La caduta di Parini (e la sua risalita)

In che modo Parini, poeta impegnato e pregno di impegno civile, può mostrarci cosa fare in un tempo in cui il rapporto tra società e poeta si è quasi del tutto slacciato?

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«Va per negletta via
Ognor l’util cercando
La calda fantasïa,
Che sol felice è quando
L’utile unir può al vanto
Di lusinghevol canto.»

Giuseppe Parini, La salubrità dell’aria

Chi di voi lettori ricorda chi era Giuseppe Parini? Io personalmente lo ricordo ogni volta che vedo qualcuno rialzarsi dopo una brutta caduta per strada, senza accettare l’aiuto di nessuno. Parini infatti era un uomo orgoglioso, a cui non piaceva trovare il compromesso come testimonia lui stesso in “La caduta” dove descrive il suo rifiuto nell’accettare i consigli di un uomo che lo aveva aiutato a rialzarsi da terra dopo una caduta ma che al contempo gli suggeriva di vendersi ai più per migliorare il suo stato sociale, mettendo da parte la musa ispiratrice, che fino ad allora gli aveva dato poco sostentamento. Da ciò si capisce come il poeta non voleva inventare né mistificare la sua poesia per ottenere dei favori, in quanto era desideroso di affrontare temi reali che riguardavano la società dell’epoca, come l’inquinamento ambientale, l’importanza dell’educazione e il foraggiamento delle scoperte scientifiche. Per questo motivo Parini viene ricordato come poeta impegnato, in quanto alla poesia affiancava il nobile fine civile, sfruttando uno stile semplice ma la tempo stesso alto, adatto sia alla nobiltà che al ceto popolare. Ma se il poeta ha potuto fare tutto ciò, lo si deve soprattutto alla sua formazione illuminista, che lo ha reso un uomo concreto che univa l’utile, le tematiche sociali, al dilettevole, la poesia.

Ai nostri giorni non c’è da stupirsi se viene a mancare la figura dell’intellettuale civile, non per mancanza di consenso o dissenso, ma perché l’ideologia illuminista, pregna del positivismo che tanto aveva fatto sperare nel progresso della società e scienza, si è frantumata in favore di realtà piccole, capitanate dall’incertezza e dal punto di vista, in cui l’autore si perde in costante ricerca di una logica perduta anch’essa.

Non c’è quindi da rimproverare le nuove leve di scrittori, che più che aprirsi al mondo e far conoscere le loro idee, cercando di portare un vento nuovo per cambiare qualcosa, si rinchiudono tra muri fatti dai loro stessi testi e diari, su cui descrivono il reale per come è e sentono che sia, sovvertendo il principio dell’infallbilità della ragione. Se lo si facesse, diventeremmo noi stessi lo sconosciuto colpevole di quel consiglio sfacciato e sconsiderato dato a Parini mentre cercava di rialzarlo.

In fin dei conti, Parini ha scritto di quel che voleva e credeva ed è giusto così.

Frankenstein chi? La distanza tra la scienza e l’uomo nel ventunesimo secolo

_104025954_gettyimages-517324292Da quando la scienza ha cominciato ad essere ciò per come oggi la conosciamo, la distanza tra essa e l’uomo si è sempre più accorciata; ma nel ventunesimo secolo chi è il creatore e chi la creatura?

“Il sogno della ragione genera mostri”. Sicuramente era questo il mantra che Mary Shelley si ripeteva nei suoi pensieri, mentre passava i giorni in villa Diodati in bella compagnia, con Lord Byron, il suo medico Polidori, suo marito Percy e la sorellatra Claire, tutti intenti ad inventare storie dell’orrore per far passare una giornata uggiosa. Ciascun presente diede voce alle proprie paure, ai propri mostri, mettendoli in prosa e ben romanzati. Da quei racconti nacque “Frankenstein o il Prometeo moderno”, segnando definitivamente il passaggio dell’uomo da creatura a creatore, in modo conforme a quello che accadeva nella società in quell’epoca, dove la mente e l’ingegno umano finalmente riuscivano (o provavano) a dare risposte a ciò che accadeva intorno ad essi ed a modificare la natura a proprio beneficio. Mary conosceva bene l’uomo e sapeva bene che la morte era la sua paura maggiore, che fin dall’antichità aveva sempre cercato di superare con rituali mistici, tombe faraoniche, accurate sepolture, oltrepassando il suo drappo scuro.

La scienza poteva farlo come continua a farlo tutt’oggi curando malattie e superando ogni limite che la natura ha imposto all’uomo. Senza alcuna esitazione si può affermare che è grazie alla scienza e al suo uso se adesso possiamo leggere questo articolo, vivere in una casa, bere e mangiare quando più ci aggrada; in poche parole è per essa che esistiamo. Questo è successo sicuramente per i numerosi vantaggi che l’uso della scienza conferisce ma soprattutto perché l’uomo ha sempre più permesso di accorciare la distanza che li separa, addirittura superando la normale concezione di umano, inteso come animale che deve adattarsi per poter sopravvivere.

Nell’attuale periodo storico infatti l’uomo deve adattarsi, non alla natura ma al progresso tecnologico e scientifico e, di conseguenza, alterare il mondo che gli sta intorno per evitare di rimanere escluso dal resto della popolazione. Per cui la domanda ora è: chi è il creatore e chi la creatura? Siamo ancora consapevoli di usare il mondo che ci circonda a nostro totale beneficio oppure lo facciamo in modo automatico? E una volta superata la nostra paura primoriale (che qualcuno chiama estinzione ma più semplicemente è la morte), saremo pronti a diventare noi stessi i mostri, alienati dalla propria natura, e mettere da parte l’umanità che ci è cara? Se guardiamo al famoso romanzo di Shelley, possiamo già avere le risposte che cerchiamo.

