“La luce è là” di Agata Bazzi alla Legatoria Prampolini per i Catania Book Days

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I Catania Book Days, evento che preannuncia il Catania Book Festival (in programma dal 7 al 9 maggio 2020), ha già preso piede e si attesta come uno degli eventi più seguiti e partecipati del panorama letterario. Venerdì 25 ottobre, presso la rinnovata Legatoria Prampolini di Catania, si conclude la serie di appuntamenti di ottobre dei Catania Book Days, che vedrà ospite la scrittrice Agata Bazzi con ‘La Luce è là’. Modererà l’incontro Simone Dei Pieri, direttore artistico del Catania Book Festival.  

Il libro racconta la storia della famiglia Ahrens, protagonista di una stagione magnifica nella storia di Palermo: la “Palermo felicissima” del primo Novecento. Albert, il patriarca arrivato nel 1875 dalla Germania, diventa un entusiasta imprenditore di successo e sposa Johanna Benjamin, che sarà la madre dei suoi otto figli. Fra campagna e città fa costruire una superba villa sulla cui facciata spicca la scritta lik dör (“La luce è là”), e sono anni di prosperità, di successo, di unità.

Seguono in sequenza eventi che intaccano la serenità della famiglia: il terremoto di Messina, la Prima guerra mondiale, la morte dei due figli maschi, e infine le leggi razziali che restituiscono gli Ahrens alla loro identità ebraica. Lo sfacelo economico conduce a un declino che non impedisce a Marta, Vera, Berta e Margherita di portare innanzi la “luce” dei valori che hanno sempre ispirato la famiglia: coraggio, dignità, rigore, speranza.

La fusione fra storie individuali e Storia, movimenta il quadro di una saga che lascia al centro almeno tre figure femminili memorabili: Johanna, intrepida e saggia costruttrice di fortune accanto al marito; Marta, afflitta da una severa sordità che non le impedisce di “sentire” dove va il mondo e di governare gli affari; Vera, ispirata dalla determinazione che era stata del padre.

Una saga famigliare maestosa. Una Palermo “tedesca”. Una città operosa e prospera che il tempo ha quasi cancellato. Un coro femminile che non si dimentica. Agata Bazzi è una discendente della famiglia Ahrens: questa storia è ispirata dal ritrovamento di un diario e dai racconti.

La terapia del Pronto Soccorso Letterario per la Festa d’estate a Catania

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Il progetto Pronto Soccorso Letterario che da mesi percorre la Sicilia è quello di ricongiungere il lettore con se stesso e nel godimento profondo che offrono i libri. Per questo motivo, tutto lo staff del Book Emergency Room sarà presente alla Festa d’estate del CO.PE pronto a prescrivere ricette mediche per grandi e bambini.

L’evento avrà inizio il 12 luglio alle ore 20.00 presso il Cortile della CGIL, in via Crociferi 40, Catania. La serata prevede letture animate e un laboratorio sullo sviluppo ecosostenibile, curato dalle dottoresse del Pronto Soccorso Letterario Agata e Tiziana SquillaciAlle ore 20.30 sarà la volta del presidio letterario con Cono Cinquemani e Diana Anastasi che, per l’occasione, hanno scelto due libri che ben si legano con la tematica della serata: La quarta parete di Sorj Chalandon, il limite di ognuno, quell’ostacolo invalicabile e invisibile che trattiene dall’andare oltre e dal vedere che cosa succede dopo, al di là della linea, del muro, del cancello; Il giardino delle pesche e delle rose di Joanne Harris, l’incontro di due donne, due popoli, diffidenze e rivelazioni magiche, incomprensioni e miracolosi momenti di quell’accoglienza universale di cui solo i bambini sono capaci.

La serata sarà accompagnata da una cena multietnica insieme a una mostra di artigianato etnico del CO.PE e di un concerto musicale. Il CO.PE Cooperazione paesi emergenti, dal 1988 si occupa di programmi di intervento e di cooperazione tecnica e sociale al fine di costruire legami concreti di solidarietà tra i popoli.

Il Pronto Soccorso Letterario, Book Emergency Room, è un progetto ideato e realizzato da Cono Cinquemani, linguista, scrittore e assistente di volo, che circa un anno fa decide di diffondere un nuovo modo di percepire i libri e la letteratura. Creando un presidio culturale innovativo che sfrutta i principi della libroterapia. La Festa d’estate e solidale del CO.PE è a sostegno della sartoria in Tanzania Mkomanile Craft, organizzata con il contributo di CSVETNEO, Pronto Soccorso Letterario e Libreria Pescebanana. 

#pilloleinfernali:ep.8 – ARGENTI VIVE

flegiasConoscere il passato per aggiustare il presente e vivere il futuro. L’inferno di Dante raccontato a “pillole” ha questo obiettivo: una presa di coscienza di ciò che si è. Ci immergiamo passo dopo passo nella cantica forse più dinamica e accattivante di tutta la Divina Commedia. E lo facciamo a modo nostro. Con ironia, passione e…vignette!  

NEGLI EPISODI PRECEDENTI: Dante e Virgilio entrano all’inferno e incontrano gli ignavi, coloro che in vita non seppero e non vollero prendere alcuna decisione. Questi sono i primi a subire la legge del contrappasso, costretti a inseguire perennemente una sorta di bandiera e ad essere punti da vespe e mosconi; successivamente i due arrivano alla riva del fiume Acheronte, dove una schiera di anime dannate aspetta impazientemente Caronte, il traghettatore ufficiale. Arrivato sull’altra sponda del fiume, il poeta fiorentino si accorge di essere nel limbo, luogo di spiriti magni che sperano eternamente, ma invano, di conoscere Dio: tra queste anime è ubicato anche Virgilio. Dopo qualche chiacchiera con i grandi oratori e poeti del passato, i due proseguono il viaggio scendendo nel secondo cerchio, dove incontrano i primi veri peccatori: i lussuriosi che, travolti continuamente da un’incessante bufera, subiscono il contrappasso per analogia. Dante si concentra su Paolo e Francesca, due giovani vittime di un amore illegittimo e al centro dei fatti di cronaca del Duecento. Successivamente si arriva nel terzo cerchio custodito dal cane a tre teste Cerbero: qui vi sono i golosi immersi in un fango puzzolente che viene alimentato da grandine e neve sporca. Sono costretti ad ingerire continuamente ciò che scende dal cielo infernale senza mai sentirsi sazi. Dante incontra il concittadino Ciacco che gli predice l’esilio spiegando i motivi profondi del dissidi tra fiorentini. Superato il quarto cerchio si passa nel quinto, quello custodito dal demone Plutone e dove son puniti avari e prodighi, costretti a spingere macigni che rappresentano il denaro: un peso e un ostacolo sul cammino che non porterà mai a una soddisfazione definitiva. Dopo un breve ma intenso dibattito sulla Fortuna destinata agli uomini, Dante e Virgilio arrivano ai piedi di una torre ubicata nelle acque stagnanti dello Stige, la palude che inghiotte gli iracondi.

In realtà, prima di arrivarci, Dante scorge in cima una fiaccola che manda segnali a un’altra più lontana. Incuriosito, domanda al maestro: “Chi ha fatto tutto ciò? Che vuol dire, c’è qualcuno che manda segnali? Ci sono pericoli?? Aiutami mio pozzo di sapienza!”, e a noi piace immaginarlo che tira i vestiti di Virgilio mentre palesa tutte le sue perplessità. “Figlio mio, e che pazienza ci vuole con te! Aspetta un attimo che adesso lo capirai da solo, basta che guardi le acque putride che hai davanti agli occhi!” Nemmeno il tempo di discutere che, come la freccia più veloce che scocca dall’arco, arriva la barchetta guidata da Flegiàs, personaggio mitologico ed eretico (aveva bruciato il tempio di Apollo per vendicare sua figlia Coronide, sedotta dallo stesso Dio). Il ruolo che Dante autore attribuisce a Flegiàs non è ben chiaro: c’è chi ipotizza sia un traghettatore, chi un custode, chi un semplice dannato; tuttavia, essendo già nel cuore dell’inferno e quindi oltre il giudizio di Minosse, viene più facile pensare che a lui è affidato il compito di gettare gli iracondi nella melma paludosa, come si capirà più avanti. “Ti ho preso finalmente, anima infame!”, urla il cocchiere. E Virgilio…dai che lo sapete cosa fa Virgilio, ma è sempre meglio ricordarlo: “Flegiàs, ma che te strilli? Fai il bravo e portaci all’altra sponda della palude.” Allora il traghettatore, capendo che il viaggio è voluto dalla divina provvidenza, si chiude in un “muto rancore”. Dante e Virgilio salgono così sulla barchetta e iniziano a navigare le acque dello Stige.

Io dico, seguitando, ch’assai prima
che noi fossimo al piè de l’alta torre,
li occhi nostri n’andar suso a la cima 3

per due fiammette che i vedemmo porre,
e un’altra da lungi render cenno,
tanto ch’a pena il potea l’occhio tòrre. 6

E io mi volsi al mar di tutto ’l senno;
dissi: “Questo che dice? e che risponde
quell’altro foco? e chi son quei che ’l fenno?”. 9

Ed elli a me: “Su per le sucide onde
già scorgere puoi quello che s’aspetta,
se ’l fummo del pantan nol ti nasconde”. 12

Corda non pinse mai da sé saetta
che sì corresse via per l’aere snella,
com’io vidi una nave piccioletta 15

venir per l’acqua verso noi in quella,
sotto ’l governo d’un sol galeoto,
che gridava: “Or se’ giunta, anima fella!”. 18

“Flegïàs, Flegïàs, tu gridi a vòto”,
disse lo mio segnore, “a questa volta:
più non ci avrai che sol passando il loto”. 21

Qual è colui che grande inganno ascolta
che li sia fatto, e poi se ne rammarca,
fecesi Flegïàs ne l’ira accolta. 24

Lo duca mio discese ne la barca,
e poi mi fece intrare appresso lui;
e sol quand’io fui dentro parve carca. 27

Tosto che ’l duca e io nel legno fui,
segando se ne va l’antica prora
de l’acqua più che non suol con altrui. 30

Mentre proseguono, una delle anime dannate viene fuori dal pantano e nuota in direzione della barchetta; tutto infangata e adirata urla: “E tu chi sei? Cosa ci fai in questo luogo prima del tempo?”, rivolgendosi naturalmente a Dante. Che replica immediatamente: “Sono solo di passaggio, ma chi sei tu piuttosto, così brutto e tutto infangato?” Ci costa dirlo, ma qui il nostro poeta un po’ se l’è cercata e ci ha fatto la figura del “capitan ovvio”. “Sono un dannato, cos’altro sennò?!?” Il dannato in questione è Filippo Argenti, membro di una famiglia fiorentina rivale a quella dell’Alighieri. Si narra che una volta prese a schiaffi Dante, suo vicino di casa, poiché non aveva messo una buona parola al fine di risollevarlo da certi problemi giudiziari. E’ evidente che il Dante autore lo colloca all’inferno, tra gli iracondi, per una rivincita personale. Infatti esclama: “Resta qui a piangere e soffrire, spirito maledetto: ti ho riconosciuto sai, anche se sei tutto sporco e infangato!” A questo punto l’Argenti che badate bene, è pur sempre uno bello incazzato e che sarebbe meglio non provocare, si attacca con entrambe le mani alla barchetta per farlo cadere ma Virigilio subito lo respinge con un bel calcio sulle gengive. Successivamente prende Dante tra le braccia, come un padre prende un figlio, ed esclama: “Finalmente fai l’uomo! Bello mio! Così ti voglio!”

Come ci spiega Nembrini, Virgilio riconosce nel suo allievo un cambiamento, una crescita, e gioisce per quello; tuttavia occorre necessario riportare anche l’interpretazione dello stesso docente bergamasco sulla differenza tra un’ira e l’altra, e cioè tra quella di Filippo Argenti e di Dante. La prima, quella per cui si va all’inferno e si patisce una simile pena, è un cedimento alla violenza che finisce col logorarti, perché il desiderio di vendetta è perenne e domina la tua esistenza; la seconda invece è nella posizione opposta, vale a dire quella dell’umile che rifiuta la prepotenza. Il disprezzo e la rabbia di Dante verso l’Argenti sono giusti perché esprimono un distacco da quel tipo di condizione. Quindi, anche se apparentemente lo scontro tra i due è dominato dall’ira, bisogna riconoscere la natura dell’una e dell’altra. “Maestro” – riprende Dante – “prima di lasciare questo posto mi piacerebbe vederlo sprofondare definitivamente nella melma”. E così accade: Filippo Argenti, aggredito dagli altri iracondi che urlano il suo nome, sprofonda subendo uno strazio per il quale Dante (parole sue) […]che Dio ancor ne lodo e ne ringrazio.

Mentre noi corravam la morta gora,
dinanzi mi si fece un pien di fango,
e disse: “Chi se’ tu che vieni anzi ora?”. 33

E io a lui: “S’i’ vegno, non rimango;
ma tu chi se’, che sì se’ fatto brutto?”.
Rispuose: “Vedi che son un che piango”. 36

E io a lui: “Con piangere e con lutto,
spirito maladetto, ti rimani;
ch’i’ ti conosco, ancor sie lordo tutto”. 39

Allor distese al legno ambo le mani;
per che ’l maestro accorto lo sospinse,
dicendo: “Via costà con li altri cani!”. 42

Lo collo poi con le braccia mi cinse;
basciommi ’l volto e disse: “Alma sdegnosa,
benedetta colei che ’n te s’incinse! 45

Quei fu al mondo persona orgogliosa;
bontà non è che sua memoria fregi:
così s’è l’ombra sua qui furïosa. 48

Quanti si tegnon or là sù gran regi
che qui staranno come porci in brago,
di sé lasciando orribili dispregi!”. 51

E io: “Maestro, molto sarei vago
di vederlo attuffare in questa broda
prima che noi uscissimo del lago”. 54

Ed elli a me: “Avante che la proda
ti si lasci veder, tu sarai sazio:
di tal disïo convien che tu goda”. 57

Dopo ciò poco vid’io quello strazio
far di costui a le fangose genti,
che Dio ancor ne lodo e ne ringrazio. 60

Tutti gridavano: “A Filippo Argenti!”;
e ’l fiorentino spirito bizzarro
in sé medesmo si volvea co’ denti. 63

Quivi il lasciammo, che più non ne narro;
ma ne l’orecchie mi percosse un duolo,
per ch’io avante l’occhio intento sbarro. 66

Arrivati in prossimità dell’altra parte della palude, Virgilio riprende la parola: “Figlio mio, siamo ormai vicini alla città di Dite, con i suoi cittadini arrabbiati e sofferenti, presidiata da molti demoni.” E Dante: “Sinceramente qualcosa avevo capito, perché è da qualche minuto che noto quelle torri e quelle mura imponenti verso le quali ci avviciniamo sempre di più.” Questa città, così misteriosa e tenebrosa, è di fatto l’ostacolo da superare per passare nel cerchio successivo, il sesto. Dopo aver congedato Flegiàs, i due poeti arrivano al cospetto delle porte dove più diavoli urlano rabbiosamente: “Chi siete? E chi è soprattutto quell’anima viva che attraversa questo regno senza esser morto?” Virgilio, per la prima volta, non agisce “like a boss” ma ha un approccio diplomatico scegliendo, col dito alzato a mò di cliente che richiama l’attenzione del cameriere, di poter parlare con loro in disparte e con calma. Del resto, come biasimarlo: non è cosa di tutti i giorni andare a colloquio con una schiera di demoni infuocati. “Va bene, vieni con noi in disparte, ma quello che ti porti appresso se ne vada pure e non osi entrare nel nostro regno! Anzi, che se ne ritorni indietro da solo, se ne è capace, visto che è arrivato qui solo grazie a te!” Qui parafrasiamo letteralmente ciò che Dante scrive, proprio per dare l’idea dello sconforto che gli viene dopo aver ascoltato quelle parole: “Pensa, o mio lettore, che sconforto mi prese ascoltando quelle parole maledette, perché pensai che non sarei più ritornato a casa”.

Anche in questo caso Nembrini ci dà la sua fondamentale chiave di lettura. Dante è già cresciuto molto in questo percorso, in questi otto episodi. E’ passato dall’indietreggiare dinanzi alle porte infernali all’offendere un’anima dannata che lo aggredisce. Insomma, ha acquisito e sta acquisendo una certa autorità. Ma tutto questo non va confuso con la presunzione, con la convinzione di cavarsela da solo: appena Virgilio si allontana da lui, appena si manifesta la possibilità di doversi distaccare dalla sua guida, Dante va in panico e ristabilisce, consapevolmente da autore e inconsapevolmente da protagonista, la gerarchia tra allievo e maestro. Che si traduce inevitabilmente come necessità di seguire una retta via, un bene superiore.

“Oh mio maestro, tu che mi hai messo al sicuro infinite volte, ti prego non mi abbandonare! Sono molto impaurito, e se non ci lasciano proseguire non fa nulla, torniamo indietro insieme!” Così Dante, come un marinaio che teme di perdere la rotta, implora il suo maestro di non lasciarlo lì da solo. E Virgilio: “Non avere paura: nessuno può impedirci di passare, ricorda sempre chi ha voluto questo viaggio! Fatti coraggio e aspettami qui, non ti abbandonerò.” Una bel bacetto ci sarebbe stato, in tutta onestà, ma nel medioevo queste cose non le capivano e soprattutto non le avrebbero capite. Verso la fine dell’episodio Virgilio va a discutere con quei demoni rabbiosi che, arroganti, decidono di impedirgli il passo rispendendolo a testa bassa dal suo allievo. Quest’ultimo, trovandosi in imbarazzo, cerca di confortarlo. Ma il nostro Virgilio è sempre il numero uno, è sempre colui che ha zittito Caronte, e Minosse, e poi Cerbero e poi Argenti. Non può arrendersi così. E infatti: “Sono arrabbiato come non mai figlio mio, guarda un po’ con chi devo avere a che fare! Ma stai tranquillo perché io questa sfida la vincerò, chiunque protegga quelle dannate mura. Del resto dovevo aspettarmelo, anche quando arrivò Cristo risorto opposero resistenza.” Dante, interdetto, risponde: “E come faremo, dunque?”

Immaginate una musica ansiogena e un primo piano su Virgilio che, lentamente, si volta e sentenzia: “Qualcuno sta già arrivando per noi.” Fine.

O meglio, fine episodio.

Lo buon maestro disse: “Omai, figliuolo,
s’appressa la città c’ ha nome Dite,
coi gravi cittadin, col grande stuolo”. 69

E io: “Maestro, già le sue meschite
là entro certe ne la valle cerno,
vermiglie come se di foco uscite 72

fossero”. Ed ei mi disse: “Il foco etterno
ch’entro l’affoca le dimostra rosse,
come tu vedi in questo basso inferno”. 75

Noi pur giugnemmo dentro a l’alte fosse
che vallan quella terra sconsolata:
le mura mi parean che ferro fosse. 78

Non sanza prima far grande aggirata,
venimmo in parte dove il nocchier forte
“Usciteci”, gridò: “qui è l’intrata”. 81

Io vidi più di mille in su le porte
da ciel piovuti, che stizzosamente
dicean: “Chi è costui che sanza morte 84

va per lo regno de la morta gente?”.
E ’l savio mio maestro fece segno
di voler lor parlar segretamente. 87

Allor chiusero un poco il gran disdegno
e disser: “Vien tu solo, e quei sen vada
che sì ardito intrò per questo regno. 90

Sol si ritorni per la folle strada:
pruovi, se sa; ché tu qui rimarrai,
che li ha’ iscorta sì buia contrada”. 93

Pensa, lettor, se io mi sconfortai
nel suon de le parole maladette,
ché non credetti ritornarci mai. 96

“O caro duca mio, che più di sette
volte m’ hai sicurtà renduta e tratto
d’alto periglio che ’ncontra mi stette, 99

non mi lasciar”, diss’io, “così disfatto;
e se ’l passar più oltre ci è negato,
ritroviam l’orme nostre insieme ratto”. 102

E quel segnor che lì m’avea menato,
mi disse: “Non temer; ché ’l nostro passo
non ci può tòrre alcun: da tal n’è dato. 105

Ma qui m’attendi, e lo spirito lasso
conforta e ciba di speranza buona,
ch’i’ non ti lascerò nel mondo basso”. 108

Così sen va, e quivi m’abbandona
lo dolce padre, e io rimagno in forse,
che sì e no nel capo mi tenciona. 111

Udir non potti quello ch’a lor porse;
ma ei non stette là con essi guari,
che ciascun dentro a pruova si ricorse. 114

Chiuser le porte que’ nostri avversari
nel petto al mio segnor, che fuor rimase
e rivolsesi a me con passi rari. 117

Li occhi a la terra e le ciglia avea rase
d’ogne baldanza, e dicea ne’ sospiri:
“Chi m’ ha negate le dolenti case!”. 120

E a me disse: “Tu, perch’io m’adiri,
non sbigottir, ch’io vincerò la prova,
qual ch’a la difension dentro s’aggiri. 123

Questa lor tracotanza non è nova;
ché già l’usaro a men segreta porta,
la qual sanza serrame ancor si trova. 126

Sovr’essa vedestù la scritta morta:
e già di qua da lei discende l’erta,
passando per li cerchi sanza scorta, 129

tal che per lui ne fia la terra aperta”.

Ci vediamo lunedì 6 maggio con l’episodio numero 9: “Ereticamente”.

Si ringrazia Carmen Ammendola per le illustrazioni.

 

#pilloleinfernali: ep.7 – QUI NON SI FA CREDITO A NESSUNO

avari e prodighi

Conoscere il passato per aggiustare il presente e vivere il futuro. L’inferno di Dante raccontato a “pillole” ha questo obiettivo: una presa di coscienza di ciò che si è. Ci immergiamo passo dopo passo nella cantica forse più dinamica e accattivante di tutta la Divina Commedia. E lo facciamo a modo nostro. Con ironia, passione e…vignette!  

NEGLI EPISODI PRECEDENTI: Dante e Virgilio entrano all’inferno e incontrano gli ignavi, coloro che in vita non seppero e non vollero prendere alcuna decisione. Questi sono i primi a subire la legge del contrappasso, costretti a inseguire perennemente una sorta di bandiera e ad essere punti da vespe e mosconi; successivamente i due arrivano alla riva del fiume Acheronte, dove una schiera di anime dannate aspetta impazientemente Caronte, il traghettatore ufficiale. Arrivato sull’altra sponda del fiume, il poeta fiorentino si accorge di essere nel limbo, luogo di spiriti magni che sperano eternamente, ma invano, di conoscere Dio: tra queste anime è ubicato anche Virgilio. Dopo qualche chiacchiera con i grandi oratori e poeti del passato, i due proseguono il viaggio scendendo nel secondo cerchio, dove incontrano i primi veri peccatori: i lussuriosi. Quest’ultimi, travolti continuamente da un’incessante bufera, subiscono il contrappasso per analogia. Dante si concentra su due figure in particolare, Paolo e Francesca, due giovani vittime di un amore illegittimo e al centro dei fatti di cronaca del Duecento. Successivamente si arriva nel terzo cerchio custodito dal cane a tre teste Cerbero: qui vi sono i golosi immersi in un fango puzzolente che viene alimentato da grandine e neve sporca. Sono costretti ad ingerire continuamente ciò che scende dal cielo infernale senza mai sentirsi sazi. Dante ha una sorta di colloquio con Ciacco, concittadino dannato, che gli predice l’esilio spiegando i motivi profondi del dissidi tra fiorentini. Si arriva, infine, alle soglie del quarto cerchio custodito dal demone Plutone.

