Una Vita di Poesia: Charles Baudelaire

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                                    “Quando si ha un figlio come me non ci si risposa

Da una lettera di Charles alla madre

Charles Baudelaire è tra gli artisti più enigmatici e controversi, noto per i suoi vizi, le sue poesie e la fama d’essere maledetto. Ma cosa si nasconde dietro la sua figura? Cosa ha reso l’uomo Baudelaire il poeta che ora tutti conosciamo?

Dal carattere poliedrico ed acuto, Baudelaire scrive una poesia ricca di spunti di riflessione su numerosi interrogativi riguardanti la sua vita. Tra questi, uno che sta alla base della sua figura è la relazione tra il poeta ed il sesso femminile. Leggendo “Le Fleurs du Mal”, infatti un aspetto che subito viene colto è il rapporto contraddittorio che Baudelaire sviluppa con le donne. Queste infatti hanno accompagnato lo scrittore durante tutte le sue fasi, da quella giovanile fino al periodo bohémien e del dissesto economico, giocando così un ruolo fondamentale nella sua vita sentimentale ed artistica. Dalle poesie che Baudelaire dedica alle sue numerose amanti, si nota che di loro non prediligeva un particolare carattere (infatti ebbe relazioni con donne molto diverse, passando sia dalle braccia della donna angelo e sia da quelle più carnali) ma tutte condividevano un elemento non indifferente agli occhi del poeta, un mistero che le rendeva oscure ed incomprese, e che contribuiva alla loro bellezza. Questo stesso mistero infatti, se da un lato avvicinava il poeta alle donne, lasciandolo invaghito di chi lo possedeva, dall’altro lo spaventava, costringendolo in ultimo a ripudiarle e maledirle poiché non le comprendeva fino in fondo. Per questo motivo, il poeta è rimasto ossessionato da ciò per il resto della sua vita, cercando di risolvere quel mistero attraverso nuove relazioni che però lo lasciavano insoddisfatto.

La soluzione di questo mistero è sicuramente da ricercare all’interno del complesso rapporto tra Baudelaire e sua madre. Infatti il carattere già sensibile e ribelle del poeta in giovinezza viene ulteriormente scosso quando lei decide di sposare in seconde nozze un altro uomo in seguito alla morte del primo marito, gesto che l’artista considererà come essere abbandonato e lasciato da parte dalla stessa persona che lo aveva messo al mondo, creando così una frattura nel suo animo che tenterà costantemente di risanare colmandola con le attenzioni di altre donne senza però riuscirci. Quello che Baudelaire infatti mancava di raggiungere era l’amore originale, ottenuto senza riserve, che poteva essere donato solo ed esclusivamente da una madre verso il proprio figlio, un amore che continuasse duraturo nonostante i suoi vizi e le sue ossessioni, e che lo accettasse per quello che realmente era. Ed è qui che si nasconde il mistero che il poeta ha cercato di risolvere, ovvero la capacità che ha una donna di amare ed abbandonare, accettare e rifiutare, giurare e poi tradire, come se ciò non compromettesse nulla nel suo animo. Tutto ciò indusse in Baudelaire un complesso di Edipo, alterando la sua concezione di donna tanto che chi non lo ha compreso lo appellò come misogino. Proprio la prima sensazione di abbandono provata dalla madre, a mio avviso, convertì Baudelaire da semplice uomo a complesso artista, concedendoci ai giorni nostri di gustare immensa poesia ottenuta però in cambio di una vita tormentata in perenne ricerca di qualcosa che troverà solo negli ultimi anni, quando si riavvicinerà alla madre, dopo la morte del patrigno. Proprio quest’ultima dirà di Baudelaire “Se Charles si fosse lasciato guidare dal suo patrigno, la sua carriera sarebbe stata ben diversa. Non avrebbe lasciato un nome nella letteratura, è vero, ma saremmo stati tutti e tre felici”.

Anche in questo caso, come per Agosta Kristof nell’espisodio precedente, se la vita non avesse agito con le sue difficoltà non avremmo avuto la poesia.

Una Vita di Poesia: Agota Kristof

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Vivere

Nascere
Piangere succhiare bere mangiare dormire aver paura
Amare
Giocare camminare parlare andare avanti ridere
Amare
Imparare scrivere leggere contare
Battersi mentire rubare uccidere
Amare
Pentirsi odiare fuggire ritornare
Danzare cantare sperare
Amare
Alzarsi andare a letto lavorare produrre
Innaffiare piantare mietere cucinare lavare
Stirare pulire partorire
Amare
Allevare educare curare punire baciare
Perdonare guarire angosciarsi aspettare
Amare
Lasciarsi soffrire viaggiare dimenticare
Raggrinzirsi svuotarsi affaticarsi
Morire.

Agota Kristof

Agota Kristof è stata tra le voci che maggiormente hanno rappresentato le controversie del ‘900, ricco sia di enormi aspettative per il futuro, con la modernità che pian piano si faceva sempre più presente nel mondo, e sia dei drammi della guerra, dovuta al desiderio di potere a cui l’uomo aspira. Dall’incontro tra l’animo sensibile di Agota e la durezza della vita, nasce la sua poesia, appuntita come “Chiodi”.

Spesso ci si stupisce di quanto l’arte possa affiancarsi ad opere disumane, che lasciano in chi le medita un senso di vuoto e sgomento; basti bensare a Goya, Munch, a Caravaggio, capaci di sovvertire quel dogma secondo cui l’arte innalza l’animo dell’uomo avvicinandolo ad una condizione di estasi. Agota si inserisce in questa speciale classe di artisti, in quanto con la sua poesia non eleva l’uomo ma lo rivela per ciò che realmente è, portandolo al piano più essenziale dell’esistenza. E di fatto, recitando i suoi versi, si respira la vita reale in componimenti come “In fabbrica”, “Il condannato” o “Chiodi”, da cui prende nome la sua raccolta di poesie. Il suo modo di scrivere è corrotto dall’esperienza di aver vissuto lontana dalla sua terra natia, l’Ungheria, a causa dell’intervento dell’Armata Rossa per reprimere le rivolte contro la Russia, costringendola ad emigrare appena ventenne in Svizzera con la figlia e a lavorare in fabbrica per sostenersi. Questa improvvisa rottura tra ciò che era, l’idillio del suo paese natale, e ciò che sarà, il trasloco in una terra sconosciuta e lontana dai suoi affetti, le lacererà l’animo tanto da affermare che “due anni di galera in Urss erano probabilmente meglio di cinque anni di fabbrica in Svizzera”. Da quella fuga, leggendo le sue pagine, si può scorgere una costante malinconia per il tempo passato nel villaggio dove era nata ma questa sensazione non è accompagnata dalla dolcezza dei ricordi di quei momenti ma dal risentimento e dalla tristezza di aver perso per sempre quella sua piccola ma ideale realtà. Per queste ragioni Agota nelle sue poesie tratta costantemente tematiche come l’abbandono, l’isolamento, la morte senza lasciare al lettore nessuno spiraglio di speranza, reclusa ormai al passato che non potrà più tornare.

Ancora una volta, il dramma della vita ha cambiato l’animo di un uomo rendendolo più grande e complesso di quello che sarebbe stato se non fosse mai stato toccato dalle difficoltà a dalle tragedie. Tutto questo ci ha consegnato a noi lettori una poetessa che ha dedicato la sua vita alla ricerca di una umanità perduta, di una realtà che va oltre la carne a cui costantemente aneliamo quando ci chiediamo”Chi sono io?”. Ma qual’è stato il prezzo dell’artista per questa scoperta?

