Il festival Triskell: tra tradizione, musica e magia

Cattura

Giunto alla sua 19° edizione, il festival celtico Triskell si conferma una importante realtà culturale che trova sempre maggiore consenso, capace di avvicinare la popolazione all’antica tradizione celtica, ai suoi culti ed alla sua musica. Da neofito ho esplorato il festival intervistando Barbara, tra gli organizzatori dell’evento.

Nella verde cornice del Boschetto del Ferdinandeo a Trieste, il festival Triskell accoglierà fino al 30 giugno oltre le 100.000 presenze impegnando notevolmente gli organizzatori dell’evento; nonostante ciò, Barbara si rivela subito disponibile per una chiacchierata utile a scoprire quali sono state le origini del festival e quale è stato il segreto che ha reso il Triskell tanto longevo. Nato inizialmente come un ritrovo di amici che condividevano la passione per la cultura celtica e la sua musica, il festival veniva ospitato nel suggestivo Castel di San Giusto, trovandosi fin da subito ben accolto dalla popolazione che, come Barbara specifica, è sempre stata entusiasta di partecipare all’evento, vedendolo con interesse e sostenendolo con una costante presenza. Con gli anni, il Triskell si è spostato al Ferdinandeo, andando così incontro alla richiesta di uno spazio più ampio per raccogliere più visitatori e organizzare anche più eventi. Sono infatti numerose le attività da compiere durante tutto il festival, che vanno dalla riscoperta degli antichi riti celtici, nella zona dei Tre Archi, a dimostrazioni di tiro con l’arco e lancio del giavellotto, fino a laboratori creativi sia per grandi e piccoli, volti alla creazione di oggetti personali come bracciali, ciotole e bacchette magiche; l’amore per l’hand-made è anche supportato dai numerosi negozianti che accorrono per partecipare al Triskell e mettere in risalto le loro capacità di artigiani, allestendo libri, gioielli, oggetti da collezione ed indumenti che richiamano al mondo magico e nascosto che però si rivela in tutta la sua forza proprio in questi giorni, grazie alla volontà dell’uomo di non voler dimenticare il contatto con la Terra e le vere radici culturali europee. In ultimo Barbara mi rivela il desiderio di voler fare qualcosa davvero in grande per il 20° anniversario del Triskell e di volere che sul suo palco si esibiscano gruppi con nomi più altisonanti, donando maggiore risalto all’evento. Quest’anno infatti si sono già esibiti in ottimi concerti live numerosi gruppi come le Uttern, rappresentanti delle antiche origini pagane dell’uomo, i Boira Fusca, che attingono alla tradizione irlandese e celtica riproposta in chiave rock, e gli In Vino Veritas, capaci di mescolare l’antico con il nuovo in chiave folk-rock. Con questi ottimi presupposti, non posso fare altro che ringraziare Barbara per il tempo dedicatomi e sperare che il Triskell, ormai una solida ed unica realtà del nord-est europeo, continui a divertire e a far incontrare culture diverse ma accomunate dall’amore per la Natura.

L’arte da parte: il caso Banksy

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L’idea persistente del culto dell’immagine nella società moderna è alla base dei suoi molteplici aspetti, come il rapporto tra pubblico e artista. Questo in particolare è ricco di controversie in quanto l’importanza di un’opera raramente è correlata al suo significato ma più spesso dipende dal nome dell’autore che l’ha ideata. Banksy ha dato prova di ciò con la sua arte sovversiva.