“Pape Satàn, pape Satàn aleppe! Pape Satàn, pape Satàn aleppe!” Sembra uno scioglilingua o una filastrocca che insegnano ai bambini delle elementari. In realtà è ciò che ascoltano Dante e Virgilio quando  scendono nel quarto cerchio dell’inferno: queste parole sono pronunciate da Pluto (o Plutone), demone custode del cerchio in questione e in vita dio delle ricchezze. Secondo voi, che ormai avete una certa esperienza in dinamiche simili, cosa può mai fare un custode infernale ogni qual volta vede arrivare facce non note? Si arrabbia, ovviamente. “Pape Satàn aleppe”, comunque, vuol dire letteralmente “o Satana, o Satana mio signore!”, e si configura quindi come un’invocazione al padrone della struttura. “Taci, lupo maledetto, e che la tua rabbia possa consumarti!”, urla Viriglio mentre invita Dante a proseguire. Superato il primo ostacolo i due percorrono una sorta di discesa che porta nel pieno della disperazione, il luogo dove avari e prodighi, in senso opposto, sono continuamente costretti a spingere col petto macigni pesantissimi. Siccome il percorso è già segnato e prevede nella sua conclusione uno scontro frontale, i rappresentanti di entrambe le fazioni si ritrovano uno di fronte all’altro senza resistere alla tentazione di offendersi. I prodighi urlano: “Tirchi braccini corti maledetti, ma che cosa avete da trattenere?” Gli avari replicano: “Scellerati che non siete altro, voi cosa avete da sperperare?”

Pape Satàn, pape Satàn aleppe!“,
cominciò Pluto con la voce chioccia;
e quel savio gentil, che tutto seppe, 3

disse per confortarmi: “Non ti noccia
la tua paura; ché, poder ch’elli abbia,
non ci torrà lo scender questa roccia”. 6

Poi si rivolse a quella ’nfiata labbia,
e disse: “Taci, maladetto lupo!
consuma dentro te con la tua rabbia. 9

Non è sanza cagion l’andare al cupo:
vuolsi ne l’alto, là dove Michele
fé la vendetta del superbo strupo”. 12

Quali dal vento le gonfiate vele
caggiono avvolte, poi che l’alber fiacca,
tal cadde a terra la fiera crudele. 15

Così scendemmo ne la quarta lacca,
pigliando più de la dolente ripa
che ’l mal de l’universo tutto insacca. 18

Ahi giustizia di Dio! tante chi stipa
nove travaglie e pene quant’io viddi?
e perché nostra colpa sì ne scipa? 21

Come fa l’onda là sovra Cariddi,
che si frange con quella in cui s’intoppa,
così convien che qui la gente riddi. 24

Qui vid’i’ gente più ch’altrove troppa,
e d’una parte e d’altra, con grand’urli,
voltando pesi per forza di poppa. 27

Percotëansi ’ncontro; e poscia pur lì
si rivolgea ciascun, voltando a retro,
gridando: “Perché tieni?” e “Perché burli?”. 30

Sicuramente viene da chiedersi: perché Dante mette insieme avari e prodighi? E cioè mette sullo stesso piano chi trattiene avidamente il denaro e chi lo sperpera senza mezze misure? La risposta viene affidata a Viriglio nei vv.40-42. Interrogato, infatti, dal suo allievo su chi siano quelle anime che si ritrovano davanti, il poeta latino risponde che “furono guerci, e cioè metaforicamente strabici, a tal punto che durante la vita terrena non furono in grado di vedere le cose in modo giusto e di spendere i soldi in maniera misurata”. Ecco il nocciolo della questione: chi sperpera non è così diverso da chi trattiene avidamente. La mezza misura, l’equilibrio, è una virtù fondamentale in ogni ambito. Queste anime dannate sono costrette a spingere macigni che rappresentano il denaro, e cioè un peso e un ostacolo sul cammino che non porterà mai a una soddisfazione definitiva, in quanto chi più ha più vuole avere e chi meno ha meno vuole avere. Nonostante siano irriconoscibili a causa delle colpe che li ha imbruttiti, Dante riesce a scorgere tra loro quelli con la tonsura, cioè quelli con la rasatura a forma di disco in mezzo alla testa, simbolo dell’uomo di chiesa medievale. C’è anche qui un nuovo attacco velato (ma non troppo) alla classe clericale del suo tempo, rea di aver perduto la retta via.   

Così tornavan per lo cerchio tetro
da ogne mano a l’opposito punto,
gridandosi anche loro ontoso metro; 33

poi si volgea ciascun, quand’era giunto,
per lo suo mezzo cerchio a l’altra giostra.
E io, ch’avea lo cor quasi compunto, 36

dissi: “Maestro mio, or mi dimostra
che gente è questa, e se tutti fuor cherci
questi chercuti a la sinistra nostra”. 39

Ed elli a me: “Tutti quanti fuor guerci
sì de la mente in la vita primaia,
che con misura nullo spendio ferci. 42

Assai la voce lor chiaro l’abbaia,
quando vegnono a’ due punti del cerchio
dove colpa contraria li dispaia. 45

Questi fuor cherci, che non han coperchio
piloso al capo, e papi e cardinali,
in cui usa avarizia il suo soperchio”. 48

E io: “Maestro, tra questi cotali
dovre’ io ben riconoscere alcuni
che furo immondi di cotesti mali”. 51

Ed elli a me: “Vano pensiero aduni:
la sconoscente vita che i fé sozzi,
ad ogne conoscenza or li fa bruni. 54

In etterno verranno a li due cozzi:
questi resurgeranno del sepulcro
col pugno chiuso, e questi coi crin mozzi. 57

Mal dare e mal tener lo mondo pulcro
ha tolto loro, e posti a questa zuffa:
qual ella sia, parole non ci appulcro. 60

Or puoi, figliuol, veder la corta buffa
d’i ben che son commessi a la fortuna,
per che l’umana gente si rabuffa; 63

ché tutto l’oro ch’è sotto la luna
e che già fu, di quest’anime stanche
non poterebbe farne posare una”. 66

“Maestro, dimmi un’altra cosa: ma se questi uomini vengono puniti per aver trattenuto e sperperato allo stesso modo, quale dovrebbe essere la cosa giusta? C’è qualche legge divina o qualche strada da seguire per non cadere in simili errori?”, chiede umilmente Dante. E Virgilio, mezzo incazzato: “Certo che c’è, uomo di poca fede! Le sorti alterne di ogni individuo dipendono da un piano già prestabilito da Dio, che alcuni uomini del tuo tempo chiamano Fortuna. Si tratta di una sorta di intelligenza angelica che è preposta al destino di ognuno di noi: il suo disegno è incontrastabile. Per questo motivo, figlio mio, non bisogna avere la presunzione o l’ambizione di controllare ogni cosa attraverso la gestione dei beni materiali. Tutto il sapere di noi uomini non potrà mai competere con la Fortuna divina!”

Il tema della Fortuna era molto discusso nel medioevo. E, a tal proposito, Franco Nembrini scrive: […] la Fortuna è dunque una ministra di Dio e si muove secondo un principio e delle ragioni che agli umani sfuggono. Qual è la sua funzione? Educarci. Dare e togliere continuamente i beni dimostra che essi sono appunto concessi in modo alterno, e quindi non soddisfano. Se vogliamo andare fino in fondo, la Fortuna è uno strumento di Dio per mostrarci che la via non è nostra. Il cambiamento repentino delle cose dimostra che il mondo si sviluppa secondo il disegno di Dio e non secondo il nostro. In conclusione, Dante non elimina l’idea pagana della Fortuna ma nella sua visione cristiana essa non è una dea bendata, come era stata concepita dagli antichi; bensì è una fortuna che ci vede benissimo, che vede meglio di noi.

Maestro mio”, diss’io, “or mi dì anche:
questa fortuna di che tu mi tocche,
che è, che i ben del mondo ha sì tra branche?”. 69

E quelli a me: “Oh creature sciocche,
quanta ignoranza è quella che v’offende!
Or vo’ che tu mia sentenza ne ’mbocche. 72

Colui lo cui saver tutto trascende,
fece li cieli e diè lor chi conduce
sì, ch’ogne parte ad ogne parte splende, 75

distribuendo igualmente la luce.
Similemente a li splendor mondani
ordinò general ministra e duce 78

che permutasse a tempo li ben vani
di gente in gente e d’uno in altro sangue,
oltre la difension d’i senni umani; 81

per ch’una gente impera e l’altra langue,
seguendo lo giudicio di costei,
che è occulto come in erba l’angue. 84

Vostro saver non ha contasto a lei:
questa provede, giudica, e persegue
suo regno come il loro li altri dèi. 87

Le sue permutazion non hanno triegue:
necessità la fa esser veloce;
sì spesso vien chi vicenda consegue. 90

Quest’è colei ch’è tanto posta in croce
pur da color che le dovrien dar lode,
dandole biasmo a torto e mala voce; 93

ma ella s’è beata e ciò non ode:
con l’altre prime creature lieta
volve sua spera e beata si gode. 96

Per la prima volta Dante scende nel cerchio successivo all’interno dello stesso canto. I due, infatti, si avviano verso il cerchio sulla sponda opposta, il quinto, sopra una sorgente che ribolle. Giunti al fondo del “ruscello triste” si ritrovano davanti alla palude detta Stige, nella quale è immersa gente coperta di fango, completamente nuda e con l’aria tormentata. Questi si strappano la carne a morsi a vicenda, uno spettacolo nauseabondo anche per chi non è vegano. Ad ogni turbamento di quel cucciolino di Dante, Virgilio interviene come il cacio sui maccheroni: “Figliolo, questi che vedi sono gli iracondi, quelli che in vita stavano sempre incazzati. E sappi che non sono soli, sott’acqua ce ne sono tantissimi altri; tra di loro echeggiano anche gli accidiosi, mezzi eretici, che si disperano continuamente.” Il canto si conclude con i nostri protagonisti che oscillano tra la parte bagnata e la parte asciutta della palude, mentre continuano a guardare con sgomento quelle anime inghiottite dal fango. Poi, improvvisamente, si ritrovano ai piedi di una torre: parleremo delle sorprese che riserverà lo Sitge nel prossimo episodio.

Or discendiamo omai a maggior pieta;
già ogne stella cade che saliva
quand’io mi mossi, e ’l troppo star si vieta”. 99

Noi ricidemmo il cerchio a l’altra riva
sovr’una fonte che bolle e riversa
per un fossato che da lei deriva. 102

L’acqua era buia assai più che persa;
e noi, in compagnia de l’onde bige,
intrammo giù per una via diversa. 105

In la palude va c’ ha nome Stige
questo tristo ruscel, quand’è disceso
al piè de le maligne piagge grige. 108

E io, che di mirare stava inteso,
vidi genti fangose in quel pantano,
ignude tutte, con sembiante offeso. 111

Queste si percotean non pur con mano,
ma con la testa e col petto e coi piedi,
troncandosi co’ denti a brano a brano. 114

Lo buon maestro disse: “Figlio, or vedi
l’anime di color cui vinse l’ira;
e anche vo’ che tu per certo credi 117

che sotto l’acqua è gente che sospira,
e fanno pullular quest’acqua al summo,
come l’occhio ti dice, u’ che s’aggira. 120

Fitti nel limo dicon: “Tristi fummo
ne l’aere dolce che dal sol s’allegra,
portando dentro accidïoso fummo: 123

or ci attristiam ne la belletta negra”.
Quest’inno si gorgoglian ne la strozza,
ché dir nol posson con parola integra”. 126

Così girammo de la lorda pozza
grand’arco, tra la ripa secca e ’l mézzo,
con li occhi vòlti a chi del fango ingozza. 129

Venimmo al piè d’una torre al da sezzo.

 

Ci vediamo lunedì 29 aprile con l’episodio numero 8: “Argenti vive”.

Si ringrazia Carmen Ammendola per le illustrazioni.

 

 

 

#pilloleinfernali: ep.6 – ATTENTI AL CANE

cerbero

Conoscere il passato per aggiustare il presente e vivere il futuro. L’inferno di Dante raccontato a “pillole” ha questo obiettivo: una presa di coscienza di ciò che si è. Ci immergiamo passo dopo passo nella cantica forse più dinamica e accattivante di tutta la Divina Commedia. E lo facciamo a modo nostro. Con ironia, passione e…vignette!  

NEGLI EPISODI PRECEDENTI: Dante e Virgilio si dirigono verso la “città dolente” trovandosi in un una zona intermedia che precede l’inferno vero e proprio e in cui vi sono gli ignavi, coloro che in vita non seppero e non vollero prendere alcuna decisione. Questi sono i primi a subire la legge del contrappasso, costretti a inseguire perennemente una sorta di bandiera e ad essere punti da vespe e mosconi; successivamente i due arrivano alla riva del fiume Acheronte, dove una schiera di anime dannate aspetta impazientemente Caronte, il traghettatore ufficiale. Subito dopo c’è una forte scossa di terremoto che provoca in Dante una sorta di svenimento. Risvegliatosi sull’altra sponda del fiume, il poeta fiorentino si accorge di essere arrivato nel limbo, luogo di spiriti magni che sperano eternamente, ma invano, di conoscere Dio: tra queste anime è ubicato anche Virgilio. Dopo qualche chiacchiera con i grandi oratori e poeti del passato, i due proseguono il viaggio scendendo nel secondo cerchio, dove incontrano i primi veri peccatori: i lussuriosi. Quest’ultimi, travolti continuamente da un’incessante bufera, subiscono il contrappasso per analogia. Dante si concentra su due figure in particolare,  Paolo e Francesca, due giovani vittime di un amore illegittimo e al centro dei fatti di cronaca del Duecento. Commosso, il poeta ha un secondo svenimento dopo aver ascoltato la loro storia.

Un po’ di acqua e zucchero e Dante si riprende dal secondo collasso. Scende con Viriglio nel terzo cerchio dell’inferno, quello caratterizzato da una pioggia “incessante, fredda, pesante e che non cambia mai di qualità”. In questo luogo vengono punite le anime dei golosi, di quelli che in vita pensarono soltanto “ad accontentare i desideri del proprio ventre”; in altre parole, di quelli che “è bello o’magnà” (“è cosa buona e giusta lasciarsi andare ai piaceri del cibo”, Mario Merola). Anche qui il contrappasso è per analogia: i dannati sono completamente immersi in un fango puzzolente che viene alimentato da grandine e neve sporca. Sono costretti ad ingerire continuamente ciò che scende dal cielo infernale senza mai sentirsi sazi.  Dante avrà sicuramente pensato che Viriglio poteva dargli almeno un ombrellino. Proprio all’inizio del cerchio i due si imbattono nel custode Cerbero, belva mostruosa dalle tre teste: ha gli occhi infuocati (come Caronte) e una peluria scura e molto unta, graffia e fa a pezzi di continuo tutte le anime immerse nel fango ringhiando più forte del Gattuso dei tempi d’oro. Quando la bestia si accorge di Dante, anima viva, non ha un atteggiamento diverso dagli altri custodi incontrati in precedenza: si oppone, vorrebbe maledirlo, ma non essendo dotato di parola riesce soltanto a dire “Ahhrg, abbhju, arghh”. Allora Virgilio, il nostro “Mr.Wolf”, impugna un po’ di quel fango puzzolente gettandolo in una delle tre avide bocche di Cerbero, che immediatamente distoglie l’attenzione e lascia passare i due poeti. Immaginate Virgilio che con aria soddisfatta guarda Dante e dice: “facile.it”. Proprio in questo istante, tuttavia, una delle anime esce per un attimo dal fango urlando a squarciagola.

Al tornar de la mente, che si chiuse
dinanzi a la pietà d’i due cognati,
che di trestizia tutto mi confuse,
3

novi tormenti e novi tormentati
mi veggio intorno, come ch’io mi mova
e ch’io mi volga, e come che io guati.
6

Io sono al terzo cerchio, de la piova
etterna, maladetta, fredda e greve;
regola e qualità mai non l’è nova.
9

Grandine grossa, acqua tinta e neve
per l’aere tenebroso si riversa;
pute la terra che questo riceve.
12

Cerbero, fiera crudele e diversa,
con tre gole caninamente latra
sovra la gente che quivi è sommersa.
15

Li occhi ha vermigli, la barba unta e atra,
e ’l ventre largo, e unghiate le mani;
graffia li spirti ed iscoia ed isquatra.
18

Urlar li fa la pioggia come cani;
de l’un de’ lati fanno a l’altro schermo;
volgonsi spesso i miseri profani.
21

Quando ci scorse Cerbero, il gran vermo,
le bocche aperse e mostrocci le sanne;
non avea membro che tenesse fermo.
24

E ’l duca mio distese le sue spanne,
prese la terra, e con piene le pugna
la gittò dentro a le bramose canne.
27

Qual è quel cane ch’abbaiando agogna,
e si racqueta poi che ’l pasto morde,
ché solo a divorarlo intende e pugna,
30

cotai si fecer quelle facce lorde
de lo demonio Cerbero, che ’ntrona
l’anime sì, ch’esser vorrebber sorde.
33

Noi passavam su per l’ombre che adona
la greve pioggia, e ponavam le piante
sovra lor vanità che par persona.
36

Elle giacean per terra tutte quante,
fuor d’una ch’a seder si levò, ratto
ch’ella ci vide passarsi davante.
39

“Hey tu, tu che ti lasci guidare in questo inferno” – urla il dannato – “dimmi se mi riconosci: tu sei nato pima che io morissi!” Dante è un attimo confuso, anche perché l’anima che deve riconoscere è completamente sporca di fango. Così, rassegnato e mortificato allo stesso tempo, risponde: “Non mi pare di averti visto qualche volta, però devo ammettere che così come sei ridotto mi fai veramente tenerezza. Quindi se vuoi dirmi qualcosa, ti ascolto volentieri”. E allora l’anima dolente: “Io fui tuo concittadino fiorentino e fui noto col nome di Ciacco, proprio a causa del mio vizio di gola che, come vedi, mi ha portato a patire queste pene tremende”. Ancora oggi non si sa a chi corrisponde esattamente la figura di Ciacco, diminutivo dei nomi Jacopo e/o Giacomo; sappiamo invece che nella Firenze del Trecento era sinonimo di “porco, avido di cibo” ed è per questo motivo che lo ritroviamo tra i golosi. E’ interessante ricordare che questo stesso Ciaccio viene ripreso da Giovanni Boccaccio in una delle novelle del suo Decameron.

“O tu che se’ per questo ’nferno tratto”,
mi disse, “riconoscimi, se sai:
tu fosti, prima ch’io disfatto, fatto”.
42

E io a lui: “L’angoscia che tu hai
forse ti tira fuor de la mia mente,
sì che non par ch’i’ ti vedessi mai.
45

Ma dimmi chi tu se’ che ’n sì dolente
loco se’ messo, e hai sì fatta pena,
che, s’altra è maggio, nulla è sì spiacente”.
48

Ed elli a me: “La tua città, ch’è piena
d’invidia sì che già trabocca il sacco,
seco mi tenne in la vita serena.
51

Voi Cittadini mi chiamaste Ciacco
per la dannosa colpa de la gola,
come tu vedi, a la pioggia mi fiacco.
54

E io anima trista non son sola,
ché tutte queste a simil pena stanno
per simil colpa”. E più non fé parola.
57

“Ciacco, il tuo tormento mi addolora così tanto” – risponde Dante – “…che quasi mi scendono le lacrime. Ma visto che sei…ehm, che fosti un mio concittadino, puoi dirmi qualcosa riguardo alle sorti di Firenze, divisa tra le due fazioni? E per quale motivo c’è così tanta discordia tra gente di stesso sangue?” Qui è importante sottolineare ciò che abbiamo già detto in precedenza: Dante scrive la Commedia non solo per dimostrare la sua capacità di poeta e di salvatore dell’animo umano, ma anche per raccontare fatti e vicende politiche del suo tempo.  Quando la inizia a scrivere, nel 1314, è in esilio e tutte le cose che racconta e racconterà sono già accadute, visto e considerato che il viaggio nell’aldilà è datato aprile 1300. Usa quindi un espediente narrativo: affida ai personaggi che incontra il compito di formulare profezie, che per il Dante viaggiatore sono tali mentre per il Dante narratore sono ricordi. Così avviene per la prima volta con Ciacco, che alla domanda del poeta sul perché della lotta tra due fazioni opposte (Guelfi bianchi e Guelfi neri) risponde: “Ci saranno delle lunghe lotte sanguinose ma alla fine i Neri, con l’aiuto di papa Bonifacio VIII che ora si finge benevolo, scacceranno via dalla città i Bianchi, ai quali appartieni anche tu; i Neri continueranno a comportarsi in modo superbo facendo subire ai pochi giusti soprusi pesantissimi. Tutto ciò perché Firenze è dominata dalla superbia, dall’avarizia e dall’invidia.” Dante resta muto per qualche secondo, poi continua a chiedere a Ciacco di personaggi politici che ha conosciuto, e di dove siano adesso. E il dannato prosegue: “Quelli che tu nomini e che hai creduto giusti, stanno molto più inguaiati del sottoscritto; ma te ne accorgerai tra un po’, quando li incontrerai nei gironi sottostanti. Ti prego di ricordare alla gente il mio nome, ora devo andare.” Ciacco ricade nella melma da cui è risorto. A questo punto interviene Virgilio, che di questi discorsi è stato sin ora mero spettatore: “Ciacco non riapparirà più se non nel giorno del giudizio universale, vale a dire quando gli angeli suoneranno le trombe e i corpi si ricongiungeranno alle rispettive anime. E, mi dispiace per lui, soffrirà ancor più di quanto soffre già ora.” Viene così introdotto un altro tema, quello del giudizio definitivo delle anime. Questo è il primo episodio “politico”, in cui Dante mette sul piatto le vicende terrene che governano il mondo umano e che finiscono, inevitabilmente, col creare disordini e soprusi. I due proseguono il cammino verso il quarto cerchio e si ritrovano davanti Pluto, “il grande nemico”. Ma questa è un’altra pillola…la prossima! 

Io li rispuosi: “Ciacco, il tuo affanno
mi pesa sì, ch’a lagrimar mi ’nvita;
ma dimmi, se tu sai, a che verranno 60

li cittadin de la città partita;
s’alcun v’è giusto; e dimmi la cagione
per che l’ ha tanta discordia assalita”. 63

E quelli a me: “Dopo lunga tencione
verranno al sangue, e la parte selvaggia
caccerà l’altra con molta offensione. 66

Poi appresso convien che questa caggia
infra tre soli, e che l’altra sormonti
con la forza di tal che testé piaggia. 69

Alte terrà lungo tempo le fronti,
tenendo l’altra sotto gravi pesi,
come che di ciò pianga o che n’aonti. 72

Giusti son due, e non vi sono intesi;
superbia, invidia e avarizia sono
le tre faville c’ hanno i cuori accesi”. 75

Qui puose fine al lagrimabil suono.
E io a lui: “Ancor vo’ che mi ’nsegni
e che di più parlar mi facci dono. 78

Farinata e ’l Tegghiaio, che fuor sì degni,
Iacopo Rusticucci, Arrigo e ’l Mosca
e li altri ch’a ben far puoser li ’ngegni, 81

dimmi ove sono e fa ch’io li conosca;
ché gran disio mi stringe di savere
se ’l ciel li addolcia o lo ’nferno li attosca”. 84

E quelli: “Ei son tra l’anime più nere;
diverse colpe giù li grava al fondo:
se tanto scendi, là i potrai vedere. 87

Ma quando tu sarai nel dolce mondo,
priegoti ch’a la mente altrui mi rechi:
più non ti dico e più non ti rispondo”. 90

Li diritti occhi torse allora in biechi;
guardommi un poco e poi chinò la testa:
cadde con essa a par de li altri ciechi. 93

E ’l duca disse a me: “Più non si desta
di qua dal suon de l’angelica tromba,
quando verrà la nimica podesta: 96

ciascun rivederà la trista tomba,
ripiglierà sua carne e sua figura,
udirà quel ch’in etterno rimbomba”. 99

Sì trapassammo per sozza mistura
de l’ombre e de la pioggia, a passi lenti,
toccando un poco la vita futura; 102

per ch’io dissi: “Maestro, esti tormenti
crescerann’ei dopo la gran sentenza,
o fier minori, o saran sì cocenti?”. 105

Ed elli a me: “Ritorna a tua scïenza,
che vuol, quanto la cosa è più perfetta,
più senta il bene, e così la doglienza. 108

Tutto che questa gente maladetta
in vera perfezion già mai non vada,
di là più che di qua essere aspetta”. 111

Noi aggirammo a tondo quella strada,
parlando più assai ch’i’ non ridico;
venimmo al punto dove si digrada: 114

quivi trovammo Pluto, il gran nemico.

 

Ci vediamo mercoledì 24 aprile con l’episodio numero 7: “Qui non si fa credito a nessuno”.