Con quanto detto, inauguro un ciclo di articoli in cui verrà analizzato in che modo la vita ha cambiato l’uomo rendendo quest’ultimo un poeta.

Iro Iro. Il Giappone tra pop e sublime di Giorgio Amitrano, al Monastero dei Benedettini di Catania

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Nei locali dell’Auditorium “Giancarlo De Carlo” del Monastero dei Benedettini di Catania, si è tenuto un incontro con il prof. Giorgio Amitrano,  docente di “Lingua e Letteratura Giapponese” presso l’Università degli Studi di Napoli L’Orientale, alla presenza e con l’intervento del prof. Paolo Villani e il prof. Paolo La Marca, entrambi docenti del Dipartimento di Scienze Umanistiche dell’Università degli Studi di Catania.

Il prof. Amitrano, celebre traduttore di autori come Murakami Haruki, Yoshimoto Banana, Kawabata Yasunari e Miyazawa Kenji, ha presentato il suo ultimo libro “IRO IRO – Il Giappone tra pop e sublime”. 

Orientalista, esperto di lingua e letteratura giapponese, ha vinto nel 2008 il Premio Grinzane Cavour per la traduzione. Premiato anche con il XII Premio Noma Bungei. E per quattro anni è stato direttore dell’Istituto di Cultura italiana a Tokyo.

Se siete degli appassionati del Giappone, non potete fare a meno di leggere questa sua meravigliosa guida della cultura nipponica. Iro in giapponese significa colore. Invece Iro iro, raddoppiato, è una miscellanea variopinta. Il libro è articolato in capitoli che raggruppano i tratti distintivi della cultura giapponese come la scrittura, la cerimonia, la felicità, la realtà, le stagioni, il karaoke e la bellezza.  Amitrano scrive dei quattro anni passati a studiare calligrafia, soffermando sopratutto sui classici e su fenomeni letterari di successo come Murakami e Yoshimoto. 

Alla scoperta del pop di grande intrattenimento, per raccontare la storia di un popolo che affascina sempre di più i lettori: “kaizen” l’arte di migliorare, “akogaré” passione e “iki” seduzione.  I riferimenti spaziano dagli scrittori più sofisticati ai manga, agli  artisti Araki, Tadao Ando, la bravissima cantante enka Misora Hibari e tanti altri ancora.  Insomma, un meraviglioso caleidoscopio di profondità, bellezza e fascino, che hanno dato tanto alla letteratura del Sol Levante.

La cieca indifferenza dell’uomo nell’opera di Saramago

saraIl capolavoro dello scrittore portoghese José Saramago come metafora dell’indifferenza

“Finalmente si accese il verde, le macchine partirono bruscamente […] ma si notò subito che non erano partite tutte quante. Alcuni conducenti sono già balzati fuori, pronti a spingere l’auto in panne fin là dove non blocchi il traffico, picchiano furiosamente sui finestrini chiusi […] l’uomo che sta dentro ripete una parola, non una, due, infatti è così, come si viene a sapere quando qualcuno finalmente riesce ad aprire uno sportello. Sono cieco.” 

Non un nero buio a calare sugli occhi dell’umanità, ma un abbacinante chiarore acceca poco alla volta tutti gli uomini. Così comincia il celebre romanzo Cecità di Josè Saramago. Narratore, poeta, drammaturgo, giornalista nonché unico portoghese ad aggiudicarsi il premio Nobel per la letteratura nel 1998, è stato da molti definito “visionario ed eretico”, una figura scomoda per la sua continua battaglia alla narcolessia sociale e ad ogni tipo di dittatura militare, ideologica e morale. Nato ad Azinhaga, in Portogallo, il 16 novembre 1922, durante il periodo della giovinezza abbandonò gli studi universitari per difficoltà economiche mantenendosi intanto con i più disparati lavori, tra cui disegnatore di bozze, giornalista, traduttore, fino a impegnarsi stabilmente nel campo editoriale come direttore letterario e di produzione, decidendo peraltro di consacrare la propria vita alla scrittura fino al 2010, anno della sua morte, con uno stile unico, originale, ironico e pungente.

Cecità, suo grande capolavoro pubblicato nel 1995, si configura come un continuo flusso di pensieri, un esperimento sociologico che analizza a fondo la natura dell’uomo, la sua prepotente malvagità, l’egoismo, la paura, il dolore. Il romanzo è ambientato in un tempo indefinito, in un luogo altrettanto imprecisato in cui improvvisamente – a causa di una strana epidemia – l’intera popolazione si ritrova cieca, perduta inevitabilmente in un “mare di latte”. Lo si potrebbe definire un saggio, un approfondimento dettagliato sull’assenza di umanità: perduta la vista, gli uomini danno sfogo ai loro istinti più bassi, privati non solo dell’uso degli occhi ma anche della compassione, della sensibilità.

Il mondo sprofonda nel caos. La situazione, di per sé paradossale, mostra con agghiacciante crudezza quanto fragile sia l’animo umano, quanto poco basti per lasciarlo sprofondare nel gorgo delle sue paure. Perdere la vista significa perdere la ragione per ritrovarsi in un profondo dramma sociale in cui vige la legge del più forte. Sopraffazione e violenza sono, purtroppo, immagini vive e sempre attuali di una società di ciechi vedenti:

Non siamo diventati ciechi, secondo me lo siamo. Ciechi che vedono, ciechi che pur vedendo, non vedono.”

Saramago costringe il lettore a fare i conti con una realtà spaventosa, presente anche al di fuori delle pagine del romanzo: siamo già malati di una malattia terribile che si manifesta con l’indifferenza più assoluta. Eppure non tutto sembra perduto. L’eccezione a questo spietato individualismo si cela in una donna che possiede ancora la vista e con pazienza aiuta un gruppo di uomini e donne a districarsi in quella giungla impazzita che è diventata la loro vita. E’ quasi come un rimprovero, quello di Saramago, quasi volesse dire: siamo spacciati, ma non del tutto. Due occhi soli a testimoniare il degrado e lo squallore della società contemporanea, così cieca da non vederlo. Il fatto che nel romanzo una sola persona sia immune dal contagio lascia pensare che in pochi, oggi, si rendano conto di quanto stia accadendo. Ma la cecità di cui parla l’autore è bianca, abbacinante, non ha niente a che vedere col buio a cui siamo abituati ad associarla. Non una punizione divina, bensì un’improvvisa chiarezza, così improvvisa da sembrare al tempo stesso un avvertimento ed una lezione.

Così, la cecità rappresenta lo specchio di una cecità interiore da cui Saramago ci mette in guardia, per recuperare il senso di solidarietà per il quale, forse, si può ancora fare qualcosa.

“Cecità è vivere in un mondo dove non vi sia più speranza”

scrive Saramago, fornendo al lettore una piccola scintilla di quella stessa disperata speranza negli occhi dell’unica donna che ancora vede.

 

Ernest Hemingway, la poetica e il pensiero

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Ernest Hemingway con il suo stile di scrittura ha lasciato un’impronta indelebile nel mondo della letteratura. Tuttavia alcuni gli riconoscono l’etichetta di scrittore “semplice” e “superficiale”.

