Il salmone Pasolini

Pasolini-durante-le-riprese-romane-de-Il-fiore-delle-mille-e-una-notte-1973-foto-di-Gideon-Bachmann-1La morte di Pierpaolo Pasolini è sempre stata molto discussa ed incerta. Ma ormai nessuno ha più dubbi: si trattò di omicidio politico.

Chi o cosa ha ucciso Pierpaolo Pasolini? E’ la domanda che da oltre quarant’anni molte persone – intellettuali, critici, opinionisti, poliziotti, magistrati o semplici cittadini – si pongono. Quella notte del 2 Novembre 1975 il suo corpo fu trovato senza vita sulla spiaggia dell’Idroscalo di Ostia, in provincia di Roma. Le condizioni del cadavere destarono non poco scalpore: era stata una morte brutale, violenta. La polizia identificò il colpevole in Giuseppe “Pino” Pelosi, giovane ragazzo diciassettenne di borgata che aveva cenato qualche ora prima con l’intellettuale friulano e che si trovava alla guida della sua auto. Pelosi confermò di essere il colpevole ma dichiarò di aver agito per legittima difesa: Pasolini gli avrebbe fatto delle avances sessuali che, una volta rifiutate, provocarono una lite dapprima verbale e successivamente fisica, fino a sfociare nell’epilogo tragico di cui sopra. Ciononostante il giovane diciassettenne fu comunque condannato per omicidio volontario e solo molti anni dopo confessò di essersi preso la colpa di quell’assassinio per bisogno di soldi. Pur non essendo stato molto preciso e dettagliato nella sua “sconvolgente” rivelazione (si è sempre pensato che si trattava di un parafulmine) Pelosi ha più volte lasciato intendere che le illazioni e le ipotesi avanzate dalla maggior parte degli esperti a riguardo avevano delle fondamenta: l’’omicidio di Pasolini fu un omicidio politico.  Cosa si intende per omicidio politico? Nel codice penale italiano viene definito delitto politico ogni delitto che offende un interesse politico dello Stato, ovvero un delitto politico del cittadino. E’ altresì considerato politico il delitto comune determinato in tutto in parte da motivi politici (art.8). Tradotto in parole povere possiamo dunque dire che il carnefice è colui che agisce in nome di un pensiero mediamente condiviso (o imposto, in certi casi) dalle masse e la vittima è sostanzialmente il suo contrario, ovvero colui che sfugge e che pensa e agisce in maniera diametralmente opposta. Ma non solo. La vittima in questione, a sua volta, non si limita a tenere per se il suo pensiero ma si impegna civilmente e politicamente affinché quelle idee circolino in maniera diffusa e finiscano con lo smuovere alcune coscienze, spesso assoggettate ad un modus vivendi apparentemente convenevole ma deleterio nella sostanza. Fatta questa premessa più o meno oggettiva non resta che collazionare la personalità e l’impegno politico di Pasolini con le caratteristiche medie di chi va controcorrente: l’identikit è perfetto. Ma per capire meglio e in maniera più consapevole cosa ha portato alla morte di uno dei più grandi intellettuali di sempre è opportuno analizzare nello specifico alcune tappe della sua controversa esistenza. Nella fattispecie ci focalizzeremo su tre passaggi fondamentali (in ordine cronologico) del suo percorso che potrebbero essere visti con un po’ di fantasia, e quindi allegoricamente, come esegesi di un libro già scritto dal destino: peccato – giudizio – condanna.