Il mostro, eternamente voluto dal dottore, al costo persino di rianimare un corpo già morto e conferirgli nuovamente la sensibilità, e quindi il dolore, viene costantemente rifiutato dal suo creatore, spaventato non tanto dall’aspetto dell’essere ma da come il suo alto ideale di superare il limite imposto dalla natura con l’ingegno si era malamente trasformato in una creatura imperfetta bisognosa d’amore e attenzione e che al tempo stesso rappresentava le sue paure più recondite, e che quindi teme. Per tutto il romanzo infatti il mostro insegue il dottore, portandogli rancore per averlo abbandonato quando più aveva bisogno del calore umano, costringendolo ad una eternità di sofferenza e solitudine. Al termine ultimo, dopo aver ucciso il suo creatore, la stessa creatura ricorre al gesto estremo, ormai disperato e afflitto dalla ricerca di un’umanità che lo rinnega in quanto diverso, pur mantenendo lo stesso un sentimento umano nel suo cuore.

Ecco quindi un indizio di quello che potrebbe essere il destino dell’uomo con l’eccezione che ciascuno sarebbe sia creatore che creatura di se stesso e quindi al contempo sarebbe impossibile fuggire da sé; in fine guardarsi allo specchio e riconoscersi non più umani, rinnegando consciamente se stessi.

La ragione che ha portato l’uomo all’invenzione col tempo è stata offuscata dalla volontà nel progresso della scienza, oramai inteso come azione senza sosta che più che mirare al suo benessere, punta a soddisfare ogni suo capriccio. Ed alle volte è meglio che un capriccio resti soltanto una storia da raccontare, come i mostri creati in villa Diodati.

Il salmone Pasolini

Pasolini-durante-le-riprese-romane-de-Il-fiore-delle-mille-e-una-notte-1973-foto-di-Gideon-Bachmann-1La morte di Pierpaolo Pasolini è sempre stata molto discussa ed incerta. Ma ormai nessuno ha più dubbi: si trattò di omicidio politico.

Chi o cosa ha ucciso Pierpaolo Pasolini? E’ la domanda che da oltre quarant’anni molte persone – intellettuali, critici, opinionisti, poliziotti, magistrati o semplici cittadini – si pongono. Quella notte del 2 Novembre 1975 il suo corpo fu trovato senza vita sulla spiaggia dell’Idroscalo di Ostia, in provincia di Roma. Le condizioni del cadavere destarono non poco scalpore: era stata una morte brutale, violenta. La polizia identificò il colpevole in Giuseppe “Pino” Pelosi, giovane ragazzo diciassettenne di borgata che aveva cenato qualche ora prima con l’intellettuale friulano e che si trovava alla guida della sua auto. Pelosi confermò di essere il colpevole ma dichiarò di aver agito per legittima difesa: Pasolini gli avrebbe fatto delle avances sessuali che, una volta rifiutate, provocarono una lite dapprima verbale e successivamente fisica, fino a sfociare nell’epilogo tragico di cui sopra. Ciononostante il giovane diciassettenne fu comunque condannato per omicidio volontario e solo molti anni dopo confessò di essersi preso la colpa di quell’assassinio per bisogno di soldi. Pur non essendo stato molto preciso e dettagliato nella sua “sconvolgente” rivelazione (si è sempre pensato che si trattava di un parafulmine) Pelosi ha più volte lasciato intendere che le illazioni e le ipotesi avanzate dalla maggior parte degli esperti a riguardo avevano delle fondamenta: l’’omicidio di Pasolini fu un omicidio politico.  Cosa si intende per omicidio politico? Nel codice penale italiano viene definito delitto politico ogni delitto che offende un interesse politico dello Stato, ovvero un delitto politico del cittadino. E’ altresì considerato politico il delitto comune determinato in tutto in parte da motivi politici (art.8). Tradotto in parole povere possiamo dunque dire che il carnefice è colui che agisce in nome di un pensiero mediamente condiviso (o imposto, in certi casi) dalle masse e la vittima è sostanzialmente il suo contrario, ovvero colui che sfugge e che pensa e agisce in maniera diametralmente opposta. Ma non solo. La vittima in questione, a sua volta, non si limita a tenere per se il suo pensiero ma si impegna civilmente e politicamente affinché quelle idee circolino in maniera diffusa e finiscano con lo smuovere alcune coscienze, spesso assoggettate ad un modus vivendi apparentemente convenevole ma deleterio nella sostanza. Fatta questa premessa più o meno oggettiva non resta che collazionare la personalità e l’impegno politico di Pasolini con le caratteristiche medie di chi va controcorrente: l’identikit è perfetto. Ma per capire meglio e in maniera più consapevole cosa ha portato alla morte di uno dei più grandi intellettuali di sempre è opportuno analizzare nello specifico alcune tappe della sua controversa esistenza. Nella fattispecie ci focalizzeremo su tre passaggi fondamentali (in ordine cronologico) del suo percorso che potrebbero essere visti con un po’ di fantasia, e quindi allegoricamente, come esegesi di un libro già scritto dal destino: peccato – giudizio – condanna.