Vincitore del premio Nobel per la letteratura, il tormentato scrittore e giornalista statunitense Ernest Hemingway crea un nuovo stile di scrittura, denominato “Iceberg Theory“, che pone la sua attenzione su elementi apparentemente superficiali, evitando di esprimere in modo esplicito le problematiche affrontate. La sua prosa è subito riconoscibile per l’energia del linguaggio, l’uso essenziale degli aggettivi e l’utilizzo di frasi brevi e ritmiche su cui si concentrano azioni, piuttosto che riflessioni.

Hemingway ritiene infatti che il significato più profondo di una storia non dovrebbe essere facilmente compreso, ma dovrebbe risplendere implicitamente. Alcuni critici sostengono che lo scrittore abbia usato questo metodo stilistico non solo per la sua esperienza nel giornalismo, in cui la capacità di sintesi gioca un ruolo fondamentale, ma anche per allontanarsi dai personaggi creati. L’etichetta di scrittore “semplice”, che ancora oggi gli viene talvolta inflitta, è piuttosto superficiale; Hemingway revisiona in modo ossessivo il proprio lavoro, operando un’accurata selezione degli elementi indispensabili per raccontare la storia ed eliminando così i dettagli non essenziali. Il risultato di questo duro lavoro è una prosa molto originale che riduce al minimo le parole, sintatticamente semplice, priva di fronzoli e con dialoghi concisi.

Mai ridondante ed eccessivo, si avvale qualche volta della tecnica narrativa del “flusso di coscienza“, adottata da James Joyce e da Virginia Woolf, perfeziona in modo magistrale la creazione di dialoghi realisti in cui prevale il “non detto“, mostrando i limiti della comunicazione umana e talvolta mettendo in risalto il modo di parlare dei personaggi creati, ritenendolo molto più importante di quello che dicono. Come egli stesso sostiene, la forza di una storia proviene da quello che viene omesso e, a tal proposito, esemplifica l’originalità della sua tecnica con il noto esempio dell’iceberg: di esso vediamo solamente quell’ottavo che emerge dall’acqua, ma sono i sette ottavi sommersi a dargli forza e maestosità.

Nonostante l’introspezione sia ridotta al minimo indispensabile e prevalga la sequenza dialogo-azione-dialogo-azione, Hemingway riesce a raccontare in modo semplice anche il personaggio più complesso, la più inafferrabile delle emozioni o la più difficile delle situazioni, mostrando un’abilità geniale nella caratterizzazione dei personaggi. Non elabora gli eventi perché desidera essenzialmente raccontare i fatti così come sono, anche nella loro brutalità, e seleziona accuratamente ciò che un personaggio sceglie di dire, lasciando appena intuire l’aspetto più importante del linguaggio umano: quel “non detto” che ne mette in luce il conflitto interiore. A volte il suoi personaggi dicono solamente ciò che ritengono l’altro voglia sentirsi dire, riuscendo a catturare la complessità della comunicazione umana attraverso la sottigliezza e l’implicazione diretta del discorso.

Il poeta americano Archibald MacLeish scrisse così a proposito di Hemingway: «[…] la sua opera rifletteva sinceramente e senza retorica i vizi, le virtù e l’essenziale umanità delle persone tra le quali egli era vissuto […] la forza e la vivacità dei suoi scritti è stata talmente potente da riuscire ad infrangere le barriere del linguaggio e la nebbia delle mistificazioni». Altro genio indiscusso della cosiddetta “Generazione perduta“, che annovera giganti della letteratura del calibro di Francis Scott Fitzgerald, John Steinbeck, Henry Miller e Thomas Eliot, le sue opere sono oggi considerate vere e proprie pietre miliari della letteratura mondiale e la sua vita, straordinariamente avventurosa e ricca di viaggi, conflitti e relazioni amorose, fatica ad essere associata a quella del comune scrittore davanti ad una scrivania e ad un foglio bianco da riempire. A volte, se vediamo una sua foto dinnanzi ad una macchina da scrivere, ci domandiamo come sia riuscito a trovare il tempo per donarci opere di simil valore.

Nelle sue produzioni emerge quasi sempre il modello dell’uomo coraggioso, che ritiene naturale agire per compiere un dovere, qualunque sia il prezzo da pagare. Lo stesso scrittore cerca di condurre la propria esistenza come i personaggi ideali che crea, cercando sempre di dare un’immagine di sé audace, combattiva ed incapace di piegarsi a qualsiasi angheria. Pienamente convinto di essere in grado di discernere ciò che è eticamente corretto da ciò che è sbagliato e che non reca miglioramenti alcuni alla società, destina le figure negative e vigliacche che appaiono nei suoi scritti ad una vita triste e prevedibile.

Appassionato di corride, sfide di caccia e di pesca, non esita mai a prendere a pugni chiunque lo offenda. Amante del rischio e dell’avventura, si compiace dell’attrazione esercitata sulle donne e dona al suo alto consumo di alcool una luce eroica e leggendaria. Le tematiche che Hemingway affronta nei suoi libri riguardano principalmente la natura, la guerra, la passione, l’amore e la morte. La relazione tra l’uomo e la natura vede quest’ultima “invincibile” e, sebbene l’uomo faccia di tutto per opporsi ad essa, è costretto sempre ad arrendersi dinnanzi alla sua smisurata forza. Consapevole di essere indifeso dinnanzi alla sua potenza, l’uomo esprime la sua grandezza con il coraggio di accettare con dignità il proprio destino e col nutrire un grande rispetto verso qualsiasi avversario lotti con onore contro una natura impossibile da sconfiggere e guardando oltre l’istinto di sopravvivenza insito in tutti noi. Uomini e animali.

Ma non è solo il tema del rapporto uomo-natura a predominare nelle sue opere. Hemingway racconta anche la violenza e la brutalità della guerra non solo perché il suo animo, estremamente sensibile, viene oltraggiato dalla crudeltà vista nei campi di battaglia, ma anche perché affascinato da questo argomento che racchiude numerose tematiche su cui riflettere e indaga sugli stati emotivi estremi degli uomini durante azioni di particolare tensione psicofisica. Non vi è alcuna poesia in un atto così ripugnante come la guerra e il nostro scrittore racconta infatti i dettagli più agghiaccianti in modo asciutto e realista.

Tuttavia riesce a capovolgere gli stereotipi della narrativa di guerra evidenziando che, a differenza di ciò che molti raccontano, il combattente non diventa affatto abbrutito da ciò che i suoi occhi vedono e, prima di qualsiasi azione bellica, prende il sopravvento la solidarietà nei confronti degli altri dinnanzi ad una vita priva di senso, così come spesso sottolinea il nostro autore nei dialoghi che crea. Emergono proprio nei momenti più duri quei sentimenti di fratellanza, amore e passione che spesso teniamo nascosti per difenderci dalle amarezze della vita.

L’ opera di Hemingway sembra insinuarsi quasi di nascosto in un’esistenza piena e appassionata in perenne sfida contro la morte. La sua è una letteratura che si tramuta in un’emanazione della sua vita, lasciando emergere le incoerenze di un uomo tormentato, in continuo confronto con un con un mondo che amplifica il suo tormento esistenziale e quel senso di impotenza che lo accompagnerà per tutta la vita. Così come succede ai suoi eroi, sprezzanti del pericolo e volti a vivere un’esistenza vissuta, lottatori sconfitti dalla vita, mai vili o «vincitori che nulla ricavano dalla loro vittoria». Uomini che vivono in modo vero e che non si perdono nell’anonimato della massa conformista.