Per chi non conoscesse Banksy, parliamo di uno degli artisti più importanti degli ultimi anni, famoso per la sua arte ricca di satira e controcorrente che spesso rivela un’aspra critica verso le diverse problematiche sociali che caratterizzano la nostra epoca; altro aspetto a renderlo interessante agli occhi del pubblico è la sua identità nascosta, infatti attualmente nessuno sa chi si nasconde dietro al suo nome d’arte né se sono più artisti a collaborare per la stessa causa. Proprio questa sua peculiare caratteristica ha creato di recente non poco imbarazzo: l’artista infatti il nove maggio si è recato a Venezia in occasione dell’inizio della Biennale d’Arte, decidendo di contribuire a suo modo all’evento. Banksy così espone in strada un insieme di tele, che condannano i traffici delle grandi navi da crociera nella laguna veneziana, impedendo il lavoro dei gondolieri e stonando con la bellezza storica della città. Poco dopo aver esposto l’opera, l’artista viene notato dai vigili ed è costretto a ritirarla ed ad allontanarsi poiché privo di autorizzazione. Azione lecita in fin dei conti anche se opinabile ma il punto arriva adesso; non appena Banksy ha rivelato quanto accaduto, il sindaco di Venezia lo invita “in municipio” affermando di non sapere che ci fosse lui dietro la faccenda, cercando così di ritrattare per sfruttarne la fama. In questo modo il nome altisonante dell’artista ha prevalso sul significato della sua opera, tra l’altro in disaccordo con le direttive comunali che permettono le tratte alle crociere in quelle acque. Ecco ciò di cui l’arte è vittima in questa epoca: coerentemente all’ideale del culto dell’immagine, l’opera viene spesso tralasciata o facilmente dimenticata, e lo spettatore limita la propria attenzione solo verso l’artista che l’ha compiuta e se questo è già conosciuto sicuramente anche la sua creazione meriterà altrimenti, se non è noto, questa non verrà considerata. A testimianza di questa teoria sono inoltre molti i casi in cui artisti prima di presentare una propria opera hanno impiegato del tempo per costruire su di sé un personaggio per essere facilmente riconosciuti ed attirare il più possibile l’attenzione; lo stesso Banksy ha creato intorno a sé una figura riconoscibile seppure la sua vera identità rimane celata. Uno dei motivi alla base di questo atteggiamento è sicuramente da ricercare nella volontà di spingere la propria opera il più possibile alla vendita. Esattamente la vendita, perché se c’è qualcosa che più è legato al culto dell’immagine ai giorni nostri è il denaro e la stessa commercializzazione dell’arte ha avuto bisogno di rendere vendibile l’artista. E’ ovviamente giusto cercare di ricavare economicamente dalle proprie fatiche artistiche puntando sul proprio nome ma non bisogna anteporre ciò alla creazione stessa, qualunque essa sia. Se ciò avvenisse, non solo verrebbe penalizzato l’impegno messo nell’opera, condizione imprescindibile per la sua qualità, ma si spingerebbe alla produzione mediocre della stessa, finendo inevitabilmente per abbassarne la capacità di avere un impatto sociale. A fronte di questo problema, il rischio è consegnare in futuro una cultura arida e priva di fondamenta che non permetterà l’evoluzione dell’arte.

Una Vita di Poesia: Charles Baudelaire

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                                    “Quando si ha un figlio come me non ci si risposa

Da una lettera di Charles alla madre

Charles Baudelaire è tra gli artisti più enigmatici e controversi, noto per i suoi vizi, le sue poesie e la fama d’essere maledetto. Ma cosa si nasconde dietro la sua figura? Cosa ha reso l’uomo Baudelaire il poeta che ora tutti conosciamo?

Dal carattere poliedrico ed acuto, Baudelaire scrive una poesia ricca di spunti di riflessione su numerosi interrogativi riguardanti la sua vita. Tra questi, uno che sta alla base della sua figura è la relazione tra il poeta ed il sesso femminile. Leggendo “Le Fleurs du Mal”, infatti un aspetto che subito viene colto è il rapporto contraddittorio che Baudelaire sviluppa con le donne. Queste infatti hanno accompagnato lo scrittore durante tutte le sue fasi, da quella giovanile fino al periodo bohémien e del dissesto economico, giocando così un ruolo fondamentale nella sua vita sentimentale ed artistica. Dalle poesie che Baudelaire dedica alle sue numerose amanti, si nota che di loro non prediligeva un particolare carattere (infatti ebbe relazioni con donne molto diverse, passando sia dalle braccia della donna angelo e sia da quelle più carnali) ma tutte condividevano un elemento non indifferente agli occhi del poeta, un mistero che le rendeva oscure ed incomprese, e che contribuiva alla loro bellezza. Questo stesso mistero infatti, se da un lato avvicinava il poeta alle donne, lasciandolo invaghito di chi lo possedeva, dall’altro lo spaventava, costringendolo in ultimo a ripudiarle e maledirle poiché non le comprendeva fino in fondo. Per questo motivo, il poeta è rimasto ossessionato da ciò per il resto della sua vita, cercando di risolvere quel mistero attraverso nuove relazioni che però lo lasciavano insoddisfatto.