Si ringrazia Carmen Ammendola per le illustrazioni.

 

 


#pilloleinfernali: Ep. 5 – VENTO DI PASSIONE

paolo e francesca

Conoscere il passato per aggiustare il presente e vivere il futuro. L’inferno di Dante raccontato a “pillole” ha questo obiettivo: una presa di coscienza di ciò che si è. Ci immergiamo passo dopo passo nella cantica forse più dinamica e accattivante di tutta la Divina Commedia. E lo facciamo a modo nostro. Con ironia, passione e…vignette!  

NEGLI EPISODI PRECEDENTI: Dante e Virgilio si dirigono verso la “città dolente” e, una volta superato l’ingresso caratterizzato dalla scritta “lasciate ogni speranza voi ch’intrate, si trovano in un una zona intermedia che precede l’inferno vero e proprio e in cui vi sono gli ignavi, coloro che in vita non seppero e non vollero prendere alcuna decisione. Questi sono i primi a subire la legge del contrappasso, costretti a inseguire perennemente una sorta di bandiera e ad essere punti da vespe e mosconi; successivamente i due arrivano alla riva del fiume Acheronte, dove una schiera di anime dannate aspetta impazientemente Caronte, il traghettatore ufficiale dalla barba bianca e dagli occhi infuocati. Il vecchio, accortosi che Dante è un’anima viva, si oppone immediatamente alla sua presenza in quel luogo ma Virgilio, deciso, lo invita a non ribellarsi al volere divino. Subito dopo c’è una forte scossa di terremoto che provoca in Dante una sorta di svenimento. Risvegliatosi sull’altra sponda del fiume, il poeta fiorentino si accorge di essere arrivato nel limbo, luogo di spiriti magni che sperano eternamente, ma invano, di conoscere Dio. Sono di fatto anime sospese: persone buone, anche di valore umano e culturale, consapevoli però di vivere un desiderio senza speranza. Tra queste anime è ubicato anche Virgilio. Dopo qualche chiacchiera con i grandi oratori e poeti del passato, i due proseguono il viaggio scendendo nel secondo cerchio.

Oplà, un piccolo salto verso il basso ed ecco che siamo nel secondo cerchio infernale. Qui ci sono i lussuriosi, vale a dire quelli che in vita non seppero resistere al richiamo incessante delle passioni amorose. Tutti i Rocco Siffredi e le Cicciolina di una volta, insomma. Appena arrivati Dante e Virgilio si imbattono nella figura di Minosse, giudice infernale che indica a tutti i dannati il numero del girone cui sono destinati attorcigliando la coda intorno al proprio corpo per quante volte vuole che cadano in basso. Più semplicemente: arriva il dannato, buongiorno Minosse – buongiorno caro, che hai fatto di male? Niente ho mangiato un barattolo di Nutella al giorno. Ok, attorciglio la coda una sola volta attorno al mio corpo quindi vuol dire che devi andare nel girone di sotto. Vai! Ahhhhh! Arrivederci!

minosse

Così come ha fatto Caronte, anche Minosse quando vede Dante anima viva camminare negli inferi gli chiede irritato: “E tu che ci fai qua? Stai attento che non c’è bella gente! Ti conviene andare via!” Ma a questo punto, e avrete già capito perché ormai sapete che quando il gioco si fa duro entra in scena lui “like a boss”, Virgilio interviene con le stesse parole con cui ha silenziato il vecchio traghettatore: “risparmia il fiato per cortesia! il viaggio del mio amico è voluto dalla volontà di colui che tutto può, quindi fatti da parte e non domandare più nulla! E Minosse muto. D’ora in poi si inizia a sentire chiaramente il ruggito del vento, incessante e mastodontico. Una bufera infernale, appunto, che trascina gli spiriti con la sua violenza facendoli girare continuamente. Stavolta il contrappasso non è per contrasto ma per analogia: come in vita questi dannati si sono lasciati dominare dalla bufera della passione amorosa, allo stesso modo vengono trascinati perennemente da un vento inarrestabile. Dante, incuriosito (ma va?!?) chiede al suo maestro: “Chi sono tutte quelle anime?”

Così discesi del cerchio primaio
giù nel secondo, che men loco cinghia
e tanto più dolor, che punge a guaio. 3

Stavvi Minòs orribilmente, e ringhia:
essamina le colpe ne l’intrata;
giudica e manda secondo ch’avvinghia. 6

Dico che quando l’anima mal nata
li vien dinanzi, tutta si confessa;
e quel conoscitor de le peccata 9

vede qual loco d’inferno è da essa;
cignesi con la coda tante volte
quantunque gradi vuol che giù sia messa. 12

Sempre dinanzi a lui ne stanno molte:
vanno a vicenda ciascuna al giudizio,
dicono e odono e poi son giù volte. 15

“O tu che vieni al doloroso ospizio”,
disse Minòs a me quando mi vide,
lasciando l’atto di cotanto offizio, 18

“guarda com’entri e di cui tu ti fide;
non t’inganni l’ampiezza de l’intrare!”.
E ’l duca mio a lui: “Perché pur gride? 21

Non impedir lo suo fatale andare:
vuolsi così colà dove si puote
ciò che si vuole, e più non dimandare”. 24

Or incomincian le dolenti note
a farmisi sentire; or son venuto
là dove molto pianto mi percuote. 27

Io venni in loco d’ogne luce muto,
che mugghia come fa mar per tempesta,
se da contrari venti è combattuto. 30

La bufera infernal, che mai non resta,
mena li spirti con la sua rapina;
voltando e percotendo li molesta. 33

Quando giungon davanti a la ruina,
quivi le strida, il compianto, il lamento;
bestemmian quivi la virtù divina. 36

Intesi ch’a così fatto tormento
enno dannati i peccator carnali,
che la ragion sommettono al talento. 39

E come li stornei ne portan l’ali
nel freddo tempo, a schiera larga e piena,
così quel fiato li spiriti mali 42

di qua, di là, di giù, di sù li mena;
nulla speranza li conforta mai,
non che di posa, ma di minor pena. 45

E come i gru van cantando lor lai,
faccendo in aere di sé lunga riga,
così vid’io venir, traendo guai, 48

ombre portate da la detta briga;
per ch’i’ dissi: “Maestro, chi son quelle
genti che l’aura nera sì gastiga?”. 51

“Eh, caro Dante, oggi le anime abbondano! Allora, la prima che vedi è quella zozza imperatrice di Semiramide che, per giustificare le sue perversioni e gli eccessi di foga, rese lecito l’incesto e altre cose simili; poi abbiamo l’onestissima Didone, la quale giurò sul cadavere del marito Sicheo che non avrebbe mai avuto più nessuna relazione e poi…e poi tre giorni dopo stava con Enea! E ancora Elena, la Troia…uhm, scusa, volevo dire di Troia, quella che scatenò una delle più grandi guerre della storia a causa della sua passione. Ovviamente c’è anche il suo amante Paride, Achille e Tristano, e…” un ‘altra serie di personaggi simili. Dante, impietosito, si concentra però su due anime in particolare che continuano a stare abbracciate e a essere trascinate insieme: “Maestro, avrei onore e piacere di poter parlare con quei due ragazzotti che non si staccano nemmeno con questa bufera. Si può?” E Viriglio: “E secondo te io non ti posso far parlare con chi vuoi? Andiamo, seguimi nasone!”

La prima di color di cui novelle
tu vuo’ saper”, mi disse quelli allotta,
“fu imperadrice di molte favelle. 54

A vizio di lussuria fu sì rotta,
che libito fé licito in sua legge,
per tòrre il biasmo in che era condotta. 57

Ell’è Semiramìs, di cui si legge
che succedette a Nino e fu sua sposa:
tenne la terra che ’l Soldan corregge. 60

L’altra è colei che s’ancise amorosa,
e ruppe fede al cener di Sicheo;
poi è Cleopatràs lussurïosa. 63

Elena vedi, per cui tanto reo
tempo si volse, e vedi ’l grande Achille,
che con amore al fine combatteo. 66

Vedi Parìs, Tristano”; e più di mille
ombre mostrommi e nominommi a dito,
ch’amor di nostra vita dipartille. 69

Poscia ch’io ebbi ’l mio dottore udito
nomar le donne antiche e ’ cavalieri,
pietà mi giunse, e fui quasi smarrito. 72

I’ cominciai: “Poeta, volontieri
parlerei a quei due che ’nsieme vanno,
e paion sì al vento esser leggeri”. 75

Ed elli a me: “Vedrai quando saranno
più presso a noi; e tu allor li priega
per quello amor che i mena, ed ei verranno”. 78

Sì tosto come il vento a noi li piega,
mossi la voce: “O anime affannate,
venite a noi parlar, s’altri nol niega!”. 81

Quali colombe dal disio chiamate
con l’ali alzate e ferme al dolce nido
vegnon per l’aere, dal voler portate; 84

cotali uscir de la schiera ov’è Dido,
a noi venendo per l’aere maligno,
sì forte fu l’affettüoso grido. 87

Avvicinandosi a quelle anime Dante le riconosce immediatamente: si tratta di Paolo e Francesca da Polenta, figlia di un duca di Ravenna, uccisa dal marito Gianciotto Malatesta a causa della relazione di lei con il fratello di lui (Paolo, appunto). Questo fu un episodio molto chiacchierato verso la fine del Ducento, un fatto di cronaca vero e proprio. Francesca, commossa per l’attenzione che i due poeti le riservano, inizia a raccontare la sua storia con Paolo pronunciando dei luoghi comuni sull’amore, che in questo caso diventano una sorta di demoni incontrollabili capaci di superare ogni tipo di razionalità: “L’amore si insinua facilmente nel cuore di chi lo sa accogliere; quando uno è amato deve necessariamente ricambiare; è l’amore che ci ha portati a morire e a essere dannati, ma una dannazione maggiore spetterà a chi ci tolse la vita.”

Franco Nembrini scrive in merito: “E’ proprio vero che l’amore ci attira e ci lega in modo inevitabile a tal punto da annullare completamente la nostra libertà? Come tanti amici che a una certa età, magari con tre figli, mi dicono che si sono innamorati della segretaria sostenendo di non poterci fare nulla. Ma come, dico io, usate la testa! Nella vita non ci sono solo le emozioni, le attrattive, ci sono anche i fatti che costruiscono una storia, a cui si deve rimanere fedeli se non si vuole distruggere tutto.” Questo passo, tratto dall’introduzione al canto del docente bergamasco, ci fa capire precisamente per quale motivo Dante colloca queste anime nell’inferno: bisogna sempre tener conto della propria ragione e non lasciarsi vincere indistintamente, come Francesca, dalla passione amorosa.

Dopo aver ascoltato i luoghi comuni sull’amore, Dante è diretto come mai lo è stato sin ora: “Credo di aver capito cara Francesca ma…se posso permettermi, mi spieghi quando è avvenuto il fattaccio? Quale è l’episodio specifico che vi ha portati alla morte?” E lei: “Non c’è peggior cosa che ricordarsi del tempo felice quando si è infelici. Ma se hai questo desiderio, ti accontento: io e Paolo, un giorno, stavamo leggendo quatti quatti della storia d’amore di Lancillotto e Ginevra, la conosci no? Bene, che ti devo dire, quella lettura ci prese talmente tanto che finimmo col baciarci nel momento in cui Lancillotto bacia Ginevra. Quel libro è stato per noi ciò che Galeotto è stato per i due protagonisti, un intermediario che ha favorito l’incidente amoroso. Subito dopo mio marito ci ha scoperti e…ed ecco che siamo qui!”

Mentre Francesca pronuncia queste parole, Paolo piange a dirotto. E Dante, terribilmente turbato, sviene come “un corpo senza vita”.

“O animal grazïoso e benigno
che visitando vai per l’aere perso
noi che tignemmo il mondo di sanguigno, 90

se fosse amico il re de l’universo,
noi pregheremmo lui de la tua pace,
poi c’ hai pietà del nostro mal perverso. 93

Di quel che udire e che parlar vi piace,
noi udiremo e parleremo a voi,
mentre che ’l vento, come fa, ci tace. 96

Siede la terra dove nata fui
su la marina dove ’l Po discende
per aver pace co’ seguaci sui. 99

Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende,
prese costui de la bella persona
che mi fu tolta; e ‘l modo ancor m’offende. 102

Amor, ch’a nullo amato amar perdona,
mi prese del costui piacer sì forte,
che, come vedi, ancor non m’abbandona. 105

Amor condusse noi ad una morte.
Caina attende chi a vita ci spense”.
Queste parole da lor ci fuor porte. 108

Quand’io intesi quell’anime offense,
china’ il viso, e tanto il tenni basso,
fin che ’l poeta mi disse: “Che pense?”. 111

Quando rispuosi, cominciai: “Oh lasso,
quanti dolci pensier, quanto disio
menò costoro al doloroso passo!”. 114

Poi mi rivolsi a loro e parla’ io,
e cominciai: “Francesca, i tuoi martìri
a lagrimar mi fanno tristo e pio. 117

Ma dimmi: al tempo d’i dolci sospiri,
a che e come concedette amore
che conosceste i dubbiosi disiri?”. 120

E quella a me: “Nessun maggior dolore
che ricordarsi del tempo felice
ne la miseria; e ciò sa ‘l tuo dottore. 123

Ma s’a conoscer la prima radice
del nostro amor tu hai cotanto affetto,
dirò come colui che piange e dice. 126

Noi leggiavamo un giorno per diletto
di Lancialotto come amor lo strinse;
soli eravamo e sanza alcun sospetto. 129

Per più fïate li occhi ci sospinse
quella lettura, e scolorocci il viso;
ma solo un punto fu quel che ci vinse. 132

Quando leggemmo il disïato riso
esser basciato da cotanto amante,
questi, che mai da me non fia diviso, 135

la bocca mi basciò tutto tremante.
Galeotto fu ’l libro e chi lo scrisse:
quel giorno più non vi leggemmo avante”. 138

Mentre che l’uno spirto questo disse,
l’altro piangëa; sì che di pietade
io venni men così com’io morisse. 141

E caddi come corpo morto cade.

 

Ci vediamo lunedì 15 aprile con l’episodio numero 6: “Attenti al cane”.

Si ringrazia Carmen Ammendola per le illustrazioni.

 

 

 

#pilloleinfernali: Ep. 4 – ANIME SOSPESE

anime sospese

Conoscere il passato per aggiustare il presente e vivere il futuro. L’inferno di Dante raccontato a “pillole” ha questo obiettivo: una presa di coscienza di ciò che si è. Ci immergiamo passo dopo passo nella cantica forse più dinamica e accattivante di tutta la Divina Commedia. E lo facciamo a modo nostro. Con ironia, passione e…vignette!  

NEGLI EPISODI PRECEDENTI: Dante si perde, a trentacinque anni, in un bosco oscuro e tenebroso dal quale cerca immediatamente una via di fuga; mentre si incammina tre bestie (un ghepardo, un leone e una lupa) gli sbarrano la strada. In soccorso arriva Virgilio, poeta latino, che predice a quello fiorentino il compimento di un viaggio verso la salvezza che dovrà necessariamente passare attraverso i tre regni dell’aldilà; dopo un breve tentennamento, Dante acconsente e si dirige con Virgilio verso la “città dolente”: una volta superato l’ingresso, caratterizzato dalla scritta “lasciate ogni speranza voi ch’intrate”, i due si trovano in un una zona intermedia che precede l’inferno vero e proprio e in cui vi sono gli ignavi, coloro che in vita non seppero e non vollero prendere alcuna decisione. Questi sono i primi a subire la legge del contrappasso, costretti a inseguire perennemente una sorta di bandiera e ad essere punti da vespe e mosconi; successivamente Dante e Virgilio arrivano alla riva del fiume Acheronte, dove una schiera di anime dannate aspetta impazientemente Caronte, il traghettatore ufficiale dalla barba bianca e dagli occhi infuocati. Il vecchio, accortosi che Dante è un’anima viva, si oppone immediatamente alla sua presenza in quel luogo ma Virgilio, deciso, lo invita a non ribellarsi al volere divino. Subito dopo c’è una forte scossa di terremoto che provoca in Dante una sorta di svenimento.

In realtà Dante sta riposando così beato che se anche qualcuno provasse a svegliarlo per dirgli che questo viaggio è appena iniziato e non ci si può addormentare proprio ora, farebbe sicuramente finta di non sentire. Un po’ come noi quando le nostre mamme, di domenica mattina a mezzogiorno, ci dicono che dobbiamo alzarci dal letto perché non è dignitoso continuare a ronfare all’infinito. Tuttavia un tuono molto forte fa tremare l’intera atmosfera infernale e allora il nostro protagonista non può fare altro che risvegliarsi: si alza in piedi, si guarda intorno e si accorge fin da subito che si trova dall’altra parte dell’Acheronte. Poi arriva Virgilio: “Buongiornissimo! Caffè???” Attimo di pausa. “Ora ti porto con me nel mondo cieco” – continua, cambiando tono – “io andrò davanti per primo e tu mi seguirai per secondo”. Dante, che probabilmente vorrebbe veramente un caffè, rimane turbato dal cambio repentino di umore del suo maestro e gli dice: “Certo che ti seguo ma…tu di solito mi dai conforto, invece adesso ti vedo abbattuto: se le cose stanno così, come faccio a non avere paura?”  Non ha tutti i torti, effettivamente. E Viriglio non può far a meno di confermare: “Hai ragione, sono angosciato perché la sorte di questi dannati, che è anche la mia, mi fa veramente recriminare; quella che vedi però non è paura ma pietà. Adesso andiamo ed entriamo nel primo dei nove cerchi infernali”. Ecco qua, attraverso queste parole della “nostra” guida noi abbiamo subito un’informazione fondamentale sulla struttura dell’inferno dantesco: ci sono nove cerchi (o gironi) che vanno dal più largo al più stretto. Immaginate una montagna rovesciata verso il basso, al cui apice vi è l’ingresso (che abbiamo già incontrato) e alla cui profondità vi è nientepopodimeno che il diavolo in persona, il signor Lucifero, conficcato a testa in giù in mezzo a quintali di ghiaccio. Forse abbiamo “spoilerato” qualcosa sull’ultimo episodio: consideratelo un “flashfoward”. Anzi no, riformuliamo. Forse abbiamo “rivelato” qualcosa sull’ultimo episodio: consideratela una “prolessi”. E adesso ripetiamo insieme come se fossimo in chiesa, per tre volte: è cosa buona e giusta imparare prima in italiano e poi in un’altra lingua. Ritornando alla struttura infernale, la foto seguente renderà senza ombra di dubbio il concetto più semplice:

schema inferno

 Dante e Virgilio entrano così nel girone numero uno, il limbo, luogo degli spiriti magni che sperano eternamente, invano, di conoscere Dio. Essi infatti non furono veri e propri peccatori ma, essendo vissuti prima della nascita di Cristo e quindi senza battesimo, non poterono conoscere la salvezza. Sono di fatto anime sospese: persone buone, anche di valore umano e culturale, consapevoli però di vivere un desiderio senza speranza. Tra queste anime è ubicato anche Virgilio, e molti si chiedono come mai Dante abbia “scelto” per il suo maestro una sorte del genere. La risposta è come sempre più semplice di quello che si possa pensare: Dante non fa sconti a nessuno, nemmeno alla persona che ritiene intellettualmente più grande. In questo luogo non c’è sofferenza fisica e quindi nessun contrappasso. Semmai soltanto un perenne e profondo senso di nostalgia. “Dimmi, o mio maestro” – esordisce Dante – “qualcuno di questi qui è mai riuscito, per merito suo o di altri, ad essere salvato e a conoscere Dio?” E Virgilio: “In realtà si: ricordo che ero qui da poco quando vidi arrivare Gesù in carne ed ossa in segno di vittoria sul male. Venne per portare con sé Adamo, suo figlio Abele, Noè, Mosè e tanti altri, rendendoli beati. Questi sono stati gli unici, purtroppo per noi e per me!”

Ruppemi l’alto sonno ne la testa
un greve truono, sì ch’io mi riscossi
come persona ch’è per forza desta; 3

e l’occhio riposato intorno mossi,
dritto levato, e fiso riguardai
per conoscer lo loco dov’io fossi. 6

Vero è che ’n su la proda mi trovai
de la valle d’abisso dolorosa
che ’ntrono accoglie d’infiniti guai. 9

Oscura e profonda era e nebulosa
tanto che, per ficcar lo viso a fondo,
io non vi discernea alcuna cosa. 12

“Or discendiam qua giù nel cieco mondo”,
cominciò il poeta tutto smorto.
“Io sarò primo, e tu sarai secondo”. 15

E io, che del color mi fui accorto,
dissi: “Come verrò, se tu paventi
che suoli al mio dubbiare esser conforto?”. 18

Ed elli a me: “L’angoscia de le genti
che son qua giù, nel viso mi dipigne
quella pietà che tu per tema senti. 21

Andiam, ché la via lunga ne sospigne”.
Così si mise e così mi fé intrare
nel primo cerchio che l’abisso cigne. 24

Quivi, secondo che per ascoltare,
non avea pianto mai che di sospiri
che l’aura etterna facevan tremare; 27

ciò avvenia di duol sanza martìri,
ch’avean le turbe, ch’eran molte e grandi,
d’infanti e di femmine e di viri. 30

Lo buon maestro a me: “Tu non dimandi
che spiriti son questi che tu vedi?
Or vo’ che sappi, innanzi che più andi, 33

ch’ei non peccaro; e s’elli hanno mercedi,
non basta, perché non ebber battesmo,
ch’è porta de la fede che tu credi; 36

e s’e’ furon dinanzi al cristianesmo,
non adorar debitamente a Dio:
e di questi cotai son io medesmo. 39

Per tai difetti, non per altro rio,
semo perduti, e sol di tanto offesi
che sanza speme vivemo in disio”. 42

Gran duol mi prese al cor quando lo ’ntesi,
però che gente di molto valore
conobbi che ’n quel limbo eran sospesi. 45

“Dimmi, maestro mio, dimmi, segnore”,
comincia’ io per volere esser certo
di quella fede che vince ogne errore: 48

“uscicci mai alcuno, o per suo merto
o per altrui, che poi fosse beato?”.
E quei che ’ntese il mio parlar coverto, 51

rispuose: “Io era nuovo in questo stato,
quando ci vidi venire un possente,
con segno di vittoria coronato. 54

Trasseci l’ombra del primo parente,
d’Abèl suo figlio e quella di Noè,
di Moïsè legista e ubidente; 57

Abraàm patrïarca e Davìd re,
Israèl con lo padre e co’ suoi nati
e con Rachele, per cui tanto fé, 60

e altri molti, e feceli beati.
E vo’ che sappi che, dinanzi ad essi,
spiriti umani non eran salvati”. 63

A questo punto i due passano attraverso la folla di questi spiriti fino a giungere in un posto dove sono riunite quattro anime che parlottano tra di loro. “Maestro ma quelli li chi sono? E perché confabulano in modo così articolato?” Dante è così, ormai vi state abituando, e pure Virgilio si è abituato: è impaziente, chiede sempre qualcosa prima che il suo maestro possa spiegarglielo spontaneamente. “E meno male che non voleva venire”, verrebbe da dire. “Hehe, chi sono quelli…quelli sono i miei amici poeti: Omero, Orazio, Ovidio e Lucano.” Probabilmente Dante, che è ancora un poco frastornato e insonnolito, al nome di Lucano avrà pensato subito all’amaro; poi, rinsavito, ha capito immediatamente che si tratta del famoso poeta latino e autore della Pharsalia.  Virgilio faceva e fa parte di questo gruppetto di intellettuali del limbo, con cui dà vita a dibattiti, riflessioni e perché no – pensiamo noi – anche a qualche partita di scopone. I quattro poeti, non appena si accorgono del ritorno di Virgilio (si era allontanato per andare nella selva oscura: chiaro, no?) fanno un casino esagerato non solo perché contenti ma anche perché si accorgono che è in compagnia di un loro simile. Così invitano Dante a discutere con loro, e a noi ci piace immaginarli tutti insieme radunati attorno a un fuocherello, come si fa al più classico dei falò, con una birra in mano mentre cantano La canzone del sole di Lucio Battisti.