Nato il 21 luglio del 1899 a Oak Park, un sobborgo di Chicago, Ernest Hemingway eredita dal padre, un medico proprietario di una fattoria situata nei boschi del Michigan, l’amore per lo sport, la caccia, la pesca, l’avventura e la vita all’aria aperta. La madre, un’aspirante cantante lirica, cerca di farlo appassionare allo studio della musica. La sua infanzia trascorre nel Michigan a stretto contatto con la natura, aiutandolo così a sviluppare l’abitudine di vivere in modo solitario, facendo a meno delle comodità. Sin da bambino impara a praticare diversi sport, fra i quali esercita una profonda attrazione in lui, dopo essere stato derubato da alcuni compagni, il pugilato. Una passione sorta non solo perché vuole imparare presto a difendersi, ma anche per l’irresistibile attrazione verso le sfide e le forti emozioni che ne derivano.
Studente molto brillante, nella sua carriera scolastica è decisivo l’incontro con due insegnanti che lo incoraggiano a coltivare il suo amore per la scrittura. Dopo aver conseguito il diploma, nel 1917, nonostante i tentativi del padre di convincerlo ad iscriversi all’università, e quelli della madre di studiare musica, Ernest preferisce non continuare gli studi, iniziando già a mostrare le sue doti di giornalista presso il “Kansas City Star“, dove lavora come cronista. L’anno seguente, per un difetto all’occhio sinistro è impossibilitato ad arruolarsi nell’esercito degli Stati Uniti appena entrati in guerra. Tuttavia trova il modo di partecipare diventando autista di autoambulanze della Croce Rossa. Nello stesso anno viene gravemente ferito mentre tenta di salvare un soldato colpito e tale esperienza lo segnerà profondamente. Dopo aver ricevuto una medaglia d’argento al valore militare per il coraggio mostrato, nel 1919 torna a casa e viene accolto come un eroe.

Il suo temperamento inquieto non si placa e la sensazione di trovarsi nel posto sbagliato lo perseguita continuamente. Soffre anche di insonnia e comincia a bere per sconfiggerla. S’immerge nella lettura e scrive. Invia alcuni racconti che non trovano alcun riscontro nel mondo dell’editoria. Le incomprensioni con i genitori, ogni giorno sempre più aspre, oltrepassano ogni limite al punto di spingere il padre, uomo debole e sopraffatto dalle pressioni della moglie, a cacciare di casa il figlio, accusandolo di essere inconcludente e sfaticato. Senza soldi e senza casa, Ernest è costretto a trasferirsi a Chicago, dove sarà ospitato dal fratello di un suo amico. Proprio in quella casa conoscerà Elizabeth Hadley Richardson, una giovane pianista sei anni più grande di lui che sposerà nel 1921, potendo fare affidamento sulla rendita annuale della ragazza, visto che con i suoi miseri guadagni da giornalista non è ancora in grado di mantenere una famiglia.

La coppia sogna di andare a vivere in Italia, ma il noto scrittore Sherwood Anderson, consiglia loro di trasferirsi a Parigi, capitale indiscussa della cultura europea. Ernest, dopo alcuni soggiorni per motivi di lavoro in Spagna e in Svizzera, segue il consiglio dell’amico e si stabilisce a Parigi insieme alla moglie. Frequenta gli artisti e i letterati che fanno riferimento a Gertrude Stein, e conosce lo stimolante ambiente culturale parigino del periodo che influenzerà non poco la sua narrativa, inducendolo a riflettere sul linguaggio e indirizzandolo verso la rottura definitiva con gli schemi accademici.

Proprio a Parigi pubblica il suo primo libro, “Tre racconti e tre poesie” (1923), e assiste alla nascita del primo figlio. L’anno seguente sarà la volta di un altro libro, “Nel nostro tempo” (1924) e, tra il 1926 e il 1927, saranno pubblicati quei libri che, oltre a confermare il talento dello scrittore, riscuotono un enorme successo di pubblico e di critica, “Torrenti di primavera” (1926), “Fiesta” (1926) e “Uomini senza donne“.

Nello stesso anno divorzia da Elizabeth per convolare a nozze con Pauline Pfeiffer, una ricca amica della moglie ex redattrice della rivista parigina di “Vogue“. La coppia tornerà negli Stati Uniti nel 1928, stabilendosi a Key West, in Florida. Da Pauline Ernest avrà il secondo figlio. Ernest trascorre il tempo scrivendo, pescando e cacciando in Florida. Nel 1928 il padre, stremato da un male incurabile, si uccide sparandosi in testa. La tragedia di tale avvenimento lo spinge ancor più a maturare la consapevolezza di dover affrontare la vita come un’instancabile e perenne sfida con se stessi in un mondo privo di senso. Nel 1929 viene pubblicato uno dei suoi libri più noti, “Addio alle armi“, e nasce il suo terzo figlio. Il libro racchiude le tematiche più care a Hemingway: la guerra, la morte, l’amore e l’umanità sono infatti al centro della riflessione dell’autore.
Protagonista il giovane americano Frederic Henry, autista di un’ambulanza che presta servizio nei reparti sanitari dell’esercito italiano. Frederic s’innamora, ricambiato, di un’infermiera inglese, Catherine Barkley, e, quando viene ferito, la donna si trasferisce nello stesso ospedale in cui è ricoverato per prestargli le cure di cui ha bisogno. L’uomo però è costretto a tornare al fronte e si trova coinvolto nella drammatica ritirata di Caporetto. Il giovane decide di disertare ricongiungendosi alla donna di cui è innamorato, condannando apertamente gli orrori e l’insensatezza della guerra.
Appare chiaro che il romanzo abbia tratto ispirazione dalla partecipazione dell’autore alla guerra, vissuta realmente durante il primo conflitto mondiale. Così come Frederic, Hemingway viene ferito ad una gamba e, durante la permanenza in ospedale si innamora della giovane infermiera Agnes von Kurowsky. La relazione tra i due, particolarmente burrascosa, induce la ragazza a mettere fine alla storia.
Il romanzo non si limita a narrare gli eventi amorosi e bellici; in esso è infatti racchiuso il pensiero di Hemingway sull’insensatezza della vita, appesa al filo sottilissimo della precarietà e di eventi, perlopiù creati dagli stessi uomini, di cui lo stesso uomo non riesce a comprenderne il significato. Gli unici istanti di pace si trovano nell’amore, il solo sentimento che riesce a dare un senso alla vita.
Pubblicato in Italia solo nel 1948 perché ritenuto antimilitarista dal governo fascista, grazie a Fernanda Pivano, che lo traduce clandestinamente nel 1943, sarà letto qualche anno prima da alcuni lettori. A causa di questo “reato”, Fernanda verrà incarcerata.

Ritenuto già ad appena trent’anni un patriarca della letteratura, lo scontroso e spesso attaccabrighe Hemingway, noto anche per il consumo smoderato di alcool, diventa ogni giorno più famoso e non sono pochi a chiamarlo “Papa“. La sua passione per la corrida, evidente anche nel libro “Fiesta”, viene racchiusa nel romanzo “Morte nel pomeriggio” (1932), a cui seguirà l’anno seguente una raccolta di racconti dal titolo “Chi vince non prende nulla“. In quel periodo partecipa anche al suo primo safari in Africa, continente in cui trascorre i pochi momenti felici della sua vita.

