La figura dell’inetto tra letteratura e realtà: la coscienza di Zeno

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Nei romanzi troviamo spesso un personaggio principale dotato di ferrei principi, forza di volontà ed altri pregi. Ma cosa accade quando il protagonista si rivela essere un uomo sotto la media, un incapace?

Zeno Cosini, commerciante proveniente da una ricca famiglia, vive le sue giornate all’insegna dell’ozio più totale. Affiancato da una moglie che ha sposato solo per il gusto di farlo, in rapporto conflittuale col vecchio padre e con la capricciosa amante, incapace persino di liberarsi del vizio del fumo: dipinto in questo modo il protagonista di La Coscienza di Zeno, romanzo del 1923 scritto da Italo Svevo (Ettore Schmitz), sembra tanto deludente quanto banale. È possibile trovare qualcosa di interessante o addirittura rispecchiarsi in una figura simile?

Voler analizzare il personaggio di un romanzo psicologico può sembrare ridondante o addirittura ridicolo. In effetti, ciò che leggiamo attraverso le parole di Zeno stesso non è altro che il resoconto delle memorie di quest’ultimo. Ricordi che attraversano la propria giovinezza, il rapporto col padre e la moglie, il lavoro e la propria malattia (quest’ultima onnipresente). Il malanno, per l’appunto, la causa di tutte le sofferenze dell’uomo. O almeno, questa è la sua versione:

“Sono colto da un dubbio: che io forse abbia amato tanto la sigaretta per poter riversare su di essa la colpa della mia incapacità? Chissà se cessando di fumare io sarei divenuto l’uomo ideale e forte che m’aspettavo? Forse fu tale dubbio che mi legò al mio vizio perché è un modo comodo di vivere quello di credersi grande di una grandezza latente.”

Questo piccolo estratto, proveniente dal primo capitolo, esprime al meglio il valore delle riflessioni di Zeno. Vi è un riconoscimento della propria inettitudine, così come vi è un riconoscimento del fatto che la giustificazione di quest’ultima sia del tutto falsa. Il concetto vi suonerà sicuramente familiare: quante volte avete riversato la colpa di un vostro fallimento su un elemento esterno? Non c’è da vergognarsi: è un meccanismo umano. L’importante è comprendere l’esistenza di questi sistemi di difesa ed etichettarli come bugiardi. Zeno fa di più. Riconosce l’artificio psicologico creato per sentirsi meglio e lo definisce per ciò che realmente è: un modo comodo di vivere. Il senso di colpevolezza viene così eliminato, ponendo il personaggio in bilico tra un torto (le accuse al fumo) e un altro (il comodo dubbio).

È dunque chiaro che la malattia che affligge il protagonista non ha nulla a che vedere con le sigarette: si tratta dell’inettitudine, l’impossibilità di agire o scegliere. Una condizione nella quale ci si trova spesso nella vita di tutti i giorni: i contesti sociali, il mondo lavorativo e i rapporti familiari sono solo alcuni degli esempi che si potrebbero prendere in considerazione. Da qui la filosofia del caro Zeno, intento a definire il concetto di vita:

“La vita somiglia un poco alla malattia come procede per crisi e lisi ed ha i giornalieri miglioramenti e peggioramenti. A differenza delle altre malattie la vita è sempre mortale. Non sopporta cure. Sarebbe come voler turare i buchi che abbiamo nel corpo credendoli delle ferite. Morremmo strangolati non appena curati.”

Una visione che a primo impatto potrebbe apparire semplicistica. E invece, riflettendo sulle situazioni di vita elencate sopra, la definizione appare più logica e veritiera. In molti casi non è possibile cambiare il corso degli eventi. La vita continua, gli eventi sfrecciano sulle nostre ossa come treni e noi non possiamo fare altro che soffrirne. Tentare di ribellarsi o di reagire si rivela inutile o addirittura controproducente, portandoci allo strangolamento dovuto ai buchi turati da noi stessi.

Ora, è giusto non farsi prendere dal panico. Noi non siamo malati come il povero Zeno, siamo dunque  in grado di capire che un ragionamento del genere può avere senso solo se applicato in determinati casi. Non è vero che la vita è composta solo da eventi incontrollabili: il libero arbitrio esiste e dobbiamo prenderne atto. Ma per fare quest’ultima cosa serve una piccola qualità: capire quando e come una situazione può essere modificata dalle nostre azioni. Dote legata alla forza di volontà, sottratta al protagonista dal suo malanno.

“Ma non le sembrava giusto vivere per prepararsi alla morte. M’ostinai e asserii che la morte era la vera organizzatrice della vita. Io pensavo sempre alla morte e perciò non avevo che un solo dolore: la certezza di dover morire. Tutte le altre cose divenivano tanto poco importanti che per esse non avevo che un lieto sorriso o un riso altrettanto lieto.”

La definizione di inetto è dunque appropriata: Zeno non è in grado di disporre della propria vita. Per fare in modo che questa mancanza sia meno dolorosa, si affida a convinzioni illusorie o al pensiero di situazioni future (come la morte). Noi uomini comuni non siamo da meno, l’illusione (il più solido dei nostri piaceri secondo Leopardi) fa parte della nostra esperienza di vita. Ma l’inetto potrà mai trionfare in qualche modo? La risposta è sì.

