Il livello di Boca e River: valgono una media Serie A

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La finale di ritorno di Copa Libertadores è già considerata la partita più importante nella storia del calcio sudamericano di club. Ma al di là delle mitizzazioni, sul piano sportivo vale una media serie A…

Comunque vada a finire, la finale di ritorno di Copa Libertadores fra River Plate e Boca Juniors sarà ricordata come la partita più importante nella storia del calcio sudamericano di club, a dispetto di una qualità appena sopra il normale dei giocatori in campo. Infatti se guardiamo i convocati della nazionale argentina nell’ultimo anno, un totale di 57, vediamo che soltanto 6 sono coinvolti nel Superclasico: 4 del River (Armani, Martinez, Palacios, Enzo Perez) e 2 del Boca (Pablo Perez e Pavon). Ovviamente la statistica cambierebbe contando gli ex, ma nonostante l’attesa bisogna comunque icordare che stiamo parlando di una partita che tecnicamente non offre sulla carta di più di una qualsiasi partita fra due squadre di Serie A di centro-classifica.

Non è solo una curiosità, ma anche l’indicatore di quanto la Primera Division argentina sia un campionato di passaggio e non certo da oggi. Fra i 23 di Sampaoli in Russia soltanto 3 venivano da Boca o River (Armani, Enzo Perez e Pavon). E nella squadra vicecampione del mondo 2014 le due grandi fecero ancora peggio visto che Sabella convocò soltanto Gago e Orion (entrambi del Boca). In Sudafrica nel 2010 Maradona, tifoso del Boca, convocò della ‘sua’ squadra soltanto Martin Palermo e nessuno del River. Nel 2006 Pekerman chiamò 2 del Boca (Abbondanzieri e Palacio) e zero del River, nel 2002 Bielsa 2 del River (Ortega e Husain) e zero del Boca. Fermiamoci a questo millennio, perché non vogliamo dimostrare niente: è chiaro che un paese in quasi costante crisi economica deve assistere alla partenza dei suoi talenti. Ma comunque nei Mondiali citati c’erano argentini di tanti altri club argentini e quindi si può dire che la rivalità fra tifoserie e l’ambiente (più alla Bombonera che al Monumental) superi di molto il livello di ciò che si vede in campo.

A dirla tutta, soltanto in periodi storici molto circoscritti River e/o Boca hanno costituito l’ossatura dell’Albiceleste, quindi alla fine la vera domanda è perché questa partita si sia staccata così nettamente dagli altri derby, argentini e non. Qualcuno spiega la situazione con le origini comuni (entrambi nati nel quartiere della Boca, prima del trasferimento del River) diventate base di una contrapposizione di stili e di possibilità economiche, anche se le parti nella storia si sono spesso invertite. La spiegazione potrebbe però essere più semplice e per certi versi triste, perché quasi in ogni paese le squadre più tifate sono quelle che hanno vinto di più in patria, al punto che causa ed effetto sono indistinguibili. Le pur discutibili statistiche della Primera Division dicono che River e Boca hanno insieme vinto più di tutte le altre squadre messe insieme, comprese quella che hanno lasciato una grande traccia nella Libertadores come Racing, Estudiantes, Argentinos Juniors, Velez Sarsfield, San Lorenzo e soprattutto Independiente. In proporzione le due del Superclasico hanno vinto più in patria che fuori ed è anche per questo che raccolgono tifosi fuori dal loro naturale bacino di utenza. È una spiegazione razionale, anche se in questa partita di razionale c’è di solito pochissimo. Ed è sempre bello guardarla senza sovrastrutture, ricordando che non siamo argentini e che non possiamo capire.

(Fonte: http://www.guerin.it, l’articolo è stato condiviso soltanto a scopo esemplificativo per il lancio iniziale di intellettualemoderno.com, quindi per non lasciare vuoti gli spazi dedicati allo sport, che saranno riempiti nel giro di pochi giorni dai nostri autori. Pertanto il presente articolo verrà rimosso a breve)

Usain Bolt, continua il sogno nel calcio?