Nel 1935 esce il romanzo, in cui lo stesso scrittore ne è protagonista, “Verdi colline d’Africa“. Acquista una grande imbarcazione che recherà il nome di “Pilar”, celebre santuario spagnolo, e nello stesso tempo nome in codice della sua terza moglie.
L’anno seguente il mondo è sconvolto dall’esplosione della guerra civile spagnola. Hemingway, dopo aver completato il suo unico romanzo ambientato negli Stati Uniti, “Avere e non avere” (1937), parte come corrispondente di guerra della “North American Newspaper Alliance“.

Durante la permanenza in Spagna conosce la giornalista e scrittrice Martha Gellhorn, che diventerà la sua terza moglie dopo il divorzio da Pauline. La coppia si trasferisce a Cuba, paese molto amato da Hemingway, dove scriverà il celeberrimo e struggente romanzo “Per chi suona la campana” (1940) da cui è stato tratto un film, anch’esso di enorme successo, interpretato da Gary Cooper e Ingrid Bergman.

Dopo la seconda guerra mondiale, ancora una volta corrispondente di guerra insieme a Martha, s’innamora della giornalista americana Mary Welsh, che conquista a suon di versi e che sposerà dopo aver ottenuto il divorzio dalla terza moglie (1946). Soggiorna molto tempo in Italia e a Venezia instaura una profonda amicizia con Adriana Ivancich, di appena diciannove anni. Da tale legame, dolce e paterno, Hemingway trarrà ispirazione per il romanzo, “Di là dal fiume e tra gli alberi” (1950), che però non entusiasma il suo ormai numeroso pubblico. Il successo internazionale giungerà ancora una volta appena due anni dopo con il commovente romanzo breve “Il vecchio e il mare“.

La storia del vecchio e povero pescatore cubano che riesce a catturare un enorme marlin dopo tre giorni di lotta, vende cinque milioni di copie in soli due giorni, ottiene il premio Pulitzer e nel 1954 il premio Nobel per la letteratura. Hemingway riprende ancora una volta ne “Il vecchio e il mare” il controverso rapporto tra l’uomo e la natura, usando il simbolismo del mare che, con la sua immensa potenza, riesce a rappresentare in modo efficace la natura invincibile. E la lotta di quell’ uomo coraggioso e pervicace diventa a sua volta simbolo di quella stessa natura di fronte alla quale siamo e ci sentiamo spesso impotenti. Il senso di colpa che si annida nel monologo del pescatore è particolarmente significativo e mostra ancora una volta l’impossibilità dell’uomo di cambiare la natura: «È stupido non sperare, pensò. E credo che sia peccato. Non pensare ai peccati, pensò. Ci sono abbastanza problemi adesso, senza i peccati. E poi non riesco a capirli. Non riesco a capirli e non sono certo di credervi. Forse è stato un peccato uccidere il pesce. Credo proprio che sia così, anche se l’ho fatto per vivere e per nutrire molta gente. Ma allora tutto è un peccato. Non pensare ai peccati. È troppo tardi per pensarci e c’è chi è pagato apposta per farlo. Lascia che ci pensino loro. Tu sei nato per fare il pescatore e il pesce è nato per fare il pesce».

Non potrà ritirare il Nobel vinto a causa delle ferite riportate in due incidenti aerei. Quando infatti gli annunciano la vittoria, lo scrittore risponde con un laconico «Troppo tardi». Nonostante l’ammirazione per Fidel Castro, l’avvento del comunismo a Cuba rende il nostro scrittore, dalla salute ormai malferma, insicuro della stabilità politica del paese e, dopo vent’anni, Hemingway torna negli Stati Uniti nel 1959.
Gli ultimi anni della sua vita trascorrono in modo molto infelice.
olpito da una profonda depressione, che lo porta a esasperare il suo alcolismo, assiste al deterioramento delle sue condizioni di salute, non prima di aver scritto altri tre libri “Festa mobile“, “Il giardino dell’Eden” e “Un’estate pericolosa“, che saranno pubblicati dopo la sua morte. Sottoposto dai medici della clinica in cui viene ricoverato all’elettrochock, perde la memoria. Impossibilitato a scrivere e sempre più disperato, decide di porre fine alla sua vita con un colpo di fucile il 2 luglio del 1961, a Ketchum, nell’Idaho. Anche la fine della sua esistenza sembra riprendere il tema che domina la sua produzione artistica: l’incessante sfida alla morte. Hemingway l’ha sempre sfidata nel corso della sua vita e, come tanti altri scrittori e artisti, è riuscito ad avere il sopravvento sulla morte: i suoi libri sono divenuti classici della letteratura e seguitano ad avere un successo inarrestabile. Una lunga sfida, dunque, da cui non uscirà mai sconfitto.

J.K. Rowling e il suo Harry Potter tra mitologia, alchimia ed esoterismo

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Apparentemente una saga per ragazzi, ma Harry Potter è un concentrato di lunghi studi e ricerche tra esoterismo irlandese, britannico e norreano

Che per scrivere un libro servano studio, ricerca e dedizione, lo sappiamo tutti. Ma per scrivere la saga di Harry Potter? La Rowling ha ribadito spesso che ci sono anni di studio dietro la creazione del Mondo Magico, necessari per renderlo ricco e multiforme, sempre capace di stupirci. Riprendendo in mano la saga ho pensato di sintetizzare tutto ciò che sappiamo sulle fonti di questa grande autrice, sperando di non scadere nelle banalità che già conoscete e consapevole che in materia si potrebbero scrivere libri interi.

Innanzitutto, è evidente come la Rowling si sia ispirata molto a mitologia e folklore di tutto il mondo, sebbene l’ambientazione privilegi il sovrannaturale europeo, specialmente parlando delle creature magiche. Certo, a volte vengono tirate in ballo entità comuni a tutte le culture, come i fantasmi e i poltergeist, ma la Rowling sa scavare più a fondo, introducendo la Caccia dei Senzatesta, versione più giocosa dell’irlandese dullahan, il cavaliere decapitato. Anche esseri acquatici come i maridi (merfolk) sono diffusissimi ovunque, fin dagli Assiri, ma in questo caso l’ispirazione alle mermaid britanniche, presenti anche in laghi e fiumi d’acqua dolce, è palese.

Propri invece dell’immaginario europeo sono i goblin, che, nelle loro molte varianti locali (compresi gli irlandesi Berretti Rossi), sono sempre descritti come malvagi e avidi di oggetti preziosi – non troppo distanti dai tesorieri della Gringott. Ma l’autrice sa anche reinterpretare altre antiche credenze europee, come avviene con gli elfi: infatti, se la tradizione germanica li vedeva come demoni e quella norrena li associava agli Æsir, lei li accosta agli spiritelli domestici irlandesi.

Sempre irlandesi sono i leprecauni, la mascotte della Nazionale Irlandese di Quidditch, così come lo sono le banshee, gli spiriti femminili che preannunciano l’imminente morte di un familiare e in cui si trasforma il Molliccio dell’irlandese Seamus Finnigan. E a proposito di Mollicci (Boggart), essi ricordano i mostri mangiatori di bambini di svariate tradizioni popolari, come il celtico Bugbear o lo spagnolo Coco (orribile mutaforma il cui aspetto originale è sconosciuto).