“Se vi è un destino personale, non esiste un fato superiore o, almeno, ve n’è soltanto uno, che l’uomo giudica fatale e disprezzabile. Per il resto, egli sa di essere il padrone dei propri giorni. In questo sottile momento, in cui l’uomo ritorna verso la propria vita, nuovo Sisifo che torna al suo macigno, nella graduale e lenta discesa, contempla la serie di azioni senza legame, che sono divenute il suo destino, da lui stesso creato, riunito sotto lo sguardo della memoria e presto suggellato dalla morte. Così, persuaso dell’origine esclusivamente umana di tutto ciò che è umano, cieco che desidera vedere e che sa che la notte non ha fine, egli è sempre in cammino. Il macigno rotola ancora. Lascio Sisifo ai piedi della montagna! Si ritrova sempre il proprio fardello. Ma Sisifo insegna la fedeltà superiore, che nega gli dei e solleva i macigni. Anch’egli giudica che tutto sia bene. Questo universo, ormai senza padrone, non gli appare sterile né futile. Ogni granello di quella pietra, ogni bagliore minerale di quella montagna, ammantata di notte, formano, da soli, un mondo. Anche la lotta verso la cima basta a riempire il cuore di un uomo. Bisogna immaginare Sisifo felice.”

Albert Camus, Il mito di Sisifo

È con questo estratto del saggio di Albert Camus che è possibile comprendere l’unico vero successo di Zeno Cosini. Come Sisifo, intrappolato in un destino che non gli è possibile cambiare, Zeno prende atto della sua situazione. Non importa quanto sia difficile la sua condizione, il vero uomo in grado di pensare (libero dai dogmi più antichi) è colui che nonostante le varie difficoltà non perde mai la concezione di identità. Ed è qui che il lettore più attento può comprendere quanto questo inetto sia in realtà più simile ad un essere umano vero e proprio che ad un personaggio letterario. Un uomo che affronta le sventure senza affidarsi ai favori del destino o delle divinità. Un eroe dal superpotere più grande di tutti: l’autoaccettazione.

Decameron: analogie e attualità

DecameronIl Decameron è una delle opere più famose di Giovanni Boccaccio, considerato, con la Divina Commedia, tra le più celebri della letteratura italiana; le due rinomate opere presentano numerose analogie, e temi fortemente attuali.

Il Decameron è l’opera principale di Giovanni Boccaccio (iniziato nel 1349 e portato a termine nel 1351), raccolta di cento novelle inserite in una cornice narrativa comune che nasce da un tragico fatto storico. Per sfuggire alla peste del 1348, che aveva ucciso il padre e numerosi amici dello scrittore, un gruppo di dieci amici si rifugia in una villa fuori Firenze. Sette donne e tre uomini trascorrono dieci giornate (da cui il titolo dell’opera) intrattenendosi vicendevolmente con una serie di racconti narrati a turno. Un personaggio alla volta è infatti eletto re della giornata, e ha il compito di proporre un argomento che gli altri narratori sono tenuti a rispettare. Fanno eccezione a questo schema obbligato la prima e la nona giornata, in cui l’argomento delle novelle è libero.

Il Decameron rappresenta una novità atipica della letteratura essendo esso privo di un vero e proprio spirito d’azione (a differenza dei romanzi cavallereschi tipici del secolo) ma porta alla luce una forte predominanza dell’io poetico, che si palesa e al contempo si mescola alla descrizione della cornice narrativa, intervenendo con ragionamenti vari.

L’opera può essere definita fortemente attuale, in quanto, oltre alla struttura tipica che si riscontra con una sommaria lettura dell’opera, possiede una vera e propria morale, perfettamente collegabile alla società e ai temi attuali. La peste alla quale i personaggi sfuggono, in realtà rappresenta la decadenza dell’uomo; è allegoria del degrado morale dell’uomo peccatore e insieme della crisi di un’intera civiltà, quella del tardo Medioevo e in particolare dell’Italia comunale.

Ciò che più colpisce leggendo il Decameron, è la posizione assunta da Giovanni Boccaccio, che si presenta come un letterato e non un linguista. Un vero e proprio letterato attento ai temi trattati e al modo in cui essi si susseguono all’interno della narrazione. Il Decameron rappresenta il primo e più grande capolavoro in prosa della tradizione letteraria italiana antica, e si distingue per la ricchezza e la varietà degli episodi (che alternano toni solenni e umorismo popolare), per la duttilità della lingua e la sapiente analisi dell’animo umano.

Per questa sua opera Boccaccio attinse a molteplici fonti: i classici greci e latini, la letteratura popolare compreso il patrimonio delle fiabe tradizionali, le raccolte di novelle italiane precedenti come il Novellino e le varie traduzioni contaminate delle Mille e una notte, come ad esempio accade nella novella intitolata “Fra Cipolla” (VI, 10). Il racconto può essere definito una predica-parodia dei racconti dei viaggi nell’oriente, da Marco Polo a Le mille e una notte, Alla base, però, c’è anzitutto l’acuta osservazione della realtà, che rende l’opera collimante con la realtà attuale e dunque ad essa vicina.

Il Decameron presenta una nuova idea dell’uomo, non più indirizzato esclusivamente dalla grazia divina ma inteso come artefice del proprio destino, un’idea che anticipa la concezione antropocentrica (l’uomo considerato al centro dell’universo) che sarà elaborata dagli umanisti del Quattrocento. Anche per questo aspetto ideologico il libro segna un punto di svolta rispetto alle tradizioni letterarie consolidate nel Medioevo.

Boccaccio guida la narrazione, con le parole, i sentimenti, le passioni del narratore di turno. È risaputo che la Divina Commedia e il Decameron, rappresentino i due capolavori della letteratura italiana; in realtà, le due opere presentano numerose analogie, nonostante la celebre opera di Boccaccio, venga spesso definita l’anti-Commedia, in quanto presenta una visione della realtà, che si oppone a quella propinata da Dante nella Divina Commedia. Al centro dell’opera dantesca, vi è una forte visione teocentrica, basata sull’idea che al centro dell’universo ci sia esclusivamente Dio. Boccaccio invece, supera questa visione, proponendo una visione antropocentrica, e quindi l’agire umano alla base di tutto.