La soluzione di questo mistero è sicuramente da ricercare all’interno del complesso rapporto tra Baudelaire e sua madre. Infatti il carattere già sensibile e ribelle del poeta in giovinezza viene ulteriormente scosso quando lei decide di sposare in seconde nozze un altro uomo in seguito alla morte del primo marito, gesto che l’artista considererà come essere abbandonato e lasciato da parte dalla stessa persona che lo aveva messo al mondo, creando così una frattura nel suo animo che tenterà costantemente di risanare colmandola con le attenzioni di altre donne senza però riuscirci. Quello che Baudelaire infatti mancava di raggiungere era l’amore originale, ottenuto senza riserve, che poteva essere donato solo ed esclusivamente da una madre verso il proprio figlio, un amore che continuasse duraturo nonostante i suoi vizi e le sue ossessioni, e che lo accettasse per quello che realmente era. Ed è qui che si nasconde il mistero che il poeta ha cercato di risolvere, ovvero la capacità che ha una donna di amare ed abbandonare, accettare e rifiutare, giurare e poi tradire, come se ciò non compromettesse nulla nel suo animo. Tutto ciò indusse in Baudelaire un complesso di Edipo, alterando la sua concezione di donna tanto che chi non lo ha compreso lo appellò come misogino. Proprio la prima sensazione di abbandono provata dalla madre, a mio avviso, convertì Baudelaire da semplice uomo a complesso artista, concedendoci ai giorni nostri di gustare immensa poesia ottenuta però in cambio di una vita tormentata in perenne ricerca di qualcosa che troverà solo negli ultimi anni, quando si riavvicinerà alla madre, dopo la morte del patrigno. Proprio quest’ultima dirà di Baudelaire “Se Charles si fosse lasciato guidare dal suo patrigno, la sua carriera sarebbe stata ben diversa. Non avrebbe lasciato un nome nella letteratura, è vero, ma saremmo stati tutti e tre felici”.

Anche in questo caso, come per Agosta Kristof nell’espisodio precedente, se la vita non avesse agito con le sue difficoltà non avremmo avuto la poesia.

Una Vita di Poesia: Agota Kristof

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Vivere

Nascere
Piangere succhiare bere mangiare dormire aver paura
Amare
Giocare camminare parlare andare avanti ridere
Amare
Imparare scrivere leggere contare
Battersi mentire rubare uccidere
Amare
Pentirsi odiare fuggire ritornare
Danzare cantare sperare
Amare
Alzarsi andare a letto lavorare produrre
Innaffiare piantare mietere cucinare lavare
Stirare pulire partorire
Amare
Allevare educare curare punire baciare
Perdonare guarire angosciarsi aspettare
Amare
Lasciarsi soffrire viaggiare dimenticare
Raggrinzirsi svuotarsi affaticarsi
Morire.

Agota Kristof

Agota Kristof è stata tra le voci che maggiormente hanno rappresentato le controversie del ‘900, ricco sia di enormi aspettative per il futuro, con la modernità che pian piano si faceva sempre più presente nel mondo, e sia dei drammi della guerra, dovuta al desiderio di potere a cui l’uomo aspira. Dall’incontro tra l’animo sensibile di Agota e la durezza della vita, nasce la sua poesia, appuntita come “Chiodi”.

