Pascoli e l’ingiustizia – La cavalla storna

cavallina storna

Una lirica dedicata al padre, ucciso brutalmente: l’espressione del dolore mista alla compassione per un animale che, in quanto tale, non poté rendere giustizia al suo fidato padrone.

Il 10 agosto 1867 Ruggero Pascoli fu assassinato nel suo carro, sulla strada di ritorno verso casa. La cavalla che lo trainava, spaventata dal rumore degli spari, raggiunse la residenza portando con sé il corpo senza vita dell’uomo. L’evento traumatizzò il giovane Pascoli e lo portò a scrivere “La cavalla storna”, testo poetico in endecasillabi costituito da distici: chi conosce lo stile dell’autore è a conoscenza dell’attaccamento di quest’ultimo al nucleo familiare, del suo timore di un’eventuale rottura definitiva del nido. Osservando la poesia, si noti l’esordio in pieno stile pascoliano:

Nella Torre il silenzio era già alto.
Sussurravano i pioppi del Rio Salto.

I cavalli normanni alle lor poste
frangean la biada con rumor di croste.

Là in fondo la cavalla era, selvaggia,
nata tra i pini su la salsa spiaggia;

che nelle froge avea del mar gli spruzzi
ancora, e gli urli negli orecchi aguzzi.

Con su la greppia un gomito, da essa
era mia madre; e le dicea sommessa:

“O cavallina, cavallina storna,
che portavi colui che non ritorna;

tu capivi il suo cenno ed il suo detto!
Egli ha lasciato un figlio giovinetto;

il primo d’otto tra miei figli e figlie;
e la sua mano non toccò mai briglie.

[…]

La presentazione dell’ambiente come sipario del racconto è, come appena detto, di gusto squisitamente pascoliano: lo stile dell’autore e la sua abilità nel gestire ogni singolo suono del testo, quasi come se fosse musicato, illumina la presenza di semplici rime baciate (AA BB etc.) che, in un altro contesto, sarebbero state terribilmente banali

È la madre, disperata, a prendere la parola: l’apostrofe alla cavallina è rivolta come se non si trattasse di un animale ma di un essere umano vero e proprio, in grado dunque di essere convinto a rivelare ciò che ha visto durante il tragico accaduto. Sull’emotività del dialogo madre-cavallina torneremo in seguito; prima di proseguire sarebbe opportuno dare un ultimo sguardo all’apertura della lirica. Il paesaggio, immerso nel buio della sera, sottolinea l’atmosfera pregna di inquietudine insicurezza, come se la natura stessa avesse scelto di rispettare questo drammatico lutto.

Tu che ti senti ai fianchi l’uragano,
tu dài retta alla sua piccola mano.

Tu ch’hai nel cuore la marina brulla,
tu dài retta alla sua voce fanciulla”.

La cavalla volgea la scarna testa
verso mia madre, che dicea più mesta:

“O cavallina, cavallina storna,
che portavi colui che non ritorna;

lo so, lo so, che tu l’amavi forte!
Con lui c’eri tu sola e la sua morte.

O nata in selve tra l’ondate e il vento,
tu tenesti nel cuore il tuo spavento;

sentendo lasso nella bocca il morso,
nel cuor veloce tu premesti il corso:

adagio seguitasti la tua via,
perché facesse in pace l’agonia…”

[…]

lo so, lo so, che tu l’amavi forte! / Con lui c’eri tu sola e la sua morte.”: le parole della moglie sono più cariche di pathos  di quanto possa sembrare. Nonostante fosse lei ad essere la donna destinata ad accompagnarlo finché morte non ci separi, è la semplice cavallina a portare Ruggero mano nella mano verso la fine dei suoi giorni. Questo dettaglio, a prima vista di poco conto, dilania la coscienza della donna, ferita dall’ingiustizia: perché morire in quel modo, abbandonando il nido familiare, senza l’addio dei suoi amati parenti? È in questo frangente, nel rispetto, che Pascoli mostra il valore della Natura: “adagio seguitasti la tua via,/
perché facesse in pace l’agonia…“, quasi come se la cavallina, conscia dell’inevitabile morte del padrone, avesse scelto di non raggiungere troppo velocemente la residenza. L’uomo sarebbe morto nascosto dagli occhi dei suoi poveri figli, evitando loro una visione più drammatica del dovuto.

La scarna lunga testa era daccanto
al dolce viso di mia madre in pianto.

“O cavallina, cavallina storna,
che portavi colui che non ritorna;

oh! due parole egli dové pur dire!
E tu capisci, ma non sai ridire.

Tu con le briglie sciolte tra le zampe,
con dentro gli occhi il fuoco delle vampe,

con negli orecchi l’eco degli scoppi,
seguitasti la via tra gli alti pioppi:

lo riportavi tra il morir del sole,
perché udissimo noi le sue parole”.

Stava attenta la lunga testa fiera.
Mia madre l’abbracciò su la criniera

“O cavallina, cavallina storna,
portavi a casa sua chi non ritorna!

A me, chi non ritornerà più mai!
Tu fosti buona… Ma parlar non sai!

[…]

In questa parte del componimento continua la ripresa del ritornello che, a mo’ di cantilena, esprime quella sensazione nata dal rifiuto che porta chi soffre a cercare una soluzione, una via d’uscita, tornando (purtroppo, senza mai successo) al punto di partenza. Importanti gli elementi che rendono la cavallina l’unica testimone della vicenda: il testo, per l’appunto, denuncia anche tutti gli atteggiamenti omertosi del periodo. L’assassinio non era dovuto ad un banale atto di brigantaggio: in qualità di agente ed amministratore, Ruggero aveva sicuramente infastidito alcuni malavitosi della zona… Dopo ben tre processi, il delitto rimase impunito, archiviato perché “commesso da ignoti“.  Giustificabile allora la rabbia del poeta, costretto ad accettare ciò che moralmente era ingiusto sotto ogni punto di vista. Rabbia che si presenta nella parole della madre, la quale sottolinea più volte quanto sia negativo il fatto che alla cavalla manchi il dono della parola: “E tu capisci, ma non sai ridire.”; “Tu fosti buona… Ma parlar non sai!