Non lasciavam l’andar perch’ei dicessi,
ma passavam la selva tuttavia,
la selva, dico, di spiriti spessi. 66

Non era lunga ancor la nostra via
di qua dal sonno, quand’io vidi un foco
ch’emisperio di tenebre vincia. 69

Di lungi n’eravamo ancora un poco,
ma non sì ch’io non discernessi in parte
ch’orrevol gente possedea quel loco. 72

“O tu ch’onori scïenzïa e arte,
questi chi son c’ hanno cotanta onranza,
che dal modo de li altri li diparte?”. 75

E quelli a me: “L’onrata nominanza
che di lor suona sù ne la tua vita,
grazïa acquista in ciel che sì li avanza”. 78

Intanto voce fu per me udita:
“Onorate l’altissimo poeta;
l’ombra sua torna, ch’era dipartita”. 81

Poi che la voce fu restata e queta,
vidi quattro grand’ombre a noi venire:
sembianz’avevan né trista né lieta. 84

Lo buon maestro cominciò a dire:
“Mira colui con quella spada in mano,
che vien dinanzi ai tre sì come sire: 87

quelli è Omero poeta sovrano;
l’altro è
Orazio satiro che vene;
Ovidio è ’l terzo, e l’ultimo Lucano. 90

Però che ciascun meco si convene
nel nome che sonò la voce sola,
fannomi onore, e di ciò fanno bene”. 93

Così vid’i’ adunar la bella scola
di quel segnor de l’altissimo canto
che sovra li altri com’aquila vola. 96

Da ch’ebber ragionato insieme alquanto,
volsersi a me con salutevol cenno,
e ’l mio maestro sorrise di tanto; 99

e più d’onore ancora assai mi fenno,
ch’e’ sì mi fecer de la loro schiera,
sì ch’io fui sesto tra cotanto senno. 102

Come tutti i divertimenti anche questo finisce, e i due sono riprendono il cammino allontanandosi dal falò. Arrivano ai piedi di un castello signorile, circondato a sua volta da sette cerchi di mura altissime e difeso tutto intorno da un fuoco che brucia costantemente. Senza timore lo attraversano ritrovandosi, immediatamente, tra migliaia di anime di sapienti stanziate in un prato di un color verde intenso, come se fossero in un giardino regale. Si spostano un po’ più in disparte, in un luogo luminoso e alto, in modo tale che si possono vedere bene tutti quelli che ne fanno parte. A questo punto, verso la fine dell’episodio, Dante elenca una serie di nomi di cui si dice “orgoglioso di aver visto dal vivo”. Tra i più importanti troviamo gli eroi della guerra di Troia, Enea ed Ettore; il primo vero imperatore romano Giulio Cesare; i filosofi Seneca ed Aristotele; e anche il Saladino, famoso sultano d’Egitto. Poi Dante e Virgilio prendono una nuova strada, uscendo dall’aria tranquilla e avvicinandosi a “quella che trema”. Il ruggito del vento, quello della passione, sta già iniziando a palesarsi.

Così andammo infino a la lumera,
parlando cose che ’l tacere è bello,
sì com’era ’l parlar colà dov’era. 105

Venimmo al piè d’un nobile castello,
sette volte cerchiato d’alte mura,
difeso intorno d’un bel fiumicello. 108

Questo passammo come terra dura;
per sette porte intrai con questi savi:
giugnemmo in prato di fresca verdura. 111

Genti v’eran con occhi tardi e gravi,
di grande autorità ne’ lor sembianti:
parlavan rado, con voci soavi. 114

Traemmoci così da l’un de’ canti,
in loco aperto, luminoso e alto,
sì che veder si potien tutti quanti. 117

Colà diritto, sovra ’l verde smalto,
mi fuor mostrati li spiriti magni,
che del vedere in me stesso m’essalto. 120

I’ vidi Eletra con molti compagni,
tra ’ quai conobbi Ettòr ed Enea,
Cesare armato con li occhi grifagni. 123

Vidi Cammilla e la Pantasilea;
da l’altra parte vidi ’l re Latino
che con Lavina sua figlia sedea. 126

Vidi quel Bruto che cacciò Tarquino,
Lucrezia, Iulia, Marzïa e Corniglia;
e solo, in parte, vidi ’l Saladino. 129

Poi ch’innalzai un poco più le ciglia,
vidi ’l maestro di color che sanno
seder tra filosofica famiglia. 132

Tutti lo miran, tutti onor li fanno:
quivi vid’ïo
Socrate e Platone,
che ’nnanzi a li altri più presso li stanno; 135

Democrito che ’l mondo a caso pone,
Dïogenès, Anassagora e Tale,
Empedoclès, Eraclito e Zenone; 138

e vidi il buono accoglitor del quale,
Dïascoride dico; e vidi Orfeo,
Tulïo e Lino e Seneca morale; 141

Euclide geomètra e Tolomeo,
Ipocràte, Avicenna e Galïeno,
Averoìs che ’l gran comento feo. 144

Io non posso ritrar di tutti a pieno,
però che sì mi caccia il lungo tema,
che molte volte al fatto il dir vien meno. 147

La sesta compagnia in due si scema:
per altra via mi mena il savio duca,
fuor de la queta, ne l’aura che trema. 150

E vegno in parte ove non è che luca.

 

Ci vediamo lunedì 1 aprile con l’episodio numero 5: “Vento di passione”.

Si ringrazia Carmen Ammendola per le illustrazioni.

Pascoli e l’ingiustizia – La cavalla storna

cavallina storna

Una lirica dedicata al padre, ucciso brutalmente: l’espressione del dolore mista alla compassione per un animale che, in quanto tale, non poté rendere giustizia al suo fidato padrone.

Il 10 agosto 1867 Ruggero Pascoli fu assassinato nel suo carro, sulla strada di ritorno verso casa. La cavalla che lo trainava, spaventata dal rumore degli spari, raggiunse la residenza portando con sé il corpo senza vita dell’uomo. L’evento traumatizzò il giovane Pascoli e lo portò a scrivere “La cavalla storna”, testo poetico in endecasillabi costituito da distici: chi conosce lo stile dell’autore è a conoscenza dell’attaccamento di quest’ultimo al nucleo familiare, del suo timore di un’eventuale rottura definitiva del nido. Osservando la poesia, si noti l’esordio in pieno stile pascoliano:

Nella Torre il silenzio era già alto.
Sussurravano i pioppi del Rio Salto.

I cavalli normanni alle lor poste
frangean la biada con rumor di croste.

Là in fondo la cavalla era, selvaggia,
nata tra i pini su la salsa spiaggia;

che nelle froge avea del mar gli spruzzi
ancora, e gli urli negli orecchi aguzzi.

Con su la greppia un gomito, da essa
era mia madre; e le dicea sommessa:

“O cavallina, cavallina storna,
che portavi colui che non ritorna;

tu capivi il suo cenno ed il suo detto!
Egli ha lasciato un figlio giovinetto;

il primo d’otto tra miei figli e figlie;
e la sua mano non toccò mai briglie.

[…]

La presentazione dell’ambiente come sipario del racconto è, come appena detto, di gusto squisitamente pascoliano: lo stile dell’autore e la sua abilità nel gestire ogni singolo suono del testo, quasi come se fosse musicato, illumina la presenza di semplici rime baciate (AA BB etc.) che, in un altro contesto, sarebbero state terribilmente banali

È la madre, disperata, a prendere la parola: l’apostrofe alla cavallina è rivolta come se non si trattasse di un animale ma di un essere umano vero e proprio, in grado dunque di essere convinto a rivelare ciò che ha visto durante il tragico accaduto. Sull’emotività del dialogo madre-cavallina torneremo in seguito; prima di proseguire sarebbe opportuno dare un ultimo sguardo all’apertura della lirica. Il paesaggio, immerso nel buio della sera, sottolinea l’atmosfera pregna di inquietudine insicurezza, come se la natura stessa avesse scelto di rispettare questo drammatico lutto.

Tu che ti senti ai fianchi l’uragano,
tu dài retta alla sua piccola mano.

Tu ch’hai nel cuore la marina brulla,
tu dài retta alla sua voce fanciulla”.

La cavalla volgea la scarna testa
verso mia madre, che dicea più mesta:

“O cavallina, cavallina storna,
che portavi colui che non ritorna;

lo so, lo so, che tu l’amavi forte!
Con lui c’eri tu sola e la sua morte.

O nata in selve tra l’ondate e il vento,
tu tenesti nel cuore il tuo spavento;

sentendo lasso nella bocca il morso,
nel cuor veloce tu premesti il corso:

adagio seguitasti la tua via,
perché facesse in pace l’agonia…”

[…]

lo so, lo so, che tu l’amavi forte! / Con lui c’eri tu sola e la sua morte.”: le parole della moglie sono più cariche di pathos  di quanto possa sembrare. Nonostante fosse lei ad essere la donna destinata ad accompagnarlo finché morte non ci separi, è la semplice cavallina a portare Ruggero mano nella mano verso la fine dei suoi giorni. Questo dettaglio, a prima vista di poco conto, dilania la coscienza della donna, ferita dall’ingiustizia: perché morire in quel modo, abbandonando il nido familiare, senza l’addio dei suoi amati parenti? È in questo frangente, nel rispetto, che Pascoli mostra il valore della Natura: “adagio seguitasti la tua via,/
perché facesse in pace l’agonia…“, quasi come se la cavallina, conscia dell’inevitabile morte del padrone, avesse scelto di non raggiungere troppo velocemente la residenza. L’uomo sarebbe morto nascosto dagli occhi dei suoi poveri figli, evitando loro una visione più drammatica del dovuto.

La scarna lunga testa era daccanto
al dolce viso di mia madre in pianto.

“O cavallina, cavallina storna,
che portavi colui che non ritorna;

oh! due parole egli dové pur dire!
E tu capisci, ma non sai ridire.

Tu con le briglie sciolte tra le zampe,
con dentro gli occhi il fuoco delle vampe,

con negli orecchi l’eco degli scoppi,
seguitasti la via tra gli alti pioppi:

lo riportavi tra il morir del sole,
perché udissimo noi le sue parole”.

Stava attenta la lunga testa fiera.
Mia madre l’abbracciò su la criniera

“O cavallina, cavallina storna,
portavi a casa sua chi non ritorna!

A me, chi non ritornerà più mai!
Tu fosti buona… Ma parlar non sai!

[…]

In questa parte del componimento continua la ripresa del ritornello che, a mo’ di cantilena, esprime quella sensazione nata dal rifiuto che porta chi soffre a cercare una soluzione, una via d’uscita, tornando (purtroppo, senza mai successo) al punto di partenza. Importanti gli elementi che rendono la cavallina l’unica testimone della vicenda: il testo, per l’appunto, denuncia anche tutti gli atteggiamenti omertosi del periodo. L’assassinio non era dovuto ad un banale atto di brigantaggio: in qualità di agente ed amministratore, Ruggero aveva sicuramente infastidito alcuni malavitosi della zona… Dopo ben tre processi, il delitto rimase impunito, archiviato perché “commesso da ignoti“.  Giustificabile allora la rabbia del poeta, costretto ad accettare ciò che moralmente era ingiusto sotto ogni punto di vista. Rabbia che si presenta nella parole della madre, la quale sottolinea più volte quanto sia negativo il fatto che alla cavalla manchi il dono della parola: “E tu capisci, ma non sai ridire.”; “Tu fosti buona… Ma parlar non sai!

Tu non sai, poverina; altri non osa.
Oh! ma tu devi dirmi una, una cosa!

Tu l’hai veduto l’uomo che l’uccise:
esso t’è qui nelle pupille fise.

Chi fu? Chi è? Ti voglio dire un nome.
E tu fa cenno. Dio t’insegni, come”.

Ora, i cavalli non frangean la biada:
dormian sognando il bianco della strada.

La paglia non battean con l’unghie vuote:
dormian sognando il rullo delle ruote.

Mia madre alzò nel gran silenzio un dito:
disse un nome… Sonò alto un nitrito.

Il dubbio sulla possibile testimonianza dell’amata cavallina si scioglie: lei conosce l’identità dell’assassino ed è persino in grado di riconoscerlo: così descrivono alcune delle parole a mio avviso più toccanti del repertorio pascoliano: “Mia madre alzò nel gran silenzio un dito: / disse un nome… Sonò alto un nitrito.” Di matrice quasi cinematografica, la scena descritta da questo piccolo distico fa venire la pelle d’oca: due semplici gesti attuati nel gran silenzio che rende da ottimo sfondo per un avvenimento così solenne. E così, col nitrito giustiziero, termina il componimento, senza la necessità di dire altro (ci ricorda un po’ la chiusura di Inferno XVI, vero?). Perché se la verità potesse sempre essere dalla parte dei giusti, non servirebbero altre parole.

#pilloleinfernali: Ep.3 – LASCIATE OGNI SPERANZA VOI CH’INTRATE

lasciate ogni speranza

Conoscere il passato per aggiustare il presente e vivere il futuro. L’inferno di Dante raccontato a “pillole” ha questo obiettivo: una presa di coscienza di ciò che si è. Ci immergiamo passo dopo passo nella cantica forse più dinamica e accattivante di tutta la Divina Commedia. E lo facciamo a modo nostro. Con ironia, passione e…vignette!  

NEGLI EPISODI PRECEDENTI: Dante si perde, a trentacinque anni, in un bosco oscuro e tenebroso dal quale cerca immediatamente una via di fuga; mentre si incammina tre bestie (un ghepardo, un leone e una lupa) gli sbarrano la strada. In soccorso arriva Virgilio, poeta latino, che predice a quello fiorentino il compimento di un viaggio verso la salvezza che dovrà necessariamente passare attraverso i tre regni dell’aldilà; Dante acconsente ma in realtà è timoroso e dubbioso: chi è lui per poter attraversare, da vivo, il mondo ultraterreno? Allora Virgilio, con maestria e rimprovero, lo tranquillizza dicendogli che il viaggio è voluto da Dio. E che è stata Beatrice, la donna da lui amata, a scendere giù nel limbo per comunicare ufficialmente la missione. Preso coraggio, Dante accetta senza timore di visitare i tre regni in compagnia della sua guida e si dirige verso la prima meta: la città “dolente”.

 Davanti ad ogni porta, o ingresso, c’è quasi sempre un cartello o un avviso identificativo. Se andiamo in ospedale troviamo scritto: Pronto soccorso; se abbiamo fame e vogliamo mettere sotto i denti qualcosa di commestibile troviamo: Pub, o Pizzeria o Ristorante, prima o dopo il nome specifico del locale; se abbiamo voglia di intervistare Al Bano e capire per quale motivo il governo ucraino lo ritiene una minaccia per il paese, dobbiamo citofonare alla porta con su scritto Carrisi. Anche Dante e Viriglio, arrivati finalmente al cospetto dell’Inferno, trovano un cartello identificativo. Non c’è scritto “Welcome to Inferno” oppure “The Hell: fuoco e fiamme”, e nemmeno il nome di Lucifero. Stiamo parlando di un poeta (e che poeta!) e quindi la sua immaginazione e le sue capacità partoriscono una frase che recita più o meno così: “Attraverso questa porta si va nella citta che soffre, nel dolore eterno, nella casa dei dannati. Sono stato creato da Dio onnipotente e non esistono cose generate prima di me se non quelle eterne. Voi che oltrepassate questa porta, abbandonate ogni speranza.” Mamma mia. Quando Dante legge questa incisione ha, per un attimo, un nuovo sussulto: sembra ritornare ai ripensamenti dell’episodio precedente. Ma Virgilio, esperto e autoritario, subito esclama: “Caro mio, adesso ci siamo davvero e bisogna lasciare alle spalle qualsiasi paura; siamo finalmente arrivati nel posto di cui ti avevo parlato, tra quelle anime dannate prive di qualsiasi forma di bene.” Dopo di che, da vera guida, tende la mano verso il nostro protagonista che, accoltala, varca la porta infernale in preda allo sgomento: si sentono anime piangere e urlare, parolacce, suoni di schiaffi che creano un eco insopportabile. Per chiarire subito qualsiasi equivoco, ripoteremo di seguito la semplice ma fondamentale osservazione dell’ormai noto Nembrini a proposito dell’Inferno e del suo motivo d’esistere. Il professore spiega: Spesso i miei studenti mi chiedono per quale motivo Dio, che è così buono e misericordioso, abbia creato l’inferno e le sue pene. La risposta è una sola: se non ci fosse l’inferno noi non saremmo uomini liberi. Creandolo, Dio ci ha concesso la possibilità di dirgli di no, e quindi la possibilità di scegliere, rendendoci di fatto diversi da un gatto o un cane. Ne consegue il fatto che l’inferno non è un luogo di vendetta di Dio ma è semplicemente la conseguenza delle scelte che ogni uomo fa, liberamente.

’Per me si va ne la città dolente,
per me si va ne l’etterno dolore,
per me si va tra la perduta gente. 3

Giustizia mosse il mio alto fattore;
fecemi la divina podestate,
la somma sapïenza e ’l primo amore. 6

Dinanzi a me non fuor cose create
se non etterne, e io etterna duro.
Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate’. 9

Queste parole di colore oscuro
vid’ïo scritte al sommo d’una porta;
per ch’io: “Maestro, il senso lor m’è duro”. 12

Ed elli a me, come persona accorta:
“Qui si convien lasciare ogne sospetto;
ogne viltà convien che qui sia morta. 15

Noi siam venuti al loco ov’i’ t’ ho detto
che tu vedrai le genti dolorose
c’ hanno perduto il ben de l’intelletto”. 18

E poi che la sua mano a la mia puose
con lieto volto, ond’io mi confortai,
mi mise dentro a le segrete cose. 21

Quivi sospiri, pianti e alti guai
risonavan per l’aere sanza stelle,
per ch’io al cominciar ne lagrimai. 24

 I pianti e i lamenti che Dante ascolta sono quelli dei cosiddetti ignavi, ovvero coloro che vissero “senza infamia e senza lode”. Le loro anime sono mescolate a gruppi di angeli che, quando Lucifero si ribellò a Dio, non scelsero di stare né con l’uno né con l’altro. Insomma gli ignavi sono quelli che in vita non presero mai posizione, e che adesso sono collocati in una zona che anticipa l’inferno vero e proprio (e che per questo motivo alcuni studiosi chiamano “Antinferno”), segno di una ripugnanza vera e propria anche da parte del luogo stesso in cui si trovano. Essi sono costretti a inseguire continuamente una sorta di bandiera errante incapace di fermarsi, nudi e punti continuamente da mosconi e vespe che li assalgono. Il sangue che scende dai loro volti, mischiato alle lacrime, funge da nutrimento per i vermi che gli camminano sotto i piedi. Una scena, come potete immaginare, abominevole. Qui incontriamo per la prima volta la legge più importante che vige nell’Inferno dantesco: quella del contrappasso, una correlazione tra la colpa e la pena da scontare. Tale correlazione può evidenziarsi o per analogia – i dannati subiscono continuamente e per sempre un destino simile o pari a quelli che hanno scelto in vita – o per contrasto –i dannati sono costretti in eterno a compiere o subire ciò che in vita hanno evitato. Una legge del taglione rivisitata (Hammurabi chi?!?). Nel caso dei “nostri” ignavi, la relazione è chiaramente quella del contrasto, in quanto quest’ultimi vengono costretti a inseguire qualcosa (la bandiera) e quindi a prendere parte, tormentati continuamente da vespe e mosconi che gli fanno versare sangue e lacrime che non avevano mai voluto spendere da vivi; infine, questo destino inutile e questo sangue vano alimentano inutili insetti. Tutto ciò non ha senso ma è proprio questo il punto: una pena insensata e inutile per chi è stato, di fatto, inutile nel nostro mondo. Gli ignavi sono i peggiori di tutti, secondo Virgilio: “Dante bello, ora che ti ho detto chi sono questi esseri, ti sarei molto grato se gli fossi del tutto indifferente e continuassi a seguirmi senza troppe domande. Nessuno si ricorderà di loro e nessuno li vuole, né l’inferno né la salvezza. Anzi, sciagurato io che sto perdendo troppo tempo con questi qui! Non pensarli più, guarda e passa!”. Ascoltate queste parole, Dante si convince a lasciar perdere ma, prima di andare definitivamente oltre, scorge la sagoma di un’anima nota: si tratta di Celestino V, di quello tanto codardo da rinunciare alla nomina di papa, e che per la stessa spianò la strada a uno dei più acerrimi nemici del nostro protagonista, ovvero papa Bonifacio VIII. Celestino V, per scherzare e dare una vaga idea, potremmo considerarlo una sorta di avo di papa Ratzinger: lo ricordate no? quello antecedente all’attuale Bergoglio; diede nel 2013 le dimissioni quasi come fosse un allenatore di calcio (“visto e considerato che i vescovi non riescono ad esprimere una messa soddisfacente, per il bene della società Chiesa FC lascio l’incarico sperando di riascoltare il prima possibile un’Ave Maria degno di nota”). Ritornando seri (?) e al nostro episodio, ritroviamo a questo punto un Dante ansioso e curioso di sapere a cosa si andrà in contro: “Mio caro maestro, mi pare di vedere da qui alcune anime sulla riva di quel fiume che abbiamo davanti: chi sono? E perché sono cosi agitate?” Purtroppo il nostro protagonista non ha ancora imparato il galateo. Virgilio, infatti, gli risponde: “Quel fiume che abbiamo davanti si chiama Acheronte. Ti prego, però, di non avere fretta: quando arriveremo capirai”. E allora, come un cagnolino bastonato, lo segue in religioso silenzio.

 Diverse lingue, orribili favelle,

parole di dolore, accenti d’ira,
voci alte e fioche, e suon di man con elle 27

facevano un tumulto, il qual s’aggira
sempre in quell’aura sanza tempo tinta,
come la rena quando turbo spira. 30

E io ch’avea d’error la testa cinta,
dissi: “Maestro, che è quel ch’i’ odo?
e che gent’è che par nel duol sì vinta?”. 33

Ed elli a me: “Questo misero modo
tegnon l’anime triste di coloro
che visser sanza ’nfamia e sanza lodo. 36

Mischiate sono a quel cattivo coro
de li angeli che non furon ribelli
né fur fedeli a Dio, ma per sé fuoro. 39

Caccianli i ciel per non esser men belli,
né lo profondo inferno li riceve,
ch’alcuna gloria i rei avrebber d’elli”. 42

E io: “Maestro, che è tanto greve
a lor che lamentar li fa sì forte?”.
Rispuose: “Dicerolti molto breve. 45

Questi non hanno speranza di morte,
e la lor cieca vita è tanto bassa,
che ’nvidïosi son d’ogne altra sorte. 48

Fama di loro il mondo esser non lassa;
misericordia e giustizia li sdegna:
non ragioniam di lor, ma guarda e passa”. 51

E io, che riguardai, vidi una ’nsegna
che girando correva tanto ratta,
che d’ogne posa mi parea indegna; 54

e dietro le venìa sì lunga tratta
di gente, ch’i’ non averei creduto
che morte tanta n’avesse disfatta. 57

Poscia ch’io v’ebbi alcun riconosciuto,
vidi e conobbi l’ombra di colui
che fece per viltade il gran rifiuto. 60

Incontanente intesi e certo fui
che questa era la setta d’i cattivi,
a Dio spiacenti e a’ nemici sui. 63

Questi sciaurati, che mai non fur vivi,
erano ignudi e stimolati molto
da mosconi e da vespe ch’eran ivi. 66

Elle rigavan lor di sangue il volto,
che, mischiato di lagrime, a’ lor piedi
da fastidiosi vermi era ricolto. 69

E poi ch’a riguardar oltre mi diedi,
vidi genti a la riva d’un gran fiume;
per ch’io dissi: “Maestro, or mi concedi 72

ch’i’ sappia quali sono, e qual costume
le fa di trapassar parer sì pronte,
com’i’ discerno per lo fioco lume”. 75

Ed elli a me: “Le cose ti fier conte
quando noi fermerem li nostri passi
su la trista riviera d’Acheronte”. 78

Allor con li occhi vergognosi e bassi,
temendo no ’l mio dir li fosse grave,
infino al fiume del parlar mi trassi. 81

Giunti alla riva dell’Acheronte, Dante e Viriglio si imbattono immediatamente in un vecchio dalla barba e dai capelli bianchi e dagli occhi rossastri che grida: “Guai a voi, anime malvagie! Non abbiate la minima speranza di raggiungere la pace eterna: io vi porto all’altra riva nell’oscurità eterna, tra il fuoco e il gelo!” Si tratta di Caronte, personaggio della mitologia greca che ha il compito di traghettare le anime dannate oltre il fiume. Egli, non appena si accorge che Dante è un’anima viva, subito esclama: “E tu dove credi di andare? Separati immediatamente da questi qui! Tu non sei destinato a viaggiare sulla mia barca!”