Una concezione particolarmente attuale, che ancora oggi fa riflettere e permette di analizzare l’opera secondo più prospettive e temi. L’attualità di Boccaccio colpisce, ancora oggi, nonostante l’opera sia uno dei capolavori della letteratura medievale, tra le più lette tra i banchi di scuola. Ad una prima analisi, potrebbe sembrare una narrazione piuttosto semplice, duttile, tuttavia, man mano che si procede nella lettura, si comprende quanto fitta sia la trama degli argomenti e dei temi che s’inseriscono tra i personaggi e gli episodi.

La ripartizione interna delle dieci giornate, nelle quali si dispongono le cento novelle, è uguale alla ripartizione delle Cantiche della Divina Commedia, ossia rigorosamente ternaria. Il parallelismo più evidente è quello tra la selva oscura decritta da Dante e la descrizione della terribile peste fiorentina del 1348, affresco della potente agonia di una città, che già Dante aveva visto come scintille malefiche della superbia, avidità e angoscia.

Nella “Divina Commedia” l’umanità viene punita (naturalmente dal punto di vista metaforico) con la morte, intesa come conseguenza dei peccati di cui si è macchiata. Nel “Decameron” le virtù degli uomini sono viste in modo positivo, anzi sono proprio esse a sconfiggere la fortuna, ad esempio nella novella di Chichibio la condizione del protagonista viene influenzata dalla sorte e grazie al suo ingegno riesce a non farsi punire dal padrone. Oppure in “Andreuccio da Perugia” il protagonista, grazie alla furbizia acquisita, riesce a superare alcune situazioni imposte dalla sorte.

Dante Alighieri invece, condanna gli uomini proprio a causa di queste  virtù: nel ventiseiesimo canto dell’ “Inferno”, infatti, si incontra Ulisse colpevole di aver usato la sua eloquenza per ingannare e sfuggire a nemici che la fortuna gli aveva proposto.

Dunque, due visioni completamente dicotomiche: da una parte c’è Dante, fortemente laico, dall’altra, nel Decameron, Boccaccio descrive le forze umane che guidano l’uomo consentendogli, con le proprie doti, di confrontarsi con le grandi forze del mondo.

Il Decameron non è una lettura da letterati di professione, anche se raffinato ed elegante. L’uomo, con le sue qualità e i suoi vizi, è il protagonista unico di vicende dove agiscono tre motivi o molle fondamentali: Fortuna, Amore e Intelligenza, presentate in tutta una ricca gamma di possibili sfumature. C’è da dire che Boccaccio impone nel Decameron una poetica realistica che comporta, oltre al citato pluristilismo, precisione di dettagli, descrizioni circostanziate, riferimenti “storici” a luoghi o persone reali. C’è assenza di questioni religiose, morali e politiche, e si individua nel naturalismo e nella rappresentazione realistica del mondo dei sensi il suo motivo ispiratore. L’amore, uno dei temi principali del Decameron, è visto come un istinto irrefrenabile, come legge naturale: la concezione laica presente è ben distante da quella della produzione boccacciana precedente. L’opera è destinata a fornire diletto e insieme consigli pratici di comportamento alle donne innamorate.

 

Dante e Beatrice: un sentimento moderno

DanteBeatriceUn amore in grado di superare le barriere del tempo, reso eterno dalla parola. Un concetto simile è davvero così estraneo alla nostra generazione? La risposta non è così ovvia come si crede.

“Che ‘ntender no la può chi no la prova”: così Dante descrive la dolcezza al cuore che prova l’innamorato alla vista della propria amata. “Tanto gentile e tanto onesta pare” (dal quale ho tratto questa minima citazione) è un sonetto del XIII secolo: la mentalità umana si è evoluta da allora. I tempi moderni non hanno più spazio per la loda o altri artifici, le giornate vanno vissute secondo i ritmi dettati dal lavoro, dalla politica e dalla società. In questi canoni rientra (o meglio, dovrebbe rientrare) anche il tema amoroso.

Riflettiamoci sopra: cos’è cambiato da allora? Sicuramente i modi, le maniere e le abitudini con cui si affrontava una passione amorosa non sono paragonabili ai giorni nostri. Noi non abbiamo alcuna donna angelo, non ci struggiamo sopra carte unte d’inchiostro e lacrime, non portiamo avanti una crociata senza fine contro quel dannato Amor petrarchesco. O forse lo facciamo, ma in un modo diverso…

Quando Dante riesce ad ammirare nuovamente la cara Beatrice in Purgatorio XXX si esprime nel seguente modo:

«[…] Men che dramma
di sangue m’è rimaso che non tremi:
conosco i segni de l’antica fiamma!»
(Purgatorio, XXX, 46-48)

Inutile sottolineare quanto toccanti siano questi versi. Ma il significato più esterno non basta (come accade nell’intera analisi della Commedia). Queste parole rappresentano un forte omaggio a Virgilio: è infatti Didone a pronunciarle nel quarto libro dell’Eneide: “Agnosco veteris vestigia flammae“. Se però questa affermazione indica un’idea di nostalgia da parte della regina di Cartagine, in Dante prende una piega totalmente diversa: il poeta sente riaffiorare con forza i vecchi sentimenti provati per la giovane Beatrice. Sentimenti che (come indica la metafora della fiamma) non si sono mai estinti del tutto. Interessante il fatto che questa rivelazione venga rivolta al dolcissimo patre che in realtà è già lontano (l’abbandono di Virgilio è un altro argomento, seppur anch’esso struggente), come se Dante sentisse la necessità di parlarne a qualcuno: chiunque dica di non aver mai provato questa sensazione mente spudoratamente. Abbiamo tutti sentito l’impulso di sfogare le nostre infatuazioni a qualche amico. In questo Dante non è da meno.