Tu non sai, poverina; altri non osa.
Oh! ma tu devi dirmi una, una cosa!

Tu l’hai veduto l’uomo che l’uccise:
esso t’è qui nelle pupille fise.

Chi fu? Chi è? Ti voglio dire un nome.
E tu fa cenno. Dio t’insegni, come”.

Ora, i cavalli non frangean la biada:
dormian sognando il bianco della strada.

La paglia non battean con l’unghie vuote:
dormian sognando il rullo delle ruote.

Mia madre alzò nel gran silenzio un dito:
disse un nome… Sonò alto un nitrito.

Il dubbio sulla possibile testimonianza dell’amata cavallina si scioglie: lei conosce l’identità dell’assassino ed è persino in grado di riconoscerlo: così descrivono alcune delle parole a mio avviso più toccanti del repertorio pascoliano: “Mia madre alzò nel gran silenzio un dito: / disse un nome… Sonò alto un nitrito.” Di matrice quasi cinematografica, la scena descritta da questo piccolo distico fa venire la pelle d’oca: due semplici gesti attuati nel gran silenzio che rende da ottimo sfondo per un avvenimento così solenne. E così, col nitrito giustiziero, termina il componimento, senza la necessità di dire altro (ci ricorda un po’ la chiusura di Inferno XVI, vero?). Perché se la verità potesse sempre essere dalla parte dei giusti, non servirebbero altre parole.

Nietzsche poeta: il Lamento di Arianna

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Friedrich Nietzsche è conosciuto dalla massa come filosofo stravagante ed autoritario, in grado di denunciare la reale debolezza sociale per poi esaltare l’individualità dell’uomo. Ma pochi sono a conoscenza della sua vita poetica…

Il filosofo tedesco viene elogiato per scritti come “Così parlò Zarathustra”, “L’Anticristo”, “La gaia scienza”. La teoria della morte di Dio, l’idea di superuomo e il curioso odio per il musicista Richard Wagner: tutte nozioni che, grazie all’istruzione liceale, la maggior parte degli studenti conosce bene.

C’è un aspetto però che le scuole spesso non approfondiscono: gli scritti lirici dell’autore. Sì, il folle Nietzsche si dedicò molto alla stesura di poesie, spesso ispirandosi ai canoni della letteratura greca che tanto amava (ma questo lo sapete già, giusto?). Perché soffermarsi su una produzione così oscurata dalla cultura generalizzante che ormai impera sul sistema educativo odierno? Semplicemente, perché la poesia di Nietzsche non è fine a sé stessa: rappresenta piuttosto un continuo riferimento all’opera speculativa.

“Ditirambi di Dioniso e poesie postume” è una raccolta di componimenti poetici che risale allo stesso periodo di stesura del già citato “Così parlò Zarathustra“. L’opera subì un lungo lavoro di revisione e correzione nel 1889 che terminò qualche giorno prima del famoso crollo psichico del filosofo. All’interno del testo definito si trovano ben 9 ditirambi e molti altri frammenti poetici. Preciso: il ditirambo non è altro che un’antica forma di lirica corale appartenente ai riti dionisiaci di origine greca. Chi conosce le tesi di Nietzsche riconoscerà immediatamente il rimando alla lotta morale tra spirito apollineo spirito dionisiaco.

Chi mi riscalda, chi mi ama ancora?
Date mani ardenti,
date bracieri per il cuore!
Giù prostrata, inorridita,
quasi una moribonda cui si scaldano i piedi,
sconvolta da febbri ignote,
tremante per gelidi dardi pungenti, glaciali,
incalzata da te, pensiero!
Innominabile! Velato! Orrendo!
Tu cacciatore dietro le nubi!
Fulminata a terra da te,
occhio beffardo che dall’oscuro mi guardi!
Eccomi distesa,
mi piego, mi dibatto tormentata
da tutte le torture,
colpita

da te crudelissimo cacciatore,
sconosciuto – dio

[…]

Friedrich Nietzsche, Lamento di Arianna, vv 1-18

Lamento di Arianna è uno dei ditirambi più struggenti, motivo per cui ho deciso di analizzarlo in questo breve articolo. Il poema si apre nella maniera più disperata, con l’invocazione della protagonista, desiderosa di affetto e calore. Elementi che non potranno più tornare ma che erano presenti in un periodo passato (la presenza di ancora nel verso 1 ne è prova). Come accade a chiunque, la sofferenza porta la vittima ad attaccare un possibile colpevole, in questo caso definito in più modi: il cacciatore dietro le nubi (v. 10) o, dissolvendo ogni dubbio, la divinità stessa (sconosciuto – dio… al verso 18).

Colpisci più in fondo!
Colpisci una volta ancora!
Trafiggi, infrangi questo cuore!
A che questa tortura
con frecce spuntate?
Perché guardi di nuovo
insoddisfatto da questo tormento,
con divini occhi lampeggianti?
Non vuoi uccidere,
torturare solo torturare?
A che – torturarmi,
tu malvagio dio sconosciuto?

[…]

Friedrich Nietzsche, Lamento di Arianna, vv 19-30

La teoria del dio torturatore (a che – torturarmi, al verso 29) viene confermata da questi versi successivi. Il carnefice divino viene descritto ferocemente quasi come uno psicopatico, “insoddisfatto da questo tormento” (v. 25) perché dedito all’infliggere dolore e non alla semplice uccisione. Torna l’elemento che più valorizza l’intero componimento, la disperazione nella sofferenza, espressa magistralmente dall’epanalessi al verso 28 (torturare solo torturare?) e dalla breve anafora dei  versi 19-20 (Colpisci… colpisci) che si tramuta, al terzo rintocco, in un più devastante e violento trafiggi (v. 21). Ma dietro l’apparenza, il rapporto macellaio-vittima si rivela diverso…

E’ andato!
Ecco anche lui fuggì,
il mio unico compagno,
il mio grande nemico,
il mio sconosciuto,
il mio dio carnefice!
No!
torna indietro!
Con tutte le tue torture!
Tutte le lacrime mie
corrono a te
e l’ultima fiamma del mio cuore
s’accende per te.
Oh, torna indietro,
mio dio sconosciuto! dolore mio!
felicità mia ultima…

[…]

Friedrich Nietzsche, Lamento di Arianna, vv. 90-105

Al verso 90 la divinità-boia sembra sparire. Le parole che esclamano questa fuga non sono, però, felici: Arianna continua a soffrire nel constatare ciò che è appena accaduto. Colui che la costringeva al dolore continuo, privandola del calore è ormai andato (v. 1). La donna, probabilmente divenuta succube di quel rapporto perverso, sente immediatamente la mancanza del suo carnefice: lo chiama in molti modi (unico compagno, grande nemico etc.), apparentemente contrastanti tra loro. Le lacrime del verso 99, nate inizialmente dal male, si confondono con quelle nate dal sentimento d’amore: tutto è ormai congiunto ed inscindibile. Il dolore, per quanto tale, era preferibile alla solitudine.

