I tifosi della Roma rivalutano Monchi

202011727-6d11ec76-3daa-4284-af8b-ca294de1ec3fNella Roma le colpe di Di Francesco e dei giocatori non possono far dimenticare l’operato della società e del suo direttore sportivo. Accusato per le cessioni, quando andrebbero analizzati soprattutto i suoi acquisti.

Nel calcio di tutto il mondo l’allenatore è un uomo nel mirino ed Eusebio Di Francesco non fa eccezione: le semifinali di Champions League sembrano di un secolo e non di cinque mesi fa. Ma al di là della stretta attualità e del futuro di Di Francesco alla Roma, è chiaro che immediatamente dopo di lui l’uomo nel mirino diventerà Monchi. Non è quindi esagerato fare un bilancio provvisorio dell’esperienza giallorossa del direttore sportivo spagnolo iniziata nell’aprile del 2017, poche settimane prima che Di Francesco prendesse in panchina il posto di Spalletti. A Monchi i tifosi romanisti possono quindi imputare, se così si può dire, due sessioni di mercato estive e una invernale. Senza ovviamente dimenticare che ha dovuto muoversi entro i paletti del fair play finanziario UEFA (il settlement agreement si è concluso la scorsa estate e la Roma è rientrata nei parametri) ma soprattutto delle strategie di Pallotta. Restringendo il discorso alle operazioni principali, si può dire che in un anno e mezzo di Monchi hanno lasciato la Roma Alisson (al Liverpool per 62,5 milioni di euro), Salah (Liverpool, 42), Nainggolan (Inter, 38 comprensivi della valutazione di Zaniolo e Santon), Rudiger (Chelsea, 35), Strootman (Marsiglia, 25), Paredes (Zenit, 23), Emerson Palmieri (Chelsea, 20), Defrel (Sampdoria, che alla fine del prestito lo pagherà eventualmente 20), Skorupski (Bologna, 9), Bruno Peres (al San Paolo, che può riscattarlo per 8 milioni), Mario Rui (Napoli, 5.5), Tumminello (Atalanta, 5) e Iturbe (Tijuana, 5).

La domanda è una sola: quanti di questi ceduti eccellenti avrebbero fatto volare la Roma attuale? La risposta non può prescindere dal ricordare gli acquisti affermati e gli acquisti-scommessa: Nzonzi, Pastore, Cristante, Kluivert, Schick, Olsen, Coric, Zaniolo, Santon, Defrel (ovviamente nel 2017), Karsdorp, Under, Lorenzo Pellegrini, Kolarov. Comunque la si pensi degli arrivi dell’era Monchi, bisogna dire che le cessioni sono tutte monetizzazioni di acquisti realizzati durante l’era di Walter Sabatini, quindi per dare un giudizio compiuto su Monchi bisognerà aspettare almeno un’altra sesione di mercato. Certo è che alcuni colpi di Monchi si sono rivalutati, soprattutto Under e Pellegrini, mentre altri si sono svalutati e non di poco, come Karsdorp, Pastore, Defrel e Schick. In altre parole, un direttore sportivo non può essere giudicato solo per i risultati del campo perché Monchi non ha il budget del Manchester City o del PSG, né per come vende giocatori che al suo arrivo già c’erano, ma per quanto vengono valorizzati i suoi acquisti. Finora la risposta sul Monchi romanista è stata chiara, anche se ha ancora due anni e mezzo di contratto per invertire la rotta.

(Fonte: http://www.guerin.it, l’articolo è stato condiviso soltanto a scopo esemplificativo per il lancio iniziale di intellettualemoderno.com, quindi per non lasciare vuoti gli spazi dedicati allo sport, che saranno riempiti nel giro di pochi giorni dai nostri autori. Pertanto il presente articolo verrà rimosso a breve)

La modernità di Gigi Agnolin

jpgScomparso da poco l’arbitro italiano più discusso e forse più bravo di tutti i tempi, rispettato anche da chi lo criticava. La sua personalità lo rendeva indigesto sia alle grandi sia alle piccole e nell’era del VAR sarebbe risaltata ancora di più.

Uno dei migliori arbitri italiani di tutti i tempi, forse il migliore, ci ha lasciato proprio agli albori dell’era del VAR (da lui non amato). Gigi Agnolin è morto all’età di 75 anni e la sua grandezza può solo parzialmente essere rappresentata dalle statistiche e dai riconoscimenti: 226 partite di serie A dirette fra il 1973 e il 1990, più una straordinaria carriera internazionale che lo ha portato ad arbitrare in due Mondiali, Messico 1986 e Italia 1990. La grandezza di Agnolin risiedeva però soprattutto nella personalità e nel rispetto nei suoi confronti che riusciva ad indurre anche nei giocatori più difficili.