L’ESPULSIONE DAL PARTITO (IL PECCATO). Pierpaolo Pasolini partecipò attivamente alla seconda guerra mondiale: fu chiamato alle armi il primo settembre del 1943. Terminato il conflitto tornò in Friuli e si appassionò sempre di più all’ideologia comunista e marxista; fu influenzato particolarmente anche dalla lettura dei primi libri di Antonio Gramsci: quei testi gli fecero capire definitivamente dove bisognava schierarsi. In uno scambio epistolare del 1947 con la poetessa Giovanna Bemporad, (scomparsa pochi anni fa) infatti, egli sottolineò che l’altro è sempre infinitamente meno importante dell’io, ma sono gli altri che fanno la storia. Fu così che decise di iscriversi al PCI e di dare inizio a una serie di attività mirate alla tutela dei lavoratori onesti; inoltre in questo periodo iniziò anche a svolgere la professione di insegnante di lettere presso alcuni istituti medi del suo territorio. Tuttavia, quella che sembrava una carriera in ascesa e dal futuro roseo fu immediatamente contaminata dall’accusa di scandalo: il giovane Pierpaolo fu incriminato di aver pagato tre minori in cambio di rapporti di masturbazione. L’indagine andò avanti per molto tempo ma aveva già dal principio stravolto, di fatto, la sua esistenza: fu espulso dal partito per “indegnità morale e politica” e venne sospeso dall’attività didattica. Quell’evento fu una sorta di spartiacque nella vita privata e professionale di Pasolini, non solo perché lo costrinse a cambiare città e a cambiare vita (da quel momento “emigrò” a Roma con sua madre) ma anche perché gli diede la consapevolezza di aver ormai imboccato una strada tutta in salita e di essere una sorta di intellettuale incompreso ( La mia vita futura non sarà certo quella di un professore universitario: ormai su di me c’è il segno di Campana o di Wilde; ch’io lo voglia o no, che gli altri lo accettino o no.)

DISCORSO SUI CAPELLI LUNGHI (IL GIUDIZIO).  Nel 1975 l’editore Aldo Garzanti decise di pubblicare una raccolta di vari articoli che Pasolini aveva scritto nella sua lunga carriera di giornalista e saggista con il nome di Scritti corsari. Come giustamente riporta Wikipedia si tratta di “una raccolta di interventi il cui tema centrale è la società italiana, i suoi mali, le sue angosce. Lui, figura solitaria, lucido analista, crudo e sincero, si scontra con quel mondo di perbenismo e conformismo che è responsabile del degrado culturale della società. Controcorrente, riesce ad esprimere, con grande chiarezza e senza fraintendimenti, tesi politiche di grandi attualità tutt’oggi, con spirito critico raro e profondo, e trattando tematiche sociali alla base dei grandi scontri culturali dell’epoca come l’aborto o il divorzio.” Il primo “scritto corsaro” (pubblicato sul Corriere della Sera nel 1973 con il titolo “Contro i capelli lunghi”) è dedicato a quello che sembra essere un neonato fenomeno di costume degli anni sessanta, vale a dire la moda da parte dei giovani di portare i capelli lunghi al pari delle donne. Pasolini racconta di aver visto i primi esemplari di capelloni nella hall di un albergo a Praga, dove temporaneamente soggiornava. La sua attenzione, come sempre, non è tanto rivolta al fenomeno in quanto tale, e quindi al cambiamento estetico fine a se stesso, ma al messaggio che quel nuovo modo di porsi vuole mandare. Infatti nei primissimi anni sessanta (nell’epoca dei Beatles, per intenderci) il capello lungo rappresentava senza dubbio la ribellione al mondo borghese e al consumismo radicalizzato. Insomma incarnava l’opposizione, la sinistra. Tuttavia Pasolini nota che circa un decennio dopo, e quindi agli albori degli anni settanta, i capelloni non sono più percepiti come simboli di ribellione o di alternativa bensì icone di un universo omologato e regredito. Lo dimostra il fatto che ormai anche le televisioni e le pubblicità sfruttano questo fenomeno per rappresentare al meglio la realtà circostante ([…] Ora così i capelli lunghi dicono, nel loro inarticolato e ossesso linguaggio di segni non verbali, nella loro teppistica iconicità, le cose della televisione o delle réclames dei prodotti, dove è ormai assolutamente inconcepibile prevedere un giovane che non abbia i capelli lunghi: fatto che, oggi, sarebbe scandaloso per il potere).  Qui l’analisi si fa più interessante ed entra nel vivo: l’intellettuale friulano mette davanti agli occhi del lettore la conditio sine qua non dello stare al mondo: l’obbedienza, consapevole ed inconsapevole, ad un unico modo di vedere le cose. Tutto nasce come novità ma poi finisce sempre col diventare abitudine ed omologazione. Qual è il miglior antidoto per sconfiggere questo meccanismo “perverso”? Il confronto, il dibattito e l’apertura verso l’altro, l’abbandono delle categorie. I giovani degli anni settanta, dunque, dovrebbero adesso tagliarsi i capelli per sfuggire all’ordine degradante dell’orda? Si, ma non perché costretti da qualcuno. Dovrebbero confrontarsi tra di loro, ragionare, e poi decidere se farlo o meno: soltanto il confronto porta al progresso.