Con questi versi Nietzsche sottolinea ciò che ha sempre sostenuto nella sua dottrina filosofica: la divinità è una semplice e banale necessità dell’uomo debole. La figura del fantoccio creato per sopperire alla propria fragilità che prende il sopravvento e diviene giudicegiuria boia del proprio autore: concetto tanto reale quanto difficile da riconoscere.

Un lampo – Dioniso si manifesta con una bellezza smeraldina
Dioniso:
Sii saggia Arianna!
Hai piccole orecchie, hai le mie orecchie:
metti là dentro una saggia parola! –
Non ci si deve prima odiare, se ci si vuole amare?…
Io sono il tuo Labirinto…

Friedrich Nietzsche, Lamento di Arianna, vv. 106-112

Concludo la riflessione riportando la fine del componimento. Il maestro del sospetto lascia al lettore un enigmatico epifonema. Il dio brutale entra (o sarebbe meglio dire “torna“) in scena e pronuncia le seguenti parole: non ci si deve prima odiare, se ci si vuole amare? La spiegazione ha diverse interpretazioni, tutte plausibili: vita amorosa, fede religiosa o esistenza umana. In ogni caso, la debolezza rimane la protagonista.

Don Abbondio e il piacere della codardia

don abbondio

Codardo, ironico ed eccentrico: è impossibile non amare il caro Don Abbondio. Ma perché lo si apprezza così tanto, pur essendo un personaggio negativo? Cos’ha in comune con ognuno di noi?

Iniziato il viaggio tra le pagine de I Promessi Sposi, Don Abbondio è il primo personaggio presentato da Manzoni. Omaccione di circa sessant’anni con “due folti sopraccigli, due folti baffi, un folto pizzo”, una “faccia bruna e rugosa”, accetta le imposizioni di Don Rodrigo e dà il via alle numerose peripezie del romanzo.

“Cioè…” rispose, con voce tremolante, don Abbondio: “cioè. Lor signori son uomini di mondo, e sanno benissimo come vanno queste faccende. Il povero curato non c’entra: fanno i loro pasticci tra loro, e poi… e poi, vengon da noi, come s’anderebbe a un banco a riscotere; e noi… noi siamo i servitori del comune.”

[…]

“Ma, signori miei,” replicò don Abbondio, con la voce mansueta e gentile di chi vuol persuadere un impaziente, “ma, signori miei, si degnino di mettersi ne’ miei panni. Se la cosa dipendesse da me,… vedon bene che a me non me ne vien nulla in tasca…”

I Promessi Sposi, I

Così l’autore dipinge magistralmente il curato: un uomo spaventato, come dimostrano le frequenti ripetizioni (“cioè, e poi…”) e le pause discorsive, oltre al più evidente “tremolante“. Impossibile prendere la via del contrattacco, conviene passare alla difesa più estrema: l’uso della lingua in modo da rendersi il più patetico e innocente possibile (“povero curato”, “servitore del comune”). L’abilità oratoria dell’uomo di chiesa è così elevata da ingannare persino il lettore: a primo sguardo anche voi vi siete fatti intenerire da questa vittima dei prepotenti, non è così? Siete caduti nella trappola retorica di Don Abbondio e (ahivoi) non sarà né la prima né l’ultima volta che vi succederà una cosa simile. La maschera del curato manzoniano è presente anche ai giorni nostri.

È facile evitare i problemi: basta non affrontarli. In modo ancora più facile è possibile fare in modo che siano gli stessi problemi a non affrontare il diretto interessato. Per raggiungere questo obiettivo è necessario ricorrere alla codardia. Sorella di quest’ultima è la giustificazione, imprescindibile elemento per la buona riuscita del piano: una mediocre bugia può diventare un’ottima bugia se riuscirete ad ingannare, prima di tutto, voi stessi.

“Il nostro Abbondio non nobile, non ricco, coraggioso ancor meno, s’era dunque accorto, prima quasi di toccar gli anni della discrezione, d’essere, in quella società, come un vaso di terra cotta, costretto a viaggiare in compagnia di molti vasi di ferro. Aveva quindi, assai di buon grado, ubbidito ai parenti, che lo vollero prete. Per dir la verità, non aveva gran fatto pensato agli obblighi e ai nobili fini del ministero al quale si dedicava: procacciarsi di che vivere con qualche agio, e mettersi in una classe riverita e forte, gli eran sembrate due ragioni più che sufficienti per una tale scelta.”

I Promessi Sposi, I

Il nostro curato è tutto fuorché un eroe, gli epiteti del Manzoni lo dimostrano chiaramente. È altrettanto vero però che Don Abbondio non ha mai provato a cambiare la situazione, limitandosi ad una servile accettazione della propria realtà. Il vaso di terracotta si mimetizza dunque tra quelli di ferro, pur sapendo che in caso di urto durante il trasporto, sarà comunque il primo a frantumarsi. Eliminando ogni possibile rimpianto/rimorso del cambiamento, l’uomo si rinchiude in una crisalide tanto sicura quanto mediocre. Situazione osservabile in tutti i mentitori cronici: inetti che, non potendo affrontare la dura realtà, cercano di addolcirsi la pillola modificandola, ricorrendo spesso a mezzi subdoli come l’instaurazione di pietà nel prossimo.