Spesso ci si stupisce di quanto l’arte possa affiancarsi ad opere disumane, che lasciano in chi le medita un senso di vuoto e sgomento; basti bensare a Goya, Munch, a Caravaggio, capaci di sovvertire quel dogma secondo cui l’arte innalza l’animo dell’uomo avvicinandolo ad una condizione di estasi. Agota si inserisce in questa speciale classe di artisti, in quanto con la sua poesia non eleva l’uomo ma lo rivela per ciò che realmente è, portandolo al piano più essenziale dell’esistenza. E di fatto, recitando i suoi versi, si respira la vita reale in componimenti come “In fabbrica”, “Il condannato” o “Chiodi”, da cui prende nome la sua raccolta di poesie. Il suo modo di scrivere è corrotto dall’esperienza di aver vissuto lontana dalla sua terra natia, l’Ungheria, a causa dell’intervento dell’Armata Rossa per reprimere le rivolte contro la Russia, costringendola ad emigrare appena ventenne in Svizzera con la figlia e a lavorare in fabbrica per sostenersi. Questa improvvisa rottura tra ciò che era, l’idillio del suo paese natale, e ciò che sarà, il trasloco in una terra sconosciuta e lontana dai suoi affetti, le lacererà l’animo tanto da affermare che “due anni di galera in Urss erano probabilmente meglio di cinque anni di fabbrica in Svizzera”. Da quella fuga, leggendo le sue pagine, si può scorgere una costante malinconia per il tempo passato nel villaggio dove era nata ma questa sensazione non è accompagnata dalla dolcezza dei ricordi di quei momenti ma dal risentimento e dalla tristezza di aver perso per sempre quella sua piccola ma ideale realtà. Per queste ragioni Agota nelle sue poesie tratta costantemente tematiche come l’abbandono, l’isolamento, la morte senza lasciare al lettore nessuno spiraglio di speranza, reclusa ormai al passato che non potrà più tornare.

Ancora una volta, il dramma della vita ha cambiato l’animo di un uomo rendendolo più grande e complesso di quello che sarebbe stato se non fosse mai stato toccato dalle difficoltà a dalle tragedie. Tutto questo ci ha consegnato a noi lettori una poetessa che ha dedicato la sua vita alla ricerca di una umanità perduta, di una realtà che va oltre la carne a cui costantemente aneliamo quando ci chiediamo”Chi sono io?”. Ma qual’è stato il prezzo dell’artista per questa scoperta?

Con quanto detto, inauguro un ciclo di articoli in cui verrà analizzato in che modo la vita ha cambiato l’uomo rendendo quest’ultimo un poeta.

Un filtro d’amore per Lucrezio

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“Quando la vita umana sotto gli sguardi turpemente giaceva
nel mondo schiacciata sotto la superstizione oppressiva
che mostrava la testa dalle regioni del cielo
incalzando dall’alto i mortali col suo orribile aspetto,
per la prima volta un uomo greco osò sollevare contro
gli occhi mortali e per primo resistere contro,
lui che né la fama degli dei né i fulmini né col minaccioso
mormorio il cielo trattennero, ma ancor più la forte
capacità del suo animo stimolarono a desiderare
di spezzare per primo i chiostri serrati delle porte della natura.
Quindi la vivace capacità della sua mente stravinse, e oltre
le mura infuocate dell’universo lontano si spinse
e tutta l’immensità percorse con la mente e con l’animo,
donde ci riferisce, da vincitore, che cosa possa nascere,
che cosa non possa, e infine con quale criterio per ogni essere
ci sia una possibilità definita e un limite profondamente connaturato.
Perciò la superstizione a sua volta gettata sotto ai piedi
viene calpestata, la vittoria ci innalza al cielo.”

Elogio ad Epicuro, De rerum natura.

Il messaggio di Lucrezio nel De rerum natura era tanto potente che la sua figura venne screditata, giungendo a noi come quella di un uomo impazzito per amore, ma ciò non è bastato per farlo dimenticare.