SALO’ O LE 120 GIORNATE DI SODOMA (LA CONDANNA). In molti sostengono che la pellicola Salò o le 120 giornate di Sodoma sia stata la scintilla che ha fatto traboccare il vaso contenente la vita di Pierpaolo Pasolini. Fu innanzitutto il suo ultimo film (uscì tre settimane dopo la morte) ed è il compimento, cinico e senza filtri, del suo pensiero intellettuale riguardo alla società contemporanea. Per certi versi è la rappresentazione cinematografica, crudele e spietata, di un pensiero che già nel Discorso sui capelli lunghi era venuto fuori in qualche modo: una società malata che riduce l’umanità intera in schiavitù e che ne corrompe unanimemente anime e corpi. Dopo la Trilogia della Vita il Pasolini regista voleva puntare tutto sulla Trilogia della Morte, di cui Salò avrebbe rappresentato il caposaldo. Tralasciando analisi specifiche sul film e sul suo senso (ce ne sono già innumerevoli sul web e non solo) sarebbe opportuno rivolgere l’attenzione sul pubblico a cui era destinata un’opera del genere, la quale si assume la piena responsabilità di attribuire a quattro personaggi potenti ed allegorici (Duca, Monsignore, Eccellenza, Presidente) il piacere di guardare giovani ragazzi mangiare i propri escrementi o subire violenze inaudite. Siamo davanti a una sorta di tentativo di dire a chi guarda “ecco come sei, e buona visione”. Questa riflessione ci aiuta a capire e a dare un certo peso anche ad un piccolo ma importantissimo fatto di cronaca avvenuto a poche settimane dall’uscita del film, vale a dire il furto di alcune delle bobine per le quali fu chiesto un riscatto fuori logica (tale episodio è magistralmente rappresentato nella pellicola di David Grieco intitolata La macchinazione, con Massimo Ranieri nei panni di Pasolini). Salò o le 120 giornate di Sodoma è il testamento (insieme al romanzo Petrolio, rimasto incompiuto) della maturità del pensiero critico e profondo di Pierpaolo Pasolini, per il quale ha probabilmente pagato a caro prezzo.

Che cos’è un omicidio politico? E’ la storia di Pierpaolo Pasolini. Un diverso, un intellettuale, un salmone nel fiume della società capitalistica.  

 

Pablo Picasso, il messaggio

picassoDagli albori del cubismo al capolavoro “Guernica”, ricostruiamo la rivoluzione del grande artista spagnolo, a cavallo tra passato e presente

Il Salon d’Automne è un’esposizione d’arte che dal 1903 in poi venne allestita a Parigi: è un allestimento che profumava di rivoluzionario, perché voleva farsi portavoce della rottura dei salonstradizionali, improntati sul rigore accademico, sulle insistenze tradizionali. È a partire da qui che il mondo non sarebbe stato più lo stesso: a testimonianza che prima ancora che la politica e le guerre siano il pensiero e la cultura ad alzare il vero vento della modernità.