L’ESPULSIONE DAL PARTITO (IL PECCATO). Pierpaolo Pasolini partecipò attivamente alla seconda guerra mondiale: fu chiamato alle armi il primo settembre del 1943. Terminato il conflitto tornò in Friuli e si appassionò sempre di più all’ideologia comunista e marxista; fu influenzato particolarmente anche dalla lettura dei primi libri di Antonio Gramsci: quei testi gli fecero capire definitivamente dove bisognava schierarsi. In uno scambio epistolare del 1947 con la poetessa Giovanna Bemporad, (scomparsa pochi anni fa) infatti, egli sottolineò che l’altro è sempre infinitamente meno importante dell’io, ma sono gli altri che fanno la storia. Fu così che decise di iscriversi al PCI e di dare inizio a una serie di attività mirate alla tutela dei lavoratori onesti; inoltre in questo periodo iniziò anche a svolgere la professione di insegnante di lettere presso alcuni istituti medi del suo territorio. Tuttavia, quella che sembrava una carriera in ascesa e dal futuro roseo fu immediatamente contaminata dall’accusa di scandalo: il giovane Pierpaolo fu incriminato di aver pagato tre minori in cambio di rapporti di masturbazione. L’indagine andò avanti per molto tempo ma aveva già dal principio stravolto, di fatto, la sua esistenza: fu espulso dal partito per “indegnità morale e politica” e venne sospeso dall’attività didattica. Quell’evento fu una sorta di spartiacque nella vita privata e professionale di Pasolini, non solo perché lo costrinse a cambiare città e a cambiare vita (da quel momento “emigrò” a Roma con sua madre) ma anche perché gli diede la consapevolezza di aver ormai imboccato una strada tutta in salita e di essere una sorta di intellettuale incompreso ( La mia vita futura non sarà certo quella di un professore universitario: ormai su di me c’è il segno di Campana o di Wilde; ch’io lo voglia o no, che gli altri lo accettino o no.)

DISCORSO SUI CAPELLI LUNGHI (IL GIUDIZIO).  Nel 1975 l’editore Aldo Garzanti decise di pubblicare una raccolta di vari articoli che Pasolini aveva scritto nella sua lunga carriera di giornalista e saggista con il nome di Scritti corsari. Come giustamente riporta Wikipedia si tratta di “una raccolta di interventi il cui tema centrale è la società italiana, i suoi mali, le sue angosce. Lui, figura solitaria, lucido analista, crudo e sincero, si scontra con quel mondo di perbenismo e conformismo che è responsabile del degrado culturale della società. Controcorrente, riesce ad esprimere, con grande chiarezza e senza fraintendimenti, tesi politiche di grandi attualità tutt’oggi, con spirito critico raro e profondo, e trattando tematiche sociali alla base dei grandi scontri culturali dell’epoca come l’aborto o il divorzio.” Il primo “scritto corsaro” (pubblicato sul Corriere della Sera nel 1973 con il titolo “Contro i capelli lunghi”) è dedicato a quello che sembra essere un neonato fenomeno di costume degli anni sessanta, vale a dire la moda da parte dei giovani di portare i capelli lunghi al pari delle donne. Pasolini racconta di aver visto i primi esemplari di capelloni nella hall di un albergo a Praga, dove temporaneamente soggiornava. La sua attenzione, come sempre, non è tanto rivolta al fenomeno in quanto tale, e quindi al cambiamento estetico fine a se stesso, ma al messaggio che quel nuovo modo di porsi vuole mandare. Infatti nei primissimi anni sessanta (nell’epoca dei Beatles, per intenderci) il capello lungo rappresentava senza dubbio la ribellione al mondo borghese e al consumismo radicalizzato. Insomma incarnava l’opposizione, la sinistra. Tuttavia Pasolini nota che circa un decennio dopo, e quindi agli albori degli anni settanta, i capelloni non sono più percepiti come simboli di ribellione o di alternativa bensì icone di un universo omologato e regredito. Lo dimostra il fatto che ormai anche le televisioni e le pubblicità sfruttano questo fenomeno per rappresentare al meglio la realtà circostante ([…] Ora così i capelli lunghi dicono, nel loro inarticolato e ossesso linguaggio di segni non verbali, nella loro teppistica iconicità, le cose della televisione o delle réclames dei prodotti, dove è ormai assolutamente inconcepibile prevedere un giovane che non abbia i capelli lunghi: fatto che, oggi, sarebbe scandaloso per il potere).  Qui l’analisi si fa più interessante ed entra nel vivo: l’intellettuale friulano mette davanti agli occhi del lettore la conditio sine qua non dello stare al mondo: l’obbedienza, consapevole ed inconsapevole, ad un unico modo di vedere le cose. Tutto nasce come novità ma poi finisce sempre col diventare abitudine ed omologazione. Qual è il miglior antidoto per sconfiggere questo meccanismo “perverso”? Il confronto, il dibattito e l’apertura verso l’altro, l’abbandono delle categorie. I giovani degli anni settanta, dunque, dovrebbero adesso tagliarsi i capelli per sfuggire all’ordine degradante dell’orda? Si, ma non perché costretti da qualcuno. Dovrebbero confrontarsi tra di loro, ragionare, e poi decidere se farlo o meno: soltanto il confronto porta al progresso.

SALO’ O LE 120 GIORNATE DI SODOMA (LA CONDANNA). In molti sostengono che la pellicola Salò o le 120 giornate di Sodoma sia stata la scintilla che ha fatto traboccare il vaso contenente la vita di Pierpaolo Pasolini. Fu innanzitutto il suo ultimo film (uscì tre settimane dopo la morte) ed è il compimento, cinico e senza filtri, del suo pensiero intellettuale riguardo alla società contemporanea. Per certi versi è la rappresentazione cinematografica, crudele e spietata, di un pensiero che già nel Discorso sui capelli lunghi era venuto fuori in qualche modo: una società malata che riduce l’umanità intera in schiavitù e che ne corrompe unanimemente anime e corpi. Dopo la Trilogia della Vita il Pasolini regista voleva puntare tutto sulla Trilogia della Morte, di cui Salò avrebbe rappresentato il caposaldo. Tralasciando analisi specifiche sul film e sul suo senso (ce ne sono già innumerevoli sul web e non solo) sarebbe opportuno rivolgere l’attenzione sul pubblico a cui era destinata un’opera del genere, la quale si assume la piena responsabilità di attribuire a quattro personaggi potenti ed allegorici (Duca, Monsignore, Eccellenza, Presidente) il piacere di guardare giovani ragazzi mangiare i propri escrementi o subire violenze inaudite. Siamo davanti a una sorta di tentativo di dire a chi guarda “ecco come sei, e buona visione”. Questa riflessione ci aiuta a capire e a dare un certo peso anche ad un piccolo ma importantissimo fatto di cronaca avvenuto a poche settimane dall’uscita del film, vale a dire il furto di alcune delle bobine per le quali fu chiesto un riscatto fuori logica (tale episodio è magistralmente rappresentato nella pellicola di David Grieco intitolata La macchinazione, con Massimo Ranieri nei panni di Pasolini). Salò o le 120 giornate di Sodoma è il testamento (insieme al romanzo Petrolio, rimasto incompiuto) della maturità del pensiero critico e profondo di Pierpaolo Pasolini, per il quale ha probabilmente pagato a caro prezzo.