Ma evitiamo di estremizzare il pensiero. Don Abbondio non è del tutto colpevole:

“Don Abbondio stava a capo basso: il suo spirito si trovava tra quegli argomenti, come un pulcino negli artigli del falco, che lo tengono sollevato in una regione sconosciuta, in un’aria che non ha mai respirata. Vedendo che qualcosa bisognava rispondere, disse, con una certa sommissione forzata: “monsignore illustrissimo, avrò torto. Quando la vita non si deve contare, non so cosa mi dire. Ma quando s’ha che fare con certa gente, con gente che ha la forza, e che non vuol sentir ragioni, anche a voler fare il bravo, non saprei cosa ci si potesse guadagnare. È un signore quello, con cui non si può nè vincerla nè impattarla.”

[…]

“Torno a dire, monsignore,” rispose dunque, “che avrò torto io… Il coraggio, uno non se lo può dare.”

I Promessi Sposi, XXV

I freddi rimproveri del cardinal Borromeo colpiscono violentemente l’animo dello sventurato. La presenza costante dell’espressione “avrò torto” non è una semplice nota stilistica: sottolinea il forte senso di colpa. Don Abbondio sa, nel profondo del suo cuore, di aver sbagliato. Il meccanismo di difesa, dunque, si evolve: dalla bugia si passa alla rassegnazione. Attenzione, l’accettazione è ancora presente, così come la paura. È il modo in cui questa decisione viene vista, però, che ottiene importanza. “Il coraggio, uno non se lo può dare”: la citazione più famosa del personaggio (oltre al parodistico latinorum) racchiude l’intero nucleo del suo essere. Don Abbondio non ha tutti i torti nell’avere paura, nel sottomettersi al prepotente: Don Rodrigo è conosciuto per “non minacciare invano“. La giustizia, inoltre, è dalla sua parte (come dimostra l’Azzecca-garbugli). Le forti parole di Borromeo perdono in parte valore se si analizzano questi ultimi fattori: è facile combattere il male quando si indossa una veste da cardinale…

“Ah! è morto dunque! è proprio andato!” esclamò don Abbondio. “Vedete, figliuoli, se la Provvidenza arriva alla fine certa gente. Sapete che l’è una gran cosa! un gran respiro per questo povero paese! che non ci si poteva vivere con colui. E’ stata un gran flagello questa peste; ma è anche stata una scopa; ha spazzato via certi soggetti, che, figliuoli miei, non ce ne liberavamo più: verdi, freschi, prosperosi: bisognava dire che chi era destinato a far loro l’esequie, era ancora in seminario, a fare i latinucci.”

I Promessi Sposi, XXXVIII

Difficilmente troverete un esempio di sollievo maggiore in campo letterario: la notizia della morte di Don Rodrigo viene così commentata dal nostro analizzato. Il flusso di parole celebratrici mostra l’immensa gioia presente nel cuore del curato: dopo aver passato tutto quel tempo a mentire pur di sopravvivere, la scopa del destino lo ha graziato. C’è da dire che nonostante le innumerevoli sventure capitate al vecchio, biasimarlo del tutto è l’ultimo dei nostri pensieri. Siamo tutti consci (anche lui, fidatevi) del fatto che un briciolo di coraggio in più sarebbe stato più apprezzabile da parte di un servo di Dio. Ma in quel caso il romanzo sarebbe probabilmente terminato in poche righe, col funerale di uno sfortunato (o sciocco) pretucolo. Un finale deludente, non trovate?

 

 

 

Leopardi e il valore dei ricordi

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La capacità di ricordare gli eventi passati appartiene da sempre all’essere umano. Ma in che modo il rapporto col passato può condizionare il proprio futuro?

La necessità di mantenere viva un’esperienza: elemento che può essere condanna o gioia per ognuno di noi. La memoria sa essere molto oggettiva nel preservare tanto gli avvenimenti felici quanto quelli dolorosi. Non entrerò nel campo della rimozione psicologica, pur tenendo atto della sua importanza. Il discorso prenderà una piega più letteraria concentrandosi sulla produzione del massimo poeta italiano Giacomo Leopardi.

Studiatissimo e citatissimo (spesso in modo improprio…), Leopardi viene solitamente accostato ai concetti di pessimismo e dolore. Nulla di più esatto: basta leggere alcuni dei suoi versi per comprendere l’ammontare di sofferenza albergata in quel cuore. I suoi enjambement spezzano (oltre al verso) il fiato del lettore, le metafore non sono sempre immediate, al contrario dei messaggi interni al testo, aspri e diretti. Una poesia che nonostante il carico di pathos è in grado di sorreggersi sul logos. In che momenti del pensiero lirico si esprime al meglio questa carica emotiva?

Silvia, rimembri ancora
Quel tempo della tua vita mortale,
Quando beltà splendea
Negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi,
E tu, lieta e pensosa, il limitare
Di gioventù salivi?

Sonavan le quiete
Stanze, e le vie dintorno,
Al tuo perpetuo canto,
Allor che all’opre femminili intenta
Sedevi, assai contenta
Di quel vago avvenir che in mente avevi.
Era il maggio odoroso: e tu solevi
Così menare il giorno.

[…]

A Silvia (vv 1-14) – Canti

Celeberrima canzone leopardiana, “A Silvia” demolisce la concezione di speranza giovanile. Gli endecasillabi e i settenari riproducono una sequenza di eventi: l’uso dell’imperfetto ha un’importanza notevole nel donare un senso di continuità nel passato. La dolce apostrofe (“Silvia“) anticipa l’elemento chiave: il tema del ricordo. È su questo che si basa l’intero scritto: il malessere nei confronti delle illusioni infantili, le quali riconducono al discorso filosofico sulla Natura che tratterò in separata sede. Ma tale riflessione non sarebbe possibile senza il riaffiorare dei ricordi. Che valore hanno dunque questi ultimi in rapporto al dolore?

“La memoria non è altro che assuefazione.”

Zibaldone di pensieri

Un’affermazione breve ma intensa, necessaria alla comprensione della tematica: i momenti infantili vengono spesso usati da ognuno di noi come panacea, non c’è nulla di male nel farlo. Ma la differenza tra uso ed abuso va oltre la presenza del morfema legato ab-: solitamente ce ne rendiamo conto quando ormai è troppo tardi (la deliziosa inutilità del senno di poi, come recita Zeno di Italo Svevo).