I primissimi anni del Novecento aprono la strada a nuove e diverse prospettive di studio che hanno per oggetto l’uomo e le sue categorie mentali, dalla psicanalisi di Freud alla relatività di Einstein e Bergson: un’eredità che viene raccolta a piene mani da uno spagnolo di Malaga emigrato a Parigi, tale Pablo Ruiz y Picasso. Pablo allora è un ventenne che disegna da quando è neonato, da quando cioè decise – stando a quanto si racconta – di riservare al nome della matita («lapiz» in spagnolo, che lui chiamava «piz») la sua prima parola pronunciata, contro ogni convenzionale aspettativa. Da subito si rivela un disegnatore eccezionale, con una dote ritrattistica fuori da qualsiasi schema, che lo spinge a realizzare a soli sette anni il primo quadro, El Picador (Il Pittore): il destino muove la piccola mano di un autoritrattista del tutto inconsapevole.

Dopo essersi assicurato il primo riconoscimento di livello nazionale presso l’Accademia Reale di Madrid, Pablo decide di salire su un treno e lasciare una realtà che di giorno in giorno gli va sempre più stretta. Nel 1900 è già a Parigi – a Montmartre per l’esattezza -, dove, ospite di un amico pittore, incontra un mercante d’arte di Barcellona che gli offre 150 franchi mensili in cambio dei suoi quadri. È così che si guadagna da vivere, anche se gli sarebbe bastato nutrirsi d’arte, da Toulouse-Lautrec a Degas, scivolando di volta in volta tra le braccia dei primi amori parigini, da Fernande a Eva, che morirà nel 1915 lasciando un vuoto enorme che Pablo proverà a colmare – di nuovo – con l’arte. L’incontro col poeta Cocteau lo avvicina al mondo della scenografia e dei Balletti Russi, cilindro dal quale esce Olga Kokhlova, che sarà presto moglie e musa. È la prova che la miglior cura per una vita ingannata è seminare le proprie passioni, investendo sul destino e tenendo a mente il proprio obiettivo: che nel caso specifico di Picasso è guidare la cultura europea verso orizzonti del tutto nuovi.

Qualcosa è già cambiato, nel 1907, quando le linee descrittive e a tratti espressioniste dei periodi blu e rosa lasciano il posto a geometrie più accentuate, diremmo squadrate: il perché sta nel senso della ricerca, non più interessata a rendere le figure per quello che sono fisionomicamente, ma a restituire l’«immagine fondamentale», semplificata nella sua essenza. Del resto, tutto è solidità della forma prima ancora che morbidezza della linea. È con questa retrospettiva che Pablo ritrae cinque donne di un bordello della malfamata via Avignone di Barcellona: lo spazio è stravolto, la profondità sparisce, il volume dei corpi si fonde, mescolandoli uno con l’altro. È la geometria del Cubismo. La stessa che, proprio attraverso il filtro de Les Demoiselles, influenzerà da quello stesso anno un certo Georges Braque, sancendo la nascita di un sodalizio artistico che avrebbe indelebilmente segnato la storia del primo Novecento.

L’arte è forse la più alta manifestazione della cultura proprio perché si inserisce fra le pieghe di un pensiero, e solo il pensiero può spiegarla, e anzi, prima ancora, rivelarla nella sua sostanza. Pablo capisce che l’uomo è coscienza che si dilata in uno spazio che, interagendo col fattore-tempo, muovendosi cambia inesorabilmente: l’intuizione è merito di Einstein, che per primo dimostrò il rapporto tra la contrazione e dilatazione della massa e la sua velocità di movimento. Lo scopo di Picasso e Braque diventa così la riproduzione della «quarta dimensione» temporale, attraverso la geometrica scomposizione degli oggetti che si muovono di per sé o che muoviamo noi con la percezione del nostro punto di vista: tutto è studiato con rigore matematico, per cui da un iniziale step di scomposizione (cubismo analitico) si arriva alla fase finale della ricomposizione ordinata (cubismo sintetico).