Che cos’è un omicidio politico? E’ la storia di Pierpaolo Pasolini. Un diverso, un intellettuale, un salmone nel fiume della società capitalistica.  

 

Salvini, abolizione valore legale della laurea

8cf612ca8433dd0ca146e9581f3a7d34-0055-kHSC--896x504@Gazzetta-WebSalvini vuole abolire il valore legale della laurea. In questo modo importerà solo dove ti sei laureato, non come

Siete studenti dell’università di Catania, di Foggia, di Sassari. Studiate Giurisprudenza, Ingegneria, Economia. Vi impegnate per anni su manuali di duemila pagine, perdendo le diottrie e passando le serate in biblioteca, attorniati dalle cartacce degli snack che avete mangiato per cena. Superate una trentina di esami con il massimo dei voti, perché ve lo meritate: vi siete appassionati alla materia e avete sudato per ottenere quel risultato, mandando a memoria centinaia di nozioni o leggendo libri che non erano neanche nel programma d’esame. Siete contenti di fare il vostro dovere, sapete che i sacrifici in futuro verranno ripagati, o almeno lo pensate. Poi vi laureate, forti della vostra preparazione iniziate a cercare lavoro, magari in qualche grande città come Milano o Roma. Quando compilate il curriculum, mettete in primo piano il titolo di studio e il voto di laurea, con queste credenziali avete intenzioni di partecipare a un concorso pubblico. Mentre scorrete la sezione del sito del Miur dedicata ai bandi, vi accorgete che in molti casi campeggia la dicitura “concorso riservato a laureati in atenei di serie A”. In un’altra situazione avreste protestato, ma poi ricordate: il vostro titolo di studio non ha alcun valore legale.

Può sembrare un brutto sogno, eppure è un caso che potrebbe diventare realtà, visto che Matteo Salvini ha dichiarato di voler abolire il valore legale del titolo di studio. Lo ha detto chiaro e tondo in un intervento alla Scuola di Formazione Politica della Lega: “Dobbiamo rimettere mano alla riforma della scuola e dell’università, l’abolizione del valore legale del titolo di studio è un tema che va affrontato”. Secondo il leader della Lega: “Negli ultimi decenni sia la scuola che l’università sono stati considerati serbatoi elettorali e sindacali, semplici fornitori di documenti”. Questa volta la dichiarazione del leader leghista non appare come una delle solite sparate sui social, tanto che il ministro Bussetti si è affrettato a smorzarne gli entusiasmi: “È un tema di cui si dibatte da tanti anni, per adesso non è in programma ma non è detto che in futuro non possa essere analizzato”.

A dire il vero non è la prima volta che la Lega si esprime sul tema, già qualche anno fa aveva prodotto un documento in cui si accusava gli atenei meridionali di “Offrire un servizio nettamente inferiore alla media.” Secondo i leghisti, laurearsi in una università del Sud è più facile, questo penalizzerebbe i più preparati laureati del Nord che dovrebbero confrontarsi, nei concorsi pubblici, con concorrenti che hanno avuto un percorso universitario facilitato. La rozzezza della divisione evocata da Salvini – quella fra atenei del Nord e del Sud – mistifica una divisione molto più significativa, ovvero la frattura che intercorre tra gli atenei di “serie A” e quelli di “serie B”.

A definirli in questo modo fu Matteo Renzi qualche anno fa, esplicitando il funzionamento a due velocità del sistema accademico italiano: da una parte i grandi atenei – quelli con affluenza di massa come Bologna, Roma, Milano; dall’altra i piccoli centri universitari – sotto i 10mila iscritti – che spesso forniscono servizi poco appetibili a causa della scarsa liquidità. Ai primi, non per meriti didattici ma solo per meriti “di bilancio”, sono destinati maggiori finanziamenti ed è concessa più capacità di manovra. I secondi sono lasciati a se stessi, a spartirsi le briciole dei finanziamenti. Anche lo stesso Renzi propiziò una disuguaglianza del genere con la Legge di Stabilità del 2016, che allocava più risorse alle università capaci di competere a livello internazionale.

Adesso Salvini rincara la dose, evocando uno scenario da Hunger Games in cui tutti gli atenei competono fra loro per attirare gli studenti e ricoprirsi di prestigio. Abolire il valore legale della laurea non stimolerebbe le università a fare meglio, ma semplicemente favorirebbe l’innalzamento delle tasse. L’aumento delle disuguaglianze ricadrebbe sugli studenti, che dovrebbero spendere molto di più pur di frequentare un’università di supposto “prestigio”. Così, quelle di serie A sarebbero immediatamente avvantaggiate, e il mercato selezionerebbe con più facilità i loro laureati. Gli atenei di serie B faticherebbero ancora di più, e perderebbero ulteriore appeal. Chi non ha le possibilità – economiche o logistiche – di frequentare un polo di prestigio sarebbe svantaggiato nel mondo del lavoro.