Vivere focalizzando la mente sugli eventi passati per non pensare al presente, uno scenario nefasto. La situazione si complica (ed è il caso del nostro poeta) se, oltre a respirare nostalgia a pieni polmoni, non ci si limita ad osannare il passato ma lo si rende illusorio. La giovinezza, i tempi felici sono in realtà una trappola della Natura Matrigna che nella sua totale indifferenza non si accorge di averci illuso brutalmente, avendoci dato la vita in un luogo che non permette alcun tipo di gioia.

Natura: Immaginavi tu forse che il mondo fosse fatto per causa vostra? Ora sappi che nelle fatture, negli ordini e nelle operazioni mie, trattone pochissime, sempre ebbi ed ho l’intenzione a tutt’altro che alla felicità degli uomini o all’infelicità. Quando io vi offendo in qualunque modo e con qual si sia mezzo, io non me n’avveggo, se non rarissime volte: come, ordinariamente, se io vi diletto o vi benefico, io non lo so; e non ho fatto, come credete voi, quelle tali cose, o non fo quelle tali azioni, per dilettarvi o giovarvi. E finalmente, se anche mi avvenisse di estinguere tutta la vostra specie, io non me ne avvedrei.

Dialogo della Natura e di un Islandese – Operette Morali

Ogni ricordo felice (solitamente vissuto durante la prima età) ottiene e perde valore allo stesso tempo. È ancora in grado di far stare meglio l’individuo ma viene privato del suo effetto illusorio: ciò che ci ha reso così allegri non si verificherà mai più. L’evento acquista dunque una pretiositas rara, data dalla sua unicità. La coscienza di questo nuovo stato fa nascere un forte desiderio di preservazione: il ricordo deve essere mantenuto in vita, in un modo o nell’altro. Da qui il fulcro della discussione, l’importanza della memoria nella vita di tutti i giorni. Ovviamente il tutto è analizzato in chiave leopardiana, non è necessario adottare un modus operandi così estremo e pessimista per affrontare la quotidianità. O meglio, siete liberi di farlo, la scelta è vostra (no, non come in Bandersnatch).

[…]

Viene il vento recando il suon dell’ora
Dalla torre del borgo. Era conforto
Questo suon, mi rimembra, alle mie notti,
Quando fanciullo, nella buia stanza,
Per assidui terrori io vigilava,
Sospirando il mattin. Qui non è cosa
Ch’io vegga o senta, onde un’immagin dentro
Non torni, e un dolce rimembrar non sorga.
Dolce per se; ma con dolor sottentra
Il pensier del presente, un van desio
Del passato, ancor tristo, e il dire: io fui.

[…]

Le ricordanze (vv 50-60) – Canti

Concludo la riflessione citando, in parte, una delle liriche più toccanti dell’autore. Vi è la presenza di memorie felici (la gioventù) e di ricordi negativi (dall’incomprensione delle gente zotica, vil al tentato suicidio del poeta). Un’altra parola chiave, il conforto, sboccia come un fiore in mezzo al deserto: grazioso ma destinato a morire molto presto. Lo scontro tra presente e passato ha luogo nella psiche umana, impossibile dire ormai chi tra i due sia fonte maggiore di dolore. La funzione di questi ultimi viene resa ovvia dai versi leopardiani: il dolce rimembrar lenisce la sofferenza dei momenti più bui e permette di avere la forza per guardare avanti, oltre quella siepe che sfida l’uomo a scorgere l’infinito, o chissà, il nulla.

Petrarca e Laura: la schiavitù dell’amore

petrarca

Una passione che rischiara e brucia allo stesso tempo, in grado di condizionare un’intera esistenza. È la forza dell’amor petrarchesco, ancora oggi tanto misterioso quanto intrigante.

Leggere il Canzoniere è come leggere l’anima stessa del Petrarca. Chi conosce l’autore non sarà sicuramente sorpreso da questa affermazione: d’altronde il Secretum (1347-1353) è un esempio lampante di quanto l’aspetto introspettivo sia importante per il poeta. Ma in che modo il Rerum vulgarium fragmenta (o Canzoniere) riesce a perfezionare e completare la storia della vita interiore petrarchesca già presentata dal testo latino di cui sopra? La risposta al quesito si trova nel testo stesso.

Voi ch’ascoltate in rime sparse il suono
di quei sospiri ond’io nudriva ’l core
in sul mio primo giovenile errore
quand’era in parte altr’uom da quel ch’i’ sono,

del vario stile in ch’io piango et ragiono
fra le vane speranze e ’l van dolore,
ove sia chi per prova intenda amore,
spero trovar pietà, nonché perdono.

Ma ben veggio or sì come al popol tutto
favola fui gran tempo, onde sovente
di me medesmo meco mi vergogno;

et del mio vaneggiar vergogna è ’l frutto,
e ’l pentersi, e ’l conoscer chiaramente
che quanto piace al mondo è breve sogno.

Canzoniere, 1

Il primo sonetto della raccolta offre al lettore una visione totale dell’argomento, apre la raccolta ma potrebbe anche chiuderla: Petrarca è ormai conscio del tempo che ha trascorso amando la giovane Laura. È consapevole di quanto il suo esser schiavo l’abbia reso addirittura ridicolo in certi casi (“et del mio vaneggiar vergogna è ’l frutto”), rendendolo un essere diverso, cambiandolo totalmente (“quand’era in parte altr’uom da quel ch’i’ sono“). In questi versi vi è dunque un uomo stanco di amare a vuoto, intrappolato in una fossa che lui stesso ha scavato. Nell’oscurità della terra ha però, ironia della sorte, aperto gli occhi: ciò che rimane di tutto questo è il suono delle sue rime sparse, nate da un giovenile errore.