Spagna, 17 luglio 1936. Il potere centrale di Madrid, concentrato nelle mani di un Fronte Popolare in cui convergono forze di sinistra, comincia a vacillare, e poi soffoca, collassa, si sgretola, sotto il colpo di Stato ordito dal general Francisco Franco. Pablo si sente particolarmente coinvolto nella vicenda: parigino d’adozione, la Spagna resta la sua terra. Uomo e artista, la sua dote gli mette a disposizione una corsia preferenziale per manifestare tutto il suo disappunto. È una tela enorme, che nella sua orizzontalità descrive l’esplosione del dramma in bianco e nero, una cornice dove la speranza lascia spazio alle grida e al disordine, dove il buio condanna la luce e sentenzia la sua totale assenza: Guernica, immaginario della strage dell’omonima cittadina basca caduta sotto i colpi dell’aviazione nazista. Otto metri di racconto temperato che già dalla sua prima comparsa all’Esposizione Universale parigina del 1937 traduce l’accusa universale alla guerra e a ogni forma di dispotismo, un inno alla libertà che per esser pronunciato chiede il pegno della disgrazia. Un messaggio consapevole che deve rendere consapevoli: in risposta ad una guardia tedesca che in visita al suo studio guardò interdetta il quadro chiedendo «ha fatto lei questo orrore?», Pablo rispose che «non io, siete stati voi».

Questo sancisce il punto della nostra riflessione finale: l’attualità di Guernica. Dovremmo avere tutti più rispetto per la storia. Relegarla alla memoria o consegnarla ai racconti di un libro non basta, perché la storia è vita, la vita è storia, identità perfetta a spiegare un continuo scambio tra presente e passato, ricordo e attualità. Così pare che a dividerci dalla guerra civile, oltre agli anni – ottanta, tondi tondi – non sia altro che un muro logorato dalla disfatta del malcontento e del dramma, dalle cui crepe entra la storia, col suo respiro caldo che ne testimonia la vita, la presenza.

Non è provocazione ma cronaca. Giusto pochi giorni fa il commissario europeo per il bilancio e le risorse umane Günter Oettinger ha paventato, tra paure e sospetti, «il rischio di una guerra civile». Con le giuste proporzioni e la dovuta cautela, la folla assediata del Guernica si trasforma in quella degli oltre cinquecentomila manifestanti radunati per le strade di Barcellona in attesa del referendum.

Un messaggio fatto di disordine e scomposizione, tra le noie di oggi e quelle di ieri, con alle porte un nuovo potenziale conflitto su scala internazionale guidato dalle massime potenze economiche. La speranza è che si possa parlare di una situazione rientrata, sintetizzata in un ordine sublime: che ci aiuti, magari, l’amore per l’arte.

Sarà utopia, ma certe volte la speranza riesce a vincere anche sulla ragione.

Schopenhauer, il velo Maya e la realtà come illusione

arthur-schopenhauer2-jpg_1525262593.jpegNel Mondo come volontà e rappresentazione A. Schopenhauer introduce il concetto di Velo di Maya che mutua dai Veda, complesso di testi sacri da cui prende nome la più antica religione delle popolazioni arie dell’India (vedismo), da cui successivamente si svilupperà l’induismo. Ma che cos’è il Velo di Maya?

È il velo dell’illusione, che ottenebra le pupille dei mortali e fa loro vedere un mondo di cui non si può dire né che esista né che non esista; il mondo, infatti, “è simile al sogno, allo scintillio della luce solare sulla sabbia che il viaggiatore scambia da lontano per acqua, oppure ad una corda buttata per terra ch’egli prende per un serpente”. Per comprenderne pienamente il significato, è necessario tornare alla filosofia di Kant, che Schopenhauer conosce bene e dalla quale riprende la differenza basilare tra fenomeno e noumeno, ovvero tra la realtà come appare e la realtà in sé. La realtà fenomenica, per Kant, è l’unica conoscibile dall’intelletto umano, attraverso le forme a priori di spazio e tempo e le categorie che, opportunamente utilizzate dall’Io Penso, danno forma al materiale grezzo delle sensazioni. Il mondo fenomenico tuttavia, rimanda ad un noumeno (realtà in sé) che resta inconoscibile all’uomo, situazione che lo stesso filosofo descrive quando parla dell’isola della conoscenza.