Qui c’è tutta la capacità narrativa e stilistica del nostro autore. Bisogna necessariamente ricordare, infatti, che Dante è allo stesso tempo protagonista della storia ma anche narratore, e che quindi svolge allo stesso tempo il ruolo di colui che non sa e colui che sa. Tramite queste parole, messe in bocca a Caronte, egli ci fa già capire che la sua non è un’anima dannata e che è destinato alla salvezza eterna (Per altra via, per altri porti verrai a piaggia, non qui, per passare: più lieve legno convien che ti porti).  

Al rifiuto del vecchio ci pensa “like a boss” (come al solito) Virgilio: “Caronte risparmia il fiato per cortesia: il viaggio del mio amico è voluto dalla volontà di colui che tutto può, quindi fatti da parte e non domandare più nulla!” Immaginate questo frammento con una musica che calza a pennello: I’ve got the power degli Snap. E Virgilio che incrocia braccia e gambe per ballarla. Così, il timoniere barbuto dagli occhi infuocati ammutolisce e si concentra sulle anime dei dannati da trasportare, che nel frattempo piangono, urlano, bestemmiano maledicendo Dio e la specie umana. Sono numerosissime davanti alla “fermata” del fiume: sembra di essere nella metropolitana di Napoli. Caronte le raccoglie col suo lungo remo come fossero molluschi e picchia con lo stesso chi cerca di lanciarsi prima del tempo sulla barca. I dannati, infatti, sono ansiosi di andare dall’altra parte proprio perché ormai incapaci di distinguere il bene dal male, finendo col desiderare ciò che li condannerà per sempre (metafora di ciò che hanno fatto in vita). “Come le foglie d’autunno cadono una dopo l’altra, allo stesso modo i discendenti malvagi di Adamo cadono su quella barca ad uno ad uno, seguendo i segnali di Caronte come un uccello segue il suo richiamo”, scrive Dante dal verso 113 al verso 120.

caronte

Alla fine dell’episodio si manifesta un terremoto fortissimo nell’Antinferno: dalle viscere della terra fuoriescono lampi rossi e correnti incessanti. Dante, scosso, perde i sensi e cade a terra privo di conoscenza. Sonno o svenimento che sia, non ci è dato sapere.

Ed ecco verso noi venir per nave
un vecchio, bianco per antico pelo,
gridando: “Guai a voi, anime prave! 84

Non isperate mai veder lo cielo:
i’ vegno per menarvi a l’altra riva
ne le tenebre etterne, in caldo e ’n gelo. 87

E tu che se’ costì, anima viva,
pàrtiti da cotesti che son morti”.
Ma poi che vide ch’io non mi partiva, 90

disse: “Per altra via, per altri porti
verrai a piaggia, non qui, per passare:
più lieve legno convien che ti porti”. 93

E ’l duca lui: “Caron, non ti crucciare:
vuolsi così colà dove si puote
ciò che si vuole, e più non dimandare”. 96

Quinci fuor quete le lanose gote
al nocchier de la livida palude,
che ’ntorno a li occhi avea di fiamme rote. 99

Ma quell’anime, ch’eran lasse e nude,
cangiar colore e dibattero i denti,
ratto che ’nteser le parole crude. 102

Bestemmiavano Dio e lor parenti,
l’umana spezie e ’l loco e ’l tempo e ’l seme
di lor semenza e di lor nascimenti. 105

Poi si ritrasser tutte quante insieme,
forte piangendo, a la riva malvagia
ch’attende ciascun uom che Dio non teme. 108

Caron dimonio, con occhi di bragia
loro accennando, tutte le raccoglie;
batte col remo qualunque s’adagia. 111

Come d’autunno si levan le foglie
l’una appresso de l’altra, fin che ’l ramo
vede a la terra tutte le sue spoglie, 114

similemente il mal seme d’Adamo
gittansi di quel lito ad una ad una,
per cenni come augel per suo richiamo. 117

Così sen vanno su per l’onda bruna,
e avanti che sien di là discese,
anche di qua nuova schiera s’auna. 120

“Figliuol mio”, disse ‘l maestro cortese,
“quelli che muoion ne l’ira di Dio
tutti convegnon qui d’ogne paese; 123

e pronti sono a trapassar lo rio,
ché la divina giustizia li sprona,
sì che la tema si volve in disio. 126

Quinci non passa mai anima buona;
e però, se Caron di te si lagna,
ben puoi sapere omai che ’l suo dir suona”. 129

Finito questo, la buia campagna
tremò sì forte, che de lo spavento
la mente di sudore ancor mi bagna. 132

La terra lagrimosa diede vento,
che balenò una luce vermiglia
la qual mi vinse ciascun sentimento; 135

e caddi come l’uom cui sonno piglia.

 

Ci vediamo lunedì 25 marzo con l’episodio numero 4: “Anime sospese”.

Si ringrazia Carmen Ammendola per le illustrazioni.

 

 

 

 

 

 

#pilloleinfernali: Ep.2 – DAMMI SOLO UN MINUTO

dammi solo un minuto

Conoscere il passato per aggiustare il presente e vivere il futuro. L’inferno di Dante raccontato a “pillole” ha questo obiettivo: una presa di coscienza di ciò che si è. Ci immergiamo passo dopo passo nella cantica forse più dinamica e accattivante di tutta la Divina Commedia. E lo facciamo a modo nostro. Con ironia, passione e…vignette!  

NELL’EPISODIO PRECEDENTE: Dante si perde, a trentacinque anni, in un bosco oscuro e tenebroso da cui cerca immediatamente una via di fuga; dopo qualche passo traballante vede un piccolo colle illuminato dai raggi solari, verso il quale si dirige speranzoso. Tuttavia il cammino viene barrato dalla presenza di tre bestie (un ghepardo, un leone e una lupa) che respingono il poeta fiorentino nelle tenebre. Dante però scorge una sagoma, alla quale chiede disperatamente aiuto: si tratta del poeta latino Virgilio. Quest’ultimo gli predice il compimento di un viaggio verso la salvezza che dovrà necessariamente passare attraverso i tre regni dell’aldilà; aggiunge inoltre che lo accompagnerà sia all’inferno che al purgatorio, mentre per il paradiso lo attenderà una guida “più degna”. I due si incamminano.  

Allor si mosse, e io li tenni dietro. Li avevamo lasciati così. Il maestro che fa strada e l’allievo che lo segue, in silenzio. Tutto fa presagire che da qui a poco saranno al cospetto della porta infernale, pronti ad intraprendere il viaggio preannunciato. Ma c’è un attimo di esitazione. Questo episodio, il canto secondo, è l’episodio del dubbio. Immaginate Dante camminare dietro Virgilio con passo lento ed insicuro, tipico di chi pensa “cioè, ma sta capitando proprio a me?” Probabilmente, se avesse avuto con se uno smartphone, un abbonamento a Spotify e un paio di cuffiette il nostro poeta dal naso pronunciato avrebbe sicuramente riprodotto, per sentirsi compreso delle sue paure, la canzone dei Gemelli Diversi “Un attimo ancora”, soffermandosi nello specifico sul ritornello Dammi solo un minuto, un sorso di fiato, un attimo ancora! Infatti, dopo essersi rivolto alle Muse affinché lo aiutino a narrare per bene gli avvenimenti (qui Dante fa un po’ il copione: l’invocazione alla Musa era tipica del mondo classico) richiama l’attenzione di Virgilio dicendogli: “Maestro scusami un attimo, avrei delle riflessioni da fare prima di proseguire; non vorrei sembrare scocciante o blasfemo, però mi chiedevo…ma io chi sono per venire, da vivo, nel regno dell’aldilà? Chi è colui che mi vuole lì? Perché ti ricordo, semmai lo avessi dimenticato, che soltanto due uomini prima di me hanno visitato, in vita, il mondo ultraterreno: Enea e San Paolo. Il primo fu sicuramente scelto in quanto fondatore dell’eterna città di Roma; il secondo venne designato da Dio per ricevere sostegno e conferma di quella fede che avrebbe poi diffuso attraverso la sua parola. Per questo motivo, con tutto il rispetto eh… sto seriamente pensando che seguirti sarebbe una follia. Ma tu mi capisci, sicuramente mi capisci! Con quel capoccione che ti ritrovi, senza offesa, avrai per certo compreso le mie perplessità!” A questo punto Virgilio, negativamente sorpreso e – perché no – anche un po’ incazzato, si volta verso Dante pronto a replicare.

Lo giorno se n’andava, e l’aere bruno
toglieva li animai che sono in terra
da le fatiche loro; e io sol uno 3

m’apparecchiava a sostener la guerra
sì del cammino e sì de la pietate,
che ritrarrà la mente che non erra. 6

O muse, o alto ingegno, or m’aiutate;
o mente che scrivesti ciò ch’io vidi,
qui si parrà la tua nobilitate. 9

Io cominciai: “Poeta che mi guidi,
guarda la mia virtù s’ell’è possente,
prima ch’a l’alto passo tu mi fidi. 12

Tu dici che di Silvïo il parente,
corruttibile ancora, ad immortale
secolo andò, e fu sensibilmente. 15

Però, se l’avversario d’ogne male
cortese i fu, pensando l’alto effetto
ch’uscir dovea di lui, e ’l chi e ’l quale 18

non pare indegno ad omo d’intelletto;
ch’e’ fu de l’alma Roma e di suo impero
ne l’empireo ciel per padre eletto: 21

la quale e ’l quale, a voler dir lo vero,
fu stabilita per lo loco santo
u’ siede il successor del maggior Piero. 24

Per quest’andata onde li dai tu vanto,
intese cose che furon cagione
di sua vittoria e del papale ammanto. 27

Andovvi poi lo Vas d’elezïone,
per recarne conforto a quella fede
ch’è principio a la via di salvazione. 30

Ma io, perché venirvi? o chi ’l concede?
Io non Enëa, io non Paulo sono;
me degno a ciò né io né altri ’l crede. 33

Per che, se del venire io m’abbandono,
temo che la venuta non sia folle.
Se’ savio; intendi me’ ch’i’ non ragiono”. 36

E qual è quei che disvuol ciò che volle
e per novi pensier cangia proposta,
sì che dal cominciar tutto si tolle, 39

tal mi fec’ïo ’n quella oscura costa,
perché, pensando, consumai la ’mpresa
che fu nel cominciar cotanto tosta. 42

“Se ho ben capito quello che hai detto” – replica Virgilio – “ti stai comportando come un vigliacco, a tal punto da pensare di rinunciare a una simile impresa. Ma, affinché tu possa tranquillizzarti, ti spiegherò tutto per filo e per segno”. Come abbiamo già detto in precedenza, il poeta latino resta alquanto interdetto davanti all’atteggiamento di Dante. Non è da lui, infatti, sminuire in questo modo l’intelletto umano. Franco Nembrini, nostro principale punto di riferimento nella lettura e interpretazione dell’Opera (e che quindi sentirete richiamato spesso), ci parla nella fattispecie di un “Dante presuntuoso e falso umile”. Ci va giù pesante, ma non è un’accusa fine a se stessa. Piuttosto si tratta di riconoscere in colui che si è elevato sopra tutti gli uomini, grazie alla sua scoperta, dei limiti imprescindibili e identificanti la natura di tutti noi. Egli infatti scrive: Quante volte noi, presuntuosi come Dante, quando davvero la scelta si fa difficile, quando davvero dobbiamo rischiare, ci nascondiamo dietro a un “non sono capace” oppure “non fa per me”. Anche davanti all’attrattiva che la vita offre si può avere paura; perché il nuovo, l’altro viaggio, incutono timore. Ma questa non è umiltà, è viltà. La vera umiltà non significa denigrarsi ma avere stima di sé per ciò che Dio compie attraverso noi. Capirete che riportare queste parole è fondamentale, perché racchiudono il pensiero di Virgilio stesso, il quale non si lascia ingannare da chi, vilmente e quindi con scuse che rasentano il ridicolo, cerca di scampare al proprio destino. “Stavo tutto tranquillo nel mio limbo tra le anime sospese” – riprende Virgilio – quando mi sono sentito chiamare da una donna bellissima, talmente bella e dolce nei modi che subito mi sono messo al suo servizio; questa donna porta il nome di Beatrice ed è preoccupata per te, per la condizione in cui sei sprofondato. Ti ama e perciò mi ha raccomandato di giungere in soccorso nel bosco tenebroso e di aiutarti. Sinceramente caro Dante, quando ho visto quella figura così angelica in un posto brutto e sporco come quello in cui mi trovavo, non ho potuto fare a meno di chiederle come avesse fatto a non temere di arrivarci, dato che proveniva dalla beatitudine del paradiso. La sua risposta è stata decisa: si teme solo ciò che può fare del male. Essendo creatura ed espressione di Dio e della sua grazia, la miseria e le fiamme infernali non la toccavano minimamente. Ma ti dirò di più. Mi ha detto anche che è stata la Madonna in persona a volere il tuo viaggio, tanto che la stessa ha chiesto a santa Lucia di dire a Beatrice ciò che Beatrice ha detto a me! Questa è la verità, questo è ciò che è accaduto ed è per questo che sono venuto a salvarti nel bosco. Io sono soltanto l’ultimo anello di un ingranaggio perfetto che ti vuole testimone della salvezza umana. E ora che sai tutto questo, perché ancora resti fermo? Perché non realizzi consapevolmente che simili donne hanno chiesto di te…e che le mie parole promettono soltanto del bene?”

S’i’ ho ben la parola tua intesa”,
rispuose del magnanimo quell’ombra,
“l’anima tua è da viltade offesa; 45

la qual molte fïate l’omo ingombra
sì che d’onrata impresa lo rivolve,
come falso veder bestia quand’ombra. 48

Da questa tema acciò che tu ti solve,
dirotti perch’io venni e quel ch’io ’ntesi
nel primo punto che di te mi dolve. 51

Io era tra color che son sospesi,
e donna mi chiamò beata e bella,
tal che di comandare io la richiesi. 54

Lucevan li occhi suoi più che la stella;
e cominciommi a dir soave e piana,
con angelica voce, in sua favella: 57

“O anima cortese mantoana,
di cui la fama ancor nel mondo dura,
e durerà quanto ’l mondo lontana, 60

l’amico mio, e non de la ventura,
ne la diserta piaggia è impedito
sì nel cammin, che vòlt’è per paura; 63

e temo che non sia già sì smarrito,
ch’io mi sia tardi al soccorso levata,
per quel ch’i’ ho di lui nel cielo udito. 66

Or movi, e con la tua parola ornata
e con ciò c’ ha mestieri al suo campare,
l’aiuta sì ch’i’ ne sia consolata. 69

I’ son Beatrice che ti faccio andare;
vegno del loco ove tornar disio;
amor mi mosse, che mi fa parlare. 72

Quando sarò dinanzi al segnor mio,
di te mi loderò sovente a lui”.
Tacette allora, e poi comincia’ io: 75

“O donna di virtù sola per cui
l’umana spezie eccede ogne contento
di quel ciel c’ ha minor li cerchi sui, 78

tanto m’aggrada il tuo comandamento,
che l’ubidir, se già fosse, m’è tardi;
più non t’è uo’ ch’aprirmi il tuo talento. 81

Ma dimmi la cagion che non ti guardi
de lo scender qua giuso in questo centro
de l’ampio loco ove tornar tu ardi”. 84

“Da che tu vuo’ saver cotanto a dentro,
dirotti brievemente”, mi rispuose,
“perch’i’ non temo di venir qua entro. 87

Temer si dee di sole quelle cose
c’ hanno potenza di fare altrui male;
de l’altre no, ché non son paurose. 90

I’ son fatta da Dio, sua mercé, tale,
che la vostra miseria non mi tange,
né fiamma d’esto ’ncendio non m’assale. 93

Donna è gentil nel ciel che si compiange
di questo ‘mpedimento ov’io ti mando,
sì che duro giudicio là sù frange. 96

Questa chiese Lucia in suo dimando
e disse: – Or ha bisogno il tuo fedele
di te, e io a te lo raccomando -. 99

Lucia, nimica di ciascun crudele,
si mosse, e venne al loco dov’i’ era,
che mi sedea con l’antica Rachele. 102

Disse: – Beatrice, loda di Dio vera,
ché non soccorri quei che t’amò tanto,
ch’uscì per te de la volgare schiera? 105

Non odi tu la pieta del suo pianto,
non vedi tu la morte che ’l combatte
su la fiumana ove ’l mar non ha vanto? -. 108

Al mondo non fur mai persone ratte
a far lor pro o a fuggir lor danno,
com’io, dopo cotai parole fatte, 111

venni qua giù del mio beato scanno,
fidandomi del tuo parlare onesto,
ch’onora te e quei ch’udito l’ hanno”. 114

Poscia che m’ebbe ragionato questo,
li occhi lucenti lagrimando volse,
per che mi fece del venir più presto. 117

E venni a te così com’ella volse:
d’inanzi a quella fiera ti levai
che del bel monte il corto andar ti tolse. 120

Dunque: che è perché, perché restai,
perché tanta viltà nel core allette,
perché ardire e franchezza non hai, 123

poscia che tai tre donne benedette
curan di te ne la corte del cielo,
e ’l mio parlar tanto ben ti promette?”. 126

Adesso non ci sono più dubbi: la missione di Dante è voluta dalla volontà divina. Così il nostro protagonista, che per l’occasione utilizza un’altra metafora bellissima, si schiude e mostra coraggio. Il dubbio è solo un lontano ricordo che fa spazio a un irrefrenabile desiderio di scoprire l’ignoto. I due si rimettono in cammino e, stavolta, il viaggio inizia sul serio.

Quali fioretti dal notturno gelo
chinati e chiusi, poi che ’l sol li ’mbianca,
si drizzan tutti aperti in loro stelo, 129

tal mi fec’io di mia virtude stanca,
e tanto buono ardire al cor mi corse,
ch’i’ cominciai come persona franca: 132

“Oh pietosa colei che mi soccorse!
e te cortese ch’ubidisti tosto
a le vere parole che ti porse! 135

Tu m’ hai con disiderio il cor disposto
sì al venir con le parole tue,
ch’i’ son tornato nel primo proposto. 138

Or va, ch’un sol volere è d’ambedue:
tu duca, tu segnore e tu maestro”.
Così li dissi; e poi che mosso fue, 141

intrai per lo cammino alto e silvestro.

 

 

Ci vediamo lunedì 18 marzo con l’episodio numero 3: “Lasciate ogni speranza voi ch’intrate”.

Si ringrazia Carmen Ammendola per le illustrazioni.

 

#pilloleinfernali: Ep.1 – LA SELVA E LE BESTIE

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Conoscere il passato per aggiustare il presente e vivere il futuro. L’inferno di Dante raccontato a “pillole” ha questo obiettivo: una presa di coscienza di ciò che si è. Ci immergiamo passo dopo passo nella cantica forse più dinamica e accattivante di tutta la Divina Commedia. E lo facciamo a modo nostro. Con ironia, passione e…vignette!  

Eccoci qua amici lettori: oggi inauguriamo le #pilloleinfernali, una rubrica che mira a spiegare canto dopo canto tutto l’Inferno dantesco e i suoi personaggi con un tono leggero e accessibile a chiunque voglia conoscere le nozioni minime di quella che è la più grande opera della letteratura italiana.  Per farlo, però, occorre una piccolissima introduzione all’introduzione stessa, dato che il primo canto (che chiameremo “episodio”, giusto per stare al passo con i tempi) si configura come un proemio di un viaggio che inizierà di fatto dal canto successivo.

A chi non è mai capitato un momento buio nella vita? Tutti noi abbiamo fatto i conti con una realtà che non ci piace o non ci piaceva. Questo è successo anche a Dante, altroché. Quando nel 1314, infatti, egli si appresta a comporre la sua prima cantica sta attraversando un periodo di profonda crisi: la donna che ama alla follia, Beatrice, è morta da più di vent’anni ma il dolore è ancora vivo; la sua casa di Firenze costituisce ormai soltanto un dolce ricordo, dato che non ci ha più messo piede dal 1302 in quanto condannato a morte; la società del suo tempo è irrimediabilmente corrotta e anarchica, imperatori e papi alterano sempre di più i rispettivi ruoli istituzionali creando conflitti non privi di sangue e terrore. Insomma, come direbbero a Roma, una vera “caciara”. Per tutti questi motivi il Sommo Poeta (che a quel tempo era solo poeta, e in pochi se lo filavano veramente) decide, attraverso la poesia e l’allegoria, di compiere un viaggio immaginario nel mondo ultraterreno. Si badi bene però: lo scopo di Dante non è quello di capire il mistero della morte, semmai quello della vita. Perché siamo sulla terra, desideriamo, ci innamoriamo al punto da sentirci così vicini a qualcosa di infinito e poi…finiamo? Il senso dello stare al mondo, qual è? Egli si interroga per anni, continuamente e in modo compulsivo, cercando una risposta convincente per se stesso e per gli altri.  Proprio questo senso di altruismo lo porta a credere, una volta riconosciuta la retta via, di essere stato investito da Dio della missione di indicare a tutta l’umanità il percorso della salvezza. Per farlo bisogna per forza passare nei tre regni dell’aldilà: inferno, purgatorio e paradiso. Tutto quello che verrà appreso durante il cammino dovrà essere riportato agli uomini mediante la scrittura, affinché quest’ultimi imbocchino la via della rigenerazione e della redenzione. Una redenzione che non vuol dire soltanto “ok, Dante mi ha confermato che se mi comporto male vado all’inferno e se mi comporto da buon cristiano vado in paradiso, quindi so che dopo la vita c’è qualcosa” ma soprattutto “caspita, attraverso gli errori o gli esempi degli altri posso capire finalmente come trascorrere al meglio il tempo che passo su questa terra”.  Fatta questa superficiale ma fondamentale premessa, andiamo a vedere cosa succede nel primo canto – episodio.

Siamo nella notte tra il 7 e l’8 aprile del 1300, anno del primo giubileo (momento di conversione, remissione dei peccati). Dante, che ha più o meno trentacinque anni, si ritrova all’improvviso in una sorta di bosco oscuro silenzioso e tenebroso, che soltanto a guardarlo gli viene una paura che nemmeno la protagonista del video Thriller di Michael Jackson potrebbe capire. Barcolla, è confuso, non ricorda come ha fatto a finire in quel luogo. Se ne rammarica, cerca una via d’uscita. Crede di averla trovata quando scorge un piccolo colle illuminato dai raggi solari: la sensazione d’angoscia che l’ha paralizzato sembra scomparire piano piano. Scrive una metafora bellissima con cui dimostra, fin da subito, tutte le sue capacità di poeta. Ci dice infatti “così mi sono sentito quando ho visto quel colle della speranza, allo stesso modo di un naufrago giunto alla riva e sopravvissuto al mare in tempesta”.

