per la propria anima che vola, viaggia attraverso tutto ciò che potrebbe esserci al di là di quello che il poeta vede e che vive ogni giorno. 

Proprio in questo modo, grazie alle immagini che vanno oltre ogni limite, L’Infinito, a duecento anni, si configura come un prolungamento di ciò che Giacomo Leopardi provava al momento della stesura, e che attualmente appartiene un pò a tutti. Un rapporto di condivisione, oltre ogni siepe, oltre ogni barriera spazio-temporale. Le illusioni, forniscono speranza, grazie alla quale si può dare colore all’aridità che spesso contraddistingue l’esistenza. 

L’uomo può trovare godimento unicamente nelle Illusioni e nella Speranza, le quali, nella poesia L’Infinito, sono rappresentate dal viaggio immaginario che il poeta compie con la propria mente (e la propria anima) al di là della vuota (ovvero insoddisfacente) realtà che vive nel presente.

Leopardi e il valore dei ricordi

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La capacità di ricordare gli eventi passati appartiene da sempre all’essere umano. Ma in che modo il rapporto col passato può condizionare il proprio futuro?

La necessità di mantenere viva un’esperienza: elemento che può essere condanna o gioia per ognuno di noi. La memoria sa essere molto oggettiva nel preservare tanto gli avvenimenti felici quanto quelli dolorosi. Non entrerò nel campo della rimozione psicologica, pur tenendo atto della sua importanza. Il discorso prenderà una piega più letteraria concentrandosi sulla produzione del massimo poeta italiano Giacomo Leopardi.

Studiatissimo e citatissimo (spesso in modo improprio…), Leopardi viene solitamente accostato ai concetti di pessimismo e dolore. Nulla di più esatto: basta leggere alcuni dei suoi versi per comprendere l’ammontare di sofferenza albergata in quel cuore. I suoi enjambement spezzano (oltre al verso) il fiato del lettore, le metafore non sono sempre immediate, al contrario dei messaggi interni al testo, aspri e diretti. Una poesia che nonostante il carico di pathos è in grado di sorreggersi sul logos. In che momenti del pensiero lirico si esprime al meglio questa carica emotiva?

Silvia, rimembri ancora
Quel tempo della tua vita mortale,
Quando beltà splendea
Negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi,
E tu, lieta e pensosa, il limitare
Di gioventù salivi?

Sonavan le quiete
Stanze, e le vie dintorno,
Al tuo perpetuo canto,
Allor che all’opre femminili intenta
Sedevi, assai contenta
Di quel vago avvenir che in mente avevi.
Era il maggio odoroso: e tu solevi
Così menare il giorno.

[…]

A Silvia (vv 1-14) – Canti

Celeberrima canzone leopardiana, “A Silvia” demolisce la concezione di speranza giovanile. Gli endecasillabi e i settenari riproducono una sequenza di eventi: l’uso dell’imperfetto ha un’importanza notevole nel donare un senso di continuità nel passato. La dolce apostrofe (“Silvia“) anticipa l’elemento chiave: il tema del ricordo. È su questo che si basa l’intero scritto: il malessere nei confronti delle illusioni infantili, le quali riconducono al discorso filosofico sulla Natura che tratterò in separata sede. Ma tale riflessione non sarebbe possibile senza il riaffiorare dei ricordi. Che valore hanno dunque questi ultimi in rapporto al dolore?

“La memoria non è altro che assuefazione.”

Zibaldone di pensieri

Un’affermazione breve ma intensa, necessaria alla comprensione della tematica: i momenti infantili vengono spesso usati da ognuno di noi come panacea, non c’è nulla di male nel farlo. Ma la differenza tra uso ed abuso va oltre la presenza del morfema legato ab-: solitamente ce ne rendiamo conto quando ormai è troppo tardi (la deliziosa inutilità del senno di poi, come recita Zeno di Italo Svevo).

Vivere focalizzando la mente sugli eventi passati per non pensare al presente, uno scenario nefasto. La situazione si complica (ed è il caso del nostro poeta) se, oltre a respirare nostalgia a pieni polmoni, non ci si limita ad osannare il passato ma lo si rende illusorio. La giovinezza, i tempi felici sono in realtà una trappola della Natura Matrigna che nella sua totale indifferenza non si accorge di averci illuso brutalmente, avendoci dato la vita in un luogo che non permette alcun tipo di gioia.

Natura: Immaginavi tu forse che il mondo fosse fatto per causa vostra? Ora sappi che nelle fatture, negli ordini e nelle operazioni mie, trattone pochissime, sempre ebbi ed ho l’intenzione a tutt’altro che alla felicità degli uomini o all’infelicità. Quando io vi offendo in qualunque modo e con qual si sia mezzo, io non me n’avveggo, se non rarissime volte: come, ordinariamente, se io vi diletto o vi benefico, io non lo so; e non ho fatto, come credete voi, quelle tali cose, o non fo quelle tali azioni, per dilettarvi o giovarvi. E finalmente, se anche mi avvenisse di estinguere tutta la vostra specie, io non me ne avvedrei.

Dialogo della Natura e di un Islandese – Operette Morali

Ogni ricordo felice (solitamente vissuto durante la prima età) ottiene e perde valore allo stesso tempo. È ancora in grado di far stare meglio l’individuo ma viene privato del suo effetto illusorio: ciò che ci ha reso così allegri non si verificherà mai più. L’evento acquista dunque una pretiositas rara, data dalla sua unicità. La coscienza di questo nuovo stato fa nascere un forte desiderio di preservazione: il ricordo deve essere mantenuto in vita, in un modo o nell’altro. Da qui il fulcro della discussione, l’importanza della memoria nella vita di tutti i giorni. Ovviamente il tutto è analizzato in chiave leopardiana, non è necessario adottare un modus operandi così estremo e pessimista per affrontare la quotidianità. O meglio, siete liberi di farlo, la scelta è vostra (no, non come in Bandersnatch).

[…]

Viene il vento recando il suon dell’ora
Dalla torre del borgo. Era conforto
Questo suon, mi rimembra, alle mie notti,
Quando fanciullo, nella buia stanza,
Per assidui terrori io vigilava,
Sospirando il mattin. Qui non è cosa
Ch’io vegga o senta, onde un’immagin dentro
Non torni, e un dolce rimembrar non sorga.
Dolce per se; ma con dolor sottentra
Il pensier del presente, un van desio
Del passato, ancor tristo, e il dire: io fui.

[…]

Le ricordanze (vv 50-60) – Canti

Concludo la riflessione citando, in parte, una delle liriche più toccanti dell’autore. Vi è la presenza di memorie felici (la gioventù) e di ricordi negativi (dall’incomprensione delle gente zotica, vil al tentato suicidio del poeta). Un’altra parola chiave, il conforto, sboccia come un fiore in mezzo al deserto: grazioso ma destinato a morire molto presto. Lo scontro tra presente e passato ha luogo nella psiche umana, impossibile dire ormai chi tra i due sia fonte maggiore di dolore. La funzione di questi ultimi viene resa ovvia dai versi leopardiani: il dolce rimembrar lenisce la sofferenza dei momenti più bui e permette di avere la forza per guardare avanti, oltre quella siepe che sfida l’uomo a scorgere l’infinito, o chissà, il nulla.