Comprendere i propri sbagli non è mai facile, soprattutto se si sfocia nell’argomento amoroso. Spesso il periodo di infatuazione è accompagnato da una terribile sorella: l’illusione. È lei che porta l’innamorato al sogno, alla speranza, alla irreale. L’unico rimedio a questa sirena omerica è il tempo: solo quest’ultimo è in grado di fornire al povero amante la visione della realtà. Da qui segue l’ultima attrice di questa drammatica rappresentazione: la sofferenza. Ed ognuno rimedia ad essa nel modo migliore che trova. Così è possibile comprendere come Petrarca abbia potuto dedicare un’intera raccolta di 366 componimenti ad una singola persona: la dolce causa del suo dolore.

Era il giorno ch’al sol si scoloraro
per la pietà del suo factore i rai,
quando i’ fui preso, et non me ne guardai,
ché i be’ vostr’occhi, donna, mi legaro.

Tempo non mi parea da far riparo
contra colpi d’Amor: però m’andai
secur, senza sospetto; onde i miei guai
nel commune dolor s’incominciaro.

Trovommi Amor del tutto disarmato
et aperta la via per gli occhi al core,
che di lagrime son fatti uscio et varco:

però, al mio parer, non li fu honore
ferir me de saetta in quello stato,
a voi armata non mostrar pur l’arco.

Canzoniere, 3

Il primo incontro con Laura avviene in chiesa (interessante l’analogia con la donna-schermo di Dante nella Vita Nova). Inoltre, il tutto accade in un Venerdì Santo, il 6 Aprile 1327. La data scelta è ovviamente simbolica: l’innamoramento per Petrarca gioca infatti sul duplice significato di passione. In primis vista in senso erotico-sentimentale, momento di vita affettiva persistente e turbolento, come testimonia la forza con cui i be’ vostr’occhi affascinano l’autore. Secondariamente, il sentimento viene visto anche in chiave spirituale, riferito al sacrificio cristiano (e dunque alla sofferenza vera e propria). Compresa la natura di ciò che prova il Petrarca, il delizioso artificio retorico finale riesce a rivelare un altro aspetto, proprio della delusione amorosa. L’uomo non era pronto a subire una tale punizione, Amore è stato disonorevole nel far innamorare il poeta di una tale bellezza, tanto innocua quanto letale.

Ancora una volta è facile ritrovarsi nei panni dell’autore: tutti noi abbiamo subito un’angheria simile da Cupido, costretti a provare sentimenti intensi per qualcuno che (ahinoi) non ricambia nemmeno lontanamente. E in questa tortura psicologica ci si trova senza alcun via d’uscita, impossibilitati a dimenticare. Condannati ad una pena che non abbiamo scelto di subire e che probabilmente non abbiamo nemmeno meritato, l’unica fonte di respiro è l’espressione artistica di qualunque genere. Se il pensiero è fisso su un qualcosa, perché non farne buon uso? Da qui tutta l’arte nata dalla passione più forte che non starò qui ad esemplificare (nell’era di Internet mi sembrerebbe piuttosto futile).

I’ vo piangendo i miei passati tempi
i quai posi in amar cosa mortale,
senza levarmi a volo, abbiend’io l’ale,
per dar forse di me non bassi exempi.

Tu che vedi i miei mali indegni et empi,
Re del cielo invisibile immortale,
soccorri a l’alma disvïata et frale,
e ’l suo defecto di tua gratia adempi:

sí che, s’io vissi in guerra et in tempesta,
mora in pace et in porto; et se la stanza
fu vana, almen sia la partita honesta.

A quel poco di viver che m’avanza
et al morir, degni esser Tua man presta:
Tu sai ben che ’n altrui non ò speranza.

Canzoniere, 365

Ultimo sonetto, penultimo componimento che precede la canzone finale (“Vergine bella, che di sol vestita”). Emerge l’ultimo lato dell’amante che soffre, il rancore nei confronti dell’oggetto. Prima di accusare l’autore di ipocrisia o altro, analizziamo la nostra persona. Davvero non vi è mai capitato di prendervela, anche solo per un istante, con chi vi ha costretto ad una tale condizione? Bene. Continuando l’analisi, la rabbia non è l’unica novità: vi è un altro elemento anch’esso funzionale alla propria stabilità emotiva. Si tratta del ripiego, unico strumento in grado di fungere da antidolorifico efficace. In questo caso Petrarca si rivolge alla religione, pregando la divinità di perdonarlo per tutto il tempo, l’inchiostro e il respiro che ha donato ad una cosa mortale, senza levarmi a volo, abbiend’io l’ale. Magnifico il riferimento a Dante in questo passaggio, mi permetto di citarlo velocemente:

O insensata cura de’ mortali,
quanto son difettivi silogismi
quei che ti fanno in basso batter l’ali!

Paradiso XI, 1-3

In conclusione a questa piccola analisi, dobbiamo dedurre che l’amore sia una trappola terribile, in grado di limitare la nostra volontà e i nostri pensieri? Non esattamente. Può rivelarsi un’esperienza simile, così come può felicemente concludersi con un lieto fine. Ciò che bisogna davvero comprendere leggendo il vissuto (lirico e non) del Petrarca è l’importanza di vivere l’amore in tutte le sue forme. Per quanto ingannevole, crudele e forte, è parte della vita. Una scrittura simile non nasce dalla presenza unica di sofferenza: chissà quante volte il giovane Petrarca avrà sorriso nel descrivere la bellezza della sua Laura. E a quel tipo di gioia, miei lettori, non si può rinunciare.

La figura dell’inetto tra letteratura e realtà: la coscienza di Zeno

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Nei romanzi troviamo spesso un personaggio principale dotato di ferrei principi, forza di volontà ed altri pregi. Ma cosa accade quando il protagonista si rivela essere un uomo sotto la media, un incapace?

Zeno Cosini, commerciante proveniente da una ricca famiglia, vive le sue giornate all’insegna dell’ozio più totale. Affiancato da una moglie che ha sposato solo per il gusto di farlo, in rapporto conflittuale col vecchio padre e con la capricciosa amante, incapace persino di liberarsi del vizio del fumo: dipinto in questo modo il protagonista di La Coscienza di Zeno, romanzo del 1923 scritto da Italo Svevo (Ettore Schmitz), sembra tanto deludente quanto banale. È possibile trovare qualcosa di interessante o addirittura rispecchiarsi in una figura simile?