Il tempo in cui Tito Lucrezio Caro visse non fu tra i migliori dell’impero romano; infatti fu ricco di conflitti civili e lotte intestine che avevano ormai minato la trama sociale di Roma, rendendola ostile alla pace ed al controllo. Tutto ciò avveniva a causa di un valore che da sempre era stato alla base di Roma e che ne giustificava la potenza, ovvero il suo fine provvidenziale che la elevava ad unico vero Impero, rendendola quindi unica responsabile del destino del mondo. L’idea di poter essere a capo di un ideale tanto importante era causa di dissidi e intrighi tra gli uomini di potere, portando ad avvenimenti come la congiura di Catilina, ormai prossima in quei anni. Come conseguenza di ciò, il popolo rimaneva in disparte, deluso e stanco di quelle battaglie, conscio che gli stessi ideali che avevano portato la Capitale alla grandezza la stavano conducendo alla rovina. In questa situazione, Lucrezio si fece portavoce dei desideri di molti uomini che volevano ardentemente la pace; infatti grazie alla sue abilità poetica ed alle sue idee pregne della filosofia epicurea, il poeta, nel De rerum naturainvitava a percorrere la stessa strada del suo maestro Epicuro proponendo quindi un universo in cui non bisognava temere né gli dei, in quanto non avevano alcuno influsso sull’uomo, né la morte stessa in quanto l’uomo non avvertiva nulla quando questa colpiva. Allo stesso modo, sempre seguendo i dettami dell’epicureismo, Lucrezio affermava che esisteva infinita materia e quindi altrettanti universi, sminuendo di fatto il fine unico e provvidenziale di Roma, imposto solo per scopi di conquista, in quanto nella realtà era un impero come tutti gli altri presenti nei molti universi, non il migliore, ed inoltre, proprio come questi, sarebbe andata incontro alla decadenza. In questa maniera suggeriva dunque di mettere da parte le lotte intestine per l’ottenimento del potere in favore della Voluptas, il piacere, che avrebbe permesso agli uomini di essere felici e di vivere in tranquillità.

Ma il desiderio di Lucrezio, come sappiamo, non si è mai realmente realizzato; infatti le sue idee erano pesantemente osteggiate dai politici del tempo che non potevano permettere che le parole del poeta si diffondessero liberamente. Iniziò così una fase in cui si cercò di mistificare e, ancora meglio, screditare la figura di Lucrezio; infatti, nonostante l’importanza dell’opera, della vita dell’autore si conosce ben poco, riportando solo l’anno in cui questi nacque e che divenne pazzo a causa di un filtro d’amore donatogli da una donna rifiutata, che lo condusse in fine al suicidio, gettando definitivamente delle ombre sulla sua credibilità come uomo e filosofo. Il tutto era congeniale considerando che il De rerum natura è considerata un’opera incompleta se non addirittura scritta solo per metà, facendo sospettare che quel filtro d’amore fosse davvero il responsabile della follia del poeta, che gli aveva impedito così di continuare nella sua scrittura. Ma in un’epoca in cui i tradimenti e gli intrighi erano all’ordine del giorno non è accettabile sostenere che questa sia stata la fine di Lucrezio, che aveva fatto della ragione e razionalità la candela che rischiarava le fitte tenebre di quel tempo e la cui luce è giunta fino a noi.

 

 

La caduta di Parini (e la sua risalita)

In che modo Parini, poeta impegnato e pregno di impegno civile, può mostrarci cosa fare in un tempo in cui il rapporto tra società e poeta si è quasi del tutto slacciato?

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«Va per negletta via
Ognor l’util cercando
La calda fantasïa,
Che sol felice è quando
L’utile unir può al vanto
Di lusinghevol canto.»