Chi conosce il modus operandi di Cupido saprà che compreso tra i difetti dell’innamoramento vi è quello della vergogna. Che venga assimilato come imbarazzo, timidezza, blocco o quant’altro, capita a tutti di rimanere impietriti al cospetto della propria fiamma: le parole non escono escono facilmente di bocca, le gambe tremano e il viso si tinge di rosso. La situazione si complica ulteriormente quando si viene ammoniti dall’amata stessa: in quel caso anche lo sguardo non riesce a levarsi dal terreno. Ed è ciò che accade a Dante quando viene rimproverato da Beatrice in persona:

«Guardaci ben! Ben son, ben son Beatrice.
Come degnasti d’accedere al monte?
non sapei tu che qui è l’uom felice?».

Li occhi mi cadder giù nel chiaro fonte;
ma veggendomi in esso, i trassi a l’erba,
tanta vergogna mi gravò la fronte.

(Purgatorio, xxx, 73-78)

Un ulteriore esempio di somiglianza tra i sentimenti nel tempo. E la lista non si ferma mica qui: tra le fonti dantesche (oltre alla Divina) vi è soprattutto la “Vita Nova”, prosimetro che come tema centrale ha il sentimento amoroso per Beatrice. Riporto un ultimo estratto, il commento che precede il celebre e già citato Tanto gentile e tanto onesta pare:

Questa gentilissima donna, di cui ragionato è ne le precedenti parole, venne in tanta grazia de le genti, che quando passava per via, le persone correano per vedere lei; onde mirabile letizia me ne giungea. E quando ella fosse presso d’alcuno, tanta onestade giungea nel cuore di quello, che non ardia di levare li occhi, né di rispondere a lo suo saluto; e di questo molti, sì come esperti, mi potrebbero testimoniare a chi non lo credesse.

Vi siete sicuramente rivisti (anche solo per un attimo) nelle parole del sommo poeta, intenti ad ammirare la bellezza di colei che vi ha preso il cuore. L’atteggiamento di Dante mostra il suo interesse rivolto non solo alla grazia di Beatrice, ma all’effetto che procura nell’animo di coloro che incontra (il riferimento al passaggio di Gesù tra la folla è presente ma meno vicino ai nostri tempi)È successo ad ognuno di noi: confrontare se l’oggetto del nostro interesse è contemplato da altri, per invidia o semplice curiosità. Siamo esseri umani e nel pacchetto sono compresi anche i sette vizi capitali. Andando oltre lo scrutare gli sguardi altrui, un altro elemento è in grado di elevare sia noi che Dante stesso: la celebrazione della donna. Ritornando al concetto della confessione all’amico, avrete sicuramente ricordato quante lodi, pregi e virtù si vedono nella figura di chi si ama. Non sempre tutte si rivelano reali, ma l’importante è capirlo, prima o poi.

L’amore è un sentimento che appartiene a tutti gli esseri umani, indipendentemente dal loro periodo. Possono variare i metodi d’approccio, i gesti esterni o i modi con cui esprimersi al meglio, ma il nucleo della passione amorosa rimane lo stesso. Un’esperienza forte, dolorosa, dolce ed allo stesso tempo aspra. Una sensazione che, come scriveva Guinizelli, è destinata al cor gentil.

Italo Calvino, la predizione della crisi attuale

italo-calvino1-932x460Trent’anni fa, nelle sue Lezioni americane, Italo Calvino è riuscito a elaborare una sintesi vera ed estrema del suo tempo.

L’autore del Barone rampante scriveva che: “forse l’inconsistenza non è nelle immagini o nel linguaggio soltanto: è nel mondo,” e in una sola frase descriveva gli anni Ottanta, ma anche, senza saperlo, il nostro Duemila. Calvino non riuscì a completare né a tenere le Lezioni, previste nel ciclo delle Poetry Lectures dell’Università di Harvard, ma le Sei proposte per il prossimo millennio vennero pubblicate postume nel 1988 e rappresentano ancora oggi un prezioso manuale di istruzioni sulle qualità da salvaguardare. Non solo quelle letterarie. Come scrive il critico Gian Carlo Roscioni nella quarta di copertina della loro prima edizione:

“La Leggerezza, la Rapidità, l’Esattezza, la Visibilità, la Molteplicità dovrebbero in realtà informare non soltanto l’attività degli scrittori ma ogni gesto della nostra troppo sciatta, svagata esistenza.”

Le Lezioni americane possono ancora insegnarci tanto su come comunichiamo oggi. Calvino fu il primo scrittore italiano a cui vennero affidate le celebri Charles Eliot Norton Poetry Lectures, nate nel 1926 e tenute da personalità come T.S. Eliot, Igor Stravinsky e Jorge Luis Borges. Con l’improvvisa morte dell’autore, i testi previsti per il ciclo di incontri si trasformarono in un testamento involontario ma quanto mai coerente con la poetica e le idee di Calvino, una summa di ciò che per lui significava scrivere e quindi comunicare. Le qualità letterarie da portare nel nuovo millennio vengono analizzate passando da Dante a Galileo, da Leopardi a Lucrezio, da Montale a Ovidio, da Ariosto a Gadda: Calvino chiama a raccolta i suoi autori di riferimento per combattere insieme l’epidemia pestilenziale del linguaggio.”