Nel mezzo del cammin di nostra vita
mi ritrovai per una selva oscura,
ché la diritta via era smarrita. 3

Ahi quanto a dir qual era è cosa dura
esta selva selvaggia e aspra e forte
che nel pensier rinova la paura! 6

Tant’è amara che poco è più morte;
ma per trattar del ben ch’i’ vi trovai,
dirò de l’altre cose ch’i’ v’ ho scorte. 9

Io non so ben ridir com’i’ v’intrai,
tant’era pien di sonno a quel punto
che la verace via abbandonai. 12

Ma poi ch’i’ fui al piè d’un colle giunto,
là dove terminava quella valle
che m’avea di paura il cor compunto, 15

guardai in alto e vidi le sue spalle
vestite già de’ raggi del pianeta
che mena dritto altrui per ogne calle. 18

Allor fu la paura un poco queta,
che nel lago del cor m’era durata
la notte ch’i’ passai con tanta pieta. 21

E come quei che con lena affannata,
uscito fuor del pelago a la riva,
si volge a l’acqua perigliosa e guata, 24

così l’animo mio, ch’ancor fuggiva,
si volse a retro a rimirar lo passo
che non lasciò già mai persona viva. 27

Poi ch’èi posato un poco il corpo lasso,
ripresi via per la piaggia diserta,
sì che ’l piè fermo sempre era ’l più basso. 30

Tutto bene dunque, il pericolo sembra scampato. Macché, gli piacerebbe. Proprio quando sta per salire sul colle illuminato si ritrova davanti una sorta di ghepardo che ostacola il proseguo: Dante ha un sussulto e ripiega all’indietro. Tuttavia si sente ancora ottimista perché vede nel cielo la costellazione dell’Ariete, collegata alla stagione primaverile e quindi al concetto di rinascita. Quest’ottimismo viene letteralmente spazzato via quando, di fianco al ghepardo, compare anche un leone: ha la testa alta e una fame rabbiosa, a tal punto che l’atmosfera intorno sembra tremare al pari di un terremoto. E non è finita qui. Subito dietro si palesa una lupa magra che col suo sguardo terrificante fa perdere a Dante l’ultima briciola di speranza rimasta: sta per ricadere nel buio del bosco tenebroso. Avete presente la scena di Tre uomini e una gamba quando Aldo, uno dei tre protagonisti del film, resta bloccato su una piccola roccia da scalare? Ecco, parafrasandolo, possiamo dire che Dante pensa la stessa cosa: “Adesso non posso né scendere né salire, né scendere né salire!”

Mentre, piangente, precipita in basso scorge da lontano una sagoma che ancora non sa se uomo o fantasma. In ogni caso, come il più disperato dei disperati, gli urla contro: Miserere di me!, cioè “abbi pietà di me, chiunque tu sia: salvami!”

Ed ecco, quasi al cominciar de l’erta,
una lonza leggera e presta molto,
che di pel macolato era coverta; 33

e non mi si partia dinanzi al volto,
anzi ’mpediva tanto il mio cammino,
ch’i’ fui per ritornar più volte vòlto. 36

Temp’era dal principio del mattino,
e ’l sol montava ’n sù con quelle stelle
ch’eran con lui quando l’amor divino 39

mosse di prima quelle cose belle;
sì ch’a bene sperar m’era cagione
di quella fiera a la gaetta pelle 42

l’ora del tempo e la dolce stagione;
ma non sì che paura non mi desse
la vista che m’apparve d’un leone. 45

Questi parea che contra me venisse
con la test’alta e con rabbiosa fame,
sì che parea che l’aere ne tremesse. 48

Ed una lupa, che di tutte brame
sembiava carca ne la sua magrezza,
e molte genti fé già viver grame, 51

questa mi porse tanto di gravezza
con la paura ch’uscia di sua vista,
ch’io perdei la speranza de l’altezza. 54

E qual è quei che volontieri acquista,
e giugne ’l tempo che perder lo face,
che ’n tutti suoi pensier piange e s’attrista; 57

tal mi fece la bestia sanza pace,
che, venendomi ’ncontro, a poco a poco
mi ripigneva là dove ’l sol tace. 60

Mentre ch’i’ rovinava in basso loco,
dinanzi a li occhi mi si fu offerto
chi per lungo silenzio parea fioco. 63

Quando vidi costui nel gran diserto,
“Miserere di me”, gridai a lui,
“qual che tu sii, od ombra od omo certo!”. 66

Dante dunque chiede aiuto a quella sagoma. E quella sagoma, che corrisponde al poeta latino Virgilio, rivela subito la sua identità: “Ahimè non sono più un uomo adesso, ma lo sono stato. I miei genitori furono lombardi e io nacqui e vissi sotto la Roma dell’imperatore Augusto, quando ancora credevamo che gli dei fossero tanti e uguali a noi uomini. Penso che mi conosci però perché, come te, sono stato poeta: ho raccontato di Enea, ti ricordi? L’ultimo troiano sopravvissuto alla città bruciata dai greci. Ma tu perché stai così impalato? Che aspetti a salire quel bel colle illuminato che è simbolo di gioia e di salvezza?” Probabilmente Dante, se si fosse trattato di un altro, gli avrebbe detto “razza di idiota che non sei altro, non vedi che ci sono queste tre bestie che vogliono azzannarmi? Come faccio a salire?!?”, ma siccome si ritrova davanti il suo più grande idolo (aveva letto avidamente l’Eneide in cui, non a caso, si racconta della discesa di un uomo negli inferi) ha soltanto parole di ammirazione per lui, scordandosi per qualche istante della cattiva situazione in cui si è cacciato: “O grande poeta, o mio maestro” – gli dice – “tu sei stato la mia guida, quello da cui ho imparato a poetare!” Poi ritorna, stoico, alla realtà circostante: “ti prego, dammi una mano contro queste bestie, indicami la via; ho talmente paura che sento tremare le vene e i polsi.” Virgilio, che tutto sa e tutto vede, ha fatto di proposito quella domanda pur conoscendo la risposta perché, come di racconta Franco Nembrini, “un vero maestro è colui che pur conoscendo la risposta non risparmia la domanda al suo allievo”.

“Caro Dante, stai tranquillo e smettila di piangere, adesso troviamo una soluzione. Innanzitutto se vuoi salvarti da questo posto devi fare una strada alternativa perché queste bestie, simboli dei peccati umani, non risparmiano nessuno. Forse, anzi sicuramente, un giorno arriverà un messia o qualcuno che ci libererà da loro e allora potremo percorrere quel colle senza alcun timore. Per adesso, ti conviene seguirmi: io ti farò da guida e ti porterò prima all’inferno, dove vedrai gli spiriti disperati e addolorati, e poi in purgatorio, dove ci sono quelli contenti di espiare le proprie colpe in quanto desiderosi di arrivare tra le anime beate; per quanto riguarda il paradiso…ehm, non ho il pass! Non ti posso accompagnare. Ma stai tranquillo, ci sarà un’altra guida più degna, e ti lascerò con lei quando sarà il momento. Il padrone del paradiso è un po’ risentito con me e non vuole che entri a casa sua…è sempre per quella questione di cui ti ho parlato prima, ti ricordi? Che nacqui al tempo in cui credevamo gli dei innumerevoli e umani. Ancora oggi mi mordo le mani, mannaggia a me! Chissà come deve essere bello stare lassù!

A questo punto l’episodio va verso la conclusione. Dante, ammirato e rincuorato, chiude con un’ultima battuta: “Mio maestro, ti chiedo in nome di quel Dio che non hai conosciuto di condurmi allora in quei posti che mi hai descritto, affinché io possa salvarmi dal male che circonda tutta la terra.” Virgilio annuisce e si incammina in un’altra direzione. Dante, umilmente, lo segue. E ci regala già un prezioso monito: nessuno si salva da solo.

Rispuosemi: “Non omo, omo già fui,
e li parenti miei furon lombardi,
mantoani per patrïa ambedui. 69

Nacqui sub Iulio, ancor che fosse tardi,
e vissi a Roma sotto ’l buono Augusto
nel tempo de li dèi falsi e bugiardi. 72

Poeta fui, e cantai di quel giusto
figliuol d’Anchise che venne di Troia,
poi che ’l superbo Ilïón fu combusto. 75

Ma tu perché ritorni a tanta noia?
perché non sali il dilettoso monte
ch’è principio e cagion di tutta gioia?”. 78

“Or se’ tu quel Virgilio e quella fonte
che spandi di parlar sì largo fiume?”,
rispuos’io lui con vergognosa fronte. 81

“O de li altri poeti onore e lume,
vagliami ’l lungo studio e ’l grande amore
che m’ ha fatto cercar lo tuo volume. 84

Tu se’ lo mio maestro e ’l mio autore,
tu se’ solo colui da cu’ io tolsi
lo bello stilo che m’ ha fatto onore. 87

Vedi la bestia per cu’ io mi volsi;
aiutami da lei, famoso saggio,
ch’ella mi fa tremar le vene e i polsi”. 90

“A te convien tenere altro vïaggio”,
rispuose, poi che lagrimar mi vide,
“se vuo’ campar d’esto loco selvaggio; 93

ché questa bestia, per la qual tu gride,
non lascia altrui passar per la sua via,
ma tanto lo ’mpedisce che l’uccide; 96

e ha natura sì malvagia e ria,
che mai non empie la bramosa voglia,
e dopo ’l pasto ha più fame che pria. 99

Molti son li animali a cui s’ammoglia,
e più saranno ancora, infin che ’l veltro
verrà, che la farà morir con doglia. 102

Questi non ciberà terra né peltro,
ma sapïenza, amore e virtute,
e sua nazion sarà tra feltro e feltro. 105

Di quella umile Italia fia salute
per cui morì la vergine Cammilla,
Eurialo e Turno e Niso di ferute. 108

Questi la caccerà per ogne villa,
fin che l’avrà rimessa ne lo ’nferno,
là onde ’nvidia prima dipartilla. 111

Ond’io per lo tuo me’ penso e discerno
che tu mi segui, e io sarò tua guida,
e trarrotti di qui per loco etterno; 114

ove udirai le disperate strida,
vedrai li antichi spiriti dolenti,
ch’a la seconda morte ciascun grida; 117

e vederai color che son contenti
nel foco, perché speran di venire
quando che sia a le beate genti. 120

A le quai poi se tu vorrai salire,
anima fia a ciò più di me degna:
con lei ti lascerò nel mio partire; 123

ché quello imperador che là sù regna,
perch’i’ fu’ ribellante a la sua legge,
non vuol che ’n sua città per me si vegna. 126

In tutte parti impera e quivi regge;
quivi è la sua città e l’alto seggio:
oh felice colui cu’ ivi elegge!”. 129

E io a lui: “Poeta, io ti richeggio
per quello Dio che tu non conoscesti,
acciò ch’io fugga questo male e peggio, 132

che tu mi meni là dov’or dicesti,
sì ch’io veggia la porta di san Pietro
e color cui tu fai cotanto mesti”. 135

Allor si mosse, e io li tenni dietro.

 

Ci vediamo lunedì 11 marzo con l’episodio numero 2: “Dammi solo un minuto”.

Si ringrazia Carmen Ammendola per le illustrazioni.

I Promessi sposi una lingua unitaria in un’opera da ri-leggere

I Promessi sposi è il primo romanzo italiano di grande impianto e, pertanto, di grande respiro. Se seguiamo la linea dei classici, nel Settecento l’Italia non allinea nessun romanzo significativo; dobbiamo andare in Francia per trovare un Candido di Voltaire o una Nuova Eloisa di Rousseau (romanzi peraltro rispondenti a fini educativi o analitici molto precisi) o in Inghilterra per trovare un Robinson Crusoe di Defoe (anche questo romanzo a tesi). Nel Settecento in Italia l’opera grande, di impianto solenne, corale, e di portata universale per il contenuto, la dà Parini col Giorno. Ma il Giorno è un poema; un poema che risulta moderno per il suo contenuto di critica sociale, ma antico per la struttura e la lingua ancora classica.

La ferma convinzione dell’impegno morale e civile, implica per Manzoni la necessità di rivolgersi effettivamente ed oggettivamente, al popolo. In questa direzione, Manzoni è spinto anche dal cattolicesimo, infatti, secondo la religione, la buona novella si rivolge principalmente agli umili, con un linguaggio semplice e accessibile adatto anche ai meno colti.

La prima pagina del manoscritto, reca la data 24 aprile 1821, e i primi tre capitoli vengono composti di getto, dopo una breve prefazione. Il Fermo e Lucia, viene concluso dopo due anni, nel 1823. Manzoni sottopone subito l’opera ad una netta revisione, eliminando le digressioni più ampie, l’ordine dei capitoli muta, e la storia de La Monaca viene abbreviata.  Ciò che interessa principalmente a Manzoni è il problema della lingua, e l’assenza in Italia di una idioma letterario che fosse usato anche in ambito letterario. L’autore dunque, rifiuta ogni teorizzazione, ogni norma astratta, affermando che l’unità linguistica può nascere solo dall’unità del popolo che in essa può riconoscersi.

Le vicende di Renzo e Lucia sono quelle di tutti gli oppressi, degli umili che fanno la storia senza saperlo e senza che essa se ne curi, e i due personaggi sono la concretizzazione di quel vero poetico che è l’unico spazio in cui la letteratura si possa efficacemente impegnare senza entrare in concorrenza con la storia, ma sfruttando tutto ciò che della storia è parte integrante e viva.

Dal punto di vista linguistico, Il Fermo e Lucia, si basava su una lingua definita “europeizzante”, modellata sul milanese, sul toscano e sul latino, poi trasformato in toscano libresco.

L’edizione del 1840-42 (la quarantana) si rifà al modello greco, con una narrazione omogenea ed unitaria; due giovani innamorati ma ostacolati nel loro amore a causa di una serie di avversità.  Quindi, tale edizione, segue il modello antico, colorandosi di riferimenti fortemente improntati sui valori antichi. La nuova stesura del romanzo, suddiviso in 38 capitoli, è un completo rifacimento del Fermo e Lucia (la ventisettana). La narrazione, nella stesura definitiva, è più omogenea, intesa come la normale esistenza dei due giovani innamorati, aiutati e sostenuti contro una serie di “norme” opprimenti e ingiuste.

Mentre, nella prima edizione del romanzo, ossia il Fermo e Lucia, la lingua, come affermato precedentemente, è “europeizzante”, quindi caratterizzata da una molteplicità di modelli linguistici differenti, nell’edizione definitiva de I Promessi sposi, appare quasi una lingua “nazionale”, viva e aperta al pubblico medio. Tale scelta linguistica, definisce la lingua come un vero e proprio “istrumento sociale”, ossia, un mezzo di comunicazione per tutti.

Proprio in riferimento alla lingua quale strumento sociale, intervenne più volte Umberto Eco; il noto autore, sottolineò, la grandezza dell’opera manzoniana, ma anche le difficoltà a donare giusta attenzione alla lettura dell’opera, soprattutto in età scolastica.

Rivolgendosi ad alcuni ragazzi intervenuti ad una sua lezione, Umberto Eco affermò: “Molti pensano che I promessi sposi sia noioso perché sono stati obbligati a leggerlo a scuola verso in quattordici anni, e tutte le cose che facciamo perché siamo obbligati sono delle gran rotture di scatole”. Un “obbligo” che però a distanza di tempo, diventa meraviglia e stupore, ma anche coinvolgimento in un’opera tanto grande, e così fortemente caratterizzante, in grado di arricchire con una tematica apparentemente semplice. I Promessi sposi è un’opera da ri-leggere, più e più volte, per fare in modo che ogni parola, ogni personaggio, ogni luogo, ogni sfaccettatura, anche minima e che sicuramente non è stata scritta a caso, entri nella mente del lettore.

Probabilmente era proprio questo l’intento di Alessandro Manzoni, far sì che chiunque potesse leggere un piccolo pezzo di quotidianità (seppur lontana e oramai passata) in un’opera così famosa, ricca di contenuti, nella quale la presenza dell’autore è costante.

Un filtro d’amore per Lucrezio

index

“Quando la vita umana sotto gli sguardi turpemente giaceva
nel mondo schiacciata sotto la superstizione oppressiva
che mostrava la testa dalle regioni del cielo
incalzando dall’alto i mortali col suo orribile aspetto,
per la prima volta un uomo greco osò sollevare contro
gli occhi mortali e per primo resistere contro,
lui che né la fama degli dei né i fulmini né col minaccioso
mormorio il cielo trattennero, ma ancor più la forte
capacità del suo animo stimolarono a desiderare
di spezzare per primo i chiostri serrati delle porte della natura.
Quindi la vivace capacità della sua mente stravinse, e oltre
le mura infuocate dell’universo lontano si spinse
e tutta l’immensità percorse con la mente e con l’animo,
donde ci riferisce, da vincitore, che cosa possa nascere,
che cosa non possa, e infine con quale criterio per ogni essere
ci sia una possibilità definita e un limite profondamente connaturato.
Perciò la superstizione a sua volta gettata sotto ai piedi
viene calpestata, la vittoria ci innalza al cielo.”

Elogio ad Epicuro, De rerum natura.

Il messaggio di Lucrezio nel De rerum natura era tanto potente che la sua figura venne screditata, giungendo a noi come quella di un uomo impazzito per amore, ma ciò non è bastato per farlo dimenticare.

Il tempo in cui Tito Lucrezio Caro visse non fu tra i migliori dell’impero romano; infatti fu ricco di conflitti civili e lotte intestine che avevano ormai minato la trama sociale di Roma, rendendola ostile alla pace ed al controllo. Tutto ciò avveniva a causa di un valore che da sempre era stato alla base di Roma e che ne giustificava la potenza, ovvero il suo fine provvidenziale che la elevava ad unico vero Impero, rendendola quindi unica responsabile del destino del mondo. L’idea di poter essere a capo di un ideale tanto importante era causa di dissidi e intrighi tra gli uomini di potere, portando ad avvenimenti come la congiura di Catilina, ormai prossima in quei anni. Come conseguenza di ciò, il popolo rimaneva in disparte, deluso e stanco di quelle battaglie, conscio che gli stessi ideali che avevano portato la Capitale alla grandezza la stavano conducendo alla rovina. In questa situazione, Lucrezio si fece portavoce dei desideri di molti uomini che volevano ardentemente la pace; infatti grazie alla sue abilità poetica ed alle sue idee pregne della filosofia epicurea, il poeta, nel De rerum naturainvitava a percorrere la stessa strada del suo maestro Epicuro proponendo quindi un universo in cui non bisognava temere né gli dei, in quanto non avevano alcuno influsso sull’uomo, né la morte stessa in quanto l’uomo non avvertiva nulla quando questa colpiva. Allo stesso modo, sempre seguendo i dettami dell’epicureismo, Lucrezio affermava che esisteva infinita materia e quindi altrettanti universi, sminuendo di fatto il fine unico e provvidenziale di Roma, imposto solo per scopi di conquista, in quanto nella realtà era un impero come tutti gli altri presenti nei molti universi, non il migliore, ed inoltre, proprio come questi, sarebbe andata incontro alla decadenza. In questa maniera suggeriva dunque di mettere da parte le lotte intestine per l’ottenimento del potere in favore della Voluptas, il piacere, che avrebbe permesso agli uomini di essere felici e di vivere in tranquillità.

Ma il desiderio di Lucrezio, come sappiamo, non si è mai realmente realizzato; infatti le sue idee erano pesantemente osteggiate dai politici del tempo che non potevano permettere che le parole del poeta si diffondessero liberamente. Iniziò così una fase in cui si cercò di mistificare e, ancora meglio, screditare la figura di Lucrezio; infatti, nonostante l’importanza dell’opera, della vita dell’autore si conosce ben poco, riportando solo l’anno in cui questi nacque e che divenne pazzo a causa di un filtro d’amore donatogli da una donna rifiutata, che lo condusse in fine al suicidio, gettando definitivamente delle ombre sulla sua credibilità come uomo e filosofo. Il tutto era congeniale considerando che il De rerum natura è considerata un’opera incompleta se non addirittura scritta solo per metà, facendo sospettare che quel filtro d’amore fosse davvero il responsabile della follia del poeta, che gli aveva impedito così di continuare nella sua scrittura. Ma in un’epoca in cui i tradimenti e gli intrighi erano all’ordine del giorno non è accettabile sostenere che questa sia stata la fine di Lucrezio, che aveva fatto della ragione e razionalità la candela che rischiarava le fitte tenebre di quel tempo e la cui luce è giunta fino a noi.

 

 

La banalità del male

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Primo Levi è tra i più importanti testimoni degli orrori dell’Olocausto. Ma qual è il più grande messaggio che ci ha lasciato?

La letteratura del Novecento, o almeno una buona parte di essa, offre oggettivamente un notevole vantaggio a coloro che devono assorbirla, rispetto a quella dei secoli scorsi: si rende disponibile e fruibile attraverso le testimonianze dirette e facilmente reperibili degli stessi autori. Basti pensare che è possibile sentire da Ungaretti in persona, navigando sul famoso sito Youtube, la spiegazione della poesia Il porto sepolto; oppure sentire scandire dalle labbra dello stesso Montale i versi soavi di Forse un mattino andando. E ancora vedere un’intervista (datata 1985) a Primo Levi sull’esperienza nel Lager. In quest’ultima, tra le tante domande, la giornalista chiede allo scrittore piemontese chi o che cosa lo abbia aiutato di più a ricostruirsi una vita dopo quell’anno atroce ed indimenticabile passato ad Auschwitz; la risposta di Levi, sorniona, arriva non prima di qualche secondo di pausa: il desiderio di raccontare. E’ cosa abbastanza nota, infatti, che il libro della Memoria per eccellenza Se questo è un uomo si apra al lettore (subito dopo una poesia riflessiva) con un’intenzione ben precisa dell’autore, quella di sottolineare il motivo per cui è stato scritto:

Per mia fortuna, sono stato deportato ad Auschwitz solo nel 1944 e cioè dopo che il governo tedesco, data la crescente scarsità di manodopera, aveva stabilito di allungare la vita media dei prigionieri da eliminarsi, concedendo sensibili miglioramenti nel tenor di vita e sospendendo temporaneamente le uccisioni ad arbitrio dei singoli. Perciò questo mio libro, in fatti di particolari atroci, non aggiunge nulla a quanto è ormai noto ai lettori di tutto il mondo sull’inquietante argomento dei campi di distruzione. Esso non è stato scritto allo scopo di formulare nuovi capi d’accusa; potrà piuttosto fornire documenti per uno studio pacato di alcuni aspetti dell’animo umano.

“Pacato” è un aggettivo che, rapportato al mondo di Levi, ha spesso creato un certo imbarazzo e stupore in chi lo ha studiato, non tanto perché non gli si addice in quanto a temperamento, anzi, ma perché stride con le atrocità della materia trattata. Eppure lui lo usa costantemente: come si può invitare a studiare pacatamente una storia di deportazione, razzismo, tortura e azzeramento di qualsiasi diritto umano? Lo scrittore piemontese ci ha insegnato proprio questo.

Innanzitutto, come è ben spiegato nel saggio Menage a quattro di Pierpaolo Antonello, Levi era prima un chimico e poi uno scrittore, capace dunque di obbedire a istanze plurime e di avere pertanto una spiccata capacità di analisi, tanto dell’essere umano quanto del mondo e della materia che lo circondano. In lui, sin da subito, si assiste ad un dialogo tra cultura tecnico-scientifica e cultura umanistica. La condizione del Lager è stata l’emblema di un ibrido tra l’umano e l’animale, tra il naturale e il culturale, rappresentando di fatto il “momento incestuoso” di queste unioni dove lo scrittore e il chimico si incontrano e si fondono definitivamente con un doppio obiettivo: raccontare i fatti (scrittore) e analizzarli scientificamente (chimico). E’ ciò che ha vissuto ad obbligarlo a testimoniare, a raccontare, a ricorrere all’uso della parola per costruire la fortezza della testimonianza. La conoscenza di ciò che è stato si configura come scudo ad una eventuale e successiva sofferenza umana: colui che ha visto e descrive impietosamente i fatti, senza farsi minimamente prendere dal risentimento o da un sentimento di vendetta, è secondo Levi lo scrittore più efficace e quello più credibile, perché non entra mai in considerazioni personali se non in particolari circostanze, che si distaccano tuttavia dalla centralità della narrazione.

Se si presta attenzione alle numerose conversazioni e interviste che lo scrittore ebreo ha concesso sul tema della Shoah, ci si renderà conto che molti giornalisti o intervistatori hanno sempre tentato, in un modo o in un altro, di cavargli di bocca giudizi o pareri discriminanti, capaci quindi di restituire al lettore o al telespettatore un concetto categorico della negatività, del male, dell’oltraggio. Ma Levi è sempre stato contrario a facili ed ovvie generalizzazioni, mettendo in guardia il suo interlocutore ed insistendo sulle innumerevoli e sottili sfumature che soltanto un animo nobile come il suo era capace di elaborare. In tutte le descrizioni che ci ha fornito egli ha giocato continuamente con il concetto di “doppio legame”, secondo il quale anche un oppresso può diventare un oppressore e una vittima può diventare carnefice; in particolare egli sosteneva che soltanto “i sommersi”, ovvero coloro che erano caduti nei campi di internamento, potevano definirsi innocenti, mentre i “salvati” (tra cui Levi stesso) si erano portati addosso involontariamente una sorta di senso di colpa che finiva per macchiare nuovamente l’intera società. Questo modo di ragionare, oltre ad avere una matrice concettuale importante e raffinatissima, ha in sé un grande motivo pedagogico: bisogna allontanare i giudizi assoluti e le classificazioni, le quali comporteranno sempre un’espulsione e una voglia di ricercare una perfezione assoluta. La quale è, secondo Levi, non solo impossibile ma addirittura inefficiente:

[…] perché la ruota giri, perché la vita viva, ci vogliono le impurezze, e le impurezze delle impurezze: anche nel terreno, come è noto, se ha da essere fertile.