Voler analizzare il personaggio di un romanzo psicologico può sembrare ridondante o addirittura ridicolo. In effetti, ciò che leggiamo attraverso le parole di Zeno stesso non è altro che il resoconto delle memorie di quest’ultimo. Ricordi che attraversano la propria giovinezza, il rapporto col padre e la moglie, il lavoro e la propria malattia (quest’ultima onnipresente). Il malanno, per l’appunto, la causa di tutte le sofferenze dell’uomo. O almeno, questa è la sua versione:

“Sono colto da un dubbio: che io forse abbia amato tanto la sigaretta per poter riversare su di essa la colpa della mia incapacità? Chissà se cessando di fumare io sarei divenuto l’uomo ideale e forte che m’aspettavo? Forse fu tale dubbio che mi legò al mio vizio perché è un modo comodo di vivere quello di credersi grande di una grandezza latente.”

Questo piccolo estratto, proveniente dal primo capitolo, esprime al meglio il valore delle riflessioni di Zeno. Vi è un riconoscimento della propria inettitudine, così come vi è un riconoscimento del fatto che la giustificazione di quest’ultima sia del tutto falsa. Il concetto vi suonerà sicuramente familiare: quante volte avete riversato la colpa di un vostro fallimento su un elemento esterno? Non c’è da vergognarsi: è un meccanismo umano. L’importante è comprendere l’esistenza di questi sistemi di difesa ed etichettarli come bugiardi. Zeno fa di più. Riconosce l’artificio psicologico creato per sentirsi meglio e lo definisce per ciò che realmente è: un modo comodo di vivere. Il senso di colpevolezza viene così eliminato, ponendo il personaggio in bilico tra un torto (le accuse al fumo) e un altro (il comodo dubbio).

È dunque chiaro che la malattia che affligge il protagonista non ha nulla a che vedere con le sigarette: si tratta dell’inettitudine, l’impossibilità di agire o scegliere. Una condizione nella quale ci si trova spesso nella vita di tutti i giorni: i contesti sociali, il mondo lavorativo e i rapporti familiari sono solo alcuni degli esempi che si potrebbero prendere in considerazione. Da qui la filosofia del caro Zeno, intento a definire il concetto di vita:

“La vita somiglia un poco alla malattia come procede per crisi e lisi ed ha i giornalieri miglioramenti e peggioramenti. A differenza delle altre malattie la vita è sempre mortale. Non sopporta cure. Sarebbe come voler turare i buchi che abbiamo nel corpo credendoli delle ferite. Morremmo strangolati non appena curati.”

Una visione che a primo impatto potrebbe apparire semplicistica. E invece, riflettendo sulle situazioni di vita elencate sopra, la definizione appare più logica e veritiera. In molti casi non è possibile cambiare il corso degli eventi. La vita continua, gli eventi sfrecciano sulle nostre ossa come treni e noi non possiamo fare altro che soffrirne. Tentare di ribellarsi o di reagire si rivela inutile o addirittura controproducente, portandoci allo strangolamento dovuto ai buchi turati da noi stessi.

Ora, è giusto non farsi prendere dal panico. Noi non siamo malati come il povero Zeno, siamo dunque  in grado di capire che un ragionamento del genere può avere senso solo se applicato in determinati casi. Non è vero che la vita è composta solo da eventi incontrollabili: il libero arbitrio esiste e dobbiamo prenderne atto. Ma per fare quest’ultima cosa serve una piccola qualità: capire quando e come una situazione può essere modificata dalle nostre azioni. Dote legata alla forza di volontà, sottratta al protagonista dal suo malanno.

“Ma non le sembrava giusto vivere per prepararsi alla morte. M’ostinai e asserii che la morte era la vera organizzatrice della vita. Io pensavo sempre alla morte e perciò non avevo che un solo dolore: la certezza di dover morire. Tutte le altre cose divenivano tanto poco importanti che per esse non avevo che un lieto sorriso o un riso altrettanto lieto.”

La definizione di inetto è dunque appropriata: Zeno non è in grado di disporre della propria vita. Per fare in modo che questa mancanza sia meno dolorosa, si affida a convinzioni illusorie o al pensiero di situazioni future (come la morte). Noi uomini comuni non siamo da meno, l’illusione (il più solido dei nostri piaceri secondo Leopardi) fa parte della nostra esperienza di vita. Ma l’inetto potrà mai trionfare in qualche modo? La risposta è sì.

“Se vi è un destino personale, non esiste un fato superiore o, almeno, ve n’è soltanto uno, che l’uomo giudica fatale e disprezzabile. Per il resto, egli sa di essere il padrone dei propri giorni. In questo sottile momento, in cui l’uomo ritorna verso la propria vita, nuovo Sisifo che torna al suo macigno, nella graduale e lenta discesa, contempla la serie di azioni senza legame, che sono divenute il suo destino, da lui stesso creato, riunito sotto lo sguardo della memoria e presto suggellato dalla morte. Così, persuaso dell’origine esclusivamente umana di tutto ciò che è umano, cieco che desidera vedere e che sa che la notte non ha fine, egli è sempre in cammino. Il macigno rotola ancora. Lascio Sisifo ai piedi della montagna! Si ritrova sempre il proprio fardello. Ma Sisifo insegna la fedeltà superiore, che nega gli dei e solleva i macigni. Anch’egli giudica che tutto sia bene. Questo universo, ormai senza padrone, non gli appare sterile né futile. Ogni granello di quella pietra, ogni bagliore minerale di quella montagna, ammantata di notte, formano, da soli, un mondo. Anche la lotta verso la cima basta a riempire il cuore di un uomo. Bisogna immaginare Sisifo felice.”

Albert Camus, Il mito di Sisifo

È con questo estratto del saggio di Albert Camus che è possibile comprendere l’unico vero successo di Zeno Cosini. Come Sisifo, intrappolato in un destino che non gli è possibile cambiare, Zeno prende atto della sua situazione. Non importa quanto sia difficile la sua condizione, il vero uomo in grado di pensare (libero dai dogmi più antichi) è colui che nonostante le varie difficoltà non perde mai la concezione di identità. Ed è qui che il lettore più attento può comprendere quanto questo inetto sia in realtà più simile ad un essere umano vero e proprio che ad un personaggio letterario. Un uomo che affronta le sventure senza affidarsi ai favori del destino o delle divinità. Un eroe dal superpotere più grande di tutti: l’autoaccettazione.