LEGGEREZZA. Ma le virtù indispensabili per un testo letterario si legano bene a quelle necessarie alla parola pubblica, che alle letteratura si ispira: all’oratoria. Calvino parte dalla leggerezza, intesa non come superficialità ma precisione, valorizzazione del dettaglio e dei significati chiave. Usare la leggerezza significa eliminare tutti quegli elementi del testo, scritto o letto ad alta voce, che rischiano di appesantire le parole e i personaggi. Nella letteratura come nella vita, il consiglio dello scrittore è di cercare quella leggerezza “pensosa” che “può far apparire la frivolezza come pesante e opaca”. Essere leggeri vuol dire avvicinare a noi argomenti che sembrano lontani senza cadere nella trappola del qualunquismo o della vaghezza. Tradotta nel linguaggio della politica, leggerezza è fuggire dal burocratese e dai discorsi pieni di vuote e false promesse elettorali.
Con la morte di Calvino nasce il Berlusconi politico. Fuoriclasse della risata, fine interprete nel ruolo di presidente operaio, salvatore della patria, menestrello e mattatore, campione della stretta di mano e delle firme a reti unificate e a più puntate su irrealizzabili contratti con gli italiani. Silvio Berlusconi è stato il primo presidente del Consiglio a stravolgere l’idea di leggerezza, riportandola al significato originario. Il Cavaliere ha dato del “kapò” a Martin Schulz, dell’“abbronzato” a Obama. Per non parlare della sua celebre “meglio appassionato di belle ragazze che gay” o dell’agghiacciante “Mussolini non uccise nessuno, mandava la gente in vacanza all’estero” senza dimenticare la giurisprudenza piena di “malati mentali” in aperta crociata contro di lui. Un campionario che supera i confini della superficialità e copre l’intera gamma della bassezza: dal razzismo al negazionismo, fino all’omofobia e al machismo.

LA RAPIDITA’. Si arriva poi alla lezione sulla rapidità: sul saper manovrare il tempo a proprio piacimento, senza affrettarlo né rallentarlo a dismisura, senza “appiattire ogni comunicazione in una crosta uniforme e omogenea”. Riuscire ad avere un pensiero chiaro ma flessibile, agile, capace di adattarsi a un mondo che scorre veloce e che cambia continuamente. Pensare anche fuori dal coro ma rendendosi vicini, accessibili e comprensibili, a quel coro.

“Nei tempi sempre più congestionati che ci attendono il bisogno di letteratura dovrà puntare sulla massima concentrazione della poesia e del pensiero,” afferma Calvino.

Intuizioni, non stagnazioni di pensiero. L’ultima versione del Pd made in Matteo Renzi, nonostante l’ossessione del suo leader nel dimostrarsi un presidente serio e operoso, ma al tempo stesso smart e trend topic, è stata tutt’altro che rapida. Il rischio di replicare il passato c’è sempre stato. Tre esempi su tutti: il patto del Nazareno che ha imbrigliato il governo per troppo tempo; il clamoroso addio all’Articolo 18; il rilancio del Ponte sullo Stretto, tutto tranne che un’intuizione renziana. Serve a ben poco alzare le bandiere della democrazia e riunirsi in una sfilza di convegni che non portano a nessuna conclusione, se poi si perdono le battaglie più importanti.

Non solo, rapidità significa anche saper azzeccare il ritmo: capire quando è opportuno parlare e quando invece è meglio tacere, osservare e riflettere. Senza farsi prendere dall’ansia di raggiungere obiettivi e ottenere ricompense, o di rientrare in scadenze promesse sapendo di non riuscire a mantenerle. Almeno non del tutto. È il caso delle navi cariche di rifugiati che Matteo Salvini ha sempre spacciato per crociere, ma anche e soprattutto della decisione di chiudere i porti italiani presa, guarda caso, in piena campagna elettorale. Ma anche dell’ingiustificabile proposta di intitolare una strada di Roma a Giorgio Almirante, prima votata, poi smentita e infine bloccata fuori tempo massimo dal sindaco Virginia Raggi.

ESATTEZZA.  Calvino passa poi all’esattezza. All’essere capaci di evocare immagini nitide, ben definite. All’essere precisi e univoci, prendere una posizione e rimanervi fedeli. Il nome che viene subito in mente è quello di Luigi Di Maio, che per i suoi plurimi ruoli e per le idee del partito che rappresenta, dalle politiche europee alla questione migranti, non fa che passare da una contraddizione all’altra. Il culmine di questo atteggiamento è stata la proposta di impeachment per Sergio Mattarella. Ritrovatosi solo, Di Maio non ha avuto niente di meglio da dire che dichiarare con nonchalance che ’impeachment non era più sul tavolo”, frase che ha dato il via alla tanto agognata collaborazione con il Colle.

La ricerca dell’esattezza linguistica è una lotta contro l’inconsistenza e l’impoverimento della lingua che, a detta dello scrittore, è una malattia che distrugge la parola e il mondo, che ci fa perdere la capacità di descriverlo e quindi di governarlo:

“Il mio disagio è per la perdita di forma che constato nella vita, e a cui cerco d’ opporre l’unica difesa che riesco a concepire: un’ idea di letteratura”.

La comunicazione deve essere incisiva, ben tratteggiata, e non deve dimenticare mai di adattarsi al tempo e allo spazio dove avviene. La “forma” citata da Calvino non va persa, eppure nello scenario internazionale attuale è un rischio all’ordine del giorno. Basta pensare ai rapidi cambi di opinione del governo Trump su questioni di rilevanza assoluta come il nucleare, e le conseguenti tensioni o distensioni internazionali. O al fatto che gli Stati Uniti si siano ritirati dal Consiglio dei diritti umani dell’Onu. Essere esatti non significa rispondere impulsivamente agli istinti primordiali dell’hic et nunc, ma saper prendere decisioni anche impopolari ma lungimiranti, valide sul lungo periodo.

VISIBILITA’. La quarta lezione è sulla visibilità, un’idea ancora più difficile da realizzare. Visibilità non è solo distinguersi e saper distinguere in un mondo dove spesso regna l’apparenza, ma anche essere in grado di “pensare per immagini”, di dare alle idee un’anima concreta, in “una forma ben definita, memorabile, autosufficiente, icastica.” Non proprio in linea con il programma previsto nel contratto del nuovo governo del cambiamento e delle sue proposte, ad esempio quella sulle pensioni, o il famigerato reddito di cittadinanza, che ha fatto accumulare voti ai Cinque Stelle – e che qualcuno vorrebbe universale.