Giuseppe Parini, La salubrità dell’aria

Chi di voi lettori ricorda chi era Giuseppe Parini? Io personalmente lo ricordo ogni volta che vedo qualcuno rialzarsi dopo una brutta caduta per strada, senza accettare l’aiuto di nessuno. Parini infatti era un uomo orgoglioso, a cui non piaceva trovare il compromesso come testimonia lui stesso in “La caduta” dove descrive il suo rifiuto nell’accettare i consigli di un uomo che lo aveva aiutato a rialzarsi da terra dopo una caduta ma che al contempo gli suggeriva di vendersi ai più per migliorare il suo stato sociale, mettendo da parte la musa ispiratrice, che fino ad allora gli aveva dato poco sostentamento. Da ciò si capisce come il poeta non voleva inventare né mistificare la sua poesia per ottenere dei favori, in quanto era desideroso di affrontare temi reali che riguardavano la società dell’epoca, come l’inquinamento ambientale, l’importanza dell’educazione e il foraggiamento delle scoperte scientifiche. Per questo motivo Parini viene ricordato come poeta impegnato, in quanto alla poesia affiancava il nobile fine civile, sfruttando uno stile semplice ma la tempo stesso alto, adatto sia alla nobiltà che al ceto popolare. Ma se il poeta ha potuto fare tutto ciò, lo si deve soprattutto alla sua formazione illuminista, che lo ha reso un uomo concreto che univa l’utile, le tematiche sociali, al dilettevole, la poesia.

Ai nostri giorni non c’è da stupirsi se viene a mancare la figura dell’intellettuale civile, non per mancanza di consenso o dissenso, ma perché l’ideologia illuminista, pregna del positivismo che tanto aveva fatto sperare nel progresso della società e scienza, si è frantumata in favore di realtà piccole, capitanate dall’incertezza e dal punto di vista, in cui l’autore si perde in costante ricerca di una logica perduta anch’essa.

Non c’è quindi da rimproverare le nuove leve di scrittori, che più che aprirsi al mondo e far conoscere le loro idee, cercando di portare un vento nuovo per cambiare qualcosa, si rinchiudono tra muri fatti dai loro stessi testi e diari, su cui descrivono il reale per come è e sentono che sia, sovvertendo il principio dell’infallbilità della ragione. Se lo si facesse, diventeremmo noi stessi lo sconosciuto colpevole di quel consiglio sfacciato e sconsiderato dato a Parini mentre cercava di rialzarlo.

In fin dei conti, Parini ha scritto di quel che voleva e credeva ed è giusto così.

Frankenstein chi? La distanza tra la scienza e l’uomo nel ventunesimo secolo

_104025954_gettyimages-517324292Da quando la scienza ha cominciato ad essere ciò per come oggi la conosciamo, la distanza tra essa e l’uomo si è sempre più accorciata; ma nel ventunesimo secolo chi è il creatore e chi la creatura?

“Il sogno della ragione genera mostri”. Sicuramente era questo il mantra che Mary Shelley si ripeteva nei suoi pensieri, mentre passava i giorni in villa Diodati in bella compagnia, con Lord Byron, il suo medico Polidori, suo marito Percy e la sorellatra Claire, tutti intenti ad inventare storie dell’orrore per far passare una giornata uggiosa. Ciascun presente diede voce alle proprie paure, ai propri mostri, mettendoli in prosa e ben romanzati. Da quei racconti nacque “Frankenstein o il Prometeo moderno”, segnando definitivamente il passaggio dell’uomo da creatura a creatore, in modo conforme a quello che accadeva nella società in quell’epoca, dove la mente e l’ingegno umano finalmente riuscivano (o provavano) a dare risposte a ciò che accadeva intorno ad essi ed a modificare la natura a proprio beneficio. Mary conosceva bene l’uomo e sapeva bene che la morte era la sua paura maggiore, che fin dall’antichità aveva sempre cercato di superare con rituali mistici, tombe faraoniche, accurate sepolture, oltrepassando il suo drappo scuro.

La scienza poteva farlo come continua a farlo tutt’oggi curando malattie e superando ogni limite che la natura ha imposto all’uomo. Senza alcuna esitazione si può affermare che è grazie alla scienza e al suo uso se adesso possiamo leggere questo articolo, vivere in una casa, bere e mangiare quando più ci aggrada; in poche parole è per essa che esistiamo. Questo è successo sicuramente per i numerosi vantaggi che l’uso della scienza conferisce ma soprattutto perché l’uomo ha sempre più permesso di accorciare la distanza che li separa, addirittura superando la normale concezione di umano, inteso come animale che deve adattarsi per poter sopravvivere.