Un elogio così chiaro e senza mezze misure dell’impurezza comporta, di conseguenza, l’assunzione del male dentro di sé. Vedere il male come “altro assoluto” o “diverso”, come qualcosa che non ci riguarda, sarebbe commettere un errore imperdonabile ricadendo nell’analoga logica che ha portato ai campi di sterminio. Nella discutibile – per usare un eufemismo – logica di Hitler, infatti, gli ebrei erano “altro”, erano il “diverso”, il “non umano” da eliminare ad ogni costo; Levi ci insegna che non ci si può tirare indietro dalla responsabilità di essere uomini, mettendoci in guardia: il male assoluto non è altro da noi, è parte di noi. Ecco che quindi diviene banale, meno importante. Ha la stessa nostra faccia, non è qualcosa di estraneo o imputabile a un Dio che ci vuole punire. Credere che qualcuno da lassù ci mandi delle sciagure significa scaricare insistentemente e continuamente le proprie responsabilità verso qualcosa di metafisico, di non tangibile. Antonello la definisce, in maniera impeccabile, “un’autoassoluzione a buon mercato”.

Per concludere, ciò che accaduto in quegli anni non solo non va dimenticato, ma deve essere ricordato continuamente attraverso la lettura e le parole di uomini come Primo Levi, capaci non soltanto di regalarci perle di stile e di contenuti linguistici, ma anche di darci degli insegnamenti etico-morali che sono alla base di ogni ambizione di società civile.  

 

 

 

Vedere oltre: Con gli occhi chiusi di Federigo Tozzi

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Il capolavoro di Tozzi va assolutamente letto per comprendere al meglio il passaggio definitivo dal romanzo ottocentesco a quello moderno – psicologico.

Mi perdoneranno i lettori se, per introdurre questo approfondimento su uno dei romanzi più belli (e sicuramente meno conosciuti) di inizio Novecento, farò riferimento ad un episodio molto personale. L’operazione però si configura come necessaria, se non altro per sottolineare come le scoperte più belle passino attraverso l’intervento di persone colte, sensibili, professionali e molto attente alla psicologia individuale. Nell’inverno del 2015 sostenni l’esame di letteratura italiana contemporanea, il cui programma prevedeva lo studio di autori molto importanti quali Pirandello, Svevo, Montale, Saba, Ungaretti. Ho sempre amato lo studio della letteratura e, forte di una preparazione quantomeno sufficiente (dal mio personalissimo punto di vista), mi presentai all’appello senza alcun timore. La professoressa, di cui non farò il nome per ovvi motivi, mi fece esordire con la lettura di uno dei classici più conosciuti del Novecento: La coscienza di Zeno. In particolare mi chiese di analizzare, allegoricamente, l’episodio dello schiaffo paterno. A giudicare dalla sua espressione, tutto andò per il meglio. Successivamente, con l’aria serena e compiaciuta di chi si attende una risposta giusta, mi chiese di parlare della figura di Pietro Rosi e, in generale, del romanzo di Federigo Tozzi Con gli occhi chiusi, facendo possibilmente un paragone con l’inetto di Svevo. Buio totale. Non sapevo di chi stesse parlando, e me ne dispiacqui immediatamente; avrei voluto inventare qualcosa, riuscire a cavarmela, ma quando mi resi conto che l’unico Tozzi che conoscevo era il cantante di Gloria, capii che non avrei avuto scampo. Confessai senza remore il mio peccato: non sapevo niente. Per distrazione, per negligenza, questo non lo so; fatto sta che non avevo letto nulla sul mio bel manuale circa tale romanzo. In tutta onestà pensai anche “poco male, può capitare di non ricordare qualcosa, recupererò con la prossima domanda”. La domanda successiva non ci fu perché mi bocciò. E anche con una certa eleganza, nel senso che fui invitato molto gentilmente a recuperare Tozzi perché “fondamentale e propedeutico”. Inutile soffermarsi su quello che mi passò per la testa in quell’attimo: avrei voluto sbraitare. Giornate intere a studiare le poesie del Canzoniere di Saba; nottate “buttato” sui versi di Ungaretti; attimi di magica empatia con Zeno Cosini e la sua zoppia spazzati via da un Tozzi qualunque, che mi rispediva a casa. Rifeci nuovamente l’esame qualche mese dopo superandolo brillantemente. Tozzi non mi fu chiesto, quella volta, ma io l’avevo studiato benissimo; e quasi pregai che ne potessi parlare. Avevo comprato il romanzo in una di quelle piccole librerie di Port’Alba, a Napoli, tra decine di copertine ammuffite e ingiallite. Lo lessi in meno di una settimana intuendo, pagina dopo pagina, perché la mia bravissima professoressa di letteratura italiana contemporanea lo definì fondamentale.

IL ROMANZO. Con gli occhi chiusi fu pubblicato nel 1919, anche se composto già nel 1913. Viene raccontato un amore, quello del giovane Pietro Rosi nei confronti della contadina Ghisola, inscenato tra il podere di Poggio a Meli (gestito dagli “assalariati”) e la trattoria “Il Pesce azzurro”. Pietro è il figlio infelice ed inetto di Domenico Rosi, proprietario sia del podere che della trattoria, uomo rozzo e insensibile che mortifica continuamente il figlio. Troviamo anche la figura della mamma, Anna, una donna debole e remissiva dedita principalmente alle faccende domestiche. Pietro conosce Ghisola sin da bambino, in uno dei tanti viaggi fatti al podere con il carretto. Si tratta di una contadina analfabeta ma furba, insoddisfatta della sua condizione di miseria, disillusa e insofferente verso quel mondo che la circonda. Tra i due adolescenti nasce un’attrazione ricambiata ma discontinua, fatta principalmente di sguardi, impulsività, e di dialoghi poco loquaci; il rapporto tormentato è manifestato ulteriormente dall’uso alternato del registro linguistico tra i due, principalmente di Ghisola verso Pietro, al quale si rivolge talvolta con il “lei” (tipico di chi è subordinato al padrone) talvolta con il “tu”. Dopo qualche anno i due ragazzi crescono e, per una serie di eventi, si ritrovano a stare distanti, anche se non smettono mai di sentirsi e di vedersi: Ghisola è diventata una donna bellissima che sfrutta le proprie qualità fisiche per tentare a tutti i costi una scalata sociale; Pietro continua ad essere un inetto e a comportarsi da ingenuo, volendo sposare a tutti i costi Ghisola. Scrive Alberto Puri in una bellissima introduzione al romanzo:

Quella di stare con gli occhi chiusi è una volontà del giovane Pietro, una cecità che diventa inettitudine spirituale a vedere, a cogliere il senso dei rapporti, dei sentimenti, e che lo porta a vivere in una continua dimensione psicologica di disagio, di incertezza. Ghisola è prima di tutto un sogno, e solo poi una ragazza reale; nel sogno essa è pura, e come tale deve essere portata all’altare; e come tale ad essa Pietro tributa una devozione incompatibile nel modo più assoluto con la condizione reale delle cose. Quegli occhi chiusi si apriranno lentamente, ma definitivamente, soltanto nel momento in cui riceverà una lettera…

E’ proprio così. Pietro si sveglierà nel momento in cui le cose sono troppo chiare per non essere percepite così come sono. Ne uscirà devastato, sconvolto, turbato, e cadrà ai piedi di Ghisola in uno svenimento che ricorda vagamente quello “strategico” di Dante nelle situazioni più intricate della Commedia. La volontà di stare “con gli occhi chiusi” è rappresentata benissimo nell’omonima pellicola cinematografica del 1994, scritta e diretta da Francesca Archibugi, in cui ci si imbatte spesso in delle soggettive di Pietro mostranti un’immagine sfocata, poco nitida; soltanto alla fine, quando l’inetto è costretto ad uscire dal suo mondo interiore, la soggettiva diviene limpida.

L’ANELLO MANCANTE. Per capire bene i motivi del romanzo dobbiamo, necessariamente, conoscere la biografia dell’autore. Il padre di Tozzi era un certo Federigo Tozzi, detto Ghigo, uomo dal carattere forte ed autoritario, proprietario della trattoria “Il Sasso” e possessore di alcuni terreni della campagna toscana; la madre, Annunziata Automi, era una donna senza dote (adottata, e quindi di bassa condizione sociale), dedita alle faccende domestiche e di salute cagionevole per le numerose gravidanze. Sollecitò il figlio sul piano degli studi, volendolo lontano da quel mondo contadino e rozzo di suo padre, che invece vorrebbe farne una copia di se stesso. Annunziata morì quando il giovane Federigo era ancora adolescente: la perdita dell’unica persona che lo faceva sentire compreso e meno solo contribuì definitivamente ad acuire le sue incertezze e il suo disagio verso il mondo, oltre che a vivere un rapporto di totale incomunicabilità con il padre. Proprio nel podere paterno conobbe Isola, una giovane contadina di cui si invaghì per qualche tempo. Queste rapide ma fondamentali informazioni sulla vita dell’autore danno già l’idea di quanto il romanzo sia autobiografico, e di quanto i personaggi siano la riproduzione (o, in certi casi, l’esasperazione) delle persone conosciute realmente dal giovane Federigo. Tozzi rappresenta probabilmente, in un’immaginaria teoria evoluzionistica del romanzo moderno e psicologico, il classico anello mancante (o tardivamente riconosciuto) che giustifica i suoi predecessori e anticipa i suoi successori. Domenico Rosi, così grezzo e insensibile ma soprattutto così materialmente attaccato alle sua “roba”, ha tutti gli aspetti di un personaggio di Verga, da sembrare simile al Padron ‘Ntoni de I Malavoglia; Pietro, nella sua illusione ma soprattutto nella voglia di alienarsi dal contesto familiare ricorda senza ombra di dubbio il Mattia Pascal di Pirandello. Sempre Pietro, allo stesso tempo, si avvicina con l’essere inetto alla figura di Zeno Cosini anche se, a onor del vero, bisogna riconoscere che Svevo dimostra una maggiore consapevolezza delle dinamiche psicologiche dei suoi personaggi, mentre quella di Tozzi ci appare più come un’indagine sperimentale, volta a cercare di capire cosa si nasconde dietro le semplici apparenze. E’ importante a riguardo leggere un passo dello stesso autore, tratto dal saggio Come leggo io, il quale spiega cosa si aspetta di trovare all’interno di un romanzo:

[…] Ai più interessa un omicidio o un suicidio; ma è ugualmente interessante, se non di più, anche l’intuizione e quindi il racconto di un qualsiasi atto nostro; come potrebbe essere quello, per esempio, di un uomo che a un certo punto della sua strada si sofferma per raccogliere un sasso che vede, e poi prosegue la sua passeggiata. […] Io dichiaro di ignorare le trame di qualsiasi romanzo; perché, a conoscerle, avrei perso tempo e basta. La mia soddisfazione è di poter trovare qualche pezzo dove sul serio lo scrittore sia riuscito a indicarmi una qualunque parvenza della nostra fuggitiva realtà.

E’ tutta qui la consapevolezza di Tozzi, in queste poche ma chiarissime righe. Egli non ha mai conosciuto Freud ma riesce a coglierne i principi essenziali, essendo dotato di una grande sensibilità. Nel suo romanzo parole e inconscio si fondono continuamente, vanno a braccetto, fanno l’amore. Il flusso di coscienza non è più una sperimentazione ma diviene un artificio stilistico vincente e consapevole, tracciando una linea guida per autori più conosciuti come Svevo, Joyce, Kafka.

Se non avete letto questo romanzo, fatelo subito. Perché la letteratura, la conoscenza, l’arte, vanno divulgate come se fossero volantini di un esercizio commerciale. Se avessi preso quell’esame senza conoscere Tozzi, oggi sarei una persona meno ricca. Per questo ho sentito, quasi come un obbligo, il bisogno di aprire questo articolo raccontando il mio personalissimo episodio. Non sottovalutate mai le persone che vi aiutano a migliorare.

La caduta di Parini (e la sua risalita)

In che modo Parini, poeta impegnato e pregno di impegno civile, può mostrarci cosa fare in un tempo in cui il rapporto tra società e poeta si è quasi del tutto slacciato?

giuseppe_parini

«Va per negletta via
Ognor l’util cercando
La calda fantasïa,
Che sol felice è quando
L’utile unir può al vanto
Di lusinghevol canto.»

Giuseppe Parini, La salubrità dell’aria

Chi di voi lettori ricorda chi era Giuseppe Parini? Io personalmente lo ricordo ogni volta che vedo qualcuno rialzarsi dopo una brutta caduta per strada, senza accettare l’aiuto di nessuno. Parini infatti era un uomo orgoglioso, a cui non piaceva trovare il compromesso come testimonia lui stesso in “La caduta” dove descrive il suo rifiuto nell’accettare i consigli di un uomo che lo aveva aiutato a rialzarsi da terra dopo una caduta ma che al contempo gli suggeriva di vendersi ai più per migliorare il suo stato sociale, mettendo da parte la musa ispiratrice, che fino ad allora gli aveva dato poco sostentamento. Da ciò si capisce come il poeta non voleva inventare né mistificare la sua poesia per ottenere dei favori, in quanto era desideroso di affrontare temi reali che riguardavano la società dell’epoca, come l’inquinamento ambientale, l’importanza dell’educazione e il foraggiamento delle scoperte scientifiche. Per questo motivo Parini viene ricordato come poeta impegnato, in quanto alla poesia affiancava il nobile fine civile, sfruttando uno stile semplice ma la tempo stesso alto, adatto sia alla nobiltà che al ceto popolare. Ma se il poeta ha potuto fare tutto ciò, lo si deve soprattutto alla sua formazione illuminista, che lo ha reso un uomo concreto che univa l’utile, le tematiche sociali, al dilettevole, la poesia.

Ai nostri giorni non c’è da stupirsi se viene a mancare la figura dell’intellettuale civile, non per mancanza di consenso o dissenso, ma perché l’ideologia illuminista, pregna del positivismo che tanto aveva fatto sperare nel progresso della società e scienza, si è frantumata in favore di realtà piccole, capitanate dall’incertezza e dal punto di vista, in cui l’autore si perde in costante ricerca di una logica perduta anch’essa.

Non c’è quindi da rimproverare le nuove leve di scrittori, che più che aprirsi al mondo e far conoscere le loro idee, cercando di portare un vento nuovo per cambiare qualcosa, si rinchiudono tra muri fatti dai loro stessi testi e diari, su cui descrivono il reale per come è e sentono che sia, sovvertendo il principio dell’infallbilità della ragione. Se lo si facesse, diventeremmo noi stessi lo sconosciuto colpevole di quel consiglio sfacciato e sconsiderato dato a Parini mentre cercava di rialzarlo.

In fin dei conti, Parini ha scritto di quel che voleva e credeva ed è giusto così.

Don Abbondio e il piacere della codardia

don abbondio

Codardo, ironico ed eccentrico: è impossibile non amare il caro Don Abbondio. Ma perché lo si apprezza così tanto, pur essendo un personaggio negativo? Cos’ha in comune con ognuno di noi?

Iniziato il viaggio tra le pagine de I Promessi Sposi, Don Abbondio è il primo personaggio presentato da Manzoni. Omaccione di circa sessant’anni con “due folti sopraccigli, due folti baffi, un folto pizzo”, una “faccia bruna e rugosa”, accetta le imposizioni di Don Rodrigo e dà il via alle numerose peripezie del romanzo.

“Cioè…” rispose, con voce tremolante, don Abbondio: “cioè. Lor signori son uomini di mondo, e sanno benissimo come vanno queste faccende. Il povero curato non c’entra: fanno i loro pasticci tra loro, e poi… e poi, vengon da noi, come s’anderebbe a un banco a riscotere; e noi… noi siamo i servitori del comune.”

[…]

“Ma, signori miei,” replicò don Abbondio, con la voce mansueta e gentile di chi vuol persuadere un impaziente, “ma, signori miei, si degnino di mettersi ne’ miei panni. Se la cosa dipendesse da me,… vedon bene che a me non me ne vien nulla in tasca…”

I Promessi Sposi, I

Così l’autore dipinge magistralmente il curato: un uomo spaventato, come dimostrano le frequenti ripetizioni (“cioè, e poi…”) e le pause discorsive, oltre al più evidente “tremolante“. Impossibile prendere la via del contrattacco, conviene passare alla difesa più estrema: l’uso della lingua in modo da rendersi il più patetico e innocente possibile (“povero curato”, “servitore del comune”). L’abilità oratoria dell’uomo di chiesa è così elevata da ingannare persino il lettore: a primo sguardo anche voi vi siete fatti intenerire da questa vittima dei prepotenti, non è così? Siete caduti nella trappola retorica di Don Abbondio e (ahivoi) non sarà né la prima né l’ultima volta che vi succederà una cosa simile. La maschera del curato manzoniano è presente anche ai giorni nostri.

È facile evitare i problemi: basta non affrontarli. In modo ancora più facile è possibile fare in modo che siano gli stessi problemi a non affrontare il diretto interessato. Per raggiungere questo obiettivo è necessario ricorrere alla codardia. Sorella di quest’ultima è la giustificazione, imprescindibile elemento per la buona riuscita del piano: una mediocre bugia può diventare un’ottima bugia se riuscirete ad ingannare, prima di tutto, voi stessi.

“Il nostro Abbondio non nobile, non ricco, coraggioso ancor meno, s’era dunque accorto, prima quasi di toccar gli anni della discrezione, d’essere, in quella società, come un vaso di terra cotta, costretto a viaggiare in compagnia di molti vasi di ferro. Aveva quindi, assai di buon grado, ubbidito ai parenti, che lo vollero prete. Per dir la verità, non aveva gran fatto pensato agli obblighi e ai nobili fini del ministero al quale si dedicava: procacciarsi di che vivere con qualche agio, e mettersi in una classe riverita e forte, gli eran sembrate due ragioni più che sufficienti per una tale scelta.”

I Promessi Sposi, I

Il nostro curato è tutto fuorché un eroe, gli epiteti del Manzoni lo dimostrano chiaramente. È altrettanto vero però che Don Abbondio non ha mai provato a cambiare la situazione, limitandosi ad una servile accettazione della propria realtà. Il vaso di terracotta si mimetizza dunque tra quelli di ferro, pur sapendo che in caso di urto durante il trasporto, sarà comunque il primo a frantumarsi. Eliminando ogni possibile rimpianto/rimorso del cambiamento, l’uomo si rinchiude in una crisalide tanto sicura quanto mediocre. Situazione osservabile in tutti i mentitori cronici: inetti che, non potendo affrontare la dura realtà, cercano di addolcirsi la pillola modificandola, ricorrendo spesso a mezzi subdoli come l’instaurazione di pietà nel prossimo.

Ma evitiamo di estremizzare il pensiero. Don Abbondio non è del tutto colpevole:

“Don Abbondio stava a capo basso: il suo spirito si trovava tra quegli argomenti, come un pulcino negli artigli del falco, che lo tengono sollevato in una regione sconosciuta, in un’aria che non ha mai respirata. Vedendo che qualcosa bisognava rispondere, disse, con una certa sommissione forzata: “monsignore illustrissimo, avrò torto. Quando la vita non si deve contare, non so cosa mi dire. Ma quando s’ha che fare con certa gente, con gente che ha la forza, e che non vuol sentir ragioni, anche a voler fare il bravo, non saprei cosa ci si potesse guadagnare. È un signore quello, con cui non si può nè vincerla nè impattarla.”

[…]

“Torno a dire, monsignore,” rispose dunque, “che avrò torto io… Il coraggio, uno non se lo può dare.”

I Promessi Sposi, XXV

I freddi rimproveri del cardinal Borromeo colpiscono violentemente l’animo dello sventurato. La presenza costante dell’espressione “avrò torto” non è una semplice nota stilistica: sottolinea il forte senso di colpa. Don Abbondio sa, nel profondo del suo cuore, di aver sbagliato. Il meccanismo di difesa, dunque, si evolve: dalla bugia si passa alla rassegnazione. Attenzione, l’accettazione è ancora presente, così come la paura. È il modo in cui questa decisione viene vista, però, che ottiene importanza. “Il coraggio, uno non se lo può dare”: la citazione più famosa del personaggio (oltre al parodistico latinorum) racchiude l’intero nucleo del suo essere. Don Abbondio non ha tutti i torti nell’avere paura, nel sottomettersi al prepotente: Don Rodrigo è conosciuto per “non minacciare invano“. La giustizia, inoltre, è dalla sua parte (come dimostra l’Azzecca-garbugli). Le forti parole di Borromeo perdono in parte valore se si analizzano questi ultimi fattori: è facile combattere il male quando si indossa una veste da cardinale…

“Ah! è morto dunque! è proprio andato!” esclamò don Abbondio. “Vedete, figliuoli, se la Provvidenza arriva alla fine certa gente. Sapete che l’è una gran cosa! un gran respiro per questo povero paese! che non ci si poteva vivere con colui. E’ stata un gran flagello questa peste; ma è anche stata una scopa; ha spazzato via certi soggetti, che, figliuoli miei, non ce ne liberavamo più: verdi, freschi, prosperosi: bisognava dire che chi era destinato a far loro l’esequie, era ancora in seminario, a fare i latinucci.”

I Promessi Sposi, XXXVIII

Difficilmente troverete un esempio di sollievo maggiore in campo letterario: la notizia della morte di Don Rodrigo viene così commentata dal nostro analizzato. Il flusso di parole celebratrici mostra l’immensa gioia presente nel cuore del curato: dopo aver passato tutto quel tempo a mentire pur di sopravvivere, la scopa del destino lo ha graziato. C’è da dire che nonostante le innumerevoli sventure capitate al vecchio, biasimarlo del tutto è l’ultimo dei nostri pensieri. Siamo tutti consci (anche lui, fidatevi) del fatto che un briciolo di coraggio in più sarebbe stato più apprezzabile da parte di un servo di Dio. Ma in quel caso il romanzo sarebbe probabilmente terminato in poche righe, col funerale di uno sfortunato (o sciocco) pretucolo. Un finale deludente, non trovate?

 

 

 

Leopardi e il valore dei ricordi

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La capacità di ricordare gli eventi passati appartiene da sempre all’essere umano. Ma in che modo il rapporto col passato può condizionare il proprio futuro?

La necessità di mantenere viva un’esperienza: elemento che può essere condanna o gioia per ognuno di noi. La memoria sa essere molto oggettiva nel preservare tanto gli avvenimenti felici quanto quelli dolorosi. Non entrerò nel campo della rimozione psicologica, pur tenendo atto della sua importanza. Il discorso prenderà una piega più letteraria concentrandosi sulla produzione del massimo poeta italiano Giacomo Leopardi.

Studiatissimo e citatissimo (spesso in modo improprio…), Leopardi viene solitamente accostato ai concetti di pessimismo e dolore. Nulla di più esatto: basta leggere alcuni dei suoi versi per comprendere l’ammontare di sofferenza albergata in quel cuore. I suoi enjambement spezzano (oltre al verso) il fiato del lettore, le metafore non sono sempre immediate, al contrario dei messaggi interni al testo, aspri e diretti. Una poesia che nonostante il carico di pathos è in grado di sorreggersi sul logos. In che momenti del pensiero lirico si esprime al meglio questa carica emotiva?

Silvia, rimembri ancora
Quel tempo della tua vita mortale,
Quando beltà splendea
Negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi,
E tu, lieta e pensosa, il limitare
Di gioventù salivi?

Sonavan le quiete
Stanze, e le vie dintorno,
Al tuo perpetuo canto,
Allor che all’opre femminili intenta
Sedevi, assai contenta
Di quel vago avvenir che in mente avevi.
Era il maggio odoroso: e tu solevi
Così menare il giorno.