E vogliamo dimenticare la mitologia norrena? Ovviamente no: a essa appartengono i giganti, anche qui un popolo bellicoso come gli Jötunn norreni, e i troll. E cosa dire del bestiario greco-romano, da cui la Rowling ha tratto le fenici e i basilischi? Se in Cina le fenici accompagnavano la venuta di grandi uomini saggi, in moltissime altre mitologie sono simbolicamente legate al sole e descritte come uccelli che, ciclicamente, muoiono per autocombustione e rinascono dalle proprie ceneri, come il Bennu egiziano, l’Uccello di Fuoco slavo e il persiano Simurgh. Molto spesso, però, questi uccelli sono anche grandi cacciatori di serpenti, come il Garuda indiano, il nemico giurato dei Naga. Interessante, se pensiamo al ruolo giocato da Fanny nell’uccisione del basilisco! Quest’ultimo, invece, è stato inizialmente descritto da Plinio il Vecchio come un piccolo serpente velenosissimo, e il nome di ‘re dei serpenti’ gli è stato attribuito da Isidoro di Siviglia, mentre il fatto che nasca da un uovo di un gallo è da attribuire a Beda il Venerabile (probabilmente lo stesso monaco e storico che ha ispirato Beda il Bardo). Ma anche Fierobecco ha origini classiche, poiché il primo ad aver descritto un ippogrifo è stato Virgilio nelle Egloghe, sebbene quello de L’Orlando Innamorato sia più famoso, oltre che, di solito, cavalcabile solo da maghi. Infine, Fuffi ricorda ovviamente Cerbero, il cane a tre teste a guardia degli Inferi, così come la creatura di Hagrid sorveglia la Pietra Filosofale.

Ma non pensate sia finita: la Rowling ha attinto a piene mani dalla mitologia anche per i nomi dei suoi personaggi. Per i licantropi, se Fenrir Greyback è riferito al terribile lupo norreno Fenrir, Remus Lupin prende spunto da Romolo e Remo, allattati da una lupa. Sempre classico è il rimando del custode Argus Gazza ad Argo, il gigante dai cento occhi ‘che tutto vede’. E se la traduzione originale italiana ha fatto onore a Sibilla Cooman, visto che le sibille erano oracoli e quella Cumana fu consultata dall’Enea virgiliano, altrettanto non si può dire per Minerva McGranitt: come cogliere l’ironia di accostare il nome latino della dea della sapienza col cognome del peggior poeta della letteratura inglese, William McGonagall? E chi di voi sapeva che la civetta Edvige (Hedwig), simboleggiante anche l’innocenza infantile di Harry, è legata alla figura di Santa Hedwig, in onore della quale sono nate le Sorelle di Santa Hedwig, dedite all’educazione degli orfani?

Come se non bastasse, soprattutto per il primo libro della saga, la Rowling ha approfondito la storia dell’alchimia, specialmente riguardo alla cosiddetta Magnum Opus: la creazione della Pietra Filosofale, sostanza da cui poteva derivare l’Elisir di Lunga Vita. L’autrice si è anche ispirata alle credenze sul successo del monaco Nicolas Flamel nella creazione di questi manufatti, che conferirono l’immortalità a lui e alla moglie Perenelle. Infine, ricordiamo che in alcuni ambienti ultrareligiosi si è sparsa l’idea che la saga di Harry Potter contenga riferimenti massonici: ne sarebbe una prova il simbolo dei Doni della Morte, il triangolo contenente un cerchio e una linea verticale (il Mantello dell’Invisibilità, la Pietra della Resurrezione e la Bacchetta di Sambuco), che possono ricordare l’Occhio della Provvidenza. Ovviamente, questo articolo illumina solo la punta dell’iceberg: le fonti della Rowling sono tantissime, voi ne avete scovate altre?

L’inquietudine e il veleno di Fernando Pessoa

Harold Bloom lo ha inserito tra le “cento vite esemplari”, Marcello Veneziani tra i “cento ritratti di maestri sconvenienti”. È “il poeta che abdicò alla vita”.

Ad Antonio Tabucchi dobbiamo anche la scoperta di Fernando Pessoa, di averci portato dentro casa i tanti Pessoa che si rivelano attraverso gli eteronomi: Álvaro de Campos, Ricardo Reis e Alberto Caeiro; e di un semieteronimo, Bernardo Soares, il più aderente alla personalità di Pessoa, che in Il Libro dell’Inquietudine, per Marcello Veneziani in assoluto fra i capolavori del Novecento, svela: «Per me scrivere è disprezzarmi; ma non posso smettere di scrivere. Scrivere è come la droga che odio e che prendo, il vizio che disprezzo e in cui vivo. Ci sono veleni necessari, e ce ne sono di sottilissimi composti di ingredienti dell’anima; erbe còlte nei canti delle rovine dei sogni, papaveri neri trovati vicino alle tombe […], lunghe foglie di alberi osceni che aggirano i loro rami sulle rive sentite dei fiumi infernali dell’anima. Sì, scrivere significa perdermi, ma tutti si perdono, perché tutto è perdita. Però io mi perdo senza allegria, non come il fiume nella foce alla quale nacque ignaro, ma come la pozzanghera creata sulla spiaggia dall’alta marea, e la cui acqua, inghiottita dalla sabbia, non tornerà più al mare». Pessoa-Soares dice anche di aver «vissuto tanto senza avere vissuto! Ho pensato tanto senza aver pensato! Mondi di violenze immobili, di avventure trascorse senza movimento, pesano su di me. Sono stanco di ciò che non ho mai avuto e che non avrò, stanco di Dèi che non esistono. Porto con me le ferite di tutte le battaglie che ho evitato. Il mio corpo è dolorante per lo sforzo che non ho nemmeno pensato di fare».

Veneziani si trattiene dal citare suoi passi, «fra i tanti da me sottolineati, che splendono di una luce triste ma acuta, effondono la melanconica bellezza della verità, l’inutile balenare davanti ai suoi occhi sconsolati. Asceta lievemente autistico di una religione a misura d’individuo, per mondi solitari». Un poeta che abdicò alla vita è il titolo del suo profilo in Imperdonabili. Cento ritratti di maestri sconvenienti.

Se il genio, per Harold Bloom, è «l’aspirazione allo straordinario e al trascendente che, magari senza saperlo, coltiviamo dentro di noi e che alcuni individui hanno saputo realizzare con le loro opere», non è un caso se Pessoa figura tra le cento vite esemplari scelte dal grande critico americano. Scrive Bloom: «Il primo elemento stupefacente in Pessoa è il suo nome, che significa “personaggio” o “maschera”, e può dar conto della sua convinzione di discendere da conversos, motivo per cui fa del mio eteronomo preferito, il fiammeggiante Álvaro de Campos, un ebreo portoghese. Lo preferisco agli altri eteronomi, incluso lo stesso Pessoa, perché estende la proiezione dell’io di Canto di me stesso: “Walt Whitman, americano, uno dei duri” che è anche un Kósmos. Il vero me stesso, diventa il pastorale Alberto Caeiro, mentre la sconosciuta anima whitmaniana sembra trovar posto nell’epicureo Ricardo Reis. Questo permette a “Fernando Pessoa” di mantenersi al di fuori delle tre mediazioni psichiche di Whitman ma non riesce a riscattare la sua poesia dalla grande angoscia di contaminazione che il suo genio comunica invariabilmente a coloro che sono venuti dopo di lui».