Nel riprendere questi due concetti, il filosofo di Danzica li carica di valori negativi considerando la realtà fenomenica come velo di Maya (apparenza illusoria), che si manifesta attraverso le forme a priori di spazio, tempo e causalità che, come dei vetri sfaccettati, ci offrono una visione delle cose si deforme, e pertanto la rappresentazione deve essere ritenuta un inganno e la vita simile ad un sogno. Tra la vita ed il sogno il confine è sottile a tal punto che Schopenhauer scriverà “vita e sogni sono fogli di uno stesso libro: leggerli in ordine è vivere, sfogliarli a caso è sognare“. Tuttavia, al di là di essa, esiste la realtà vera, sulla quale l’uomo deve interrogarsi. Il noumeno che per Kant era la realtà inaccessibile per l’intelletto umano e come tale un concetto limite, diventa per Schopenhauer una realtà accessibile, anzi, è necessario che l’uomo vi acceda per comprendere l’essenza delle cose, ma come si può fare? Squarciando appunto il Velo di Maya, andando oltre la nebbia delle illusioni del mondo fenomenico, utilizzando il proprio corpo come chiave di accesso alla volontà.

Riflettendo su me stesso, infatti, sono in grado di percepirmi come realtà fenomenica, e quindi sottoposta alle regole del mondo fenomenico, ma nello stesso tempo mi rendo conto che non sono un semplice oggetto tra gli oggetti, ma sono anche qualcosa di più, sono un’energia vitale, sono una forza inappagabile, sono appunto Volontà, termine che il filosofo utilizza per indicare la realtà noumenica. La mia vera e autentica essenza è la volontà, inconscia, cieca, irrazionale e inappagabile e come lo sono io, riconosco per analogia che lo sono tutte le cose, a diversi livelli, e che quindi l’essenza di tutta la realtà è la Volontà. Da qui il titolo Il mondo come volontà e rappresentazione. La Volontà, quella forza oscura che anima le nostre azioni, quella che Freud chiamerà inconscio e che per Nietzsche sarà lo spirito apollineo, nel suo essere inappagabile e senza uno scopo ben preciso, condanna l’uomo al dolore, all’insoddisfazione fisica e morale. Eloquente è, a tal proposito, la metafora del pendolo che Schopenhauer utilizza per descrivere la condizione esistenziale dell’uomo, “un pendolo che oscilla tra il dolore e la noia passando attraverso il breve intervallo del piacere”. Noia e dolore sono gli stati permanenti ai quali l’uomo è condannato e il piacere è solo una chimera, un palliativo temporaneo, un obbiettivo illusorio.

L’inquietante flirt tra Chiesta e Massoneria

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Il pontificato di Bergoglio ha scelto una pastorale che sta svuotando la dottrina

Apparentemente era una semplice recensione di un volumetto dedicato ai rapporti tra Massoneria e Chiesa cattolica, in realtà è stata l’occasione per lanciare un messaggio ben preciso: basta chiusure e pregiudizi, è l’ora del dialogo, cerchiamo quello che ci unisce e non quello che ci divide. E infatti ecco che da allora sono iniziati una serie di incontri nelle diocesi italiane con l’attiva partecipazione del Grande Oriente d’Italia (Goi).

In realtà cercare quel che unisce non è così semplice, perché dalla fondazione della Gran Loggia di Londra del 1717, la Massoneria ha collezionato ben 586 condanne da parte della Chiesa, la prima nel 1738, l’ultima nel 1983: un record assoluto. Il motivo è semplice: la Chiesa ha sempre ravvisato il carattere satanico del progetto massonico e quindi la sua pericolosità per i fedeli cattolici. Si comprende dunque perché per la Chiesa resti sempre valida l’incompatibilità di un cattolico con l’ordine dei liberi muratori e la scomunica automatica per chi aderisce a una loggia.