Come nel caso dell’abolizione del numero chiuso a Medicina, sembra che il governo agisca paventando manovre populiste e inutili per problemi la cui soluzione dovrebbe passare da un’attenta riflessione, nonché da un intervento che interessa parecchi anni. Per migliorare la situazione del sistema universitario italiano è necessario ridurre il gap tra eccellenze e fanalini di coda, e di certo non si può raggiungere un obiettivo del genere attraverso una politica di deregulation piuttosto confusa e saltuaria. Bisognerebbe puntare su investimenti mirati, maggiori interventi statali, evitando di addossare agli atenei tutti gli oneri della propria amministrazione. Questo immaginario darwinista della vittoria del più forte va di pari passo con lo smantellamento del welfare statale: non è un caso che, come ha rilevato il rapporto Ocse 2018, l’Italia investe nel settore dell’istruzione il 28% in meno rispetto agli altri Paesi dell’area europea. Lo stesso Bussetti, da poco insediatosi, riguardo possibili investimenti aveva dichiarato: “Non possiamo e non vogliamo fare facili promesse, non possiamo fare finta di non conoscere la difficile situazione dei conti dello Stato.”

La battaglia leghista sull’abolizione del valore legale del titolo di studio segue la scia di un’altra proposta grillina. La deputata pentastellata Maria Pallini ha depositato in Parlamento un progetto di legge in cui si propone di vietare la richiesta del voto di laurea come requisito d’accesso nei concorsi pubblici. Per i Cinque Stelle il voto di laurea non sarebbe un certificato di eccellenza, ma risulterebbe un ulteriore discrimine per chi vuole accedere a un impiego statale. Anche stavolta ci vanno di mezzo le università del Sud, che sarebbero ree di elargire voti troppo alti. Il sottosegretario all’Interno Carlo Sibilia ha dichiarato: “Oggi il Paese e soprattutto i giovani necessitano di una riforma che garantisca la possibilità di accedere ai pochissimi e sempre più rari concorsi pubblici senza alcuna discriminazione di sorta”. Per Sibilia, dunque, lo Stato piuttosto che rivedere i concorsi o puntare su un maggior numero di assunzioni, deve semplicemente ritoccare i requisiti d’accesso, come se non bastasse il numero esorbitante di candidati che già oggi si registra per ogni concorso indetto. Nell’ultimo maxi-concorso dell’Inps, per 365 posti ci sono state 10mila richieste, cosa succederebbe se i requisiti da presentare fossero ulteriormente abbassati?

La presunta volontà di democratizzare l’istruzione e alleggerire la burocrazia del settore pubblico, con cui questo governo si fa bello di fronte al proprio elettorato, nasconde invece un tentativo di mistificazione: si individuano falsi problemi da risolvere e si fanno forti dichiarazioni in merito, in modo da passare per illuminati interventisti. In realtà non si toccano le questioni più spinose, come quelle dei tagli alla scuola, e si perpetua lo stesso sistema di disuguaglianze. Si fa passare il messaggio che non serve a nulla studiare, perché basta informarsi – magari attraverso il blog di Grillo e la pagina Facebook di Salvini – per acquisire una visione del mondo o delle competenze. I gialloverdi screditano sistematicamente la cultura: un giorno liquidando il valore dello studio, un altro attaccando i giornalisti. Restituiscono all’elettorato una versione semplificata del mondo, togliendo loro i possibili strumenti per interpretarlo. Finiremo bloccati in uno stanzone, in migliaia a cercare di passare dalla porta di un ufficio in cui si tiene un concorso, mentre qualcun altro, passando da una via laterale, ci sfilerà il posto, forte di non meglio precisati agganci. A nulla varrà agitare il nostro diploma di laurea, perché in quel caso – come vuole lo stereotipo – sarà davvero “solo un pezzo di carta”.

Così Luigi Di Maio è diventato giornalista (a vent’anni)

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Era un ragazzino, a conti fatti dovrebbe aver iniziato a diciannove anni. Nel 2007, quando di anni ne aveva ventuno, presentò infatti all’Ordine della Campania la documentazione per ottenere l’iscrizione all’albo dei pubblicisti

Qualunque sia oggi la sua opinione sui giornalisti, c’è stato un tempo in cui Luigi Di Maio proprio questo lavoro voleva fare (I 5 Stelle difendono gli insulti contro i giornalisti: «E ora nuove leggi»). Prima di diventare il capo politico dei 5 Stelle, prima proprio di scoprire la politica, prima anche di andare a vendere bibite sulle gradinate dello stadio San Paolo, l’attuale vicepremier tentò la strada del giornalismo. Era un ragazzino, a conti fatti dovrebbe aver iniziato a diciannove anni. Nel 2007, quando di anni ne aveva ventuno, presentò infatti all’Ordine della Campania la documentazione per ottenere l’iscrizione all’albo dei pubblicisti. E poiché per essere in regola bisogna aver collaborato con una testata giornalistica per almeno due anni, se ne deduce che Di Maio cominciò diciannovenne. Un’età da predestinato, e invece lui si è perso per strada. Forse perché — stando ai ricordi di Mauro Fellico, il direttore del periodicoilpuntonline.it, che fu la palestra giornalistica del giovane Luigi — non gli fu data l’occasione di scrivere di politica (Il capogruppo Forello critica Di Maio sui giornalisti-sciacalli: cacciato via Facebook).

