Tra il mercantilismo e la fisiocrazia: oro o argilla?

INTRODUZIONE

Un meraviglioso mito greco narratoci da Publio Ovidio Nasone nella sua opera “Le Metamorfosi” racconta la storia del re Mida e del suo smodato attaccamento all’oro. Le cose vanno più o meno così: Dioniso aveva perso il suo vecchio maestro e patrigno Sileno, il quale girovagava ubriaco nei boschi; fortunatamente fu ritrovato da due contadini i quali lo condussero dal re Mida. Quest’ultimo lo riconobbe ed ospitò nella sua reggia per ben dieci giorni prima di riportarlo in Lidia. Dioniso fu felicissimo di rivedere il suo tutore, e,per ringraziare il sovrano, decise di offrirgli qualsiasi dono egli avesse voluto richiedere. Mida scelse di poter trasformare tutto ciò che toccava in oro senza pensare però alle più ragionevoli conseguenze,per esempio: come avrebbe potuto mangiare? Anche il cibo sarebbe diventato metallo. Effettivamente a causa della sua incontrollata brama avrebbe perso la vita se Dioniso, intenerito dai suoi implori, non gli avesse tolto il potere.

Gli economisti chiamano questo episodio “Midas Fallacy”, mettendo in evidenza come la ricchezza e l’oro non siano esattamente la stessa cosa.

Mida, infatti, non sarebbe stato interessato all’oro in quanto tale, ma alle cose che poteva acquistare con esso. Quando studiai il mercantilismo pensai subito a quanto questo agglomerato di idee articolatosi dal XVI al XVII secolo potesse essere collegato al mito sopracitato. In verità ritengo che il punto cruciale eplicitante la più grande differenza tra mercantilismo e fisiocrazia risieda proprio in una diversa concezione della formazione della ricchezza, una differente creazione che come Mida ha a che fare con una brama patogena che ritrova le sue basi nella concupiscenza della natura umana.

SVILUPPO

Il Bullionismo o fase crisoedonica è l’illusione che traspare dall’apparente compiacimento che deriva dalla riuscita di una immediata operazione commerciale che abbia avuto come fine l’ottenimento di metalli preziosi. “Bullion” infatti significa “metallo in verghe” e con il termine “bullionisti”in genere si indicavano i consiglieri del re, i numerosi Mida tanto attenti alla “accumulazione originaria” per citare Marx (così egli definirà questa fase dedita alla violenza e alla sopraffazione tipica del colonialismo, delle requisizioni, della schiavitù, del monopolio delle grandi Compagnie commerciali e della pirateria favorita ed incoraggiata proprio dai reali con l’unico scopo finale di vedere soccombere il proprio avversario commerciale). Un’ottica barbara e superficiale certamente criticata da Smith e Tommaso Moro, ma al contempo apprezzata da Schumpeter se si parla di “laicizzazione dell’economia”. Anche loro dunque caduti nella stessa trappola di Mida, anche loro corsi verso l’accaparramento della ricchezza nel Nuovo Mondo; non si son resi conto di quanto essa potesse essere un’arma a doppio taglio, di quanto potesse essere deleterio il suo uso spropositato. Ben presto infatti ci si accorse che il consumo arricchiva l’avversario, si iniziò a pensare che fosse meglio chiudersi, proteggersi, da qui il protezionismo ossia la chiusura attraverso dazi e imposizioni che limitassero le importazioni. Una delle tante differenze rispetto ai fisiocratici, le menti giusnaturaliste fautrici dell’ordine naturale inteso come andamento autonomamente retto del sistema economico. Si tratta di un sistema aperto in cui vige il libero commercio e lo Stato è esente dal ruolo di coordinatore commerciale. Non a caso il loro motto è “Laisser faire, laisser passer”. Le autorità politiche non dovrebbero entrare nel mercato in quanto tutti i settori sono funzionanti e dipendenti dagli altri. Il sistema è pertanto come un organismo vivente, entrambi infatti sono composti da organi interfunzionali (settori) capaci di autoregolarsi. Il fenomeno dell’innalzamento dei prezzi nella bilancia commerciale del lungo periodo notato da Mun ed evidenziato da Hume è uno dei punti che maggiormante i fisiocratici hanno sottolineato, decretandola come prova del fallimento delle politiche protezionistiche. Hume parlava di deflusso aureo per ristabilire prezzi più bassi. In realtà l’inserimento del consumo aggiuntivo nella produzione come investimento avrebbe portato ugualmente ad una situazione di miglioramento. Tucker citò qualcosa in meritò ma la verità è che si era ancora lontani dal concetto della assimilazione della ricchezza attraverso la produzione. “Il commercio è la sorgente della ricchezza” diceva Colbert “e la ricchezza è il nervo vitale della guerra”. Un altro Mida dunque. Con i fisiocratici qualcosa inizia a mutare. Non è più il commercio a procurare ricchezza, ma la terra. Si inizia a produrre. Quello agricolo diviene un settore dell’economia, l’unico produttivo, l’unico che garantisca il surplus. Un’immagine poetica quella di un seme che diventa frutto, il nulla che diventa qualcosa, al contrario della maniffattura che è un settore sterile; nulla si crea, al massimo si modifica. Quanti anni devono passare per arrivare alla visione marshalliana in base alla quale la produzione è produzione di utilità, la ricchezza diviene soggettiva. Se Mida fosse un marginalista trasformerebbe in oro solo quello che riterrebbe prezioso, forse nulla. Cosa definisce dunque il valore della ricchezza? Generazioni di pensatori ed economisti hanno tentato di rispondere a questa domanda. I mercantilisti avrebbero agito come il re della Lidia, i fisiocratici avrebbero rifiutato, forse. In realtà le azioni umane non possono essere sempre anticipate, c’è incertezza come direbbe Keynes. Poco possibile prevedere tutto. Eppure tante menti per secoli hanno pensato a quale potesse essere il perno del tutto, sbagliando la domanda. Mida lo insegna bene. La questione non è cosa definisce il valore della ricchezza ma a cosa noi conferiamo valore, quali cose cioè sia giusto trasformare in oro con il tocco della nostra mente. Il nostro comportamento e le nostre scelte determinano l’andamento di tutto il sistema. Dunque bisognerebbe andare all’apice e fare in modo che questi atteggiamenti, che queste scelte siano “corrette”. Non servirebbero leggi di alcun genere se tutti non perseguissero un fine utilitaristico ma quello di bene comune. Ricordiamo che Mida ha compreso che non fosse l’oro la reale ricchezza quando stava per morire, ma il cibo che non poteva toccare. Mi piacerebbe essere in un mondo (sono utopista sicuramente) in cui non sia il denaro a dare valore agli oggetti ma la ragionevolezza del cuore umano a conferire misura e peso (per dirla alla Petty) ai beni. Un ossimoro ragione e cuore, ma spesso gli opposti sono gli elementi più facilmente incastrabili esistenti.

CONCLUSIONE

Mecantilismo e fisiocrazia sono due visioni umane prima che economiche ugualmente accettabili se si considerano come snodi storici necessari al conseguimento delle fasi storico-economiche successive. La prima possiamo definirla simpaticamente aurea, la seconda argillosa. Anche l’oro, dopottutto, prima che un metallo prezioso,è un minerale.