E allora? Allora si segue semplicemente il metodo del «pastoralismo», che sembra essere la chiave interpretativa del pontificato di Francesco. Vale a dire: non ci interessiamo della dottrina, diciamo che resta sempre valida, però nella pratica dobbiamo andare incontro alle persone quindi libertà anche di fare l’opposto. È il primato della prassi, di fatto uno svuotamento della dottrina, al grido di «Abbattiamo i muri, costruiamo ponti». Infatti il cardinal Ravasi nell’articolo riconosce l’incompatibilità formale tra le due appartenenze, ma condanna la demonizzazione dei massoni e intanto sottolinea i punti in comune. Quali? «La dimensione comunitaria, la beneficenza, la lotta al materialismo, la dignità umana, la conoscenza reciproca».

Agli osservatori più attenti, come la storica Angela Pellicciari, non era sfuggito che l’articolo di Ravasi non voleva essere una semplice recensione ma un vero segnale di via libera a una nuova era, tanto da invocare un nuovo pronunciamento ufficiale della Santa Sede contro la Massoneria. Richiesta per ora non accolta, in compenso i pontieri sono scesi in campo, dall’una e dall’altra sponda. Ha cominciato il Grande Oriente d’Italia in Sicilia, organizzando un convegno a Siracusa il 12 novembre 2017, a cui ha partecipato il vescovo di Noto, Antonio Staglianò: «Chiesa e massoneria, così vicini così lontani», il titolo provocatorio. Qualche polemica c’è stata, anche per quell’immagine di Cristo col compasso (in realtà un’opera medievale che con la Massoneria non aveva nulla a che fare) che campeggiava sulla locandina. Ma il vescovo Staglianò se l’è cavata con disinvoltura dicendo che lui avrebbe solo ribadito l’insegnamento della Chiesa. Ed è in qualche modo ciò che ha fatto, si sa però che in certi casi il gesto conta ben più delle parole, e il ghiaccio quindi è stato rotto. Così poi l’iniziativa è passata alla Chiesa e si è intensificata, praticamente è diventato un format che certamente vedremo replicato in altre parti d’Italia. Alla fine di ottobre l’incontro si è svolto a Gubbio, organizzato dalle Acli e dalla sezione umbra del Grande Oriente, sponsorizzato però dalla vicina diocesi di Assisi, che ha fatto marcia indietro solo dopo che la notizia è rimbalzata su giornali nazionali. All’inizio di novembre la replica a Matera, con tanto di «benedizione» del vescovo locale, Pino Caiazzo. In entrambe le occasioni hanno partecipato teologi e religiosi cattolici, ovviamente convinti della bontà di questo dialogo.

A sottolineare l’importanza dell’evento sta la presenza sia a Gubbio sia a Matera del Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia, Stefano Bisi, che infatti non ha mancato di collegare tutti questi appuntamenti all’articolo del cardinale Ravasi, tutto parte di un lavoro per creare «ponti tra gli uomini». Bisi non ha neanche dovuto nascondere il carattere esoterico e iniziatico della Massoneria, che non è ostacolo di poco conto con la Chiesa cattolica. Ma oggi nella Chiesa sembra prevalere una voglia di religione universale che affratelli tutti gli uomini, a cui sacrificare la propria identità. Non a caso gli organizzatori cattolici di questi incontri se la prendono con una visione identitaria della Chiesa, che sarebbe superata con l’avvento di papa Francesco, come se la Verità che Cristo rappresenta sia un ostacolo all’incontro con gli altri. Per cui tornano d’attualità le tesi che il massone Albert Lantoine, 33° e ultimo grado del Supremo Consiglio del Rito Scozzese Antico e Accettato di Francia, scrisse nel 1937 nella lunghissima lettera a Pio IX, chiedendo al Papa di smettere di combattere la Massoneria nell’ottica della «conciliazione degli opposti»: secondo Lantoine, la Massoneria e la Chiesa, Lucifero e Dio sarebbero necessari l’uno all’altro. Una prospettiva che è stata ovviamente condannata dalla Chiesa, ma oggi sembra esserci una folla di teologi e prelati che ardono dal desiderio di abbandonare la via di Cristo per confondersi con il mondo, e soprattutto con il Potere di questo mondo.