Gli articoli che allegò alla domanda di iscrizione all’Ordine pare fossero soprattutto di sport, calcio dilettantistico, e poco altro da Pomigliano d’Arco. Lui evidentemente ambiva a temi di ben diverso spessore, e infatti la collaborazione con quella testata edita a Giugliano, si interruppe appena ottenuto l’agognato tesserino. Purtroppo dei suoi articoli dell’epoca non c’è traccia: l’Ordine non conserva i fascicoli, ilpuntonline.it non ha archivio, dalla Rete non viene fuori nulla, e quindi non sapremo mai com’era la prosa di Di Maio a vent’anni. Qualcosa rimane dei suoi scritti sul giornalino universitario che mise in piedi a Giurisprudenza, dove si esprimeva su temi come la flessibilità sul lavoro e il salvataggio di Alitalia, e su La Provincia online, che conserva in archivio un suo appassionato reportage da Pomigliano d’Arco in cui scriveva dell’arrivo di cinquantadue extracomunitari e raccontava di come «questa città abbia accolto a braccia aperte i migranti», spingendosi fino a prospettare un «modello Pomigliano per l’integrazione

Poi è arrivata la politica e poi il contratto di governo con Salvini, e sono svaniti sia l’entusiasmo per i migranti che quello per il giornalismo. Del secondo gli rimane una riunione dedicata a lui del consiglio di disciplina dell’Ordine campano che da domani si occuperà dei suoi recenti insulti ai giornalisti, e qualche buon amico, come l’uomo che ha messo a capo dell’ufficio stampa del ministero del Lavoro: Luigi Falco, figlio del potente vicepresidente dell’Ordine regionale dei giornalisti, Domenico Falco. Che però, quando Di Maio ottenne l’iscrizione, non faceva parte del consiglio.

Italo Calvino, la predizione della crisi attuale

italo-calvino1-932x460Trent’anni fa, nelle sue Lezioni americane, Italo Calvino è riuscito a elaborare una sintesi vera ed estrema del suo tempo.

L’autore del Barone rampante scriveva che: “forse l’inconsistenza non è nelle immagini o nel linguaggio soltanto: è nel mondo,” e in una sola frase descriveva gli anni Ottanta, ma anche, senza saperlo, il nostro Duemila. Calvino non riuscì a completare né a tenere le Lezioni, previste nel ciclo delle Poetry Lectures dell’Università di Harvard, ma le Sei proposte per il prossimo millennio vennero pubblicate postume nel 1988 e rappresentano ancora oggi un prezioso manuale di istruzioni sulle qualità da salvaguardare. Non solo quelle letterarie. Come scrive il critico Gian Carlo Roscioni nella quarta di copertina della loro prima edizione:

“La Leggerezza, la Rapidità, l’Esattezza, la Visibilità, la Molteplicità dovrebbero in realtà informare non soltanto l’attività degli scrittori ma ogni gesto della nostra troppo sciatta, svagata esistenza.”

Le Lezioni americane possono ancora insegnarci tanto su come comunichiamo oggi. Calvino fu il primo scrittore italiano a cui vennero affidate le celebri Charles Eliot Norton Poetry Lectures, nate nel 1926 e tenute da personalità come T.S. Eliot, Igor Stravinsky e Jorge Luis Borges. Con l’improvvisa morte dell’autore, i testi previsti per il ciclo di incontri si trasformarono in un testamento involontario ma quanto mai coerente con la poetica e le idee di Calvino, una summa di ciò che per lui significava scrivere e quindi comunicare. Le qualità letterarie da portare nel nuovo millennio vengono analizzate passando da Dante a Galileo, da Leopardi a Lucrezio, da Montale a Ovidio, da Ariosto a Gadda: Calvino chiama a raccolta i suoi autori di riferimento per combattere insieme l’epidemia pestilenziale del linguaggio.”

LEGGEREZZA. Ma le virtù indispensabili per un testo letterario si legano bene a quelle necessarie alla parola pubblica, che alle letteratura si ispira: all’oratoria. Calvino parte dalla leggerezza, intesa non come superficialità ma precisione, valorizzazione del dettaglio e dei significati chiave. Usare la leggerezza significa eliminare tutti quegli elementi del testo, scritto o letto ad alta voce, che rischiano di appesantire le parole e i personaggi. Nella letteratura come nella vita, il consiglio dello scrittore è di cercare quella leggerezza “pensosa” che “può far apparire la frivolezza come pesante e opaca”. Essere leggeri vuol dire avvicinare a noi argomenti che sembrano lontani senza cadere nella trappola del qualunquismo o della vaghezza. Tradotta nel linguaggio della politica, leggerezza è fuggire dal burocratese e dai discorsi pieni di vuote e false promesse elettorali.
Con la morte di Calvino nasce il Berlusconi politico. Fuoriclasse della risata, fine interprete nel ruolo di presidente operaio, salvatore della patria, menestrello e mattatore, campione della stretta di mano e delle firme a reti unificate e a più puntate su irrealizzabili contratti con gli italiani. Silvio Berlusconi è stato il primo presidente del Consiglio a stravolgere l’idea di leggerezza, riportandola al significato originario. Il Cavaliere ha dato del “kapò” a Martin Schulz, dell’“abbronzato” a Obama. Per non parlare della sua celebre “meglio appassionato di belle ragazze che gay” o dell’agghiacciante “Mussolini non uccise nessuno, mandava la gente in vacanza all’estero” senza dimenticare la giurisprudenza piena di “malati mentali” in aperta crociata contro di lui. Un campionario che supera i confini della superficialità e copre l’intera gamma della bassezza: dal razzismo al negazionismo, fino all’omofobia e al machismo.

LA RAPIDITA’. Si arriva poi alla lezione sulla rapidità: sul saper manovrare il tempo a proprio piacimento, senza affrettarlo né rallentarlo a dismisura, senza “appiattire ogni comunicazione in una crosta uniforme e omogenea”. Riuscire ad avere un pensiero chiaro ma flessibile, agile, capace di adattarsi a un mondo che scorre veloce e che cambia continuamente. Pensare anche fuori dal coro ma rendendosi vicini, accessibili e comprensibili, a quel coro.

“Nei tempi sempre più congestionati che ci attendono il bisogno di letteratura dovrà puntare sulla massima concentrazione della poesia e del pensiero,” afferma Calvino.