Figlio d’arte, come molti arbitri (il padre Guido era stato anche lui arbitro di serie A e internazionale, anche se di livello inferiore), il professore di educazione fisica di Bassano del Grappa ha arbitrato innumerevoli volte le grandi storiche, essendo geograficamente ed emotivamente al di fuori dei giri Milano-Torino-Roma, ed è anche per questo che che il suo stile è rimasto bene impresso nella memoria di tutti gli appassionati di calcio. Uno stile che non significava essere infallibile, anzi, ma che gli dava la prima qualità di un arbitro e cioè la credibilità agli occhi di tifosi, giornalisti, dirigenti e soprattutto giocatori. Uno stile che sarebbe modernissimo, nell’età del VAR: svincolato dall’ansia di sbagliare la valutazione di un fuorigioco o di un tocco di mano, uno come Agnolin gestirebbe partite infuocate alla Agnolin, senza quella mentalità impiegatizia che sta iniziando ad impadronirsi della categoria. Insomma, un arbitro modernissimo. Anche se più volte si era espresso contro l’introduzione del VAR.

La credibilità e l’onestà di Agnolin portarono la FIGC a sceglierlo come successore di Lanese alla presidenza dell’AIA in piena Calciopoli, ma quella esperienza durò poco: Agnolin non piaceva né ai poteri forti, che sapevano di non poterlo manovrare, né a quelli deboli di cui lui metteva in evidenza la scarsezza. Non è un caso che non abbia arbitrato la Juventus in campionato dal 26 ottobre 1980 all’8 gennaio 1984: per più di tre anni il miglior arbitro italiano non fu designato per arbitrare, in campionato, la migliore squadra d’Italia… Per dare un’idea del carattere di Agnolin bisogna quindi ricordare questo caso.

26 gennaio 1980, derby di Torino: la Juventus gioca meglio del Torino ma perde 2-1, contestando due episodi: l’annullamento di un gol di Tardelli sull’1-0 per i bianconeri e l’irregolarità del gol della vittoria di Graziani. Normali polemiche calcistiche? No, perché nel dopopartita Zoff (Zoff!) dirà “All’arbitro avrei tirato un cazzotto” e Bettega riferirà una frase dettagli da Agnolin per farlo smettere di protestare: “State calmi, altrimenti vi faccio un… così”. Questo a caldo, mentre qualche giorno dopo a freddo Furino dirà “L’arbitro era in malafede”. A questo punto qualche giovane lettore potrà pensare che siano stati squalificati i giocatori della Juventus e richiamato Agnolin, al massimo che dopo qualche giorno si sia messa una pietra sulla faccenda. Invece dopo le squalifiche di Bettega e Gentile (due turni) oltre che di Furino e Tardelli (uno solo) e qualche settimana di sospensione per l’arbitro dal linguaggio pesante arriveranno da parte dell’AIA quattro incredibili mesi di squalifica per Agnolin ricordando in un comunicato che “Gli arbitri devono dimostrare rettitudine nella condotta pubblica e privata”. Va ricordato che il caso Bettega non fu isolato e un po’ tutte le squadre prendevano male la personalità di Agnolin: dall’Avellino (caso Braghin) all’Inter (problemi con Altobelli), dal Napoli (caso Celestini) al Monza (alcuni tifosi lo denunciarono per un rigore…), passando per la Roma (la famosa espulsione di Falcão per il ‘carrinho’), quasi tutte le altre e addirittura il Real Madrid, che andò fuori di testa per un’ammonizione a Buyo che stava perdendo tempo.

Nemico delle grandi furbizie, non a caso Blatter lo fece fuori da Italia ’90 dopo una sola partita diretta, ma anche delle piccole (non tollerava i finti infortuni: una volta litigò con il medico del Catanzaro che voleva soccorrere Palanca che rantolava a terra), nel mondo Agnolin sarà ricordato per le quattro partite di fase finale del Mondiale (Germania Ovest-Francia semifinale 1986 la più importante) e per la finale di Coppa dei Campioni 1988 fra PSV Eindhoven e Benfica. Non deve stupire che la sua carriera dirigenziale sia stata solo in minima parte nel mondo arbitrale e quasi sempre in ruoli marginali: molti colleghi non lo amavano, qualcuno in buona fede e altri no. A Roma, Venezia, Verona e Siena non ha lasciato grandi tracce, ma di sicuro ha aperto una via per tanti ex arbitri che si sono riciclati in altri ruoli, anche televisivi. Il miglior arbitro è quello che non si nota? Gigi Agnolin non la pensava così.