Bloom riconosce che «solo il Portogallo, vestigia di un impero, avrebbe potuto dar vita a Pessoa. Il suo talento era enorme e le sue strategie brillanti, ma io mi domando se davvero sia stato il Whitman o l’Hart Crane della sua nazione. Avrebbe potuto fondere le sue alterne identità poetiche, se ci avesse provato? Gli eteronomi sono un’invenzione meravigliosa ma emergono dal fardello del ritardo, dall’ombra di Walt Whitman. Tuttavia è giusto concedere a Pessoa l’ultima parola in merito a questo». E Pessoa non delude: «Con la mancanza di letteratura che c’è al giorno d’oggi, cosa può fare un uomo dotato di genio se non trasformare autonomamente se stesso in una letteratura? Con la mancanza di persone con cui si possa coesistere al giorno d’oggi, cosa può fare un uomo dotato di sensibilità se non inventarsi degli amici, o almeno dei compagni intellettuali?».

Dostoevskij, sempre fino al limite dell’estremo

Fëdor Dostoevskij è considerato uno tra i migliori scrittori di tutti i tempi, capace di scavare nell’animo umano come nessun’altro:”Sempre e in ogni cosa io giungo fino al limite estremo”

11 novembre 1821. A Mosca viene alla luce Fëdor Michajlovič Dostoevskij, secondogenito di Marija Fëdorovna Nečaeva e del medico militare Michail Andreevič Dostoevskij. Il padre, iracondo e incline al bere, gli intristisce l’infanzia, poi lo forza a iscriversi alla Scuola Superiore di Ingegneria di Pietroburgo. Nonostante le ambizioni letterarie, Fëdor si piega a un futuro per cui non sente alcuna inclinazione. Intanto Michail Andreevič, ritiratosi in una piccola proprietà di campagna, viene assassinato dai suoi servi della gleba, esacerbati dalle angherie con cui li vessava. In quell’occasione Fëdor ha il primo attacco di epilessia, male che lo affliggerà fino alla fine dei suoi giorni. L’impressione per la morte violenta di quell’uomo alcolizzato, avaro e intemperante lo segna nel profondo, e non è difficile ravvisare il fantasma paterno nel dissoluto personaggio di Fëdor Karamazov, che creerà molto più tardi.

Quello in cui si forma Fëdor è un momento di grande innovazione culturale e politica per la Russia. Un fermento che suscita la dura reazione zarista di cui anche lui pagherà le conseguenze. Terminati gli studi e ottenuto il grado di ufficiale, entra in servizio presso il comando di ingegneria militare di Pietroburgo, ma presto dà le dimissioni e si dedica solo alla letteratura. Esce il suo primo romanzo, Povera gente, nel quale prevale il contenuto sociale che, insieme allo scavo psicologico e ai conflitti dell’anima, sarà l’elemento dominante delle sue opere. La sua attività di scrittore si interrompe bruscamente il 25 aprile 1849, quando la polizia dello zar lo arresta per adesione a una società segreta sovversiva. In realtà Fëdor, che si era avvicinato ai comunisti seguaci del fourierista Petraševskij, si limitava a caldeggiare l’abolizione della povertà e dell’ingiustizia, senza svolgere alcun ruolo rivoluzionario. Ma tanto basta. Condannato alla fucilazione, è rinchiuso nella fortezza di Pietro e Paolo e solo davanti al plotone d’esecuzione gli viene letta la sentenza di Nicola I, che commuta la pena capitale in deportazione. L’esperienza devastante di quei minuti passati a fissare la morte negli occhi verrà ricordata poi ne L’idiota, uno dei culmini del suo genio.

Dopo quattro anni in Siberia, che gli forniscono l’abbondante e sofferto materiale autobiografico per Memorie da una casa di morti, gli resta da scontare la seconda parte della pena servendo come soldato semplice in un battaglione siberiano di stanza in un remoto governatorato non lontano dal confine cinese. Solo nel 1859 ottiene il permesso di trasferirsi a Pietroburgo e di dedicarsi di nuovo alla sua arte. Nel frattempo ha sposato Marija Dmitrievna Isaeva: la trascurerà e la tradirà, anche se questo sentimento contrastato li manterrà uniti fino a che, nel 1864, Marija muore. “Non potevamo cessare di amarci”, scrive Fëdor, “anzi quanto più eravamo infelici, tanto più ci legavamo l’uno all’altra”. Questo è un periodo molto intenso per lui. Con il fratello Michail dà vita al mensile “Il tempo”, dove pubblica a puntate Umiliati e offesi, e successivamente alla rivista “Epoca”, su cui escono le Memorie dal sottosuolo. Hanno inizio i suoi viaggi all’estero, durante i quali dilapida il proprio denaro sui tavoli da gioco e intreccia una turbolenta relazione con Apollinarija Suslova, in un delirio di frenesia e sregolatezza (da quei trascorsi tumultuosi Robert Siodmak trarrà spunto per il film Il grande peccatore nel 1949). La morte improvvisa di Michail lo porta alla rovina. Il fratello gli lascia sulle spalle la rivista in dissesto e la propria famiglia senza mezzi e oppressa dai debiti. Il bisogno gli fa sottoscrivere nell’estate del 1865 un contratto capestro con l’editore Stellovskij: entro il novembre del 1866 dovrà consegnagli un nuovo romanzo, altrimenti tutte le sue opere future potranno essere date alle stampe senza che ne riceva alcun compenso. Riprende a viaggiare e a perdere al gioco, e comincia a pubblicare a puntate Delitto e castigo. Per sveltire i tempi assume come stenografa Anna Grigor’evna Snitkina. Ma la scadenza fatidica imposta dall’editore si avvicina: se non la rispetterà, sarà la catastrofe. Così, in soli 26 giorni, con il valido aiuto di Anna, riesce a portare a termine Il giocatore, in cui affiorano le tracce della passione per la Suslova e del demone della roulette che lo incalza, prosciugandogli le finanze (anche questa fase concitata della sua biografia ispira un film, I demoni di San Pietroburgo di Giuliano Montaldo, del 2007).
L’anno dopo prende in moglie Anna. Ha oltre vent’anni meno di lui, ma ha la forza, il temperamento e la pazienza per regalargli una serenità che non aveva mai conosciuto. Lo segue nei suoi viaggi attraverso l’Europa, gli dà dei figli che lo riempiono di gioia, mentre Fëdor continua a lavorare accanitamente portando a termine i suoi ultimi grandi romanzi: I demoni, in cui con l’aperta critica al nichilismo rivela il proprio atteggiamento conservatore; I fratelli Karamàzov, la sua opera più complessa, che denuncia l’ateismo nelle sue estreme conseguenze (se non c’è Dio, “tutto è lecito”).

Compare in pubblico ancora una volta, nel giugno 1880, per le celebrazioni dedicate a Puškin, ed esalta il pubblico con il suo discorso in onore del poeta. Muore per enfisema polmonare il 28 gennaio 1881. Una gran folla lo accompagna al cimitero del convento Aleksandr Nevskij, a Pietroburgo, dove, dopo un’esistenza segnata da eccessi e tormenti interiori (“Sempre e in ogni cosa io giungo fino al limite estremo”), riposa finalmente in pace.