Intuizioni, non stagnazioni di pensiero. L’ultima versione del Pd made in Matteo Renzi, nonostante l’ossessione del suo leader nel dimostrarsi un presidente serio e operoso, ma al tempo stesso smart e trend topic, è stata tutt’altro che rapida. Il rischio di replicare il passato c’è sempre stato. Tre esempi su tutti: il patto del Nazareno che ha imbrigliato il governo per troppo tempo; il clamoroso addio all’Articolo 18; il rilancio del Ponte sullo Stretto, tutto tranne che un’intuizione renziana. Serve a ben poco alzare le bandiere della democrazia e riunirsi in una sfilza di convegni che non portano a nessuna conclusione, se poi si perdono le battaglie più importanti.

Non solo, rapidità significa anche saper azzeccare il ritmo: capire quando è opportuno parlare e quando invece è meglio tacere, osservare e riflettere. Senza farsi prendere dall’ansia di raggiungere obiettivi e ottenere ricompense, o di rientrare in scadenze promesse sapendo di non riuscire a mantenerle. Almeno non del tutto. È il caso delle navi cariche di rifugiati che Matteo Salvini ha sempre spacciato per crociere, ma anche e soprattutto della decisione di chiudere i porti italiani presa, guarda caso, in piena campagna elettorale. Ma anche dell’ingiustificabile proposta di intitolare una strada di Roma a Giorgio Almirante, prima votata, poi smentita e infine bloccata fuori tempo massimo dal sindaco Virginia Raggi.

ESATTEZZA.  Calvino passa poi all’esattezza. All’essere capaci di evocare immagini nitide, ben definite. All’essere precisi e univoci, prendere una posizione e rimanervi fedeli. Il nome che viene subito in mente è quello di Luigi Di Maio, che per i suoi plurimi ruoli e per le idee del partito che rappresenta, dalle politiche europee alla questione migranti, non fa che passare da una contraddizione all’altra. Il culmine di questo atteggiamento è stata la proposta di impeachment per Sergio Mattarella. Ritrovatosi solo, Di Maio non ha avuto niente di meglio da dire che dichiarare con nonchalance che ’impeachment non era più sul tavolo”, frase che ha dato il via alla tanto agognata collaborazione con il Colle.

La ricerca dell’esattezza linguistica è una lotta contro l’inconsistenza e l’impoverimento della lingua che, a detta dello scrittore, è una malattia che distrugge la parola e il mondo, che ci fa perdere la capacità di descriverlo e quindi di governarlo:

“Il mio disagio è per la perdita di forma che constato nella vita, e a cui cerco d’ opporre l’unica difesa che riesco a concepire: un’ idea di letteratura”.

La comunicazione deve essere incisiva, ben tratteggiata, e non deve dimenticare mai di adattarsi al tempo e allo spazio dove avviene. La “forma” citata da Calvino non va persa, eppure nello scenario internazionale attuale è un rischio all’ordine del giorno. Basta pensare ai rapidi cambi di opinione del governo Trump su questioni di rilevanza assoluta come il nucleare, e le conseguenti tensioni o distensioni internazionali. O al fatto che gli Stati Uniti si siano ritirati dal Consiglio dei diritti umani dell’Onu. Essere esatti non significa rispondere impulsivamente agli istinti primordiali dell’hic et nunc, ma saper prendere decisioni anche impopolari ma lungimiranti, valide sul lungo periodo.

VISIBILITA’. La quarta lezione è sulla visibilità, un’idea ancora più difficile da realizzare. Visibilità non è solo distinguersi e saper distinguere in un mondo dove spesso regna l’apparenza, ma anche essere in grado di “pensare per immagini”, di dare alle idee un’anima concreta, in “una forma ben definita, memorabile, autosufficiente, icastica.” Non proprio in linea con il programma previsto nel contratto del nuovo governo del cambiamento e delle sue proposte, ad esempio quella sulle pensioni, o il famigerato reddito di cittadinanza, che ha fatto accumulare voti ai Cinque Stelle – e che qualcuno vorrebbe universale.

MOLTEPLICITA’. Tocca poi alla molteplicità. All’essere in grado di districarsi nelle mille sfumature, trame e grovigli della vita, snodandoli senza sminuirli o appiattirli. Esiste una grande rete universale che collega ogni vita, fatto e scelta:questo non vuol dire che alla base di questi collegamenti ci sia uno schema fisso, definitivo. Per Calvino: “oggi non è più pensabile una totalità che non sia congetturale, plurima. Una crudele dittatura in Turchia, ad esempio, può nascondersi dietro una parvenza di ordinata ed efficiente risoluzione ai problemi del Paese. Rovesciare il regime di Gheddafi in Libiao proclamare l’indipendenza del Kosovo dalla Serbia non pone fine a tutti i problemi di questi Paesi. Urlare nelle piazze “Prima gli italiani” non contribuirà a rendere l’Italia un posto migliore dove vivere, né lo farà adottare politiche di stampo fascista e razziale come il censire i rom e paventarne la sistematica espulsione.

Ma quella che Calvino non riuscì a scrivere sarebbe forse stata la lezione più importante: quella della consistency. L’Oxford Dictionary definisce il termine consistency come il raggiungimento di un livello di performance che non subisce grandi variazioni qualitative nel corso del tempo. Non permettere al livello di scendere. Non lasciar scorrere le privazioni dei diritti, le mancanze pubbliche, le ingiustizie pubbliche e private. Non farsi scivolare di dosso i preoccupanti dati legati al femminicidio o al bullismo in Italia. Se un senegalese viene ucciso con una scarica di proiettili a Corsico, bisogna farsi delle domande, non passare alla pagina del calcio o dell’oroscopo. Se le donne sono ancora viste come “angeli del focolare”, bisogna lottare e non guardare con occhi sognanti al nuovo governo spagnolo.

Le Lezioni immaginano non solo una prospettiva di letteratura vincente, ma dipingono anche un ideale umano e sociale: capace di essere immediato ma costruttivo, deciso ma non assolutistico, popolare ma non populista. Nella premessa Calvino scriveva:

“La mia fiducia nel futuro della letteratura consiste nel sapere che ci sono cose che solo la letteratura può dare coi suoi mezzi specifici”.