Nell’attuale periodo storico infatti l’uomo deve adattarsi, non alla natura ma al progresso tecnologico e scientifico e, di conseguenza, alterare il mondo che gli sta intorno per evitare di rimanere escluso dal resto della popolazione. Per cui la domanda ora è: chi è il creatore e chi la creatura? Siamo ancora consapevoli di usare il mondo che ci circonda a nostro totale beneficio oppure lo facciamo in modo automatico? E una volta superata la nostra paura primoriale (che qualcuno chiama estinzione ma più semplicemente è la morte), saremo pronti a diventare noi stessi i mostri, alienati dalla propria natura, e mettere da parte l’umanità che ci è cara? Se guardiamo al famoso romanzo di Shelley, possiamo già avere le risposte che cerchiamo.

Il mostro, eternamente voluto dal dottore, al costo persino di rianimare un corpo già morto e conferirgli nuovamente la sensibilità, e quindi il dolore, viene costantemente rifiutato dal suo creatore, spaventato non tanto dall’aspetto dell’essere ma da come il suo alto ideale di superare il limite imposto dalla natura con l’ingegno si era malamente trasformato in una creatura imperfetta bisognosa d’amore e attenzione e che al tempo stesso rappresentava le sue paure più recondite, e che quindi teme. Per tutto il romanzo infatti il mostro insegue il dottore, portandogli rancore per averlo abbandonato quando più aveva bisogno del calore umano, costringendolo ad una eternità di sofferenza e solitudine. Al termine ultimo, dopo aver ucciso il suo creatore, la stessa creatura ricorre al gesto estremo, ormai disperato e afflitto dalla ricerca di un’umanità che lo rinnega in quanto diverso, pur mantenendo lo stesso un sentimento umano nel suo cuore.

Ecco quindi un indizio di quello che potrebbe essere il destino dell’uomo con l’eccezione che ciascuno sarebbe sia creatore che creatura di se stesso e quindi al contempo sarebbe impossibile fuggire da sé; in fine guardarsi allo specchio e riconoscersi non più umani, rinnegando consciamente se stessi.

La ragione che ha portato l’uomo all’invenzione col tempo è stata offuscata dalla volontà nel progresso della scienza, oramai inteso come azione senza sosta che più che mirare al suo benessere, punta a soddisfare ogni suo capriccio. Ed alle volte è meglio che un capriccio resti soltanto una storia da raccontare, come i mostri creati in villa Diodati.

Pascoli e la sua musa malata

1b66016508La poesia di Giovanni Pascoli è spesso vista, in maniera superficiale, come adatta soltanto all’età infantile, ma nelle stesse righe Pascoli nasconde il suo segreto, celato da fiori notturni e odore di fragole.

Giovanni Pascoli è senza ombra di dubbio tra i poeti più importanti italiani; eppure la sua figura ha sempre vissuto nell’ombra per la sua poetica irrazionale e fanciullesca, in favore di altri autori le cui tematiche si avvicinavano maggiormente ad un pubblico più adulto. Il problema di Pascoli è stato quello di non essere capito dai suoi contemporanei ma il tempo alla fine gli ha dato ragione. La poesia dell’autore e il suo animo travagliato si ambientano perfettamente nel decadentismo italiano, a cui dà voce con rime ricche di sonorità e paesaggi naturali in cui desidera perdersi per allontanarsi dal mondo e andare in cerca della tranquillità sperata, il suo nido. Ebbene tutta la poetica di Pascoli si fonda sulla sua ossessione di ritrovare il casolare perduto dove è cresciuto e sul senso di morte, causa primaria della rottura del suo rapporto con le radici familiari. Di fatto, non di rado le descrizioni di situazioni amene, dove il poeta sembra aver ritrovato il suo equilibrio, vengono rotte da scene di morte e crudeltà. Un esempio di ciò si ritrova in due sue poesie:

Sogno (dalla raccolta Myricae)

Per un attimo fui nel mio villaggio,
nella mia casa. Nulla era mutato.
Stanco tornavo, come da un vïaggio;
stanco, al mio padre, ai morti, ero tornato.