MOLTEPLICITA’. Tocca poi alla molteplicità. All’essere in grado di districarsi nelle mille sfumature, trame e grovigli della vita, snodandoli senza sminuirli o appiattirli. Esiste una grande rete universale che collega ogni vita, fatto e scelta:questo non vuol dire che alla base di questi collegamenti ci sia uno schema fisso, definitivo. Per Calvino: “oggi non è più pensabile una totalità che non sia congetturale, plurima. Una crudele dittatura in Turchia, ad esempio, può nascondersi dietro una parvenza di ordinata ed efficiente risoluzione ai problemi del Paese. Rovesciare il regime di Gheddafi in Libiao proclamare l’indipendenza del Kosovo dalla Serbia non pone fine a tutti i problemi di questi Paesi. Urlare nelle piazze “Prima gli italiani” non contribuirà a rendere l’Italia un posto migliore dove vivere, né lo farà adottare politiche di stampo fascista e razziale come il censire i rom e paventarne la sistematica espulsione.

Ma quella che Calvino non riuscì a scrivere sarebbe forse stata la lezione più importante: quella della consistency. L’Oxford Dictionary definisce il termine consistency come il raggiungimento di un livello di performance che non subisce grandi variazioni qualitative nel corso del tempo. Non permettere al livello di scendere. Non lasciar scorrere le privazioni dei diritti, le mancanze pubbliche, le ingiustizie pubbliche e private. Non farsi scivolare di dosso i preoccupanti dati legati al femminicidio o al bullismo in Italia. Se un senegalese viene ucciso con una scarica di proiettili a Corsico, bisogna farsi delle domande, non passare alla pagina del calcio o dell’oroscopo. Se le donne sono ancora viste come “angeli del focolare”, bisogna lottare e non guardare con occhi sognanti al nuovo governo spagnolo.

Le Lezioni immaginano non solo una prospettiva di letteratura vincente, ma dipingono anche un ideale umano e sociale: capace di essere immediato ma costruttivo, deciso ma non assolutistico, popolare ma non populista. Nella premessa Calvino scriveva:

“La mia fiducia nel futuro della letteratura consiste nel sapere che ci sono cose che solo la letteratura può dare coi suoi mezzi specifici”.

Sostituiamo la parola letteratura con la parola politica, e abbiamo quella che dovrebbe essere la realtà e che ad oggi resta una lontana, intimidita utopia.

Per chi fa politica oggi, le Lezioni americane possono essere una guida alla conquista di un nuovo Mondo. Basta poco: avere l’umiltà di riconoscere di non averlo già trovato e il coraggio di impegnarsi per ridisegnare i confini delle nostre conoscenze.

Salvador Dalì, il surrealista paranoico-critico

Salvador-Dalì-Pan-mostra-NapoliDalì ha definito il suo metodo artistico paranoico-critico e i temi prediletti erano quelli psicanalitici dell’inconscio, del sogno e della sessualità.

L’artista catalano Dalì (1904-1989) era solito dire che i genitori lo avevano chiamato Salvador, perché era destinato a salvare la pittura minacciata di morte dall’arte astratta, dal surrealismo accademico, dal dadaismo e in genere da tutti gli ‘ismi’ anarchici.
In realtà, i genitori lo chiamarono esattamente come il fratello maggiore morto alcuni anni prima a causa di una meningite e fu considerato dagli stessi come una reincarnazione di quel fratello mai conosciuto. La sua infanzia trascorse in una casa piena di foto di quel fratello morto, protetto sia dal padre, sia dalla madre, che temevano di perdere anche lui.

A sei anni voleva diventare ‘cuoca’ (usava il termine al femminile); a sette Napoleone; a dieci scopriva gli impressionisti; a diciotto iniziò gli studi all’Accademia di Belle Arti a Madrid ed andò a vivere nella Residencia de Estudiantes, dove conobbe, tra gli altri, lo scrittore Federico Garcia Lorca, con cui strinse un’intima amicizia. Ben presto quest’amicizia si trasformò in una passione amorosa da parte del poeta di Granada e la cosa turbò Dalì, che, ne “Les Passions selon Dalì” (1968) scrisse:

Quando Garcia Lorca tentò di possedermi, mi rifiutai a lui con orrore.
Dall’inizio del 1927 l’artista catalano si trasferì a Parigi.

Nell’autobiografia “La mia vita segreta” il pittore racconta:

Arrivai a Parigi….presi un taxi e domandai all’autista: ‘Conosce dei buoni bordelli?’. Se non tutti ne visitai un numero piuttosto impressionante e alcuni mi piacquero oltre misura.

La personalità provocatoria e gli atteggiamenti stravaganti di Dalì, oltre alle sue opere piene di allusioni sessuali, incuriosirono il gruppo dei surrealisti parigini; conobbe René Magritte e sua moglie, Paul Éluard, (la guida intellettuale del movimento surrealista) e sua moglie Gala. Salvador rimase affascinato da Gala, i due, ben presto, divennero amanti e, successivamente, marito e moglie. E’ Dalì stesso a fornire la chiave interpretativa freudiana di questo grande amore, che dominerà la sua opera fino alla fine:

Era destinata ad essere la mia Gradiva (‘colei che avanza’), la mia vittoria, la mia donna. Ma per farlo, bisognava che mi guarisse. E mi guarì, grazie alla potenza indomabile e insondabile del suo amore, la cui profondità di pensiero e abilità pratica surclassavano i più ambiziosi metodi psicoanalitici.

Il loro rapporto fu molto intenso e turbolento, vissero il matrimonio in maniera promiscua, la loro passione fu totale e surreale.