Sostituiamo la parola letteratura con la parola politica, e abbiamo quella che dovrebbe essere la realtà e che ad oggi resta una lontana, intimidita utopia.

Per chi fa politica oggi, le Lezioni americane possono essere una guida alla conquista di un nuovo Mondo. Basta poco: avere l’umiltà di riconoscere di non averlo già trovato e il coraggio di impegnarsi per ridisegnare i confini delle nostre conoscenze.

L’inquietante flirt tra Chiesta e Massoneria

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Il pontificato di Bergoglio ha scelto una pastorale che sta svuotando la dottrina

Apparentemente era una semplice recensione di un volumetto dedicato ai rapporti tra Massoneria e Chiesa cattolica, in realtà è stata l’occasione per lanciare un messaggio ben preciso: basta chiusure e pregiudizi, è l’ora del dialogo, cerchiamo quello che ci unisce e non quello che ci divide. E infatti ecco che da allora sono iniziati una serie di incontri nelle diocesi italiane con l’attiva partecipazione del Grande Oriente d’Italia (Goi).

In realtà cercare quel che unisce non è così semplice, perché dalla fondazione della Gran Loggia di Londra del 1717, la Massoneria ha collezionato ben 586 condanne da parte della Chiesa, la prima nel 1738, l’ultima nel 1983: un record assoluto. Il motivo è semplice: la Chiesa ha sempre ravvisato il carattere satanico del progetto massonico e quindi la sua pericolosità per i fedeli cattolici. Si comprende dunque perché per la Chiesa resti sempre valida l’incompatibilità di un cattolico con l’ordine dei liberi muratori e la scomunica automatica per chi aderisce a una loggia.

E allora? Allora si segue semplicemente il metodo del «pastoralismo», che sembra essere la chiave interpretativa del pontificato di Francesco. Vale a dire: non ci interessiamo della dottrina, diciamo che resta sempre valida, però nella pratica dobbiamo andare incontro alle persone quindi libertà anche di fare l’opposto. È il primato della prassi, di fatto uno svuotamento della dottrina, al grido di «Abbattiamo i muri, costruiamo ponti». Infatti il cardinal Ravasi nell’articolo riconosce l’incompatibilità formale tra le due appartenenze, ma condanna la demonizzazione dei massoni e intanto sottolinea i punti in comune. Quali? «La dimensione comunitaria, la beneficenza, la lotta al materialismo, la dignità umana, la conoscenza reciproca».

Agli osservatori più attenti, come la storica Angela Pellicciari, non era sfuggito che l’articolo di Ravasi non voleva essere una semplice recensione ma un vero segnale di via libera a una nuova era, tanto da invocare un nuovo pronunciamento ufficiale della Santa Sede contro la Massoneria. Richiesta per ora non accolta, in compenso i pontieri sono scesi in campo, dall’una e dall’altra sponda. Ha cominciato il Grande Oriente d’Italia in Sicilia, organizzando un convegno a Siracusa il 12 novembre 2017, a cui ha partecipato il vescovo di Noto, Antonio Staglianò: «Chiesa e massoneria, così vicini così lontani», il titolo provocatorio. Qualche polemica c’è stata, anche per quell’immagine di Cristo col compasso (in realtà un’opera medievale che con la Massoneria non aveva nulla a che fare) che campeggiava sulla locandina. Ma il vescovo Staglianò se l’è cavata con disinvoltura dicendo che lui avrebbe solo ribadito l’insegnamento della Chiesa. Ed è in qualche modo ciò che ha fatto, si sa però che in certi casi il gesto conta ben più delle parole, e il ghiaccio quindi è stato rotto. Così poi l’iniziativa è passata alla Chiesa e si è intensificata, praticamente è diventato un format che certamente vedremo replicato in altre parti d’Italia. Alla fine di ottobre l’incontro si è svolto a Gubbio, organizzato dalle Acli e dalla sezione umbra del Grande Oriente, sponsorizzato però dalla vicina diocesi di Assisi, che ha fatto marcia indietro solo dopo che la notizia è rimbalzata su giornali nazionali. All’inizio di novembre la replica a Matera, con tanto di «benedizione» del vescovo locale, Pino Caiazzo. In entrambe le occasioni hanno partecipato teologi e religiosi cattolici, ovviamente convinti della bontà di questo dialogo.

A sottolineare l’importanza dell’evento sta la presenza sia a Gubbio sia a Matera del Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia, Stefano Bisi, che infatti non ha mancato di collegare tutti questi appuntamenti all’articolo del cardinale Ravasi, tutto parte di un lavoro per creare «ponti tra gli uomini». Bisi non ha neanche dovuto nascondere il carattere esoterico e iniziatico della Massoneria, che non è ostacolo di poco conto con la Chiesa cattolica. Ma oggi nella Chiesa sembra prevalere una voglia di religione universale che affratelli tutti gli uomini, a cui sacrificare la propria identità. Non a caso gli organizzatori cattolici di questi incontri se la prendono con una visione identitaria della Chiesa, che sarebbe superata con l’avvento di papa Francesco, come se la Verità che Cristo rappresenta sia un ostacolo all’incontro con gli altri. Per cui tornano d’attualità le tesi che il massone Albert Lantoine, 33° e ultimo grado del Supremo Consiglio del Rito Scozzese Antico e Accettato di Francia, scrisse nel 1937 nella lunghissima lettera a Pio IX, chiedendo al Papa di smettere di combattere la Massoneria nell’ottica della «conciliazione degli opposti»: secondo Lantoine, la Massoneria e la Chiesa, Lucifero e Dio sarebbero necessari l’uno all’altro. Una prospettiva che è stata ovviamente condannata dalla Chiesa, ma oggi sembra esserci una folla di teologi e prelati che ardono dal desiderio di abbandonare la via di Cristo per confondersi con il mondo, e soprattutto con il Potere di questo mondo.