Kafka e la Lettera al padre

Franz KAFKA - Portrait, October 1923
Franz Kafka, una delle voci più celebri e tormentate della Letteratura Tedesca del Novecento, influenzata in maniera incisiva dal padre Hermann, uomo autoritario e severo.

Il rapporto claustrofobico e distruttivo che intercorre tra i due emerge chiaramente dalla lettera che Kafka scrive al padre nel 1919, quando la sua vita è oramai segnata inesorabilmente da una salute cagionevole, da fallimenti personali e da un senso di colpa perenne che lo spinge a chiudersi nella sua scrittura, isolandosi dal mondo esterno. Le quarantotto pagine che compongono questa lettera sono state pubblicate soltanto nel 1952 e non sono mai giunte tra le mani di Hermann Kafka. La lettera è il tentativo di esorcizzare una relazione poco sana, di ripercorrere nel tempo tutti gli avvenimenti, gli sguardi e le parole che lo hanno costretto a restringersi e ad abbassare il capo di fronte alla grandezza tirannica della figura paterna.

Il contenuto dello scritto è denso e sofferto: Kafka muove per la prima volta nella sua vita delle accuse al padre. Si dichiara grato di essere cresciuto in un ambiente agiato e apparentemente sereno, ma esprime la costante paura e il continuo senso di inferiorità fisica e psicologica nei confronti del padre. Descrive l’invalicabile distanza tra i due, presentando specifici eventi della sua infanzia: la vergogna provata a confrontare il proprio corpicino magro e sghembo con quello robusto e potente del padre, il trauma subìto ogni qualvolta il padre lo puniva per i pianti notturni, lasciandolo al freddo sul ballatoio. L’episodio del ballatoio infligge una ferita al carattere debole e pavido del giovane Kafka che faticherà a ricucirsi nel corso di tutta l’esistenza dell’autore. È proprio il ricordo di quel triste avvenimento a riportargli alla memoria quanto la relazione tra padre e figlio sia di natura gerarchica: il padre è il temibile tiranno che dà ordini severi al suo schiavo più timoroso.

È lo scrittore ad uscirne monco, schiacciato dal padre e dal suo stesso inesauribile senso di colpa che ha origine dal suo legame con chi lo ha generato. Accusa il padre di avergli sbarrato ogni strada che lui avrebbe voluto percorrere, di non averlo mai incoraggiato in quelle che erano le sue autentiche passioni ma di averlo spinto sempre verso ciò che più piaceva all’ego paterno. Continua l’arringa contro il padre, denunciando la sua totale indifferenza verso il dolore e la vergogna altrui. Lo accusa, inoltre, di avergli ostacolato ogni relazione umana, di aver sempre disprezzato le donne del figlio, rendendolo totalmente incapace di amare e facendogli persino disprezzare e temere il sesso.

Il sesso, il rapporto con le donne, il senso di colpa, l’alienazione sono topoi ricorrenti nelle opere di Franz Kafka. Si pensi soprattutto al racconto La Metamorfosi (1915) o al romanzo Il Processo (1925).

Ne La Metamorfosi Gregor Samsa, il protagonista, si sveglia una mattina trasformato in un orrido insetto. La vita insoddisfacente, un lavoro estenuante e relazioni umane schiaccianti lo hanno degradato da essere umano a disgustoso insetto che finirà per morire nell’indifferenza totale. Chiari riferimenti a La metamorfosi sono ravvisabili nella Lettera al Padre, dove Kafka descrive il conflitto con il padre come una “lotta del parassita”. Il parassita in questione è il padre, che punge e succhia il sangue della vittima per poter sopravvivere.