Stephen King per i giovani: la Sperling lancia una nuova collana

Schermata del 2018-11-05 20-09-47Il maestro dell’horror Stephen King in una nuova collana dedicata ai ragazzi. La Sperling ci scommette e il 4 settembre lancia 5 racconti in formato tascabile

Lo chiamano “Il Maestro dell’horror“, e non a caso: con la sua letteratura ha fatto tremare milioni di lettori, appassionati alle sue storie del terrore ma soprattutto alla profondità con cui i suoi personaggi sondano gli aspetti più oscuri dell’animo umano.

Che Stephen King sia probabilmente l’autore americano vivente che meglio rappresenta il genere dei romanzi del Brivido, è un fatto. Una prosa semplice ma immediata, e personaggi ben costruiti e sfaccettati sono i suoi marchi di fabbrica. È per questo, probabilmente, che la casa editrice Sperling&Kupfer ha deciso di dedicargli una collana speciale in libreria dal 4 settembre scorso, una serie di romanzi in edizione tascabile Pickwick dedicati ai più giovani.

Una vita travagliata, quella di Stephen King, che non ha mai nascosto di aver fatto da sempre uso di droghe pesanti e alcool. Nato in una modesta famiglia del Maine, elemento che tornerà spesso nei suoi romanzi, ha avuto la sua educazione letteraria dalla madre, donna forte e appassionata di letteratura. Stephen King ha visto la sua carriera esplodere nel 1974 con Carrie, dopo essersi cibato a lungo di horror e fantascienza: Ray Bradbury, Richard Matheson, Edgar Allan Poe fra gli altri.

STEPHEN KING, LIBRI MIGLIORI. Tra i suoi libri più conosciuti, oltre a Carrie, si ricordano Shining – da cui è stato tratto anche l’omonimo film di Stanley Kubrik – Cose preziose, Le notti di Salem, Stagioni diverse, Il miglio verde, altro libro divenuto oggetto di scrittura cinematografica e portato sul grande schermo da Frank Darabont, regista anche di un altro racconto di Stephen King riadattato per il cinema, The mist.
Nei libri di Stephen King la paura non è mai solo legata al soprannaturale: è, anzi, connaturata al lettore. È per questo, oltre che per la scelta delle ambientazioni quotidiane, che l’immedesimazione fra lettore e personaggio è così immediata e avvolge in modo così completo. Nelle storie di Stephen King il mondo circostante cambia poco a poco, la paura cresce e si impadronisce dei personaggi (e del lettore).

STEPHEN KING 2018. La scelta di creare una collana ad hoc per i giovani nasce proprio dalla capacità di Stephen King di creare meccanismi narrativi così efficaci. Ma ha anche un’altra motivazione, che nasce invece da una particolarità comune a molti testi del celebre scrittore: i libri di King sono in grado di rivolgersi al mondo dei ragazzi, che in molti casi nei suoi libri diventano personaggi rilevanti per l’intera narrazione. Sono spesso proprio i più piccoli a dare una svolta agli eventi, come nel caso del notissimo It, che ha terrorizzato intere generazioni di bambini e adolescenti e ispirato anche un film e un recente remake.

Ma all’interno dei testi di Stephen King avviene anche un’altra magia. i bambini imparano ad essere adulti, e gli adulti a tornare bambini. Nei suoi romanzi, o racconti, l’adolescenza è un momento di passaggio e le storie diventano specchio di un vero e proprio cammino di formazione dei protagonisti.

La scelta dei racconti da riproporre in formato tascabile, quindi, non è casuale. Ecco i nomi delle storie in libreria dal 4 settembre scorso:

The body (tratto da Stagioni diverse)
The mist (tratto da Scheletri)
The sun dog (tratto da Quattro dopo mezzanotte)
The langoliers (tratto da Quattro dopo mezzanotte)
Low man in yellow coats (tratto da Cuori in Atlantide)

Kafka e la Lettera al padre

Franz KAFKA - Portrait, October 1923
Franz Kafka, una delle voci più celebri e tormentate della Letteratura Tedesca del Novecento, influenzata in maniera incisiva dal padre Hermann, uomo autoritario e severo.

Il rapporto claustrofobico e distruttivo che intercorre tra i due emerge chiaramente dalla lettera che Kafka scrive al padre nel 1919, quando la sua vita è oramai segnata inesorabilmente da una salute cagionevole, da fallimenti personali e da un senso di colpa perenne che lo spinge a chiudersi nella sua scrittura, isolandosi dal mondo esterno. Le quarantotto pagine che compongono questa lettera sono state pubblicate soltanto nel 1952 e non sono mai giunte tra le mani di Hermann Kafka. La lettera è il tentativo di esorcizzare una relazione poco sana, di ripercorrere nel tempo tutti gli avvenimenti, gli sguardi e le parole che lo hanno costretto a restringersi e ad abbassare il capo di fronte alla grandezza tirannica della figura paterna.

Il contenuto dello scritto è denso e sofferto: Kafka muove per la prima volta nella sua vita delle accuse al padre. Si dichiara grato di essere cresciuto in un ambiente agiato e apparentemente sereno, ma esprime la costante paura e il continuo senso di inferiorità fisica e psicologica nei confronti del padre. Descrive l’invalicabile distanza tra i due, presentando specifici eventi della sua infanzia: la vergogna provata a confrontare il proprio corpicino magro e sghembo con quello robusto e potente del padre, il trauma subìto ogni qualvolta il padre lo puniva per i pianti notturni, lasciandolo al freddo sul ballatoio. L’episodio del ballatoio infligge una ferita al carattere debole e pavido del giovane Kafka che faticherà a ricucirsi nel corso di tutta l’esistenza dell’autore. È proprio il ricordo di quel triste avvenimento a riportargli alla memoria quanto la relazione tra padre e figlio sia di natura gerarchica: il padre è il temibile tiranno che dà ordini severi al suo schiavo più timoroso.

È lo scrittore ad uscirne monco, schiacciato dal padre e dal suo stesso inesauribile senso di colpa che ha origine dal suo legame con chi lo ha generato. Accusa il padre di avergli sbarrato ogni strada che lui avrebbe voluto percorrere, di non averlo mai incoraggiato in quelle che erano le sue autentiche passioni ma di averlo spinto sempre verso ciò che più piaceva all’ego paterno. Continua l’arringa contro il padre, denunciando la sua totale indifferenza verso il dolore e la vergogna altrui. Lo accusa, inoltre, di avergli ostacolato ogni relazione umana, di aver sempre disprezzato le donne del figlio, rendendolo totalmente incapace di amare e facendogli persino disprezzare e temere il sesso.

Il sesso, il rapporto con le donne, il senso di colpa, l’alienazione sono topoi ricorrenti nelle opere di Franz Kafka. Si pensi soprattutto al racconto La Metamorfosi (1915) o al romanzo Il Processo (1925).

Ne La Metamorfosi Gregor Samsa, il protagonista, si sveglia una mattina trasformato in un orrido insetto. La vita insoddisfacente, un lavoro estenuante e relazioni umane schiaccianti lo hanno degradato da essere umano a disgustoso insetto che finirà per morire nell’indifferenza totale. Chiari riferimenti a La metamorfosi sono ravvisabili nella Lettera al Padre, dove Kafka descrive il conflitto con il padre come una “lotta del parassita”. Il parassita in questione è il padre, che punge e succhia il sangue della vittima per poter sopravvivere.