[…]

A Silvia (vv 1-14) – Canti

Celeberrima canzone leopardiana, “A Silvia” demolisce la concezione di speranza giovanile. Gli endecasillabi e i settenari riproducono una sequenza di eventi: l’uso dell’imperfetto ha un’importanza notevole nel donare un senso di continuità nel passato. La dolce apostrofe (“Silvia“) anticipa l’elemento chiave: il tema del ricordo. È su questo che si basa l’intero scritto: il malessere nei confronti delle illusioni infantili, le quali riconducono al discorso filosofico sulla Natura che tratterò in separata sede. Ma tale riflessione non sarebbe possibile senza il riaffiorare dei ricordi. Che valore hanno dunque questi ultimi in rapporto al dolore?

“La memoria non è altro che assuefazione.”

Zibaldone di pensieri

Un’affermazione breve ma intensa, necessaria alla comprensione della tematica: i momenti infantili vengono spesso usati da ognuno di noi come panacea, non c’è nulla di male nel farlo. Ma la differenza tra uso ed abuso va oltre la presenza del morfema legato ab-: solitamente ce ne rendiamo conto quando ormai è troppo tardi (la deliziosa inutilità del senno di poi, come recita Zeno di Italo Svevo).

Vivere focalizzando la mente sugli eventi passati per non pensare al presente, uno scenario nefasto. La situazione si complica (ed è il caso del nostro poeta) se, oltre a respirare nostalgia a pieni polmoni, non ci si limita ad osannare il passato ma lo si rende illusorio. La giovinezza, i tempi felici sono in realtà una trappola della Natura Matrigna che nella sua totale indifferenza non si accorge di averci illuso brutalmente, avendoci dato la vita in un luogo che non permette alcun tipo di gioia.

Natura: Immaginavi tu forse che il mondo fosse fatto per causa vostra? Ora sappi che nelle fatture, negli ordini e nelle operazioni mie, trattone pochissime, sempre ebbi ed ho l’intenzione a tutt’altro che alla felicità degli uomini o all’infelicità. Quando io vi offendo in qualunque modo e con qual si sia mezzo, io non me n’avveggo, se non rarissime volte: come, ordinariamente, se io vi diletto o vi benefico, io non lo so; e non ho fatto, come credete voi, quelle tali cose, o non fo quelle tali azioni, per dilettarvi o giovarvi. E finalmente, se anche mi avvenisse di estinguere tutta la vostra specie, io non me ne avvedrei.

Dialogo della Natura e di un Islandese – Operette Morali

Ogni ricordo felice (solitamente vissuto durante la prima età) ottiene e perde valore allo stesso tempo. È ancora in grado di far stare meglio l’individuo ma viene privato del suo effetto illusorio: ciò che ci ha reso così allegri non si verificherà mai più. L’evento acquista dunque una pretiositas rara, data dalla sua unicità. La coscienza di questo nuovo stato fa nascere un forte desiderio di preservazione: il ricordo deve essere mantenuto in vita, in un modo o nell’altro. Da qui il fulcro della discussione, l’importanza della memoria nella vita di tutti i giorni. Ovviamente il tutto è analizzato in chiave leopardiana, non è necessario adottare un modus operandi così estremo e pessimista per affrontare la quotidianità. O meglio, siete liberi di farlo, la scelta è vostra (no, non come in Bandersnatch).

[…]

Viene il vento recando il suon dell’ora
Dalla torre del borgo. Era conforto
Questo suon, mi rimembra, alle mie notti,
Quando fanciullo, nella buia stanza,
Per assidui terrori io vigilava,
Sospirando il mattin. Qui non è cosa
Ch’io vegga o senta, onde un’immagin dentro
Non torni, e un dolce rimembrar non sorga.
Dolce per se; ma con dolor sottentra
Il pensier del presente, un van desio
Del passato, ancor tristo, e il dire: io fui.

[…]

Le ricordanze (vv 50-60) – Canti

Concludo la riflessione citando, in parte, una delle liriche più toccanti dell’autore. Vi è la presenza di memorie felici (la gioventù) e di ricordi negativi (dall’incomprensione delle gente zotica, vil al tentato suicidio del poeta). Un’altra parola chiave, il conforto, sboccia come un fiore in mezzo al deserto: grazioso ma destinato a morire molto presto. Lo scontro tra presente e passato ha luogo nella psiche umana, impossibile dire ormai chi tra i due sia fonte maggiore di dolore. La funzione di questi ultimi viene resa ovvia dai versi leopardiani: il dolce rimembrar lenisce la sofferenza dei momenti più bui e permette di avere la forza per guardare avanti, oltre quella siepe che sfida l’uomo a scorgere l’infinito, o chissà, il nulla.

Petrarca e Laura: la schiavitù dell’amore

petrarca

Una passione che rischiara e brucia allo stesso tempo, in grado di condizionare un’intera esistenza. È la forza dell’amor petrarchesco, ancora oggi tanto misterioso quanto intrigante.

Leggere il Canzoniere è come leggere l’anima stessa del Petrarca. Chi conosce l’autore non sarà sicuramente sorpreso da questa affermazione: d’altronde il Secretum (1347-1353) è un esempio lampante di quanto l’aspetto introspettivo sia importante per il poeta. Ma in che modo il Rerum vulgarium fragmenta (o Canzoniere) riesce a perfezionare e completare la storia della vita interiore petrarchesca già presentata dal testo latino di cui sopra? La risposta al quesito si trova nel testo stesso.

Voi ch’ascoltate in rime sparse il suono
di quei sospiri ond’io nudriva ’l core
in sul mio primo giovenile errore
quand’era in parte altr’uom da quel ch’i’ sono,

del vario stile in ch’io piango et ragiono
fra le vane speranze e ’l van dolore,
ove sia chi per prova intenda amore,
spero trovar pietà, nonché perdono.

Ma ben veggio or sì come al popol tutto
favola fui gran tempo, onde sovente
di me medesmo meco mi vergogno;

et del mio vaneggiar vergogna è ’l frutto,
e ’l pentersi, e ’l conoscer chiaramente
che quanto piace al mondo è breve sogno.

Canzoniere, 1

Il primo sonetto della raccolta offre al lettore una visione totale dell’argomento, apre la raccolta ma potrebbe anche chiuderla: Petrarca è ormai conscio del tempo che ha trascorso amando la giovane Laura. È consapevole di quanto il suo esser schiavo l’abbia reso addirittura ridicolo in certi casi (“et del mio vaneggiar vergogna è ’l frutto”), rendendolo un essere diverso, cambiandolo totalmente (“quand’era in parte altr’uom da quel ch’i’ sono“). In questi versi vi è dunque un uomo stanco di amare a vuoto, intrappolato in una fossa che lui stesso ha scavato. Nell’oscurità della terra ha però, ironia della sorte, aperto gli occhi: ciò che rimane di tutto questo è il suono delle sue rime sparse, nate da un giovenile errore.

Comprendere i propri sbagli non è mai facile, soprattutto se si sfocia nell’argomento amoroso. Spesso il periodo di infatuazione è accompagnato da una terribile sorella: l’illusione. È lei che porta l’innamorato al sogno, alla speranza, alla irreale. L’unico rimedio a questa sirena omerica è il tempo: solo quest’ultimo è in grado di fornire al povero amante la visione della realtà. Da qui segue l’ultima attrice di questa drammatica rappresentazione: la sofferenza. Ed ognuno rimedia ad essa nel modo migliore che trova. Così è possibile comprendere come Petrarca abbia potuto dedicare un’intera raccolta di 366 componimenti ad una singola persona: la dolce causa del suo dolore.

Era il giorno ch’al sol si scoloraro
per la pietà del suo factore i rai,
quando i’ fui preso, et non me ne guardai,
ché i be’ vostr’occhi, donna, mi legaro.

Tempo non mi parea da far riparo
contra colpi d’Amor: però m’andai
secur, senza sospetto; onde i miei guai
nel commune dolor s’incominciaro.

Trovommi Amor del tutto disarmato
et aperta la via per gli occhi al core,
che di lagrime son fatti uscio et varco:

però, al mio parer, non li fu honore
ferir me de saetta in quello stato,
a voi armata non mostrar pur l’arco.

Canzoniere, 3

Il primo incontro con Laura avviene in chiesa (interessante l’analogia con la donna-schermo di Dante nella Vita Nova). Inoltre, il tutto accade in un Venerdì Santo, il 6 Aprile 1327. La data scelta è ovviamente simbolica: l’innamoramento per Petrarca gioca infatti sul duplice significato di passione. In primis vista in senso erotico-sentimentale, momento di vita affettiva persistente e turbolento, come testimonia la forza con cui i be’ vostr’occhi affascinano l’autore. Secondariamente, il sentimento viene visto anche in chiave spirituale, riferito al sacrificio cristiano (e dunque alla sofferenza vera e propria). Compresa la natura di ciò che prova il Petrarca, il delizioso artificio retorico finale riesce a rivelare un altro aspetto, proprio della delusione amorosa. L’uomo non era pronto a subire una tale punizione, Amore è stato disonorevole nel far innamorare il poeta di una tale bellezza, tanto innocua quanto letale.

Ancora una volta è facile ritrovarsi nei panni dell’autore: tutti noi abbiamo subito un’angheria simile da Cupido, costretti a provare sentimenti intensi per qualcuno che (ahinoi) non ricambia nemmeno lontanamente. E in questa tortura psicologica ci si trova senza alcun via d’uscita, impossibilitati a dimenticare. Condannati ad una pena che non abbiamo scelto di subire e che probabilmente non abbiamo nemmeno meritato, l’unica fonte di respiro è l’espressione artistica di qualunque genere. Se il pensiero è fisso su un qualcosa, perché non farne buon uso? Da qui tutta l’arte nata dalla passione più forte che non starò qui ad esemplificare (nell’era di Internet mi sembrerebbe piuttosto futile).

I’ vo piangendo i miei passati tempi
i quai posi in amar cosa mortale,
senza levarmi a volo, abbiend’io l’ale,
per dar forse di me non bassi exempi.

Tu che vedi i miei mali indegni et empi,
Re del cielo invisibile immortale,
soccorri a l’alma disvïata et frale,
e ’l suo defecto di tua gratia adempi:

sí che, s’io vissi in guerra et in tempesta,
mora in pace et in porto; et se la stanza
fu vana, almen sia la partita honesta.

A quel poco di viver che m’avanza
et al morir, degni esser Tua man presta:
Tu sai ben che ’n altrui non ò speranza.

Canzoniere, 365

Ultimo sonetto, penultimo componimento che precede la canzone finale (“Vergine bella, che di sol vestita”). Emerge l’ultimo lato dell’amante che soffre, il rancore nei confronti dell’oggetto. Prima di accusare l’autore di ipocrisia o altro, analizziamo la nostra persona. Davvero non vi è mai capitato di prendervela, anche solo per un istante, con chi vi ha costretto ad una tale condizione? Bene. Continuando l’analisi, la rabbia non è l’unica novità: vi è un altro elemento anch’esso funzionale alla propria stabilità emotiva. Si tratta del ripiego, unico strumento in grado di fungere da antidolorifico efficace. In questo caso Petrarca si rivolge alla religione, pregando la divinità di perdonarlo per tutto il tempo, l’inchiostro e il respiro che ha donato ad una cosa mortale, senza levarmi a volo, abbiend’io l’ale. Magnifico il riferimento a Dante in questo passaggio, mi permetto di citarlo velocemente:

O insensata cura de’ mortali,
quanto son difettivi silogismi
quei che ti fanno in basso batter l’ali!

Paradiso XI, 1-3

In conclusione a questa piccola analisi, dobbiamo dedurre che l’amore sia una trappola terribile, in grado di limitare la nostra volontà e i nostri pensieri? Non esattamente. Può rivelarsi un’esperienza simile, così come può felicemente concludersi con un lieto fine. Ciò che bisogna davvero comprendere leggendo il vissuto (lirico e non) del Petrarca è l’importanza di vivere l’amore in tutte le sue forme. Per quanto ingannevole, crudele e forte, è parte della vita. Una scrittura simile non nasce dalla presenza unica di sofferenza: chissà quante volte il giovane Petrarca avrà sorriso nel descrivere la bellezza della sua Laura. E a quel tipo di gioia, miei lettori, non si può rinunciare.

Tra inchiesta e poesia: Boccaccio e la ricostruzione della vita di Dante

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Il poeta di Certaldo, con il suo Trattatello in laude di Dante, è stato il primo biografo dell’Alighieri. E forse anche il primo giornalista d’inchiesta?

Dante Alighieri è da tempo stimato il padre della lingua italiana soprattutto per aver ideato e poi composto la Commedia, universalmente considerata la più grande opera italiana e una delle maggiori nel panorama mondiale. Già dal Cinquecento in poi gli studi monografici sono diventati sempre più frequenti, a tal punto che col tempo si è coniato il termine “dantista” per indicare colui che dedica la propria attività di studioso principalmente alla ricerca e all’approfondimento di tutto ciò che riguarda l’Alighieri. Nonostante l’elevato numero di dantisti nel mondo e molti studi meticolosi, ancora oggi non è certa la data di nascita del poeta fiorentino anche se possiamo indicare l’anno 1265 come quello più attendibile (grazie ad alcune notizie autobiografiche riportate nella Vita Nova). E’ noto ai più che il primo autore di una biografia dantesca (se si esclude Giovanni Villani che fece un lavoro simile ma ideologicamente differente) fu un suo “collega” e grande ammiratore: Giovanni Boccaccio. Il poeta di Certaldo pertanto raccolse informazioni sulla vita di Dante in un’operetta intitolata Trattatello in laude di Dante in cui vi è, oltre alla ricostruzione delle vicende biografiche, un tentativo di esaltare la poesia e chi la dispensa: lungo la sua carriera di letterato e studioso, infatti, Boccaccio ha assunto un ruolo determinante nell’interpretazione e nella celebrazione dell’Alighieri, considerato non solo come poeta e sapiente ma anche come uomo degno di lode. Tale biografia risulta quindi un progetto di diffusione della corretta figura ed opera di colui che per primo avrebbe riportato la poesia agli antichi splendori. Il Trattatello veniva quasi sempre anteposto a qualsiasi antologia poetica riguardante Dante con il compito di offrire ai lettori un ritratto di un poeta raffinato ma non celebrato a dovere dalla sua Firenze, rea di aver ignorato “un figlio illustre votato al sapere e alla virtù”. Fatta questa importante e fondamentale premessa possiamo subito mettere al centro la riflessione o lo spunto che quest’articolo ha l’ambizione di offrire: Boccaccio, oltre ad essere stato uno dei primi autori di biografie, è stato forse (in senso lato) anche il primo giornalista d’inchiesta? Probabilmente questa domanda appare inopportuna e anche stonata rispetto alla materia trattata, ma procediamo con ordine e vediamo perché è il caso di porsi tale interrogativo.

L’INTERESSE DI BOCCACCIO PER LA BIOGRAFIA.  Iniziamo subito col dire che l’operazione di lavorare ad una biografia di un autore e di anteporre la vita ai suoi scritti non è una pratica che nasce con Boccaccio o in età medioevale ma ha dei precedenti sia per i poeti classici che per quelli volgari (vale la pena citare la biografia del poeta latino Virgilio da parte del commentatore Servio Mario Onorato). Tuttavia la produzione del poeta di Certaldo si è caratterizzata fin da subito per l’interesse delle vite di personaggi illustri, fossero essi storici, uomini d’armi e dotti o letterari. La prima biografia elaborata da Boccaccio è il ricordo dell’incoronazione petrarchesca detto Notamentum che sembra essere un antecedente dell’operazione editoriale svolta poi per Dante; successivamente stilerà anche una Vita di Petrarca, nient’altro che uno sviluppo del Notamentum, in cui si tratta della nascita, delle origini familiari, dei viaggi e degli studi compiuti dal poeta aretino che consistono nelle arti liberali e nel diritto civile appreso a Bologna. Un’altra breve vita in latino elaborata da Boccaccio è quella del poeta latino Livio organizzata in una raccolta di poche informazioni allora già note alle quali viene aggiunta la notizia del ritrovamento della sua lapide. Infine, un ultimo indizio sull’interesse boccacciano per le vite è rappresentato anche dal manoscritto Parigino latino 5150 contenente biografie di papi e cardinali a lui attribuite.

L’INDAGINE CHE PORTA AL TRATTATELLO.  Qui iniziamo a creare i primi collegamenti con l’interrogativo che ci riguarda nello specifico. Come abbiamo già detto Boccaccio fu tra i primi studiosi ad occuparsi di Dante e alla ricostruzione degli eventi essenziali della sua vita, ambito che non fu oggetto d’interesse nemmeno per il figlio Pietro Alighieri, il quale nel suo Commento non diede particolare importanza alle notizie biografiche di suo padre pur conoscendole. Sebbene nel Trattello convivano ricostruzione del reale e intenzione laudativa – di conseguenza storia e mito si intrecciano tra loro creando un ibrido – ci focalizzeremo soltanto sulla prima delle due operazioni del Boccaccio, vale a dire quella delle fonti. Le informazioni raccolte, infatti, provengono non solo da riferimenti autobiografici presenti nelle opere e nelle epistole di Dante, ma soprattutto da alcune persone che erano state vicine a quest’ultimo e con le quali Boccaccio ebbe modo di interagire. Sappiamo, grazie all’accurato studio del filologo Michele Barbi, che il poeta di Certaldo ebbe modo di parlare con la “persona fededegna” riconosciuta in Lippa de’Mardoli, biscugina di Beatrice e rivelatrice dell’identità della donna amata dal Sommo Poeta. Sempre grazie a Barbi sappiamo che Boccaccio chiese informazioni sull’Alighieri per il suo Trattaello a Cino da Pistoia, Sennuccio del Bene, Piero Giardino, Andrea di Leone Poggi e Dino Perini; fu ospite a Ravenna da Ostasio da Polenta e di suo figlio Berardino tra il 1345 e il 1347, mentre nel 1348 si recò a Forlì presso Francesco Ordelaffi, nipote dello Scarpetta che aveva ospitato Dante. Andò nuovamente a Ravenna e a Forlì tra il 1350 e il 1353. Tutti questi soggiorni gli permisero di fatto di raccogliere testimonianze autentiche e ricordi sul biografato che avrebbero sicuramente migliorato nella qualità e nella veridicità il suo nuovo lavoro rispetto a quelli precedenti. Questo modus operandi non è così diverso da quello che di solito un giornalista d’inchiesta svolge: la pratica si basa su una ricerca di informazioni fondata su fonti primarie relative ad un dato fenomeno. Sta tutta qui, probabilmente, la vera intuizione vincente del Boccaccio che rende ancora oggi Il Trattatello un modello per lo studio della vita di Dante.  Come tra poco vedremo e come è stato già accennato l’opera non manca di allegorie, invenzioni o aneddoti poco veritieri, ma ciò è da ricondurre alla voglia del poeta di Certaldo di esaltare in maniera quasi estrema un altro poeta che non aveva ancora avuto il giusto riconoscimento. Tuttavia va sottolineata anche l’umiltà con cui Boccaccio presenta la sua biografia, ovvero con la consapevolezza di avere scritto un’opera secondo il proprio sapere e le proprie capacità senza per questo precludere a terzi la possibilità di migliorala o di renderla più attendibile in futuro, dando di fatto la possibilità di rimediare agli errori commessi involontariamente:

“Il mio avere scritto come io ho saputo, non toglie di potere dire ad un altro, che meglio ciò creda di scrivere che io non ho fatto; anzi, forse, se io in parte alcuna ho errato, darò materia altrui di scrivere, per dire il vero de’nostro Dante, ove infino a qui niuno truovo averlo fatto.”

 STRUTTURA E CONTENUTO DEL TRATTATELLO.  Redatta in tre edizioni in un periodo individuato tra il 1351 e il 1372, l’opera è composta in lingua volgare nonostante in quel periodo vigessero solo ed esclusivamente lavori in latino. La scelta viene giustificata dallo stesso Boccaccio nel primo capitolo come necessaria per conformità alla lingua dell’Alighieri

“… e scriverò in istilo assai umile e leggiero, però che più alto nol mi presta lo’ngegno, e nel nostro fiorentino idioma, accò che da quello, che egli usa nella maggior parte delle sue opere non discordi.”

Il Trattatello si apre con una sentenza attribuita a Solone secondo la quale una giusta repubblica deve fondarsi sul principio di ricompensare i meriti dei cittadini virtuosi e di punire le azioni disoneste. Prendendo come esempio il trattamento riservato al Sommo Poeta Boccaccio sostiene che tale principio non solo è stato abbandonato ma addirittura capovolto dai fiorentini: l’esilio ne è la dimostrazione. Secondo il resoconto dell’autore del Decameron Dante, la cui famiglia era originaria di Porta San Piero, nacque a Firenze nel 1265; si recò poi a Bologna e Parigi per motivi di studio in seguito all’esilio del 1301 dovuto all’appartenenza ai Guelfi bianchi, dominò ogni campo del sapere, compose “nobili opere” in stile eccellente e nella Commedia trattò “questioni morali, naturali, astrologhe, filosofiche e teologhe. Morì nel 1321 a Ravenna dopo un’ambasceria a Venezia diventando simbolo di “uomo presuntuoso e isdegnoso” (luogo comune che verrà ripetuto dai successivi biografi) ma anche di “virtudi e scienza di valore”. Nel Trattatello si intersecano differenti momenti, e biografici e di aneddoti: l’autore non solo raccoglie i fatti ma li arricchisce con artifici che sono espressione del nascente culto popolare per il poeta fiorentino, con sogni e visioni che aprono e chiudono il corso dell’esistenza di Dante sottolineando come la vocazione alla letteratura sia un dono donatogli dal cielo; tantomeno non mancano episodi in cui predomina la vena narrativa di Boccaccio, come l’incontro di Dante con una Beatrice fanciulla o tratti idealizzati della personalità dell’Alighieri (“parco nel cibo, uomo di poche parole”). Le tre edizioni presentano sostanzialmente delle differenze dal punto di vista contenutistico: la prima conta numerose invettive contro la città di Firenze mentre sia la seconda che la terza sono rielaborazioni più brevi che però si compongono di alcune riflessioni personali dell’autore.

IL MITO DEL PAVONE.  Sicuramente leggendaria e molto lontana dall’analisi in questione, ma non per questo meno interessante, è la vicenda che Boccaccio pone come conclusione del Trattatello intorno alla nascita di Dante: egli racconta che la madre dell’Alighieri, Bella, sognò di vedere se stessa sotto una pianta d’alloro e nei pressi di una sorgente partorire suo figlio che, mangiando dei frutti caduti da un albero e bevendo l’acqua della fonte, divenne un pastore. Desideroso dei rami d’alloro cercò di coglierli ma, prima di riuscirci, cadde: quando si rialzò si era trasformato in un pavone. Dopo l’esposizione dei fatti onirici Boccaccio ne coglie gli elementi allegorici e allusii alla futura grandezza poetica di Dante: il partorire sotto l’alloro significava che la volontà divina avrebbe determinato nel bambino una inclinazione naturale ad essere poeta; le bacche di cui si è nutrito rappresentavano la cultura che avrebbe assorbito per accrescere il proprio sapere, mentre l’acqua simboleggiava la filosofia che è alla base per comprendere tutte le altre discipline; il desiderio irrealizzato di raccogliere le fronde d’alloro stava ad indicare l’aspirazione alla laurea poetica, mentre la caduta era metafora di una morte che lo aveva agguantato proprio quando quell’aspirazione era sopraggiunta. Infine, la trasformazione in un pavone rappresentava l’eredità che Dante avrebbe lasciato ai posteri: le sue opere ma soprattutto la Commedia.

In conclusione, Il Trattatello si classifica come un vero e proprio lavoro d’indagine, di verifica sul posto e di accurato studio delle fonti dirette e indirette.

NB: La maggior parte delle informazioni presenti in questo articolo provengono dalla lettura della tesi di laurea in Filologia italiana intitolata “Una lunga fedeltà: Boccaccio interprete di Dante” di Marta Polesana con relatore il prof. Riccardo Drusi dell’Università Ca Foscari di Venezia, anno accademico 2012/2013. La tesi è liberamente consultabile sul web in formato pdf.