Sentivo una gran gioia, una gran pena;
una dolcezza ed un’angoscia, muta.
— Mamma? — È là che ti scalda un po’ di cena —
Povera mamma! e lei, non l’ho veduta.

X agosto (dalla raccolta Myricae)

San Lorenzo, io lo so perchè tanto
di stelle per l’aria tranquilla
arde e cade, perchè sì gran pianto
nel concavo cielo sfavilla.

Ritornava una rondine al tetto:
l’uccisero: cadde tra spini:
ella aveva nel becco un insetto:
la cena de’ suoi rondinini.

Ora è là, come in croce, che tende
quel verme a quel cielo lontano;
e il suo nido è nell’ombra, che attende,
che pigola sempre più piano.

Anche un uomo tornava al suo nido:
l’uccisero: disse: Perdono;
e restò negli aperti occhi un grido:
portava due bambole, in dono…

Ora là, nella casa romita,
lo aspettano, aspettano, in vano:
egli immobile, attonito, addita
le bambole al cielo lontano.

E tu, Cielo, dall’alto dei mondi
sereni, infinito, immortale,
oh! d’un pianto di stelle lo inondi
quest’atomo opaco del Male!

Entrambe le poesie trattano l’attaccamento del poeta per la famiglia ma guardandolo da punti diametralmente opposti. In “Sogno”, Pascoli rivive la sua fanciullezza, riportandolo indietro, nel tempo in cui tutto era tranquillo e non provava l’angoscia dell’abbandono, certo dei suoi cari intorno; in “X agosto” invece il poeta rivede la sua personale tragedia che ha corrotto per sempre il suo animo, costringendolo alla continua ricerca del perché e del come riparare tutto questo. La grandezza di Pascoli è stata quindi proprio la sua capacità di fondere due concetti inconciliabili, la famiglia e la morte, che nella sua poesia diventano una conseguenza dell’altra, creando un ciclo eterno dentro cui il poeta si racchiude.

E’ questa quindi la sua musa malata, la sua ispirazione più alta nata al contempo dal bisogno ossessivo d’esser accudito dal suo nido, restando per sempre il bambino, prima che le tragedie lo colpissero d’improvviso. Non deve stupire allora il sentimento di gelosia che spesso si coglie mentre si analizza il rapporto che Pascoli ha con le sorelle, uniche rimanenti della sua famiglia, spesso controverso, in cui lui cerca di interpretare la figura del padre, perduto in tenera età, ma è incapace di ristabilire un vero equilibrio. Proprio da questa incapacità nasce nel poeta l’estremizzazione della reclusione a tutto ciò che riguarda la sfera familiare, che desidera ritrovare ma al tempo stesso è angosciosa perché gli ricorda il dolore della morte, non ancora affrontato. Così, ne “Il gelsomino notturno” si raggiunge l’apice della condizione del poeta, che si riflette nell’ape tardiva che più non trova una cella libera, e che guarda da escluso la generazione di nuova vita, in augurio ad un amico che si apprestava a consumare la sua notte di nozze:

Il gelsomino notturno (dalla raccolta Canti di Castelvecchio)

E s’aprono i fiori notturni,
nell’ora che penso ai miei cari.
Sono apparse in mezzo ai viburni
le farfalle crepuscolari.

Da un pezzo si tacquero i gridi:
là sola una casa bisbiglia.
Sotto l’ali dormono i nidi,
come gli occhi sotto le ciglia.

Dai calici aperti si esala
l’odore di fragole rosse.
Splende un lume là nella sala.
Nasce l’erba sopra le fosse.

Un’ape tardiva sussurra
trovando già prese le celle.
La Chioccetta per l’aia azzurra
va col suo pigolio di stelle.

Per tutta la notte s’esala
l’odore che passa col vento.
Passa il lume su per la scala;
brilla al primo piano: s’è spento…

È l’alba: si chiudono i petali
un poco gualciti; si cova,
dentro l’urna molle e segreta,
non so che felicità nuova.