Dante e Beatrice: un sentimento moderno

DanteBeatriceUn amore in grado di superare le barriere del tempo, reso eterno dalla parola. Un concetto simile è davvero così estraneo alla nostra generazione? La risposta non è così ovvia come si crede.

“Che ‘ntender no la può chi no la prova”: così Dante descrive la dolcezza al cuore che prova l’innamorato alla vista della propria amata. “Tanto gentile e tanto onesta pare” (dal quale ho tratto questa minima citazione) è un sonetto del XIII secolo: la mentalità umana si è evoluta da allora. I tempi moderni non hanno più spazio per la loda o altri artifici, le giornate vanno vissute secondo i ritmi dettati dal lavoro, dalla politica e dalla società. In questi canoni rientra (o meglio, dovrebbe rientrare) anche il tema amoroso.

Riflettiamoci sopra: cos’è cambiato da allora? Sicuramente i modi, le maniere e le abitudini con cui si affrontava una passione amorosa non sono paragonabili ai giorni nostri. Noi non abbiamo alcuna donna angelo, non ci struggiamo sopra carte unte d’inchiostro e lacrime, non portiamo avanti una crociata senza fine contro quel dannato Amor petrarchesco. O forse lo facciamo, ma in un modo diverso…

Quando Dante riesce ad ammirare nuovamente la cara Beatrice in Purgatorio XXX si esprime nel seguente modo:

«[…] Men che dramma
di sangue m’è rimaso che non tremi:
conosco i segni de l’antica fiamma!»
(Purgatorio, XXX, 46-48)

Inutile sottolineare quanto toccanti siano questi versi. Ma il significato più esterno non basta (come accade nell’intera analisi della Commedia). Queste parole rappresentano un forte omaggio a Virgilio: è infatti Didone a pronunciarle nel quarto libro dell’Eneide: “Agnosco veteris vestigia flammae“. Se però questa affermazione indica un’idea di nostalgia da parte della regina di Cartagine, in Dante prende una piega totalmente diversa: il poeta sente riaffiorare con forza i vecchi sentimenti provati per la giovane Beatrice. Sentimenti che (come indica la metafora della fiamma) non si sono mai estinti del tutto. Interessante il fatto che questa rivelazione venga rivolta al dolcissimo patre che in realtà è già lontano (l’abbandono di Virgilio è un altro argomento, seppur anch’esso struggente), come se Dante sentisse la necessità di parlarne a qualcuno: chiunque dica di non aver mai provato questa sensazione mente spudoratamente. Abbiamo tutti sentito l’impulso di sfogare le nostre infatuazioni a qualche amico. In questo Dante non è da meno.

Chi conosce il modus operandi di Cupido saprà che compreso tra i difetti dell’innamoramento vi è quello della vergogna. Che venga assimilato come imbarazzo, timidezza, blocco o quant’altro, capita a tutti di rimanere impietriti al cospetto della propria fiamma: le parole non escono escono facilmente di bocca, le gambe tremano e il viso si tinge di rosso. La situazione si complica ulteriormente quando si viene ammoniti dall’amata stessa: in quel caso anche lo sguardo non riesce a levarsi dal terreno. Ed è ciò che accade a Dante quando viene rimproverato da Beatrice in persona:

«Guardaci ben! Ben son, ben son Beatrice.
Come degnasti d’accedere al monte?
non sapei tu che qui è l’uom felice?».

Li occhi mi cadder giù nel chiaro fonte;
ma veggendomi in esso, i trassi a l’erba,
tanta vergogna mi gravò la fronte.

(Purgatorio, xxx, 73-78)

Un ulteriore esempio di somiglianza tra i sentimenti nel tempo. E la lista non si ferma mica qui: tra le fonti dantesche (oltre alla Divina) vi è soprattutto la “Vita Nova”, prosimetro che come tema centrale ha il sentimento amoroso per Beatrice. Riporto un ultimo estratto, il commento che precede il celebre e già citato Tanto gentile e tanto onesta pare:

Questa gentilissima donna, di cui ragionato è ne le precedenti parole, venne in tanta grazia de le genti, che quando passava per via, le persone correano per vedere lei; onde mirabile letizia me ne giungea. E quando ella fosse presso d’alcuno, tanta onestade giungea nel cuore di quello, che non ardia di levare li occhi, né di rispondere a lo suo saluto; e di questo molti, sì come esperti, mi potrebbero testimoniare a chi non lo credesse.

Vi siete sicuramente rivisti (anche solo per un attimo) nelle parole del sommo poeta, intenti ad ammirare la bellezza di colei che vi ha preso il cuore. L’atteggiamento di Dante mostra il suo interesse rivolto non solo alla grazia di Beatrice, ma all’effetto che procura nell’animo di coloro che incontra (il riferimento al passaggio di Gesù tra la folla è presente ma meno vicino ai nostri tempi)È successo ad ognuno di noi: confrontare se l’oggetto del nostro interesse è contemplato da altri, per invidia o semplice curiosità. Siamo esseri umani e nel pacchetto sono compresi anche i sette vizi capitali. Andando oltre lo scrutare gli sguardi altrui, un altro elemento è in grado di elevare sia noi che Dante stesso: la celebrazione della donna. Ritornando al concetto della confessione all’amico, avrete sicuramente ricordato quante lodi, pregi e virtù si vedono nella figura di chi si ama. Non sempre tutte si rivelano reali, ma l’importante è capirlo, prima o poi.

L’amore è un sentimento che appartiene a tutti gli esseri umani, indipendentemente dal loro periodo. Possono variare i metodi d’approccio, i gesti esterni o i modi con cui esprimersi al meglio, ma il nucleo della passione amorosa rimane lo stesso. Un’esperienza forte, dolorosa, dolce ed allo stesso tempo aspra. Una sensazione che, come scriveva Guinizelli, è destinata al cor gentil.