(Fonte: http://www.guerin.it, l’articolo è stato condiviso soltanto a scopo esemplificativo per il lancio iniziale di intellettualemoderno.com, quindi per non lasciare vuoti gli spazi dedicati allo sport, che saranno riempiti nel giro di pochi giorni dai nostri autori. Pertanto il presente articolo verrà rimosso a breve)

Gli osservatori di Krysztof Piatek

Genoa CFC v Lecce - Coppa ItaliaCon la nazionale polacca il bomber del Genoa ha confermato il suo momento magico, emblematico delle difficoltà di valutazione di un giocatore. Anche di un attaccante, in teoria il ruolo in cui i talenti non possono sfuggire ai radar dei grandi club.

Cosa farebbe Krysztof Piatek al centro dell’attacco italiano? Contro il Portogallo il bomber del Genoa è stato comunque uno dei migliori della Polonia, segnando il gol del provvisorio vantaggio della nazionale di Brzeczek, ed è inevitabile parlare di lui in chiave mercato associandolo a chiunque in Europa abbia soldi veri e necessità di spenderli per un attaccante che, sembra banale dirlo ma non lo è, faccia gol. La vera domanda è comunque la seguente: come è possibile che fino a 23 anni questo giocatore sia rimasto fuori dai radar dei grandi club europei? Con tutto il rispetto per il Genoa, che grande club lo è stato ma un secolo fa e che la scorsa estate lo ha acquistato per meno di 5 milioni di euro che il KS Cracovia è stato ben lesto a prendere.

La domanda non è strampalata, visto che Piatek a giugno non è stato ritenuto degno di far parte dei 23 convocati da Nawalka per il Mondiale. Certo il Cracovia non è una squadra di primo piano (nono nell’ultimo campionato polacco con Piatek), ma Piatek era stato comunque il terzo marcatore del torneo. Di più: fino a un paio d’anni fa questo attaccante non faceva certo gridare al miracolo, era insomma qualcosa di molto lontano dai tanti, troppi ‘predestinati’ del calcio giovanile, con una carriera davvero trascurabile quanto a gol segnati e considerazione da parte dei grandi club polacchi. In altre parole, Piatek è diventato Piatek al Genoa. Quello contro il Portogallo in Nations League è stato infatti il suo primo gol in Nazionale, alla seconda presenza assoluta dopo l’esordio contro l’Irlanda. Insomma, l’esonerato Ballardini qualche merito l’avrà pure avuto nei 13 gol segnati da Piatek, fra campionato e Coppa Italia, senza contare quelli di un precampionato in cui sembrava indemoniato.

La risposta non è semplice, perché al netto delle ultime impressioni Piatek (che in polacco significa venerdì) non ha un talento che abbaglia. Segna molto, in tanti modi diversi, ma non è onestamente paragonabile al quasi coetaneo Milik e a Lewandowski, e finito il momento magico il suo status potrebbe tornare simile a quello del sampdoriano Kownacki (lui sì un predestinato, sia pure con qualche stop di troppo) e dell’udinese Teodorczyk, convocati invece in Russia. E quindi? Boniek, quindi non il primo polacco incontrato per strada, dice che il vero valore di Piatek si vedrà appena il momento magico finirà. La speranza di Preziosi è quella di riuscire a venderlo prima. Di sicuro valutare un giocatore anche già maturo, come è un ventitreenne (giovane solo per gli standard nostrani), è sempre difficile. Anche in un ruolo in cui il talento dovrebbe essere evidente. Sbagliano i giornalisti, ovviamente, ma ancora di più sbaglia chi è pagato soltanto per osservare calciatori.

(Fonte: http://www.guerin.it, l’articolo è stato condiviso soltanto a scopo esemplificativo per il lancio iniziale di intellettualemoderno.com, quindi per non lasciare vuoti gli spazi dedicati allo sport, che saranno riempiti nel giro di pochi giorni dai nostri autori. Pertanto il presente articolo verrà rimosso a breve)