Amo Gala più di mia madre, più di mio padre, più di Picasso e perfino più del denaro. Ero l’incarnazione delle sue visioni oniriche e fantastiche…Ero letteralmente attratta dalle sue stranezze e stravaganze che non ebbi alcun dubbio di separarmi da mio marito. Lui aveva 11 anni meno di me. Ci sposammo tre anni dopo il primo incontro

– racconta Helena Diakonova, detta Gala.

Il rapporto di Dalì con il Surrealismo
Nel 1930 Salvador entrò ufficialmente a far parte del movimento surrealista e, nell’ambito del Surrealismo, fu l’artista che più di ogni altro riuscì a sviluppare saldi legami teorici con la psicoanalisi. Il Surrealismo era per Dalì l’occasione per far emergere il suo inconscio, secondo il principio dell’“automatismo psichico” teorizzato da André Breton, il padre del movimento. E alla sua particolare tecnica di automatismo, l’artista diede il nome di “metodo paranoico-critico”.

Dalì definì la paranoia come

una malattia mentale cronica, la cui sintomatologia più caratteristica consiste nelle delusioni sistematiche, con o senza allucinazioni dei sensi. Le delusioni possono prendere la forma di mania di persecuzione o di grandezza e ambizione.

Il metodo paranoico critico e l’opera “La persistenza della memoria”
L’attività paranoico-critica venne definita dallo stesso pittore come

un metodo spontaneo di conoscenza irrazionale basato sull’associazione interpretativo-critica dei fenomeni deliranti.

Come esempio di questo procedimento, vorrei considerare una delle opere più famose di Dalì, “La persistenza della Memoria” (più nota, forse, come il “quadro degli orologi molli”): si tratta di un dipinto del 1931, oggi conservato al Museum of Modern Art di New York. L’opera è incentrata sul concetto di tempo, rappresentato, appunto, dagli orologi. Dalì, in “La mia vita segreta” (1942), racconta in questo modo la genesi dell’opera:

E il giorno in cui decisi di dipingere degli orologi, li dipinsi molli. Ciò avvenne in una sera in cui ero stanco. Avevo l’emicrania, il che mi accade raramente. Volevamo andare al cinema con alcuni amici e all’ultimo momento decisi di restare a casa. Gala uscì con loro, mentre io mi coricai presto. Avevamo concluso la nostra cena con un camembert eccezionale e, allorché fui solo, rimasi ancora per un momento seduto a tavola pensando ai problemi che mi poneva il “supermolle” di questo formaggio. Mi alzai e mi recai nel mio studio, per gettare un ultimo sguardo al mio lavoro, come era mia abitudine. Il quadro a cui stavo lavorando raffigurava un paesaggio nei dintorni di Port Lligat, le cui rocce sembravano illuminate dalla luce trasparente del crepuscolo. In primo piano avevo dipinto un ulivo, dei rami tagliati e senza foglie. Questo paesaggio doveva servire di sfondo ad una nuova idea, ma quale? Cercavo un’immagine sorprendente, ma non riuscivo a trovarla. Spensi la luce, e uscii dalla stanza e in quel preciso momento “vidi” letteralmente la soluzione: due orologi molli, uno dei quali pietosamente appeso a un ramo dell’ulivo. Malgrado l’emicrania, preparai la mia tavolozza e mi misi all’opera. Due ore dopo, allorché Gala tornò dal cinema, il quadro, che sarebbe diventato una delle mie tele più famose, era finito…

Gli orologi molli nacquero dunque da una suggestione provocata dal camembert, il formaggio francese che l’artista definisce “supermolle” e che spinge lo stesso a meditare “sul problema filosofico della ipermollezza posto da quel formaggio”. Secondo il metodo paranoico-critico seguito da Dalì, gli orologi molli sono il prodotto di una visione irrazionale e ci forniscono una nuova lettura del Tempo, diversa dal tempo meccanico. Il tempo meccanico è quello che scandisce i secondi, i minuti, le ore, (gli orologi duri), mentre gli orologi molli sono inseriti in un contesto in cui non accade nulla ed il tempo è come fermo. Il tempo, inteso come la successione meccanica di istanti, dunque, viene messo in crisi dalla memoria umana che, del tempo, ha una percezione poco razionale. In questo modo l’orologio, oggetto orribile che scandisce la successione dei minuti della vita dell’uomo, diventa molle come un camembert nel suo momento migliore, quando incomincia a colare.

La psicoanalisi nelle opere di Dalì
Dal metodo paranoico-critico derivarono tantissime opere di Salvador, tra cui le celebri: “Autoritratto molle con pancetta fritta” (1941) , “Ritratto di Picasso” (1947), L’aurora” (1948).
Paranoico-critico è anche “Sogno causato dal volo di un’ape intorno a una melograna, un attimo prima del risveglio” del 1944, il cui titolo è, di per sé, esplicativo. E’ un’opera, tra le tante, in cui è raffigurata la moglie dell’artista, Gala. L’ispirazione del quadro venne al pittore dalla puntura di un’ape mentre stava dormando. Provò dolore mentre dormiva e, in quel momento di incoscienza, provò delle sensazioni ingigantite e così l’istante della puntura è rappresentato dalla punta di una baionetta che sta per trafiggere il braccio della donna nuda, mentre il momento del dolore è rappresentato dalle tigri inferocite che fuoriescono dalla bocca di una pesca, che, a sua volta, sorge da un melograno. Dalì dichiarò più volte di voler immortalare la vita onirica, realizzando ciò che lui definì delle “fotografie dei sogni dipinte a mano”: con quest’opera l’artista fece qualcosa in più, ovvero riuscì ad illustrare magistralmente un meccanismo mentale indagato da Freud, cioè l’effetto che uno stimolo esterno, percepito durante il sonno, produce su ciò che stiamo sognando, a dimostrazione del fatto che nelle opere dell’artista catalano si ritrovano tutti i capisaldi della teoria freudiana: l’inconscio, il sogno, la sessualità.