Athletics - Olympics: Day 9

Due gol segnati in un’amichevole australiana hanno rilanciato il sogno della leggenda dell’atletica, che anche in un campionato importante non potrebbe fare più danni del figlio di Gheddafi o dei tanti raccomandati.

Usain Bolt ha già dimostrato di essere più forte della storia ed intende stupire ancora. Il passato è infatti pieno di atleti, anche in certi casi campioni, che sono riusciti ad emergere in due discipline diverse (in Italia il numero uno assoluto rimane Cesare Rubini, da nazionale sia nella pallacanestro sia nella pallanuoto), ma nessuna di queste due discipline era il calcio. Le cui peculiarità tecniche, psicologiche e ambientali rendono impossibile l’adattamento anche di atleti che pure avrebbero le doti per fare i calciatori. Abbiamo detto impossibile? Ecco, quasi impossibile. Con il quasi che dipende dal primatista mondiale dei 100 e 200 metri, vincitore di tutto dappertutto, dai Giochi Olimpici ai Mondiali, che finita ai Mondiali del 2017 la carriera nell’atletica ha cercato nuovi stimoli nelle altre sue passioni sportive, il cricket e soprattutto il calcio.

La doppietta, un diagonale di sinistro e un tocco facile sfruttando l’errore di un difensore, segnata con la maglia dei Central Coast Mariners in un’amichevole australiana contro il Macarthur South West United in cui ha giocato da attaccante centrale non gli ha fatto guadagnare un contratto nella comunque decente A-League, ma ha senz’altro reso credibile qualsiasi tipo di offerta che lo riguardi. Da quella maltese del Valletta FC (notizia di ESPN), che ha soldi di Abu Dhabi, a imprecisate squadre inglesi minori, passando per un ritorno di fiamma con il Borussia Dortmund che potrebbe, sottolineiamo il condizionale, invitarlo per un altro provino. Di sicuro il trentaduenne mito dell’atletica porterebbe in automatico interesse e sponsorizzazioni per qualsiasi squadra del pianeta che lo ingaggiasse e quindi tutto sommato la vera notizia è che non lo abbia ancora ingaggiatonnessuna squadra media di un campionato importante. In una serie A in cui hanno giocato il figlio di Gheddafi e centinaia di raccomandati del procuratore di fiducia non è possibile che un Bolt panchinaro possa fare danni nell’Udinese o nel Bologna della situazione.

Curiosamente l’avventura calcistica ha riportato su Bolt i fari dell’antidoping, con il volto dell’ASADA, cioè l’Australian Sports Anti-Doping Authority. Diciamo curiosamente perché il calcio non ha mai brillato per le battaglie antidoping, soprattutto quello rivolte al doping di squadra e non a improbabili pomate o shampoo usati individualmente, e sarebbe quindi incredibile che ‘beccasse’ uno dei pochi atleti di alto livello che non è stato costretto a restituire medaglie vinte in maniera fraudolenta. L’oro cancellato nella 4×100 dei Giochi di Pechino 2008 era dovuto alla positività del compagno Nesta Carter…

Tornando al futuro calcistico di Bolt, che rimanga o no in Australia è probabile che questo futuro ci sia, in barba ai puristi (ma puristi rispetto a cosa?) del calcio. La sua immagine ha troppo impatto e il ruolo in cui gioca è l’unico in cui un giocatore inesperto può evitare di fare danni. Nelle interviste e negli allenamenti che abbiamo potuto vedere colpiscono le sue motivazioni e quindi siamo di fronte a un caso in cui il marketing potrebbe anche fare del bene. E poi, lo diciamo sottovoce, tecnicamente Bolt non sembra affatto male.

(Fonte: http://www.guerin.it, l’articolo è stato condiviso soltanto a scopo esemplificativo per il lancio iniziale di intellettualemoderno.com, quindi per non lasciare vuoti gli spazi dedicati allo sport, che saranno riempiti nel giro di pochi giorni dai nostri autori. Pertanto il presente articolo verrà rimosso a breve)