Nietzsche e l’Eterno Ritorno dell’Uguale

nhung-phat-hien-thay-doi-the-gioi-ra-doi-tu-giac-mo-image8La teoria dell’Eterno Ritorno è una delle più famose formulate dal filosofo tedesco Friedrich Nietzsche, questo nonostante il fatto che come teoria filosofica non ebbe mai una propria costruzione concettuale.

La teoria dell’Eterno ritorno può definirsi forse la più abissale e sconvolgente illuminazione di Nietzsche, che pervade infatti ogni sua opera, tuttavia rimanendo nella penombra, come un’oscura profezia, una rivelazione esoterica, una verità accettata quasi con timore. Si racconta che il filosofo tedesco fu illuminato dall’eterno ritorno nell’estate del 1881, nei pressi di Silvaplana, nella valle Engadina. Qui, Nietzsche, era solito passeggiare durante la sua permanenza fra le Alpi che separano Svizzera ed Italia. Camminando vicino ad un limpido lago montano, il filosofo ebbe una visione, un’illuminazione così sconvolgente che lo obbligò ad appoggiarsi ad un grosso masso – oggi diventato quasi luogo di pellegrinaggio -. Ed ancora oggi questo macigno porta una targa in memoria di quel giorno.

Se Dio non esiste, ed essendo il mondo composto da un numero infinito di elementi, che né si creano né si distruggono, allora questi elementi devono per forza riaggregarsi nella stessa maniera un numero infinito di volte. Ovvero il tempo, proprio come pensavano i primi filosofi greci, è circolare, non v’è inizio né fine, ma soprattutto non v’è un senso, un obiettivo, un traguardo. L’universo, la vita, la nostra esistenza, tutte le galassie e le stelle del cielo nasceranno e periranno in un moto eterno, sempre uguale a sé stesse. Questo principio, perfettamente espresso nell’opera massima di Nietzsche: “Così parlò Zarathustra”, lo si trova per la prima volta formulato nella Gaia Scienza, ed è un demone a rivelarlo:

Questa vita, come tu ora la vivi e l’hai vissuta, dovrai viverla ancora una volta e ancora innumerevoli volte, e non ci sarà in essa mai niente di nuovo, ma ogni dolore e ogni piacere e ogni pensiero e sospiro, e ogni indicibilmente piccola e grande cosa della tua vita dovrà fare ritorno a te, e tutte nella stessa sequenza e successione – e così pure questo ragno e questo lume di luna tra i rami e così pure questo attimo e io stesso. L’eterna clessidra dell’esistenza viene sempre di nuovo capovolta e tu con essa, granello della polvere!”.

L’universo ed il tempo sono parte dello stesso ciclo cosmico, noi stessi ne siamo partecipi. Prigionieri e signori allo stesso tempo. Scriviamo infatti con le nostre azioni l’eternità del Cosmo, ciò che facciamo sarà indelebilmente il perenne presente e futuro nonché passato dell’esistenza. L’infinità eterna del passato e del futuro, per la loro stessa essenza, includono il tutto, qualsiasi avvenimento che è accaduto, accade o accadrà. L’eterno ritorno è quindi una delle basi su cui Nietzsche costruisce la sua teoria del ritorno del Dionisiaco e delle metamorfosi cui l’uomo deve sottoporsi se vuole liberarsi dalle catene della morale.

Non esistendo Dio alcuno, né avendo tutta l’esistenza un senso, è necessario che l’uomo si liberi e si alzi al di sopra della morale e della legge, non per cadere in uno stato di anarchia edonistica pura, bensì per ritornare alla Terra, alla Natura e alla sua perfetta amoralità. Una verità così sconvolgente rivelata a qualsiasi essere umano ha la capacità di distruggere ogni volontà e portare alla follia: l’eternità è sì parte di te, ma in una ripetizione ciclica che non ha alcun senso o importanza.

Ed è qui che entra in scena l’Oltreuomo Nietzschiano e il suo amor fati. Questo atteggiamento, traducibile come “amore del fato”, (o destino), è un tratto fondamentale dell’oltreuomo. Egli infatti ha la capacità di far coincidere la propria volontà con il corso degli eventi così come sono, nella loro insensata casualità. L’oltreuomo accetta il destino e la sua vita così come sono, accetta l’eterno ritorno per quello che è, anzi, egli ne è il vittorioso campione perché fa coincidere la propria vita e volontà con ciò che accadrà ed è accaduto: l’uomo nuovo ha vinto, ha sempre vinto e sempre vincerà, questo in un sistema in cui tutti perdono. Egli infatti prova un profondo amore gioioso e vivificante per la vita intera così come si manifesta, ne ama ogni aspetto caotico e terribile.

Già gli antichi d’altra parte avevano immaginato il tempo come un elemento ciclico dove non esistono inizio né fine ma un continuo ripetersi degli eventi. Il simbolo usato per rappresentare la ciclicità del cosmo fu l’uroboro, dal greco οὐροβόρος, che significherebbe “[serpente] che si morde la coda”. Questo simbolo rappresenta infatti un serpente, o un drago, nell’atto di mangiarsi la coda. L’immagine, che a prima vista appare fissa, nasconde in sé invece una grande mobilità e dinamicità. Il serpente che divora sé stesso rappresenta l’energia universale in perenne movimento che si consuma e rinnova in un continuo e ciclico nascere e perire. L’uroboro è l’Uno, l’eterno ritorno, l’immortalità e la perfezione attraverso la decadenza e la morte. Diventato celebre negli ambienti alchemici e mistici, l’uroboro verrà utilizzato come simbolo anche dalla Società Teosofica fondata da Helena Petrovna Blavatsky.